I fallimenti del "non mercato"
La teoria normativa della politica economica è una “teoria dell’interesse pubblico” e non si pone il problema del grado di realismo delle ipotesi sulle quali essa si basa o del comportamento delle autorità pubbliche che ne discende. La teoria normativa della politica economica ipotizza l’esistenza di un operatore che si faccia carico degli interessi dei singoli soggetti economici, riflettendo in una funzione del benessere sociale la “volontà del popolo”. Ma questa impostazione trascura il fatto che
La teoria normativa assume l’esistenza di individui quasi anonimi caratterizzati
da specifiche preferenze e diverse dotazioni iniziali. L’azione pubblica
tende a migliorare l’efficienza e la distribuzione riflettendo un’idea
di “pubblico interesse” sostenuta dalla considerazione di individui
indistinti. Gli individui suggeriscono le preferenze ai responsabili della
politica economica i quali le recepiscono nella FBS.
Ma il popolo non è un’entità composta di individui più
o meno indistinti; questi possono essere aggregati in classi o gruppi, aventi
caratteristiche comuni. Fra le caratteristiche di queste classi vi è
quella del loro diverso potere, espresso nei rapporti economici reciproci
e nell’influenza che essi possono esercitare sulla formazione della
FBS.
La macroeconomia keynesiana ha introdotto differenze sistematiche nelle posizioni dei vari individui, tali da configurare l’esistenza di diverse classi.
La teoria dei gruppi di interesse (cattura) riconosce l’esistenza di gruppi di individui con interessi comuni e vede il governo in larga misura come un riflesso della pressione di tali gruppi. La teoria è stata riformulata dalla scuola delle scelte pubbliche (liberista).
Sono emersi nel ruolo di operatori sociali le figure dei capitalisti e dei
lavoratori come istituzioni intese a rappresentarli (sindacati, partiti).
Anche le figure dei consumatori, lavoratori e imprese sono portatrici di interessi
più o meno differenziati e tendenti a sollecitare interventi pubblici
a loro favore anche attraverso specifici organismi.
Ogni gruppo può desiderare di indirizzare l’azione dell’ente
pubblico in numerose circostanze:
I modi attraverso i quali i gruppi esercitano la loro influenza sui pubblici poteri sono anch’essi numerosi e includono: il voto, le relazioni personali, le campagne d’opinione, promessa a politici di lucrose future occupazioni.
L’identità dei policy makers è trascurata nella teoria
classica, non viene riconosciuta la loro natura di agenti degli individui
indistinti che essi dovrebbero rappresentare o dei soggetti sociali organizzati
in gruppi. Essi non hanno idee personali sulla preferibilità delle
varie soluzioni, non hanno interessi propri o interessi altrui da perseguire,
a parte l’interesse pubblico. Non esiste un problema di incentivi o
di vincoli istituzionali capaci di indurli a perseguire l’interesse
pubblico o l’interesse di un gruppo sociale. Nella teoria classica della
politica economica gli individui che eseguono le politiche, sono ancora anonimi,
perseguono senz’altro gli obiettivi indicati dal “principale”.
Allora il soggetto pubblico è costituito da 2 categorie di persone:
Naturalmente anche i policy maker hanno specifiche connotazioni, ognuno è portatore di valori e interessi e interagisce in differenti modi con gli altri attori sociali. Con riferimento ai politici è stata formulata la teoria del ciclo politico-economico (Nordhaus).
Una sua prima formulazione è quella di Kalecki il quale sosteneva l’impossibilità per un sistema capitalistico di perseguire il pieno impiego nel lungo periodo: l’eliminazione del ciclo economico attraverso politiche espansive keynesiane e l’istituzione di uno “stato del benessere” (Welfare state) avrebbero ridotto la disciplina dei lavoratori, non sottoposti alla minaccia della disoccupazione.
Il ciclo politico-economico di Nordhaus non nasce come effetto secondario di politiche aventi altre finalità ma è il risultato dell’ipotesi che le decisioni dei politici siano espressione di loro preferenze proprie. I politici caratterizzati per il loro status ed esprimono preferenze conseguenti, essi indirizzeranno l’economia in modo da massimizzare i voti attesi, essendo l’obiettivo quello di essere rieletti. I risultati elettorali sono influenzati in modo significativo dall’andamento economico; gli elettori attribuiscono peso predominante alla performance del periodo più vicino alla scadenza elettorale e che siano ignari delle conseguenze negative di lungo termine delle manovre atte in periodo elettorale. Inoltre il governo ha la capacità di espandere nel breve periodo l’economia attraverso strumenti monetari e fiscali, l’espansione nel lungo periodo porterebbe a un’inflazione più elevata; peraltro le conseguenze inflattive sono ritardate e consentono ai politici di godere di posizioni di popolarità nel periodo delle elezioni. Allora le ipotesi di Nordhaus appaiono verosimili, cioè che i politici attribuiscono notevole importanza alla propria elezione, la dipendenza degli umori elettorali dall’andamento corrente dell’economia.
Secondo la teoria partigiana ogni partito politico assegna
pesi diversi ai vari obiettivi economici per ragioni di carattere ideologico
e in quanto assume la rappresentanza di differenti interessi e gruppi sociali.
L’alternanza dei partiti al governo implica diverse politiche economiche
e dà luogo a un ciclo economico; l’andamento ciclico presenta
caratteri di subottimalità, e l’inefficienza può essere
eliminata se i partiti riconoscono che l’adozione di una regola politica
comune di tipo cooperativo è capace di migliorare nel lungo periodo
la posizione di entrambi i gruppi sociali rappresentati.
La competizione fra i vari partiti politici ha luogo attraverso non soltanto
diverse proposte di politica economica ma anche differenti teorie circa il
funzionamento dell’economia. Secondo indagini empiriche non sembra che
si manifestino sensibili effetti pre-elettorali sulle variabili economiche
e questo può derivare dall’incapacità di influire concretamente
sulle variabili economiche, il cui andamento potrebbe dipendere da altri impulsi
e circostanze esterne e dal fatto che i politici non tentino affatto di orientare
in senso ad essi favorevole le posizioni degli elettori attraverso politiche
espansive.
Le indagini empiriche mostrano che i risultati elettorali non sono influenzati
dall’andamento economico in quanto vi è l’evidenza di un
ciclo politico di bilancio, ovvero di politiche fiscali e
monetarie espansive in periodo pre-elettorale.
La burocrazia è costituita dall’insieme delle persone che attuano le misure decise dai politici. Il comportamento dei funzionari pubblici si spiega se si assume che essi tendano a massimizzare la propria utilità. Questa dipende da diversi fattori (esigenze personali) che sono legati alla dimensione dell’ufficio, impresa o agenzia nella quale si opera. Di conseguenza si ha un aumento delle dimensioni dell’attività pubblica e della condizione di monopolio nella quale si trovano i vari uffici (Niskanen).
La burocrazia pubblica tende a produrre a costi elevati per l’inefficienza
operativa attribuibile in larga misura non solo alla peculiarità del
lavoro amministrativo rispetto alle normali attività produttive ma
anche alle difficoltà di misurare i risultati, all’ambiguità
delle tecnologie, e alla molteplicità degli obiettivi.
Al contrario di ciò che afferma Niskanen esistono ragioni di contrasto
fra dimensione dell’ufficio e interessi personali dei burocrati: un’espansione
dell’offerta di beni e servizi da parte dell’ente pubblico riduce
le risorse disponibili per il pagamento degli stipendi dei burocrati.
A parte le precisazioni che modificano i vari aspetti della burocrazia pubblica, il vero problema consiste negli aspetti differenziali con l’analogo comportamento della burocrazia privata. I problemi fondamentali relativi all’attività dei burocrati pubblici sono:
L’obiettivo dei politici è di evitare l’elusione dei compiti, la corruzione dei funzionari da parte di individui che potrebbero trarre vantaggio da un loro specifico comportamento e la formazione di oligarchie burocratiche tali da sostituire le peculiari preferenze dei pubblici dipendenti a quelle espresse attraverso il processo democratico. Questo obiettivo lo si può conseguire in due modi:
Quale modo per ottenere il comportamento dei burocrati dipende da numerose circostanze; in linea generale è riconosciuto che il controllo della burocrazia rientra nell’ambito più vasto dei problemi di delega e non esistono soluzioni ottime di primo ordine.
L’azione dei politici riflette quella delle classi e dei gruppi sociali più numerosi e/o potenti, quindi va rivista l’idea del governo come di una rappresentanza indistinta della volontà del popolo. Si accetta allora l’idea che ogni azione pubblica abbia effetti diversificati sui vari gruppi sociali, ad esempio che una politica per l’occupazione abbia effetti diversi da una politica antinflazionistica su obiettivi come la distribuzione del reddito nei suoi molteplici aspetti. In definitiva, il governo è una istituzione di una società e tende a sancirne la conservazione o plasmarne il mutamento. Ciò avviene con la spinta delle forze sociali e con la possibilità di indirizzare il processo di formazione e esecuzione delle scelte pubbliche attraverso un sistema di controlli e incentivi ai politici e ai burocrati. A seconda del grado di coesione esistente fra i vari gruppi sociali la politica pubblica potrà avere un maggiore o minore carattere di generalità (rivolte all’interesse generale).
Gli obiettivi di efficienza e di equità possono essere meglio perseguiti attraverso l’opera di istituzioni private che pubbliche; questo perché dal mutato funzionamento dell’economia scaturiscono problemi che risulta difficile gestire in termini delle esistenti istituzioni e che danno origine a interventi pubblici poco efficaci. Ci sono inoltre contributi dottrinali quali quello di Coase, di Simon (mercato istituzione più adatta) o della Public choice che evidenzia le inefficienze ed iniquità che si associano all’azione pubblica come conseguenza di questa ipotesi di comportamento. Sprechi, calcoli errati, difficoltà a reagire a problemi nuovi si sono verificati e giustificano se non la riduzione dell’intervento pubblico, una sua riforma.
Il problema essenziale è se i fallimenti del non mercato (fallimenti del governo o dello stato) possono essere valutati come i fallimenti del mercato e se sono superabili o no.
La letteratura economica individua 3 punti rilevanti per l’analisi dell’importanza relativa del rischio morale nelle istituzioni pubbliche e private:
In sintesi il rischio morale è un problema comune alle strutture di governo pubbliche e private. Due sono le argomentazioni della maggiore gravità dei problemi di incentivo per le istituzioni pubbliche sono: il maggiore numero di strati nel rapporto di delega e la molteplicità degli obiettivi e degli indicatori di successo nel caso dello stato.
Sono numerosi i modi per risolvere i problemi di rischio morale nell’ambito pubblico; ci sono svariate ragioni per le quali le imprese pubbliche possono fornire ai loro managers gli stessi incentivi delle imprese private con ampia base azionaria. Inoltre l’esistenza di regole può certamente limitare l’arbitrio dei politici e dei burocrati e la capacità discrezionale di intervento dei politici per contrastare shocks inattesi, che provochino effetti depressivi (discrezione o inflazione?).
Le decisioni di politica economica devono essere viste come il risultato
di un processo dinamico che tenta di sviluppare regole e strutture organizzative
per far fronte a vari limiti nella informazione e nelle azioni dei vari operatori.
Ipotizziamo che i problemi di delega possano essere affrontati nell’ambito
pubblico con lo stesso grado di successo ottenibile nell’ambito di istituzioni
private. L’obiettivo è di costruire una teoria normativa dell’intervento
pubblico consapevole delle alternative esistenti in presenza di una realtà
sociale variegata.
La scelta del tipo di intervento va operata più specificamente nei termini dei seguenti elementi:
A parte questi elementi è necessario rafforzare le istituzioni pubbliche:
L’attribuzione a specifici organi dello Stato di alcune funzioni di politica economica può avere una giustificazione in termini di efficienza. Il decentramento può essere verticale o orizzontale:
Alla base del federalismo fiscale sta la constatazione che i beni pubblici
hanno diverso grado di non rivalità: per alcuni esistono economie di
scala per l’intero sistema economico (beni pubblici puri); per altri
le economie di scala si esauriscono a livelli inferiori (fenomeni di congestione).
L’efficienza allocativa richiede che il governo centrale fornisca i
primi tipi di beni (difesa, ricerca) e che le strutture di governo territorialmente
decentrate forniscano gli altri beni (istruz.).
L’efficienza economica della forma di stato federalista (Tiebout) argomenta
che se le persone possono liberamente muoversi sul territorio dello Stato,
esse possono decidere di risiedere nella circoscrizione che offre loro il
pacchetto preferito di imposte, servizi e regolamentazioni. Ogni circoscrizione
che fornisca servizi inefficienti perderà parte della popolazione e
delle imposte relative, quindi sarà indotta a migliorare i servizi.
Il federalismo può assicurare un sistema di incentivi, risolvendo alcuni
dei problemi di azzardo morale nell’azione pubblica; ma ci sono degli
ostacoli che rendono difficile il funzionamento del meccanismo della mobilità
fra circoscrizioni che assicurerebbe l’efficienza nella fornitura di
servizi pubblici. Il funzionamento richiederebbe però alcune condizioni:
perfetta informazione delle politiche adottate in ogni circoscrizione, assenza
di limiti alla mobilità delle persone, assenza di costi per la definizione
dell’ambito territoriale e l’assenza di collusione fra circoscrizioni
inefficienti; al governo sono assegnati compiti equitativi.
Le autorità indipendenti AAI sono istituzioni che presentano caratteristiche
specifiche e margini di autonomia più elevati di quelli tradizionalmente
attribuiti agli organi amministrativi. Lo sviluppo delle AAI è in relazione
alle tendenze di ridimensionamento e riqualificazione della presenza pubblica
nell’economia, configurandosi come un processo di esternalizzazione
e di decentramento dell’apparato pubblico tradizionale. Riguardo alla
privatizzazione una parte delle funzioni che erano svolte dallo Stato centrale
sono svolte dal mercato sotto la vigilanza delle AAI.
In UK abbiamo i Quangos, organismi quasi governativi (tecnica-scientifica-culturale,
elevato grado di autonomia) e agenzie con il compito di gestire il controllo
pubblico sulle imprese privatizzate nei servizi di pubblica utilità.
Si individuano 3 gruppi di AAI:
Le AAI sono idonee a garantire elevati livelli di efficienza e di flessibilità amministrativa, e derivano da un ripensamento della stessa ampiezza e modalità dell’intervento pubblico e della crisi di fiducia verso le forme di rappresentanza politica.
Una dispensa sui " Fallimenti del 'non mercato' " inserita da Francy 83 il: 06/04/2005.