Lost in translation

Una recensione del film ‘Lost in translation (L’amore tradotto)’

lost-in-translationBob Harris (Bill Murray), una ultracinquantenne stella del cinema americano sulla via del tramonto, accetta di trasferirsi a Tokyo per girare, in cambio di una paga esorbitante, lo spot pubblicitario di una nota marca di whisky locale. Nel suo stesso hotel alloggia Charlotte (Scarlett Johansson), giovane moglie di un affermato fotografo che la trascura, lasciandola intere giornate da sola ad attenderlo. Nel corso delle loro lunghe notti insonni, i due si incrociano lungo i corridoi dell’albergo e il loro casuale incontro si trasforma presto in una delicata e intensa amicizia.

Il soggetto scelto per il film è, evidentemente, uno tra i più abusati che si possano immaginare, ma la regista figlia d’arte, Sofia Coppola, non scivola nel facile errore di realizzare una banale commedia sentimentale. Con grande garbo ed eleganza, racconta la storia di due anime sole e disorientate, accomunate dalla delusione per un matrimonio insoddisfacente e dal senso di frustrazione nei confronti del lavoro, che se in un caso è in fase di declino, nell’altro non sembra ancora aver prospettive di avvio.

Sullo sfondo di una Tokyo sconosciuta e incredibilmente frenetica, elevata ad emblema di tutte quelle altre culture, con le quali noi occidentali facciamo fatica a confrontarci, l’incontro tra Bob e Charlotte è il frutto inevitabile di una disperata necessità di comunicare. Soprattutto in Bob è evidente la difficoltà di inserirsi in un contesto che non lo comprende e che egli stesso non comprende. Gli equivoci nati dall’uso di una lingua indecifrabile danno a Bill Murray l’occasione di cimentarsi in innumerevoli gag spassose che, se in apparenza sono basate sulla semplice incomprensione linguistica, in realtà celano proprio un’incapacità di capire e adeguarsi ad una società così distante e diversa dalla propria. Charlotte, che meglio sembra inserirsi in quell’ambito cittadino straniero, lo trascina in una serie di strampalate avventure notturne alla scoperta della capitale giapponese, tra strane esperienze, incontri bizzarri e solenni ubriacature.

Fortunatamente la regista ci risparmierà uno scontato happy ending e i due potenziali amanti si perderanno per tornare alla loro iniziale solitudine.

Nell’ambito di un ritmo narrativo volutamente avvolgente e rilassato, la parte più godibile del film è certamente quella legata agli impacciati tentativi di comunicazione tra Bob e i giapponesi, esilarante ma con un velo di amarezza. Assolutamente folgorante l’interpretazione di un Murray in forma smagliante, che ci regala una delle sue prove più brillanti e intelligenti.

Lost in translation (L’amore tradotto)
Regia: Sofia Coppola
Genere: drammatico
Origine: USA 2003
Durata: 142′

Questa recensione è stata concessa a Studiamo-Web da:

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Autore: Il Vulcanico

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