Crisi delle società calcistiche

Un articolo sulla crisi finanziaria delle società calcistiche

Nonostante quello calcistico sia un mercato miliardario, le nostre società calcistiche attualmente registrano grandi perdite.

Tra ingaggi e salari dei giocatori abbiamo raggiunto una cifra record di 1 miliardo e 300 milioni di euro, si è quindi passati da una perdita di 37 ad una di 133 milioni di euro.

Ricostruiamo il cammino delle società calcistiche.

Nel 1991 la legge n. 81 trasformò le società sportive senza fine di lucro, in società per azioni con fine di lucro.

Un gran terremoto nel calcio è stata la sentenza Bossman, che ha tolto i limiti al tesseramento dei calciatori stranieri.

Ultima mossa, è stata la possibilità data alle squadre di contrattare i diritti televisivi; le società, potendo trattare liberamente questo diritto, possono così incrementare i propri ricavi.

Ma perché questo cammino ha portato a dei bilanci in perdita per quasi tutte le società calcistiche?

Perché i ricavi derivati dai diritti televisivi non permettono più di coprire i costi sostenuti per il loro acquisto. Questo perché il mercato della pay tv è in crisi in quasi tutta Europa. Ogni paese ha i suoi motivi, per quanto riguarda l’Italia, una delle cause è la pirateria delle smart card.

Fortunatamente le squadre italiane hanno stipulato contratti con canali a pagamento fino al 2005, quindi per altri 2 o 3 campionati i costi sono coperti.

Quali possono essere i rimedi?

I rimedi possono essere due:

  • aumentare i ricavi, attuando la via della diversificazione
  • limitare i costi

riguardo la prima soluzione, un esempio da seguire potrebbe essere quello del Manchester che ha creato un vero e proprio business intorno allo stadio dove gioca, in modo da creare dei ricavi in tutto l’arco della settimana attraverso dei servizi commerciali.

In Italia, la società che sta seguendo l’esempio, è la Juve (una delle migliori società calcistiche dal punto di vista finanziario), che sta cercando di acquisire lo stadio per creare un centro sportivo e commerciale per i giovani, ma ci sono molti impedimenti burocratici.

Molto più si potrebbe fare con la seconda soluzione, ossia diminuire i costi, come porre un limite allo stipendio dei giocatori. Con questo però si potrebbe andare incontro ad una fuga all’estero dei giocatori, dove verrebbero pagati maggiormente.

Altra prospettiva è l’investimento sui giovani, che sono il talento del futuro. Un giocatore di 30 anni diventa prigioniero del suo ingaggio, ossia, ha difficoltà a trovare un’altra società calcistica disposta ad investire su di lui.

Comunque, le squadre hanno bisogno di avere dei talenti pregiati per poter ottenere dei risultati, ma questi talenti costano, è se in fine il risultato di bilancio non è quello previsto, si è costretti a venderli.

Una soluzione a questo circolo vizioso è legare gli ingaggi ai risultati. Se i risultati non vengono ottenuti gli ingaggi non vengono pagati.

Questo contratto fu proposto da alcune società calcistiche a dei giocatori che lo hanno sottoscritto, ma ce ne sono altri che si rifiutano. Il rifiuto è dovuto al fatto che se la squadra non va, magari non a causa loro, sono costretti a rinunciare al loro stipendio.

Come questo discorso del salario legato al risultato si è introdotto nel lavoro, chiamiamolo ordinario, attraverso i contratti di lavoro flessibile, deve instaurarsi anche nella mentalità delle società calcistiche.

Una soluzione potrebbe essere quella di legare una parte del salario al risultato e garantirne l’altra.

È, infatti, del tutto svantaggioso, per la società calcistiche, pagare un giocatore che non sta dando i suoi frutti, oppure, pagarne uno infortunato.

Autore: Steve Round

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