La valutazione e l’autovalutazione delle imprese – Basilea 2

Un articolo sulla valutazione e l’autovalutazione delle imprese dopo l’introduzione dei criteri di Basilea 2

Molto si è detto e scritto sulle nuove modalità di accesso al credito da parte delle imprese e si è sempre posto l’accento sulla capacità e qualità informativa delle imprese e, di riflesso, sull’esigenza di più chiare, puntuali e dettagliate informazioni da parte degli enti creditizi.

Una maggiore trasparenza informativa (già adottata da molte imprese e a volte “reclamata” dalle banche) è indispensabile per ottenere un rating realistico ma, in parallelo ed in aggiunta alla trasparenza informativa, l’obiettivo di un rating realistico può essere perseguito dalle stesse imprese manovrando i fattori che influenzano la probabilità of default (PD).

Come noto, il concetto di rating si sviluppa compendiando quattro variabili:

  • PD = probabilità di fallimento (probability of default);
  • LGD = probabilità di perdita in caso di fallimento (loss given default);
  • EAD = esposizione al momento del fallimento (exposition at default);
  • M = durata residua (maturity).

Mentre LGD, EAD e M sono almeno in parte influenzate dal mercato, la variabile PD è in toto governata dall’azienda. Ci si può chiedere, dunque, cosa può fare l’impresa per mitigare e far tendere al suo minimo la probabilità di fallimento (da intendersi, naturalmente, non solo in chiave globale, cioè di tutta l’impresa, ma anche in relazione al singolo progetto o investimento da finanziare). In questo senso i fattori che possono essere manovrati per tendere all’obiettivo della minimizzazione della probabilità di default sono:

  1. struttura patrimoniale;
  2. capacità finanziaria e relativa struttura;
  3. qualità dei ricavi;
  4. capacità e reputazione del management;
  5. posizionamento nel settore merceologico di appartenenza;
  6. qualità e tempestività delle informazioni;
  7. politica di bilancio;
  8. rischio Paese.

Tutti questi fattori apparentemente si commentano da soli, ma occorre chiedersi quali sono le leve che l’azienda può manovrare per la loro ottimizzazione. Escludendo le rilevazioni di carattere meramente contabile, le imprese dovranno tassativamente rivedere la propria organizzazione e nel prossimo futuro l’area della finanza aziendale dovrà diventare la funzione più rilevante e decisiva per il sostegno dei processi di crescita e di affermazione competitiva. In questo senso la priorità sarà la gestione dei dati forniti al sistema bancario in termini soprattutto di coerenza e continuità informativa che tendano alla creazione di vere e proprie serie storiche che evidenzino il trend globale dell’impresa ed i trend specifici di ogni sua funzione.

Già negli anni scorsi la funzione finanziaria ha visto crescere la centralità del suo operato: mentre negli anni sessanta questa rivestiva un ruolo marginale (questo periodo storico, noto come “boom economico”, si contraddistingue per disponibilità di capitali particolarmente abbondanti a condizioni particolarmente vantaggiose con tassi relativamente bassi e stabili, condizioni che isolavano la funzione finanziaria nella più generica area dell’amministrazione e che permettano alle imprese di porre prevalente attenzione alla gestione delle risorse in funzione della ottimizzazione del ROE), negli anni seguenti ha cominciato a rivestire un ruolo sempre più critico in quanto si poneva come l’unica funzione aziendale con mezzi e professionalità tali da fronteggiare le criticità sorte dalla prima grande fase di recessione che l’economia italiana dovette subire (progressivo aumento dei costi delle materie prime e del lavoro, riduzione e volatilizzazione del risultato operativo, costante crescita dell’inflazione, tendenziale aumento dell’indebitamento e dell’incidenza degli oneri finanziari, riduzione dei profitti e della capacità di autofinanziamento). In questa fase l’attenzione si sposta progressivamente dall’uso del capitale al suo costo finché, negli anni novanta, la funzione finanza non assurge a funzione autonoma e centrale alla quale viene demandato il controllo dell’equilibrio di bilancio, la gestione delle risorse aziendali imperniata sullo sviluppo sostenibile e sulla creazione del valore e sulla predisposizione di specifici strumenti di misurazione e di analisi.

Proprio queste ultime peculiarità vengono enfatizzate dal nuovo trattato di Basilea: è opinione comune che solo le imprese più “virtuose” potranno effettivamente usufruire dei benefici del trattato, ma è un dato di fatto che il tanto declamato “virtuosismo” delle imprese deve, gioco forza, passare per una funzione finanziaria dinamica e centrale nei processi decisionali aziendali. È lecito chiedersi, a questo punto, come realizzare concretamente questo nuovo ruolo della finanza aziendale. Di concerto con gli altri ruoli amministrativi, la funzione finanziaria deve operare nell’obiettivo di predisporre tutte quelle informazioni sull’equilibrio patrimoniale, economico e finanziario, cioè tutte quelle informazioni che costituiscono la base per valutare la solvibilità dell’impresa: il bilancio consuntivo, il rendiconto finanziario (che espone i flussi di cassa generati ed assorbiti dalle diverse aree della gestione), il bilancio e tutti gli altri documenti di carattere previsionale (che, se attendibili, forniscono utili indicazioni sull’andamento futuro delle attività e sul futuro assetto economico, patrimoniale e finanziario dell’impresa).

Il processo di valutazione della situazione economico – finanziaria consiste quindi nella riclassificazione dei dati di bilancio, nell’analisi dei rendiconti preventivi e consuntivi e nel calcolo dei principali indicatori sintetici dotati di particolare valore segnaletico. La solvibilità dell’azienda è influenzata dal suo posizionamento all’interno del settore e delle sue caratteristiche: occorre precisare che spesso, trattandosi di informazioni costose e di difficile reperimento, la banca non dispone di dati adeguati sul settore e di dati di dettaglio sul posizionamento dell’impresa quindi è probabile che l’istituto di credito effettui confronti tra l’impresa ed i suoi concorrenti utilizzando i dati più facili da reperire (il bilancio consuntivo, ad esempio).

Per evitare che l’azienda sia “ostaggio” (o “vittima”?) di valutazioni empiriche ed a volte approssimative fatte dalle banche, questa deve avere una percezione il più possibile chiara della propria posizione rispetto a ciascuno degli elementi rilevanti ai fini della determinazione del rating: sarà quindi utile implementare un sistema di autovalutazione mirato ad investigare la capacità di produrre reddito e soprattutto cassa, il livello di indebitamento (dal quale dipende il livello minimo dei flussi di cassa da produrre per evitare il default) e la capacità di effettuare previsioni finanziarie accurate.

Uno degli elementi da prendere in considerazione per la valutazione e l’autovalutazione dell’impresa è la sua redditività, il cui indicatore più importante è il risultato operativo, poiché esprime il risultato economico della attività di acquisizione dei fattori produttivi e di trasformazione e commercializzazione dei prodotti finiti. Per svolgere la propria attività normalmente le imprese ricorrono ad enti finanziatori esterni (è diffusa la prassi del multiaffidamento), per cui la gestione caratteristica deve produrre un reddito operativo sufficiente a remunerare le risorse ottenute da terze economie (il risultato operativo, in altre parole, deve coprire il risultato della gestione finanziaria). È ovvio che se il reddito operativo è negativo gli oneri finanziari devono trovare copertura dagli investimenti finanziari: all’interno di un valido processo di autovalutazione occorre dunque verificare se l’attività caratteristica produce un utile ed in quale misura il reddito netto dipende da attività estranee a quella caratteristica (cioè dalla gestione accessoria, straordinaria o dalla residua interferenza fiscale).

Il percorso di valutazione delle banche e di autovalutazione delle imprese passa, infine, per l’analisi dei principali indicatori sintetici della redditività (gli indici di bilancio):

  • ROE;
  • ROA;
  • ROS;
  • TURNOVER;
  • ROI.

Il ROE (rapporto tra reddito netto e capitale netto) sintetizza la redditività del capitale proprio evidenziando la redditività complessiva dell’impresa. Anche se risente delle variazioni di capitale e del carico degli oneri finanziari, questo indicatore deve essere sempre alto e crescente (anche se oltre certi limiti potrebbe evidenziare non una ottima redditività quanto invece un capitale netto insufficiente) e può essere interpretato valutando la redditività delle singole aree della gestione.

Il ROA (rapporto tra reddito operativo e totale attivo) misura l’efficienza nella gestione del capitale, quindi misura la capacità dell’impresa di trarre profitto dagli investimenti. Calcolato in funzione del risultato operativo, il ROA non risente della gestione finanziaria ma è influenzato solamente dai risultati delle politiche relative all’impiego dei fattori produttivi ed alle politiche di posizionamento sui mercati di sbocco. In linea di massima questo indicatore dovrebbe essere sempre elevato ed, essendo fortemente influenzato dal sistema di appartenenza, è opportuno confrontarlo con i valori degli esercizi precedenti e con le imprese dello stesso settore.

Soprattutto se il valore di questo indicatore è basso oppure decrescente nel tempo, per una sua maggiore comprensione può essere utile scinderlo nelle sue due componenti; infatti il ROA si compone dalla seguente equazione:

ROA = ROS x TURNOVER

dove naturalmente il ROS (return on sales) indica la redditività delle vendite come rapporto tra reddito operativo e vendite nette) mentre il turnover (o indice di rotazione, come rapporto tra vendite nette e capitale investito) indica quante vendite sono state prodotte per ogni euro investito in impresa.

Il ROA dipende dunque sia dai margini realizzati sui ricavi sia dalla rotazione del capitale investito, vale a dire dall’entità dei ricavi prodotti attraverso il capitale investito. Questo indicatore può essere migliorato rafforzando il margine sulle vendite oppure realizzando maggiori volumi di vendita a parità di capitale investito. Se, per contro, il ROA risulta insoddisfacente occorre capire se questo è il risultato di un basso margine sulle vendite oppure di un basso volume di vendite rispetto al capitale investito, oppure di entrambi i fenomeni.

L’ultimo indicatore rilevante ai fini della valutazione della redditività dell’azienda è il ROI, calcolato come rapporto tra il reddito operativo ed il totale delle risorse finanziarie investite nell’impresa (debiti a breve e a medio e lungo termine e capitale netto): questo indicatore fornisce una indicazione approssimativa della massima remunerazione disponibile per tutti i prestatori di risorse (banche, azionisti ed eventuali altri finanziatori esterni). È opportuno che questo indicatore sia particolarmente elevato in quanto segnala (per lo meno in via approssimativa) che l’impresa dispone di risorse adeguate per remunerare i finanziatori.

Per concludere, questi indicatori in una visione d’insieme consentono di valutare se l’attività è in utile o in perdita e se il reddito prodotto è adeguato rispetto alle risorse che sono state impiegate per ottenerlo. Si tratta in ogni caso di strumenti di sintesi della redditività, della quale forniscono solo un quadro generale; inoltre sono utili solo calcolando e confrontando nel tempo il loro valore ed il corrispondente trend nel tempo. Infine, il confronto è più efficace se viene effettuato con i valori medi di settore o di altre imprese, quando disponibili.

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Autore: Francesco

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