Analisi di bilancio e accordi di Basilea 2

Un articolo sull’analisi di bilancio e gli accordi di Basilea 2

Parliamo in questa dispensa dell’esigenza, da parte delle aziende italiane, di riconsiderare globalmente il modo di organizzarsi e di porsi sul mercato ovvero, in altre parole, il modo di “fare impresa”.

Ricordiamo che le determinazioni adottate a Basilea 2 imporranno a breve (2006/2007), sia pur con gli adattamenti necessari per il nostro Paese, un nuovo rapporto tra Banca e Impresa, nel quale le aziende saranno sottoposte continuamente alla valutazione della loro struttura economica, finanziaria e patrimoniale, e solo se otterranno un voto sufficientemente soddisfacente potranno godere del credito da parte delle Banche.

Già questa considerazione dovrebbe suggerire agli imprenditori d’iniziare, fin d’ora, un processo di revisione sistematico, al fine di traghettare le loro aziende verso una svolta epocale di mentalità e di cultura imprenditoriale, basata persistentemente su scelte gestionali guidate da una corretta e funzionale analisi di Bilancio. Ma a questa importante motivazione, consistente, lo ripetiamo, nel rischio di rimanere senza finanziamenti qualora l’impresa venga ritenuta non sufficientemente sana e quindi non meritevole di credito, ci permettiamo di aggiungerne un’altra secondo noi anche più importante e determinante. L’analisi del Bilancio, con lo scopo di cogliere le inefficienze strutturali dell’azienda e porvi immediato rimedio, canalizzando le decisioni imprenditoriali di gestione verso le vie tracciate dai risultati dell’analisi, va eseguita per la sopravvivenza stessa dell’impresa sul mercato, o quantomeno per impedire la drastica riduzione degli attuali margini di profitto e di quote competitive.

Basta quindi con gestioni aziendali improvvisate e svincolate da qualsiasi considerazione circa gli indici di Bilancio. Il futuro contesto economico, caratterizzato da esasperata concorrenzialità, spiccata variabilità della domanda ed elevato tasso d’innovazione tecnologica (cui si aggiungeranno, in qualche misura, le difficoltà d’accesso al credito per effetto delle risoluzioni di Basilea 2), premierà solo le imprese sane e virtuose, con strutture solide, efficienti ed aventi palesi capacità reddituali. Usciranno invece inevitabilmente fuori dal mercato le aziende guidate da imprenditori che, per incapacità, non hanno saputo cogliere e superare le patologie aziendali immediatamente dopo il loro verificarsi, adeguandosi anche all’evoluzione del sistema economico, non hanno saputo cioè indirizzare le proprie scelte di gestione sui criteri dettati da un’attenta analisi di Bilancio.

In sostanza, gli imprenditori devono migliorare la loro azienda non per gli altri, ma soprattutto per se stessi.

Allo scopo di aiutare le imprese in questa immane opera di cambiamento organizzativo e prima di tutto di mentalità operativa, ci permettiamo di esporre e spiegare i principali strumenti da utilizzare per una proficua analisi di Bilancio, nella speranza che essi diventino il criterio logico di riferimento e che la loro applicazione ai casi concreti fornisca un valido contributo all’imprenditore. E’ disponibile anche un sofware gratuito utilizzabile online (la descrizione e le istruzioni sono disponibili nella relativa pagina).

La nostra esposizione seguirà questa tabella di marcia:

RICLASSIFICAZIONE DEL BILANCIO

Come abbiamo detto il Bilancio ha l’importante funzione di fornire informazioni sull’azienda. Queste informazioni, lo ripetiamo a costo di essere ripetitivi, non sono riservate esclusivamente ai terzi (finanziatori, fornitori, soci, etc.) come spesso erroneamente si ritiene, ma servono principalmente all’imprenditore stesso per conoscere lo stato di salute della sua impresa e per apportare, di conseguenza, le necessarie correzioni di rotta alle politiche gestionali. Quindi, prima di passare all’esame della rielaborazione del Bilancio, la prima esortazione è proprio quella di fare il Bilancio, anche a cadenze periodiche inferiori all’anno (semestrali, quadrimestrali, etc.). Purtroppo in Italia l’obbligo della predisposizione (e deposito) del Bilancio incombe solo sulle società di capitali, ma il nostro prezioso consiglio è quello di redigere il Bilancio anche nel caso l’impresa sia costituita nella forma di società di persone o sia una semplice ditta individuale, perché il buon management aziendale non può più fare a meno dei dati e delle notizie contenuti in un Bilancio correttamente formato.

Per utilizzare efficacemente le suddette notizie, ai fini della valutazione per indici e per flussi della situazione economica, finanziaria e patrimoniale dell’azienda, occorre però procedere innanzitutto ad una riclassificazione del Bilancio. Questa operazione consiste nell’aggregare e raggruppare i molteplici valori del Bilancio per interpretare meglio l’andamento dell’impresa.

E’ appena il caso di accennare che i valori che andremo a riclassificare devono esser veri e corretti. E’ oltremodo stupido per esempio sopravvalutare le rimanenze o considerare esigibili crediti verso clienti che invece si sa già che non verranno mai riscossi. L’imprenditore che opera un’analisi su dati inverosimili, alla fine non inganna i terzi, ma solo se stesso, perché ottiene dall’analisi risultati fuorvianti, che lo porteranno a prendere decisioni manageriali completamente errate. Suggeriamo pertanto di procedere innanzitutto ad una rettifica dei dati di Bilancio, per trasformarli, laddove opportuno, in valori che siano i più veri possibili.

Detto questo veniamo alla parte tecnica, indicando il modo di rielaborare i due prospetti del Bilancio: Situazione Patrimoniale e Conto Economico.

Premettiamo che sui Bilanci redatti nella forma obbligatoria indicata dal Codice Civile la riorganizzazione dei dati è molto più agevole.

Iniziamo con la Situazione Patrimoniale.

Situazione patrimoniale al 31.12.2…
Attivo Passivo
Immobilizzazioni

  • materiali
  • immateriali
  • finanziarie

ATTIVO FISSO (AF)

Cap. Sociale  (CS)

RiserveUtile d’esercizio (R)(Perdita d’esercizio)

PATRIMONIO NETTO (PN)*
300
300
250
250
Magazzino

SCORTE (S)

ATTIVO CIRCOLANTE (AC)
Mutui passivi

TFR

Altri Debiti a medio e lungo termine

PASSIVO CONSOLIDATO (PL)
100
100
Crediti v/clienti (C)

Altri crediti

LIQUIDITA’ DIFFERITA (Ld)
400
400

450

450
Depositi e cassa
LIQUIDITA’ IMMEDIATA (Li)
Debiti v/fornitori (D)

Altri Debiti a breve

PASSIVO CORRENTE (PB)
50
50
550
150
150
TOTALE ATTIVITA’ (A)
TOTALE PASSIVITA’ (P)
850
850

(*) NB: nelle imprese individuali non ci sono capitale sociale e riserve ed il patrimonio netto è costituito dalla sola voce “capitale netto”, derivante dalla differenza fra attività e passività

Come si può vedere, il criterio di riclassificazione è abbastanza semplice: si elencano le voci in attivo in ordine di liquidità crescente e quelle in passivo in ordine di esigibilità crescente.

Le attività sono divise in due grandi tronconi: Attivo fisso, in cui vanno tutte le immobilizzazioni, e attivo circolante, diviso a sua volta in scorte, crediti (liquidità differita) e liquidità (immediata).

Le passività sono distinte in voci del patrimonio netto o capitale proprio (sono i finanziamenti interni), passività consolidate (sono tutti i debiti oltre l’anno) e passività correnti (sono i debiti con scadenze entro l’anno). I debiti consolidati e correnti rappresentano insieme i finanziamenti di fonte esterna (da terzi), che chiameremo Capitale di Credito (CC).

Ricordiamo che, in un’altra ottica, le passività costituiscono i finanziamenti (interni e da terzi) dell’impresa, mentre le attività raffigurano gli investimenti (fissi e circolanti) effettuati con l’utilizzo dei finanziamenti. Pertanto, le due sezioni della Situazione Patrimoniale (attivo e passivo) devono sempre coincidere come valore (totale attività = totale passività).

Passiamo ora a riclassificare il Conto Economico.

Conto Economico anno 2…
Ricavi delle Vendite (V)
1100
AREA DELLA GESTIONE CARATTERISTICA
– COSTO DEL VENDUTO (CV) Esistenze iniziali

120

– 520
+ Acquisti (Ac)

500

– Rimanenze finali (S)

100

MARGINE LORDO (ML)

580

– Costi commerciali
– 20
– Costi amministrativi
– 40
– Costi industriali
– 15
– Costi del Personale
– 70
– Accantonamento TFR
– 15
– Ammortamenti (Am)
– 10
– Altri costi
– 5

RISULTATO OPERATIVO (RO)

405

Proventi finanziari (PF)
100
AREA DELLA GESTIONE FINANZIARIA
– Oneri finanziari (OF)
350

SALDO DELLA GESTIONE FINANZIARIA (GF)

– 250

Proventi straordinari (PS)
25
AREA DELLA GESTIONE STRAORDINARIA
– Oneri straordinari (OS)
0

SALDO DELLA GESTIONE STRAORDINARIA (GS)

25

RISULTATO PRIMA DELLE IMPOSTE (RO +/- GF +/- GS)

180

– Imposte sul reddito (I)

95

RISULTATO NETTO D’ESERCIZIO (R)

85

La forma scalare del Conto Economico ha il grande vantaggio di fornire alcuni risultati intermedi, molto interessanti per comprendere l’andamento dell’impresa. In particolare la complessa gestione è divisa in tre aree:

  1. Gestione caratteristica (relativa all’attività tipica dell’azienda)
  2. Gestione finanziaria (relativa agli interessi sui capitali dati e presi in prestito)
  3. Gestione straordinaria (relativa alle operazioni una tantum, non rientranti nella normale attività imprenditoriale, come per esempio l’alienazione di cespiti)

I risultati intermedi riferiti a questi tre grandi settori danno informazioni importantissime, perché permettono di scomporre il risultato finale (utile o perdita) nelle sue componenti principali e individuare quindi l’area sulla quale eventualmente intervenire.

Inoltre, nella gestione caratteristica, è evidenziato un altro interessante risultato intermedio, che è il margine lordo, con il quale si quantifica il dato grezzo del ricarico sulle vendite, ottenuto dalla differenza tra fatturato e costo del venduto (costo del venduto = esistenze iniziali + acquisti – rimanenze finali).

ANALISI E INDICI ECONOMICI

Iniziando con l’analisi per indici (o ratios) è d’obbligo una prima e rilevante precisazione. Gli indici, di qualsiasi natura essi siano, esprimono un dato che è fondamentale per interpretare l’andamento dell’impresa, ma che è comunque riferito ad un certo momento. Per avere maggiore attendibilità dagli indici calcolati sui Bilanci riclassificati è opportuno rilevarli, quando possibile, almeno su tre anni consecutivi (cioè sugli ultimi tre Bilanci), in modo d’osservare non la fotografia dell’impresa in un certo istante, bensì il suo andamento nel tempo e verificare di conseguenza il trend (ascendente o discendente) della grandezza che si sta misurando utilizzando quel particolare indice.

Gli indici economici misurano la redditività dell’azienda, intesa come capacità di realizzare in futuro reddito positivo (utile).

Sono economici quegli indici che hanno, almeno al numeratore o al denominatore, un valore economico (cioè una voce desunta dal Conto Economico).

Elenchiamo di seguito gli indici di redditività (economici), fornendo nel contempo esempi e brevi spiegazioni degli stessi.

  1. Il ROE esprime la redditività del capitale di rischio.

ROE = R/PN = risultato netto d’esercizio/patrimonio netto

Il ROE indica il rendimento del capitale investito dai soci o dall’imprenditore. In altre parole, è la sintesi dell’interesse maturato, per effetto della gestione, sui mezzi propri investiti in azienda.

  1. Molto più interessante per capire l’andamento dell’impresa è il ROI, cioè la redditività di tutto il capitale investito.

ROI = RO/A = risultato operativo/totale attività

Il ROI ci dice la redditività della gestione caratteristica (che è il cuore di qualsiasi impresa) riferita alla dimensione aziendale (rappresentata da tutto il capitale investito, anche quindi dal capitale di terzi preso a prestito). Per la sua importanza, il ROI è giustamente considerato il “termometro” della capacità reddituale aziendale.

  1. Fra il ROE ed il ROI esiste un’interessante relazione, chiamata leverage o leva finanziaria.

ROE = ROI + (ROI – costo del capitale di credito) x (capitale di credito/patrimonio netto)

dove:

costo del capitale di credito = oneri finanziari/capitale di credito

La suddetta formula si legge così: la differenza fra il ROI ed il costo del capitale di credito subisce un effetto moltiplicatore in ragione del rapporto (di leva finanziaria) tra capitale di credito e capitale proprio. Per cui se il ROI è maggiore del costo del capitale di credito, il valore positivo, ampliato dal moltiplicatore, si aggiunge al ROI e determina un ROE numericamente più grande del ROI. Se, invece, il costo del capitale di credito supera il ROI, avremo un valore negativo che, una volta ampliato dal moltiplicatore, si sottrae dal ROI e definisce quindi un ROE più basso del ROI.

E’ inoltre opportuno notare come, nell’auspicabile caso di valore positivo della differenza ROI – costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore premia chi ha osato di più, cioè le imprese che hanno un rapporto tra mezzi di terzi (finanziamenti ricevuti) e mezzi propri (patrimonio netto) nettamente sbilanciato a favore dell’indebitamento verso l’esterno.

Viceversa, nel malaugurato caso di un gap negativo tra ROI e costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore attenua il danno alle imprese che si sono comportate più prudentemente, cioè che hanno limitato l’acquisizione di finanziamenti da terzi per utilizzare maggiormente i capitali di provenienza interna.

  1. L’indice ROI può essere facilmente scomposto in due altri importanti indici, infatti:

ROI = RO/A = RO/V x V/A cioè risultato operativo/vendite x vendite/totale attività.

Vediamo di capire questi due nuovi indici cominciando dal primo.

ROS = RO/V = risultato operativo/vendite

Il ROS è l’indice che identifica la redditività delle vendite, ossia quanta parte del risultato della gestione caratteristica scaturisce dal volume delle vendite effettuate.

Per esempio i grandi distributori al dettaglio (supermercati, ipermercati, etc.) avranno un ROS relativamente basso, perché il loro alto volume di vendite non è capace di generare molta redditività. Al contrario, attività imprenditoriali basate su alti ricarichi sui prodotti avranno un ROS elevato, perché l’esiguità delle vendite è contrapposta ad una redditività rilevante. E’ il caso delle attività artigianali e di alcune attività commerciali come i bar ed i negozi d’abbigliamento.

  1. La seconda componente nata dalla costola del ROI è la Rotazione del capitale investito.

Rotazione del capitale investito = V/A = vendite/totale attività

Questo indice ci dà una misura della capacità di vendere dell’impresa considerata, rapportando il dato delle vendite alla dimensione aziendale espressa dal totale del capitale investivo (totale attività).

  1. In altre parole, l’indice appena visto risponde alla domanda “quanto vende l’impresa analizzata”, non in valore assoluto, ma relativamente alla dimensione aziendale.Può essere utile però vedere a quale parte del capitale investito è da attribuirsi una performance o una debacle dell’indice in questione. A tale scopo possiamo dividere in due nuovi indici la rotazione del capitale investito. Il primo di essi è il seguente:

Rotazione del capitale fisso = V/AF = vendite/attivo fisso

E vediamo quanto il capitale fisso (le immobilizzazioni) dell’azienda ha contribuito alle vendite.

  1. Il secondo prende invece in considerazione l’altra parte del capitale investito, cioè il capitale circolante.

Rotazione del capitale circolante = V/AC = vendite/attivo circolante

Se il valore ricavato è interessante (positivamente o negativamente), c’è ancora la possibilità di un’ulteriore scomposizione di quest’ultimo indice per un’analisi di maggior dettaglio.

  1. Si può infatti scindere il capitale circolante nelle sue componenti, iniziando dai crediti.

Rotazione dei crediti verso clienti = V/C = vendite/crediti verso clienti

Esso definisce quante volte nel periodo considerato si è rinnovato l’intero portafoglio dei crediti commerciali. Da questo indice si può desumere per esempio come un risultato positivo sulle vendite possa nascondere un peggioramento del portafoglio clienti, dovuto al gonfiamento dei crediti incagliati o addirittura inesigibili.

  1. Inoltre, si può scindere l’indice di rotazione del capitale circolante in quest’altro indice economico che tiene conto delle scorte in magazzino.

Rotazione del magazzino = CV/S = costo del venduto/scorte

Che, indicando quante volte si rinnovano nel periodo le scorte, ci segnala l’eventuale verificarsi di situazioni indesiderate di “sovrascorta” all’interno del magazzino.

  1. Dagli indici di rotazione appena visti si possono ricavare (semplicemente invertendo i numeratori con i denominatori) i cosiddetti indici di durata media, riferiti al magazzino, ai crediti verso clienti e ai debiti verso fornitori.Vediamo subito l’indice di durata media del magazzino.

Durata media del magazzino = S/CV x 365 = scorte/costo del venduto x 365 giorni

Esso esprime i giorni di durata media delle scorte prima di un completo rinnovo del magazzino.

  1. Lo stesso ragionamento si può applicare ai crediti verso clienti.

Durata media dei crediti verso clienti = C/V x 365 = crediti verso clienti /vendite x 365 giorni

L’indice fornisce l’importante informazione della dilazione media accordata alla clientela in giorni.

  1. Stessa cosa per i debiti verso fornitori.

Durata media dei debiti verso fornitori = D/Ac x 365 = debiti verso fornitori/acquisti x 365 giorni

Che esprime, simmetricamente, la dilazione media riconosciuta dai fornitori in giorni.

ANALISI E INDICI PATRIMONIALI

Attraverso i ratios economici si dà una quantificazione delle funzionalità dell’impresa. Con gli indici patrimoniali si analizzano, invece, le caratteristiche strutturali dell’impresa, cioè le problematiche legate alla composizione della sua Situazione Patrimoniale.

Negli indici patrimoniali compaiono, sia al numeratore, sia al denominatore, valori tratti dal prospetto patrimoniale.

Occupiamoci prima delle fonti, ovvero della parte in cui sono evidenziate le passività dello Stato Patrimoniale riclassificato.

  1. Il primo indice che andiamo a descrivere è necessariamente quello che ci dà una misura della dipendenza da terzi finanziatori.

Grado di autonomia finanziaria = PN/P = patrimonio netto/totale passività

Questa grandezza indica quanta parte di 1 euro di finanziamenti proviene da mezzi propri (dei soci o dell’imprenditore) dell’azienda. Quindi, più è alto e più l’impresa si affida all’autofinanziamento per reperire i fondi da investire negli impieghi elencati tra le attività. Viceversa, più è basso e più l’impresa fa ricorso a fonti esterne per finanziare gli investimenti.

  1. Una volta appurato il grado di autonomia finanziaria o, se vogliamo, simmetricamente, quale complemento a 1 dell’indice di cui sopra, il grado di dipendenza finanziaria, può essere interessante rispondere alla seguente domanda: “quanta parte dei finanziamenti esterni deriva dall’indebitamento a breve?”

Grado di indebitamento corrente = PB/P = passivo corrente/totale passività

Che fornisce il peso dell’indebitamento a breve rispetto al totale delle fonti finanziarie. Vedremo, parlando degli indici finanziari, quanto può essere pericoloso un elevato indebitamento corrente, soprattutto per il fatto che esso va spesso a finanziare investimenti a lungo termine.

  1. Passando all’analisi del lato degli impieghi della Situazione Patrimoniale, vediamo l’indice che esprime il loro grado di elasticità.

Grado di elasticità degli impieghi = AC/A = attivo circolante/totale attività

Questo indice evidenzia il peso degli impieghi a breve rispetto al totale degli investimenti e quindi ci dice quanto è elastica la struttura attiva del patrimonio.

ANALISI E INDICI FINANZIARI

Anche gli indici finanziari hanno al numeratore e denominatore voci patrimoniali, ma la loro funzione consiste nello studio della situazione finanziaria dell’impresa, allo scopo di verificare l’esistenza o meno di un duraturo equilibrio finanziario tra entrate e uscite. Di conseguenza gli indici finanziari mettono in relazione le fonti e gli impieghi, tenendo conto dei rispettivi tempi di pagamento e di riscossione.

Vediamo i singoli indici.

  1. Un importante concetto è quello del Margine di tesoreria, che è dato dalla differenza: liquidità immediata e differita – passivo corrente, cioè in formula (Li + Ld) – PB .Dal margine di tesoreria si percepisce la probabile situazione di liquidità aziendale, perciò un segno negativo del margine sta a significare che l’impresa non sarebbe in grado, con la sua liquidità di prima e seconda linea, di far fronte agli impegni assunti a breve termine, se questi ultimi scadessero tutti insieme.Trasformando il margine, che è in valore assoluto, in un rapporto, ossia in un valore relativo, avremo:

Quoziente di tesoreria = (Li + Ld)/PB = (liquidità immediata + liquidità differita)/passivo corrente

Che ci dice quanta parte di 1 euro di impegni a breve siamo in grado di onorare con le disponibilità a breve dell’impresa.

  1. Analogamente, dal concetto di Margine di disponibilità (anche detto capitale circolante netto), che è dato dagli stessi termini del margine di tesoreria più le scorte (liquidità immediata e differita + scorte – passivo corrente, cioè in formula (Li + Ld + S) – PB), si ricava un valore della liquidità (o illiquidità) dell’impresa che tiene conto della possibilità di realizzo del magazzino (ovvero della possibile vendita a breve della merce immagazzinata), qualora ciò si rendesse necessario per adempiere gli impegni di prossima scadenza.Anche qui è possibile passare dal margine ad un ratios che ci è più familiare.

Quoziente di disponibilità = AC/PB = attivo circolante/passivo corrente

Ossia quanta parte di 1 euro di debiti a scadenza ravvicinata siamo in grado di pagare con la liquidità immediata e differita e con la vendita (sempre a breve chiaramente) delle scorte.

  1. Per concludere, il Margine di liquidità immediata, dà un’idea della situazione di liquidità aziendale prendendo in considerazione esclusivamente la liquidità monetaria (C/C bancario o postale e denaro in cassa) e i debiti correnti. La formula è Li – PB .

Quoziente di liquidità immediata = Li/PB = liquidità immediata/passivo corrente

E’ l’indice della liquidità monetaria dell’impresa, perché mostra quanta parte di 1 euro di debiti a breve possiamo saldare con le attività detenute in moneta.

ANALISI E INDICI DI PRODUTTIVITA’

Per comprendere appieno il concetto di produttività è opportuno ricordare alcune definizioni di economia politica.

Con il termine efficacia si misura quanta parte dell’obiettivo prefissato si è raggiunto. Per esempio, se il target della nostra azienda è la conquista dell’80% del mercato locale e poi si arriva al 70%, possiamo dire che la politica commerciale e di marketing messa in atto è stata efficace (o inefficace, se il risultato ottenuto non rientra nel range di tollerabilità) all’87,50% (= 70/80).

Con il termine efficienza ci si riferisce, invece, al rapporto tra risultati raggiunti e mezzi impiegati. Quando si utilizza questo parametro nel processo produttivo, esso assume il più appropriato nome di produttività, perché al numeratore ci sarà la produzione ottenuta e al denominatore la quantità di fattore produttivo (capitale o lavoro) che è stato necessario impiegare per quella produzione. Di conseguenza, se, per esempio, la politica dell’impresa punta alla produzione, in un certo lasso di tempo, di mille unità di un determinato prodotto, sarà più produttiva la combinazione industriale che richiederà, per il raggiungimento di quel livello, meno operai o meno beni strumentali.

Chiarito il fondamentale concetto di produttività, andiamo a vedere gli indici che la quantificano.

  1. Il primo è riferito al fattore produttivo lavoro e prende pertanto in considerazione il numero di addetti, cioè non solo i dipendenti, ma anche gli occasionali, i soci lavoratori, i collaboratori e chiunque altro abbia partecipato alla produzione nel periodo considerato.

Ricavi medi per addetto = V/n. add. = vendite/numeri addetti

Ci dice quante vendite ha prodotto in media ciascun addetto.

  1. Anche il secondo indice di produttività fa riferimento al fattore lavoro e quindi al numero di addetti.

Risultato operativo per addetto = RO/n. add. = risultato operativo/numeri addetti

Esprime quanta parte del risultato della gestione caratteristica ha prodotto (in media) ogni addetto.

  1. Quest’altro indice prende invece in considerazione anche il fattore capitale, rappresentato dalle immobilizzazioni materiali e immateriali.

Cespiti per addetto = (AF – immob. finanz.)/n. add. = (attivo fisso – immob. finanziarie)/n. addetti

Indica la quantità di cespiti a disposizione di ciascun addetto. Non è propriamente un’espressione di produttività, bensì un metro del grado di “industrializzazione” dell’impresa. Per cui un elevato valore dell’indice è sinonimo di alta tecnologia ed automazione nel processo produttivo.

ANALISI PER FLUSSI (CASH FLOW)

L’analisi per indici e la considerazione dell’evoluzione nel tempo di tali indici non esaurisce le possibilità di “scandaglio” del Bilancio alla ricerca di dati circa l’andamento dell’impresa. Anche lo studio del cash flow, cioè l’analisi per flussi, di derivazione anglosassone, è uno strumento molto importante per conoscere meglio la situazione aziendale, allo scopo di correggerne le anomalie.

Esso ricostruisce il bilancio e quindi le vicende che lo hanno determinato partendo dai percorsi finanziari che hanno caratterizzato la gestione. Seguendo questi percorsi, il cash flow permette di evidenziare i punti di forza e le carenze dell’impresa, in quali, a volte, non vengono mostrati dalla tradizionale analisi per indici di cui abbiamo parlato.

L’analisi del cash flow poggia su questi pilastri:

  1. I flussi sono le variazioni intervenute nelle voci patrimoniali dell’azienda, da un periodo all’altro. Per cui, se prendiamo in considerazione il Bilancio annuale, i flussi sono le variazioni intervenute tra le voci dello Stato Patrimoniale di un anno e quelle dello Stato Patrimoniale dell’anno successivo.
  2. La Situazione Patrimoniale, dal punto di vista finanziario, non è più considerata come la contrapposizione di attività e passività, ma il collegamento interdipendente tra le Fonti (passività) e gli Impieghi (attività), delle quali si calcolano le variazioni.
  3. Siccome il totale delle Fonti coincide sempre con il totale degli Impieghi, anche le variazioni delle voci di questi due aggregati dovranno sempre coincidere se sommate algebricamente (cioè rispettando il segno).
  4. E’ attribuito il segno più (+) all’incremento delle Fonti ed il segno meno (–) all’incremento degli Impieghi. Parallelamente, è assegnato il segno meno (–) al decremento delle Fonti ed il segno più (+) alla diminuzione degli Impieghi.
  5. Ci sono dei costi che per loro natura non producono flussi finanziari e che vanno quindi considerati come tali per avere la quadratura del cash flow con il Bilancio. I più importanti di essi sono gli ammortamenti, misurati nello Stato Patrimoniale dalla variazione dei fondi di ammortamento.
  6. Le variazioni delle voci del Capitale Netto (Utile, Riserve e capitale sociale) possono essere sostituite dalla rilevazione dell’ultimo Utile (il valore, non la variazione), della variazione del capitale sociale e degli utili distribuiti nel periodo considerato (indicati con il segno meno).

Siamo ora pronti per sviluppare il prospetto del cash flow.

Cash flow anno 2…
codice
voce patrimoniale
flusso finanz.
1
Utile d’esercizio 2… (R)
+ 1.000
2
variazione fondi ammortamento
+ 70
A
Cash flow potenziale (1 + 2)
+ 1.070
3
variazione scorte
– 600
4
variazione crediti verso clienti
– 130
5
variazione debiti verso fornitori
+ 290
B
Flussi finanziari correnti (3 + 4 + 5)
– 440
C
Flussi disponibili per uso strategico (A + B)
+ 630
6
variazione mutui passivi e altri finanziamenti non a breve
0
7
variazione capitale sociale
0
8
distribuzione utili nell’anno
– 200
9
variazione immobilizzazioni tecniche
– 640
D
Flussi utilizzati per uso strategico (6 + 7 + 8 + 9)
– 840
E
Avanzo (Fabbisogno) finanziario netto (C + D) utilizzato per (finanziato con)
– 210
10
variazione depositi bancari e postali
+ 15
11
variazione finanziamenti a breve
+ 195

Come si può vedere, il prospetto di cash flow fornisce una lettura della gestione dal punta di vista dei movimenti finanziari.

Ciò permette di comprendere aspetti tralasciati dall’analisi per indici. In particolare, nell’esempio riportato, vediamo che il cash flow potenziale, generato dalla gestione aziendale e indicato nella prima parte della tabella, ammonta a 1.070. Le restanti parti ci mostrano come questa disponibilità finanziaria viene impiegata. La variazione delle scorte e delle attività e passività commerciali riducono il cash flow potenziale, che rimane tuttavia beneficamente di segno positivo (+ 630). Questo importo è utilizzabile per le strategie imprenditoriali del management. Nell’esempio la Direzione ha deciso di impiegarlo in larga parte per l’investimento in beni strumentali. Inoltre, si è potuto deliberare la distribuzione degli utili ai soci. Da queste operazioni è derivato un fabbisogno finanziario netto di 210, che è stato finanziato soprattutto facendo ricorso a finanziamenti a breve termine (per esempio con l’aumento dello scoperto di C/C).

VALUTAZIONE PER INDICI DI UN’IMPRESA DA PARTE DELLA BANCA PER UNA RICHIESTA DI FIDO

Vediamo ora come opera la Banca allorquando deve valutare un’impresa allo scopo di affidarla. Facciamo innanzitutto presente che quanto si dirà è frutto di una semplice elaborazione a scopo didattico, per cui l’esempio riportato non corrisponde, per metodologie, valori e parametri utilizzati, alle effettive procedure di affidamento adottate da un particolare Istituto di credito.

Pervenuta all’Ufficio fidi della Banca una richiesta di prestito, esso provvede ad istruire la pratica di fido, allo scopo dichiarato di valutare l’azienda per verificarne il merito creditizio, cioè la probabilità di rimborso puntuale alla scadenza dell’eventuale somma accordata.

E’ a questo punto che entra in gioco l’analisi per indici del Bilancio. Nell’istruttoria, infatti, si cercherà di determinare la situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa, nonché la sua capacità reddituale, essendo quest’ultima l’unica vera garanzia per il recupero del finanziamento erogato.

Ricordiamo che, prossimamente, la valutazione aziendale da parte della Banca assumerà anche un’altra funzione: quella dell’attribuzione del rating. Abbiamo accennato ampiamente nell’introduzione a come gli accordi di Basilea 2 potrebbero modificare profondamente il tradizionale rapporto Banca-Impresa, nel senso di un maggior controllo sull’andamento aziendale da parte della prima sulla seconda. Abbiamo anche detto come l’introduzione nel nostro ordinamento delle decisioni di Basilea 2 potrebbero provocare una forte stretta creditizia, a causa della rigidità cui le banche dovranno attenersi nel valutare l’Impresa, il suo andamento e la sua affidabilità creditizia. Tutto ciò comporterà forse un nuovo e molto più severo procedimento d’istruttoria dei fidi, teso ad attribuire all’azienda sottoposta a verifica il cosiddetto rating, ossia una valutazione complessiva della sua competitività, produttività, solidità, liquidità e redditività. Tale rating dovrà essere periodicamente revisionato per garantire alla Banca il probabile recupero dell’investimento effettuato sull’impresa. Quindi, solo le aziende veramente meritevoli potranno ricevere finanziamenti, le altre saranno inevitabilmente tagliate fuori dall’accesso al credito, da parte di tutto il sistema bancario.

Fatta questa importante premessa sull’importanza di avere un’impresa sana e competitiva, vediamo come la Banca utilizza l’analisi per indici per valutare l’azienda richiedente il fido.

Laddove possibile, l’Istituto di credito chiede, in sede d’istruttoria del fido, gli ultimi tre Bilanci d’esercizio. In questo modo, l’analisi congiunta sui tre anni di gestione permette di cogliere l’importante dato informativo costituito dall’evoluzione nel tempo degli indici ricavati dalle voci di Bilancio.

E’ ovvio che gli importi indicati nei Bilanci devono essere veri e rispondenti alle scritture contabili dell’impresa. Qualora si riscontrino delle anomalie che facciano presumere l’esistenza di dati non corretti o palesemente errati, la Banca procederà alle opportune rettifiche delle voci di Bilancio. Quest’operazione preliminare è fondamentale, perché, chiaramente, l’analisi condotta su dati inverosimili porta a risultati completamente lontani dalla realtà. Per esempio è frequente la svalutazione dei crediti, da parte della Banca, in quanto si rileva la presenza di una percentuale di questi divenuta ormai inesigibile, così come è d’uso la correzione delle rimanenze di magazzino indicate grossolanamente nell’attivo dello Stato Patrimoniale e, per variazione, nel Conto Economico.

Operati gli opportuni aggiustamenti delle voci di Bilancio, gli analisti bancari inizieranno a riclassificare i Bilanci forniti e, successivamente, calcoleranno gli indici (economici, patrimoniali, finanziari e di produttività) nel modo che abbiamo visto.

E’ importante ribadire che gli indici dei tre anni saranno poi messi in ordine cronologico, per fornire una visione globale del trend (ascendente, discendente, costante o variabile) delle grandezze rilevate nel corso del periodo di riferimento.

Ma come viene attribuito il rating, ossia la valutazione finale, all’impresa analizzata?

Il procedimento per l’attribuzione del rating è sostanzialmente il seguente.

Nel nostro esempio ipotizziamo, per semplicità, di determinare un rating elementare (formato da 4 gradi di giudizio) e che gli indici calcolati sui Bilanci dell’impresa richiedente fido siano solamente i seguenti:

  • ROE
  • ROI
  • ROS
  • Rotazione del capitale investito
  • Grado di autonomia finanziaria
  • Quoziente di tesoreria
  • Quoziente di disponibilità
  • Quoziente di liquidità immediata

La prima operazione da fare è la media aritmetica, per i tre anni disponibili, dei valori di ciascun indice. Ovviamente c’è anche la possibilità di non poter contare su dati riguardanti un arco di tempo triennale, è il caso ad esempio di un’azienda appena costituita. In questo caso la Banca lavorerà necessariamente sui valori riferiti agli esercizi esistenti, oppure rafforzerà le analisi e lo studio dei dati previsionali, tramite lo strumento del Business Plan, ovvero della programmazione preventiva (che è una traduzione molto riduttiva del significato di Business Plan).

Ottenute le medie temporali, si attribuisce ad ogni indice un giudizio numerico sulla base di una scala graduale di valori.

La tabella seguente chiarisce meglio il concetto.

Peso di ponderazione INDICE giudizio1 giudizio2 giudizio3 giudizio4
1 ROE < 0 0,00 – 0,10 0,11 – 0,20 > 0,20
2 ROI < 0 0,00 – 0,10 0,11 – 0,20 > 0,20
1 ROS < 0 0,00 – 0,05 0,06 – 0,10 > 0,10
1 Rotazione del capitale investito < 0,50 0,50 – 1,00 1,01 – 2,00 > 2,00
3 Grado di autonomia finanziaria < 0,15 0,15 – 0,25 0,26 – 0,35 > 0,35
2 Quoziente di tesoreria < 0,80 0,80 – 0,90 0,91 – 1,00 > 1,00
3 Quoziente di disponibilità < 1,00 1,00 – 1,40 1,41 – 1,80 > 1,80
3 Quoziente di liquidità immediata < 0,05 0,05 – 0,15 0,16 – 0,25 > 0,25
totale 16
FASCE DI RISCHIO (RATING)
0 – 1 1,01 – 2 2,01 – 3 3,01 – 4
Rischio elevato Rischio consistente Rischio normale Rischio basso

NB: in evidenza con il colore giallo le classi di valori corrispondenti alle medie triennali degli

indici di Bilancio e la valutazione finale attribuita alla nostra ipotetica azienda.

La prima colonna elenca il peso di ponderazione degli indici, perché non tutti gli indici hanno la stessa rilevanza ai fini della valutazione del grado d’affidabilità dell’impresa. Generalmente le banche attribuiscono discrezionalmente pesi diversi agli indici, privilegiando come importanza gli indici che hanno al numeratore e denominatore voci del Patrimonio. Questo perché ritengono (giustamente) che i valori del Conto Economico siano spesso meno attendibili, in quanto artificiosamente “ritoccati” per motivi fiscali.

Una volta individuate le classi di valore in cui ricadono le medie triennali degli indici di Bilancio, non rimane che moltiplicare il singolo giudizio per il relativo peso (cosiddetta ponderazione) e dividere la sommatoria dei risultati ottenuti per il totale dei pesi.

Il valore così calcolato è messo in relazione con una scala di giudizi (vedi sopra) che rappresentano la sintesi della valutazione complessiva dell’impresa, cioè il suo rating.

INDICE GIUDIZIO PESO GIUDIZIO X PESO
ROE 3 1 3
ROI 2 2 4
ROS 1 1 1
Rotazione del capitale investito 2 1 2
Grado di autonomia finanziaria 1 3 3
Quoziente di tesoreria 2 2 4
Quoziente di disponibilità 2 3 6
Quoziente di liquidità immediata 1 3 3
Totali 16 26
Rating = 26/16 = 1,625 (rischio consistente)

Nel nostro esempio il valore di rating di 1,625 corrisponde al giudizio di rischio consistente (classe 1,01 – 2) e quindi evidenzia una situazione aziendale non meritevole di credito bancario. In siffatta ipotesi l’impresa difficilmente accederebbe al finanziamento richiesto.

Ricordiamo inoltre che , in base agli accordi del comitato di Basilea 2, un rating poco brillante come quello determinato nell’esempio, escluderebbe l’impresa cui viene attribuito da qualsiasi forma di credito da parte dell’intero sistema bancario.

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Autore: Steve Round

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