Scienza delle Finanze
- Teorie sulla finanza pubblica e politica fiscale
Vediamo quali sono le teorie sull'attività finanziaria pubblica e come funziona la politica fiscale secondo Keynes

Indice articolo

  1. Introduzione alla scienza delle Finanze
  2. Spese pubbliche
  3. Entrate pubbliche
  4. Deficit o disavanzo statale e Debito pubblico
  5. Teorie sulla finanza pubblica e politica fiscale
  6. Bilancio dello Stato ed altri documenti di contabilità pubblica
  7. Principi e teorie del Bilancio dello Stato
  8. Imposte
  9. Fonti, principi ed effetti delle imposte
  10. Sistema tributario italiano
  11. Irpef
  12. Ires
  13. IVA
  14. Irap
  15. Imposta di registro

L’attività finanziaria della Pubblica Amm.zione non serve solo ad assicurare ai cittadini i servizi pubblici essenziali, ma riveste nelle economie moderne anche l’importante ruolo di strumento di politica fiscale.

Con la politica fiscale (o del bilancio pubblico) è possibile indirizzare il sistema economico verso gli obiettivi desiderati, i quali, per tutte le nazioni, possono riassumersi nei seguenti:

a)      piena occupazione delle risorse e dei fattori produttivi, soprattutto del lavoro umano (quindi lotta alla disoccupazione)

b)      aumento del PIL e del reddito pro-capite (cioè sviluppo del benessere e progresso tecnologico)

c)      contenimento dell’inflazione, ovvero della crescita generale dei prezzi, che provoca la svalutazione del potere d’acquisto della moneta

d)      stabilità monetaria e pareggio della bilancia dei pagamenti, che è il documento in cui si registrano tutte le transazioni commerciali da e verso l’estero

Tuttavia non è stato sempre così, perché è solo da pochi decenni che alla finanza pubblica è stata riconosciuta questa importante funzione di anello di trasmissione della politica fiscale.

E ancora oggi molti economisti affermano che l’intervento dello Stato dovrebbe avvenire in modo limitato e comunque utilizzando esclusivamente la politica monetaria (variazioni della liquidità ed azioni sui tassi di interesse), escludendo pertanto qualsiasi manovra di politica fiscale (considerata foriera di effetti fittizi ed in ogni caso di breve periodo).

In passato le vicende dell’attività finanziaria statale si sono inevitabilmente intrecciate con le accese discussioni sulla delimitazione della sfera pubblica e sul grado d’incisività da attribuire ai poteri dello Stato nell’ambito della libera autonomia privata.

La finanza pubblica ha così conosciuto tre diverse fasi storiche, a seconda della sua più o meno accentuata considerazione quale strumento di politica economica:

a)      Finanza neutrale.
Stando alla scuola classicalo Stato deve evitare d’intervenire nell’economia, perché il mercato è capace da solo di assicurare, in ogni momento, la piena occupazione, eventualmente riaggiustandosi automaticamente qualora provvisoriamente se ne allontanasse. Si tratta della teoria della mano invisibile, profetizzata dall’economista classico Adam Smith.

b)      Finanza socialista
Il marxismo predica invece un intervento massiccio dello Stato in economia, in quanto esso deve garantire il massimo sostegno possibile alle classi meno agiate, in ottica quindi di puro assistenzialismo e di equa redistribuzione del reddito, altrimenti sarebbero le classi capitalistiche ad avvantaggiarsi del mancato aiuto statale. Spazio quindi a trasferimenti, contributi, indennità, pensioni ed a tutte le altre spese appartenenti a quella parte dell’attività pubblica nota come finanza sociale.

c)      Finanza congiunturale
Con la crisi del ’29si prende finalmente atto che il mercato non è in grado da solo di ritornare al pieno impiego, soprattutto quando una grave crisi economica provoca una forte disoccupazione del fattore lavoro, con la conseguente insufficienza nella domanda di beni. Occorre quindi l’intervento dello Stato, attraverso le politiche economiche a sua disposizione: fiscale e monetaria.

Oggi si è ormai giunti alla conclusione che l’attività pubblica nel sistema economico è sicuramente necessaria, ma va svolta in modo equilibrato e senza turbare o limitare la libera iniziativa privata, a meno che non si debba perseguire un interesse generale, più importante per la collettività.

In particolare la politica fiscale deve sempre essere indirizzata verso gli obiettivi macroeconomici visti sopra (piena occupazione, lotta all’inflazione, ecc…), in quanto elementi essenziali per il benessere economico e sociale di tutto il Paese.

Possiamo pertanto chiamare della Finanza funzionale (agli obiettivi) l’attuale visione del ruolo della politica economica.

La politica fiscale (o del deficit spending) consiste nell’impiego di 2 leve fondamentali:

a)      l’aumento della Spesa pubblica

b)      la variazione delle Aliquote fiscali

Vediamo adesso come lo Stato utilizza queste 2 leve, ricordando che la teoria sottostante (che tanto ha rivoluzionato la concezione della politica fiscale) è stata elaborata inizialmente dal grande economista inglese J.M. Keynes.

Innanzitutto dobbiamo definire la domanda aggregata di beni.

La domanda o spesa aggregata di Keynes è la spesa totale effettuata in un sistema economico. E’ questa domanda aggregata che determina la produzione o reddito (PIL) di un paese.

La domanda aggregata si compone di (proviene da) 4 componenti:

a)      i consumatori, che spendono in beni di consumo (chiameremo C questa componente);

b)      le imprese, che domandano beni di investimento (gli investimenti delle imprese li definiamo con la I);

c)      lo Stato ed in genere la pubblica amm.zione, che attraverso la spesa pubblica crea domanda di beni nel sistema economico (la parte di spesa nel mercato proveniente dall’apparato pubbl. la identifichiamo con G);

d)      le esportazioni nette, cioè la differenza algebrica fra esportazioni ed importazioni, che creano domanda, proveniente dall’estero, se la differenza è positiva, o la diminuiscono, se negativa (questa componente di spesa, esterna al sistema economico, la chiamiamo NX).

Ignoreremo nella trattazione, per semplicità, quest’ultima componente della domanda aggregata, rinviando per maggiori approfondimenti al nostro corso di economia politica.

In formula, quanto detto finora sarà:

Spesa (o domanda) aggregata = C + I + G + NX

Siccome la spesa totale in beni e servizi non è altro che il reddito (PIL) di una nazione avremo anche:

PIL = C + I + G + NX

Oppure, per semplicità, come abbiamo detto:

PIL = C + I + G

Dopo aver visto come è formata la domanda aggregata (da C + I + G), vediamo come si forma l’equilibrio keynesiano del reddito.

Nella teoria keynesiana è la domanda aggregata che determina il reddito e la produzione.

La condizione d’equilibrio sul mercato dei beni è, quindi, semplicemente espressa dall’equazione:

Reddito = Domanda aggregata

Il grafico che esprime l’equilibrio è il seguente, dove la domanda aggregata è formata dalla somma dei consumi delle famiglie, degli investimenti delle imprese e della Spesa pubblica da parte dello Stato (C + I + G):

  

In figura, il punto E è quello che indica l’uguaglianza fra domanda aggregata e reddito.

Tale punto, d’intersezione della domanda aggregata con la bisettrice, rappresenta il punto che esprime l’uguaglianza fra domanda aggregata e reddito e, di conseguenza, l’equilibrio stabile del mercato dei beni.

La quantità Q* configura il valore della produzione o reddito nazionale (PIL) d’equilibrio, mentre la quantità Qp indica la produzione di pieno impiego dei fattori produttivi.

La conclusione che si trae da quanto detto è quindi questa: l’equilibrio economico (sul mercato dei beni) di Keynes non è necessariamente un equilibrio di piena occupazione, come invece dicevano gli economisti classici. Ciò è dimostrato dal fatto che Q* è inferiore (anche di molto) a Qp, che è il reddito di pieno impiego.

Ciò evidenzia pertanto la necessità, da parte dello Stato, di intervenire in economia quando si presentano situazioni con equilibri di sottoccupazione, come quella descritta dal grafico.

L’intervento dei pubblici poteri può avvenire attraverso le politiche fiscali di spesa pubblica.

Infatti, essendo la spesa pubblica G una componente della domanda aggregata, un aumento di G provoca necessariamente la crescita di quest’ultima, la quale, alzandosi nel grafico, determina un maggior livello della produzione d’equilibrio, più vicino a quello di piena occupazione, o, meglio ancora, coincidente con esso.

Il grafico seguente esprime l’aumento ipotizzato di spesa pubblica G, partendo, per chiarezza espositiva, da una situazione in cui la sfera pubblica è completamente assente.

  

L’inclusione (ovvero l’aumento) delle spese operate dalla pubblica amm.zione (per la difesa, per l’istruzione, per la salute, per le infrastrutture, ecc...), comporta un’elevazione della domanda aggregata e quindi della produzione d’equilibrio.

Perciò, la Politica fiscale di spesa pubblica è utile quando il Governo intende far uscire il sistema economico da recessioni e, comunque, da situazioni di sottoccupazione o disoccupazione dei fattori produttivi (più in particolare, dei lavoratori).

Quello che però è interessante notare è che l’aumento di produzione conseguente ad un incremento di spesa pubblica, è maggiore dell’aumento iniziale di G. Questo perché l’aumento del reddito, conseguenza dell’incremento di G, porta all’aumento anche dei consumi C, i quali hanno una relazione direttamente proporzionale con il reddito (la funzione C è crescente al reddito). Ne consegue che l’effetto dell’aumento di G è maggiore della quantità di G aumentata, perché c’è anche l’effetto reddito sui consumi e dunque la domanda aggregata cresce sia per l’aumento iniziale di G, che per l’aumento di C.

Questo processo di espansione del reddito, molto al di là dell’incremento della spesa pubblica G, è noto come moltiplicatore del reddito.

Quindi, la PF del Governo è maggiormente efficace per combattere situazioni di recessione, soprattutto quando riguardano la forza lavoro disoccupata.

Volendo dare una grandezza numerica al moltiplicatore del reddito:

Moltiplicatore = 1 / (1 – PMC)

dove PMC è la propensione marginale al consumo, cioè quanta parte di 1 euro è destinata al consumo di beni.

Di conseguenza, l’effetto sul reddito del moltiplicatore, in risposta ad una variazione della spesa pubblica è:

Incremento del reddito = incremento di G x Moltiplicatore

Per es., se PMC=0,30 e la spesa pubbl. G aumenta di 10 milioni, il reddito aumenterà di ca. 14,285 milioni.

E’ appena il caso di notare che la politica di spesa pubbl. G può essere utilizzata anche in direzione opposta, per raffreddare l’economia (in genere per la troppa euforia sui prezzi di mercato) e diminuire il reddito d’equilibrio. In questo caso il moltiplicatore del reddito aumenterà l’effetto recessivo della manovra di PF.

Finora abbiamo operato solo con la leva della spesa pubblica, ma possiamo utilizzare come strumento di politica fiscale anche la variazione delle aliquote fiscali.

Se ipotizziamo, nel sistema economico, una tassazione proporzionale al reddito (in realtà non è così, perché in Italia la tassazione è progressiva al reddito), il moltiplicatore del reddito si modifica in questo modo:

Moltiplicatore = 1 / [1 – PMC(1 – t)]

dove t è l’aliquota delle imposte.

Il moltiplicatore che tiene conto della tassazione sul reddito dei cittadini è meno grande e quindi meno efficace (ciò perché una parte del reddito dei consumatori va nelle casse dello Stato, come imposte sul reddito, e non può quindi essere consumata), ma ha il vantaggio di attribuire allo Stato la possibilità di agire anche sul livello di tassazione per modificare il reddito d’equilibrio. Infatti, modificando t nell’espressione di cui sopra, è possibile utilizzare il moltiplicatore per misurare il conseguente aumento (o diminuzione) della produzione.

Pertanto, la PF del Governo può essere attuata sia sul lato delle entrate, modificando la tassazione (t), sia sul lato della spesa, modificando il livello di spesa pubblica (G). Entrambe le manovre hanno efficacia sul reddito e sulla produzione, ma devono fare i conti con il disavanzo o deficit dello Stato.

Come sappiamo dalle precedenti lezioni, il deficit pubblico è la differenza fra entrate e spese e questa differenza, negli stati moderni, è generalmente negativa, dando origine appunto ad un disavanzo. Il disavanzo pesa sui cittadini, perché è finanziato con l’emissione di titoli pubblici (BOT, BPT, ecc...), che vanno ad incrementare il debito pubblico.

Il debito pubblico a sua volta aggrava il disavanzo, per la parte relativa agli interessi che lo Stato deve pagare sui titoli emessi.

Ecco quindi che nella scelta della PF da attuare per sostenere l’economia (variazione delle aliquote fiscali o del livello di spesa pubblica), lo Stato non è libero di decidere, ma deve considerare tutte le implicazioni sul disavanzo e sul debito pubblico che le sue decisioni comportano.

Concludiamo ricordando che, quando si impiegano entrambi gli strumenti della spesa pubblica e delle aliquote fiscali, vale in ogni caso la regola di Haavelmo, secondo la quale l’effetto espansivo di una maggiore spesa pubblica non è mai completamente annullato (per il maggior impatto del suo moltiplicatore) dall’eventuale pari aumento del prelievo tributario finalizzato a finanziare per intero la spesa pubblica addizionale. In questa evenienza (chiamata del bilancio in pareggio), il disavanzo statale rimane immutato ed il moltiplicatore del reddito è uguale a 1.


SteveRound - 16.3.2009

Tags:  keynes politica fiscale finanza pubblica teorie intervento
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Commenti
1.7.2012 blandino.fabrizio@virgilio.it
mi chiedo se possiamo inserire tra gli interventi citati anche la Massima Concorrenza in tutti isettori economici privati, per contrapporre l'inflazione e stimolare l'occupazione
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