Storia della televisione italiana

Dal monopolio RAI alla TV tematica: com’è cambiata la televisione nazionale

In Italia il servizio televisivo iniziò nel 1954 ad opera della RAI, in regime di monopolio pubblico e sotto controllo governativo, insieme al servizio radiofonico. Era un’offerta televisiva limitata e senza concorrenza, in bianco e nero (il colore giungerà negli anni ’70) e su un solo canale, disponibile in alcune ore soltanto della giornata, per non ostacolare il lavoro, lo studio ed il riposo.

Il decollo della TV italiana avvenne tra il 1956 ed i primi anni ’70. Nel 1961 arrivò il secondo canale e nel 1979 il terzo.

Questa TV aveva un palinsesto settimanale e non giornaliero (palinsesto significa “raschiato più volte” ed evidenziava la necessità di riscrivere varie volte la programmazione, spesso sulla base di pressioni politiche) e pertanto ogni serata era dedicata ad un genere diverso, in un’ottica di televisione fatta di appuntamenti attesi con ansia (TV festiva), da accendere quando si è interessati ad un certo programma e non per fruirne continuamente come nell’odierna televisione (definita, di conseguenza, TV feriale).

Gli indici di ascolto, oggi tanto importanti, non interessavano affatto, perché si puntava al gradimento dei programmi anziché all’ascolto.

Umberto Eco coniò più tardi il termine paleotelevisione per la vecchia TV del monopolio RAI, in contrapposizione alla neotelevisione che nacque in seguito, con il “duopolio” – tutt’ora in corso –  RAI-Fininvest (ora Mediaset).

Nel monopolio televisivo il potere di decidere cosa far vedere ai telespettatori spettava ai dirigenti RAI, che lo esercitavano in forma “paternalistica”, ritenendosi, con molta presunzione, i “responsabili” della formazione di tutti gli italiani. C’era quindi un’evidente impostazione pedagogica del servizio pubblico.

Riguardo al cosa fosse più adatto per gli spettatori, la programmazione girava intorno ai generi televisivi:

  • il varietà;
  • l’informazione;
  • la commedia;
  • il film;
  • la TV dei ragazzi;
  • la TV per gli agricoltori;
  • rubriche culturali.

Si cercava di distribuire questi generi sul palinsesto settimanale e, come accennato, si arrivava ad avere in ogni serata un genere particolare:

  • il lunedì il film (i film cinematografici erano molto centellinati e comunque mandati in onda al lunedì proprio per non rubare troppi spettatori al cinema);
  • il martedì la commedia;
  • il giovedì il quiz;
  • il venerdì le rubriche culturali;
  • il sabato il varietà.

La TV italiana trasmetteva grandi eventi, cerimonie e cronache sportive, adattava per il piccolo schermo opere teatrali, musicali e letterarie (mediante gli ormai celebri romanzi sceneggiati o teleromanzi in più puntate) e produceva in studio rubriche a cadenza settimanale. L’informazione, oltre che dai burocratici telegiornali o TG, era fornita dai seriosi rotocalchi e dalle pedanti tribune politiche.

I primi quiz erano veramente difficili, per specialisti e professori universitari, poi con il tempo si è capito che la massa televisiva era più facilmente attratta da quiz e giochi a premi molto semplici e familiari.

Negli anni ’70 il monopolio pubblico della Rai entrò in crisi per una serie di fattori, tra i quali il più importante è stato sicuramente quello economico, consistente nel forte stimolo a realizzare ingenti profitti grazie alle potenzialità pubblicitarie che lo spazio televisivo – ancora vergine – prometteva.

Le emittenti televisive private si moltiplicarono, ma ben presto si formò, nel 1984 circa, il duopolio tra la Rai e l’allora Fininvest.

Cambiò inevitabilmente il modo di fare TV, configurandosi così la nuova televisione o neotelevisione.

Caratteristiche della neotelevisione sono innanzitutto lo spostamento dell’equilibrio, nel rapporto fra intrattenimento ed altre forme di programmazione (come l’informazione e la cultura), verso l’intrattenimento, che ingloberà ben presto tutti gli altri generi, compresi quelli molto lontani dallo spettacolo, come i documentari, lo sport e le news.

Poi la TV assume una forte impronta generalista, cioè offre prodotti con un contenuto socio-culturale medio, in grado di raggiungere tutti gli spettatori, il c.d. grande pubblico, senza distinzione di sesso, età, classe e categoria sociale d’appartenenza.

Arriva l’Auditel e si inizia a guardare i programmi avendo la possibilità di valutare costantemente altre scelte in virtù di un nuovo strumento: il telecomando. Tale modalità di visione/comportamento televisivo è stata definita zapping.

La programmazione televisiva diventa molto più ampia: la TV prende vita anche in fasce orarie fino ad allora sconosciute come il mattino e la tarda notte.

Si passa dall’attesa del raro evento televisivo alla scelta tra tanti e diversi programmi, in tutte le ore della giornata, anche in competizione tra di loro. Nasce quindi la concorrenza televisiva, con i suoi pro ed i suoi contro.

La TV festiva si trasforma in TV feriale e la programmazione, abbandonato il palinsesto, assume sempre più i toni del flusso televisivo, composto da brevi testi narrativi o di intrattenimento, semplicissimi da capire e modellati inesorabilmente sul formato generalista.

Da questo punto in poi si registrano numerosi ed interessanti cambiamenti nei prodotti televisivi.

Negli anni ’70 il programma televisivo principale, quello su cui si imperniano tutti gli altri, diventa il contenitore, inteso come un metagenere che incorpora tutti i vecchi generi.

Nasce anche il talk show, che letteralmente significa spettacolo parlato.

I conduttori di questi nuovi programmi acquisiscono, per ciò stesso, un grande potere politico, perché sono visti dai telespettatori vicini alla gente comune e spesso in contrapposizione alla classe politica, che viceversa era considerata – anche allora – lontana dai problemi quotidiani della popolazione.

Inizia anche l’invasione di fiction americana, attraverso le series televisive, e dei cartoons giapponesi di scarsa qualità (perché molto a buon mercato) e spesso estremamente violenti. Non tutti sanno che per molto tempo le emittenti hanno continuato ad acquistare, dal mercato orientale, cartoni animati per adulti, per poi tagliare le scene di nudo e trasmetterli nel pomeriggio all’interno della TV dei ragazzi.

A livello di emittenza locale entrano impetuosamente in scena televendite e telepromozioni (c.d. “vetrinette” televisive), maghi e veggenti, astrologhe e fattucchiere. Spesso e volentieri dietro questa TV prettamente commerciale si nascondono vere e proprie truffe a danno degli spettatori.

Negli anni ’80 si rafforza ulteriormente il potere dei conduttori di talk show, grazie al moltiplicarsi di tali programmi.

Inoltre, cresce e si sublima il processo di trasformazione dei principali programmi televisivi non di spettacolo in prodotti comunque improntati all’intrattenimento ed allo spettacolo. Tutti gli altri generi televisivi sono fagocitati dall’intrattenimento (dall’entertainment). Nascono così dei neologismi per descrivere questi recenti prodotti della TV:

  • l’infotainment, miscuglio di informazione e cultura sotto forma di spettacolo televisivo, come p.es. i rotocalchi pomeridiani che ricostruiscono un evento di cronaca, anche grave, come fosse una fiction;
  • l’edutainment, che fa la stessa cosa con i documentari, spiegando le cose e facendo divulgazione scientifica mediante filmati informali ad hoc ed accostamenti tra fiction storica e cultura (cosiddetti docudrama);
  • lo sportainment, che coinvolge nello spettacolo lo sport e soprattutto il calcio (si parla infatti dello “spettacolo dello sport”), attraverso veri e propri talk show riservati al calcio ed allo sport in genere.

I quiz televisivi diventano eccessivamente familiari e semplici, in modo da raccogliere intorno alla TV tutti gli spettatori, anche di fascia culturale bassa: sempre quindi in un’ottica fortemente generalista.

Inoltre, non c’è più la volontà di salvaguardare il cinema, per cui arrivano sullo schermo televisivo (in un flusso man mano più sostenuto) tantissimi film, comprese le prime visioni cinematografiche. Di conseguenza il cinema entra in crisi: chiudono le sale e crollano le vendite dei biglietti, in una spirale viziosa che perdurerà fino ai giorni nostri (ovviamente aggravata dalla TV a pagamento e dall’esplosione dei film a noleggio, prima in VHS e poi in DVD).

Infine, si assiste in questo periodo all’offerta di una mole sempre più massiccia di fiction d’importazione, soprattutto dagli USA (con qualche prodotto nostrano, tipo le miniserie: produzioni TV articolate in poche puntate ed eredi dei vecchi sceneggiati televisivi), da utilizzare nel pomeriggio e nel prime time serale.

Si distinguono a tale proposito i seguenti prodotti TV:

  • le series o telefilm, fiction a puntate in cui ciascuna puntata è un episodio a parte, autonomo, che non si ricollega agli altri della serie: se ne potrebbe tranquillamente alterare l’ordine di programmazione senza nessuna controindicazione per le storie. Le trame sono poi di una semplicità straordinaria: un evento modifica l’ordine delle cose (e la spensieratezza dei personaggi) e per tutto il tempo dell’episodio/puntata i protagonisti cercano di ricomporre l’ordine perduto, per sistemarlo regolarmente alla fine del telefilm;
  • serial, telefilm che negli anni ’80 hanno preso il posto delle series. Se ne differenziano perché hanno una storia più articolata, imprevedibile ed avvincente, che si estende su più puntate (le quali hanno quindi una loro memoria, concatenandosi alle precedenti ed alle successive). Le trame interagiscono spesso con la realtà ed i personaggi crescono e si evolvono nel corso dei vari cicli del serial (c.d. stagioni televisive);
  • le soap operas, commedie sentimentali americane incentrate sulle travagliate vicende (soprattutto sentimentali, con grande intreccio di corna) di pochi personaggi principali. Sono spesso produzioni aperte, cioè senza una conclusione programmata, e quindi di lunghissima durata (alcune di esse sono iniziate nel dopoguerra e sono ancora in onda). Generalmente sono girate in interni;
  • le telenovelas brasiliane, di modesto costo (e scarsa qualità). Sono la versione sudamericana delle soap USA, dalle quali divergono per l’elemento sentimentale, più cupo ed elementare, e perché il meccanismo narrativo è chiuso, destinato cioè alla conclusione;
  • le sitcom (situation comedy), della breve durata di 30 minuti, sempre girate in interni, hanno la caratteristica di avere una trama particolarmente brillante ed umoristica, frequentemente al limite del verosimile. Sono ricche di battute e gag, spesso accentuate da un sottofondo artificiale di risate ed applausi.

Dagli anni ’90 ad oggi la televisione mostra invece i segni di un maggior desiderio di rappresentare la realtà (o presunta tale) che ci circonda.

Si comincia con la semplice trasmissione degli spettacoli registrati senza la previa e tradizionale “pulitura”, nel montaggio, delle sbavature del programma. Ad esempio se durante uno show preconfezionato cade una luce oppure il presentatore fa una gaffe, in sede di post-produzione si evita di tagliare il pezzo incriminato, lasciando la possibilità al pubblico a casa di vedere quanto è successo. Una volta era severamente vietato, secondo una ferrea regola non scritta, inquadrare le telecamere di ripresa, ora il must televisivo vuole almeno un’inquadratura a trasmissione di macchina ed operatore, perché fa più TV verità. Peraltro la telecamera ripresa da altra telecamera è – per usare la terminologia di Umberto Eco – un simulacro, in quanto essa è sicuramente non operativa al momento dell’inquadratura.

Si prosegue poi con quella che è stata chiamata TV di servizio, divenuta in seguito la caratteristica distintiva della programmazione di Rai 3: ecco dunque arrivare nelle case degli italiani le vicende realmente vissute dalle persone nelle aule dei tribunali, gli scherzi compiuti all’insaputa della vittima (in una versione rivista e aggiornata della vecchia candid camera), le confessioni intime della gente riguardo le proprie disavventure sentimentali, i tentativi competitivi di conquistare il bello o la bella di turno, nonché i programmi che mirano a scoprire la verità su determinate vicende storiche o giudiziarie, a ritrovare individui scomparsi, a denunciare le truffe perpetrate a danno dei cittadini, a rivelare i vizi dei personaggi pubblici ed a tutelare i consumatori dai venditori disonesti.

L’ultima ed estrema variante di questa rigorosa tendenza verso la TV realtà (o real TV) è ovviamente la produzione dei famigerati reality show, prodotti che da qualche anno ci perseguitano con tutti i loro numerosi replicanti. Si tratta di portare in scena quella che è definita la realtà (ma in concreto è più fiction che realtà, spesso pure magistralmente manovrata per suscitare consensi e audience), vale a dire la situazione vera di personaggi noti o sconosciuti, mediante la messa in onda, in diretta (vera o falsa) ed in continuo, di quanto accade in una casa, in una fattoria, in un’isola o in una palestra di aspiranti talentuosi.

Il meccanismo, pur con le sue diverse modalità, è sempre lo stesso: ci sono molteplici prove di abilità da superare ed alla fine, in una gara senza esclusione di colpi e con il voto e la partecipazione del pubblico da casa, si designa il vincitore dell’edizione annuale del reality. A lui spetteranno fama e popolarità.

I reality show sono il genere attualmente più alla moda, che va per la maggiore. Il motivo è strettamente legato alla violazione della privacy delle persone coinvolte, che nella fantasia dei telespettatori gettano per l’occasione la maschera tipica dell’attore televisivo, per mostrarsi nella loro quotidianità, ma non mancano certo gli aspetti dell’esibizionismo e del pettegolezzo (gossip). Alla fine il reality piace per la sua capacità (reale o potenziale) di sconfinare nel morboso, nell’intrigante o nel contesto, largamente atteso, dello scandalo pubblico, diventando perciò abbastanza frequentemente nient’altro che TV spazzatura (trash TV).

Per concludere c’è nella televisione degli ultimi tempi il generale tentativo di ritornare ad una fiction di produzione propria e non solo per quel che riguarda il genere commedia, nel quale l’Italia ha sempre avuto una grande tradizione, prima cinematografica e poi televisiva. Si assiste alla moltiplicazione di serial italiani di carattere poliziesco, medico/ospedaliero o semplicemente di rappresentazione delle scene di vita quotidiana di famiglie appartenenti alla media borghesia nazionale. Molto spesso si copia dai grandi serial di qualità provenienti dagli USA o dalla Germania (che vanta una buona scuola di fiction televisiva), ma non mancano produzioni originali tutte nostrane.

Chiaramente la TV degli anni a venire dovrà necessariamente fare i conti con la concorrenza della pay TV o TV satellitare o TV digitale oppure, come sarebbe corretto chiamarla, TV tematica (in contrapposizione a TV generalista). L’impatto di quest’ultima con la TV in chiaro è via via maggiore, a causa dell’aumento del tenore di vita degli italiani che permette sempre a più famiglie di sopportare i costi della TV a pagamento.

La TV tematica, via cavo o via etere, non soppianterà mai la TV tradizionale (perlomeno ciò non è avvenuto negli altri Paesi), ma è altrettanto vero che le modalità d’offerta e lo stesso modo d’essere della TV in chiaro subiranno un inevitabile stravolgimento nell’immediato futuro.

Autore: Steve Round

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