Appunti di Economia Politica
- Disoccupazione e inflazione: fallimenti macroeconomici del mercato
Fallimenti macroeconomici del mercato

Indice articolo

  1. Economia politica: fallimenti microeconomici del mercato
  2. Disoccupazione e inflazione: fallimenti macroeconomici del mercato
  3. Politica economica: la teoria normativa
  4. Economia politica: i fallimenti del non mercato
  5. Beni pubblici
  6. Le banche e i depositi
  7. Politica fiscale
  8. Bilancia dei pagamenti
  9. Politiche commerciali
  10. I sistemi monetari

I fallimenti macroeconomici del mercato

Sulla capacità dei mercati reali di svolgere il ruolo di “mano invisibile” non si possono trascurare alcuni fenomeni (crisi) non spiegabili con i fallimenti microeconomici, come la disoccupazione, inflazione, squilibri di bilancia dei pagamenti e sottosviluppo. Queste sono manifestazioni della instabilità delle economie di mercato capitalistiche, cioè non solo la mancata convergenza del sistema economico verso un determinato equilibrio ma anche la possibilità che l’economia evolva secondo criteri non ottimali dal punto di vista dell’efficienza e/o equità e permanga in tali posizioni non ottimali. I fallimenti macroeconomici sono quelli connessi con l’instabilità delle economie di mercato. essi sono fallimenti perché denotano la presenza di inefficienze e/o iniquità; sono macroeconomici perché la teoria che meglio li spiega è quella macroeconomica.

Con disoccupazione si intende la disoccupazione involontaria; questa sorge quando vi sono lavoratori (potenziali) disposti a occuparsi al saggio di salario (reale) vigente o anche a uno leggermente inferiore, ma la domanda di lavoro è insufficiente per occuparli: l’offerta di lavoro risulta “razionata”. L’esistenza di disoccupazione involontaria configura una perdita di efficienza statica e dinamica per il sistema economico. Dal punto di vista statico essa implica la possibilità di migliorare la posizione di alcuni individui, senza peggiorare quella di altri, e il mancato utilizzo delle risorse umane ne implica il deperimento: per questo la sua possibilità di trovare occupazione si riduce con il tempo. La disoccupazione accresce inoltre l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito.

Le conseguenze economiche e sociali della disoccupazione possono essere temperate sul piano personale da interventi pubblici di ridistribuzione del reddito che consentano il pagamento di indennità di disoccupazione o “l’integrazione dei guadagni”. In Italia esiste la Cassa integrazione guadagni per integrare il salario dei lavoratori che vengono occupati a orario ridotto per effetto di una flessione di domanda.
L’esistenza di indennità di disoccupazione facilita i licenziamenti o le sospensioni del lavoro (lay-off), con il ridurne il costo per i lavoratori interessati e per le imprese stesse che si trovano di fronte a ridotte resistenze da parte dei lavoratori.

L’indennità di disoccupazione costituisce un costo economico per la società nel suo complesso. Questo costo si aggiunge ai costi non economici della disoccupazione che sono ricondotti alla frustrazione, emarginazione, aumento della criminalità etc… l’esistenza di tutti questi costi può spiegare l’impegno a perseguire la piena occupazione assunto nel dopoguerra sotto l’influsso delle soluzioni delle teorie Keynesiane. Questo impegno è condizionato perché riguarda solo la disoccupazione involontaria in quanto quella frizionale è normale in presenza di imperfezioni nel mercato. Inoltre la posizione di piena occupazione assume la natura di “precipizio”:

  1. perché gli effetti della pressione della domanda di beni si fanno sentire sull’offerta, che in pieno impiego è inelastica.
  2. L’assenza di disoccupati capaci di far concorrenza ai lavoratori occupati riduce il timore di licenziamento, il loro impegno nell’attività produttiva e al tempo stesso ne incentiva le richieste di aumenti salariali.

L’inflazione è di norma un aumento del livello generale dei prezzi e pertanto la perdita di valore della moneta. I tipi di inflazione sono numerosi, distinti:

  1. Dalle cause immediate, inflazione da domanda, da offerta, da profitti, finanziaria etc…
  2. Dal ritmo di aumento dei prezzi, inflazione strisciante, moderata, galoppante, iperinflazione.

L’inflazione da domanda deriva dalla pressione della domanda che si espande al di là della offerta disponibile in prossimità della piena occupazione delle risorse fisiche o umane. L’inflazione finanziaria deriva dalla crescita della spesa pubblica finanziaria in deficit (senza un pari aumento delle entrate fiscali) in condizione di prossimità al pieno impiego o da eccessiva creazione di credito da parte del sistema bancario.

L’inflazione da offerta si ha per effetto di shock che portano a ridurre l’offerta (calamità, guerre etc.); l’inflazione da costi consiste nel trasferimento sui prezzi dell’aumento dei costi dell’impresa (in genere quelli variabili); l’inflazione da profitti è connessa con l’aumento del margine di profitto (si ha con forme di mercato diverse dalla concorrenza perfetta)
L’inflazione importata è connessa con un prolungato aumento delle esportazioni del paese considerato stimolate da un eccesso di domanda di un paese estero (inflazione in quel paese), tutto ciò provoca un afflusso di capitali che fanno crescere la base monetaria e stimolano la domanda.

Quanto alla misura con la quale l’inflazione si manifesta si ha: strisciante (2-3% annui); moderata (minore di 10% annui); galoppante (tassi annui di 2 o 3 cifre); iperinflazione (tasso annuo di almeno 300%).
La misurazione avviene utilizzando i vari indici di prezzo disponibili: deflatore implicito del PIL o di suoi componenti, prezzi all’ingrosso, prezzi alla produzione, prezzi al consumo (gli indicatori differiscono per il contenuto del paniere).

Una pressione inflazionistica sorge quando i percettori dei vari redditi monetari (salari, profitti, rendite) cerchino di accrescere la propria quota nella distribuzione del reddito reale prodotto, a scapito degli altri. Dalle resistenze degli altri e/o dalla costanza della produzione reale totale scaturisce l’aumento dei prezzi. L’inflazione implica inoltre una redistribuzione della ricchezza; il valore di un obbligazione che sia fissa in termini nominali si riduce in termini reali: se ne avvantaggiano i debitori (enti pubblici) e risultano svantaggiati i creditori (famiglie); ma con meccanismi di indicizzazione (scala mobile), il salario è adeguato alle variazioni dei prezzi di un predeterminato paniere dei beni di consumo mantenendo invariata la distribuzione del reddito e della ricchezza.

Una moderata inflazione può essere benefica per l’intero sistema economico (stimolo all’investimento): le imprese vedono ridurre in termini reali i costi del capitale preso a prestito e l’aumento dei prezzi consente loro di incrementare i ricavi totali.
L’inflazione invece ha costi per la società in quando fa sorgere oneri per l’adeguamento dei listini o delle apparecchiature automatiche per il pagamento (menu costs e slot-machine costs) o come conseguenza della più bassa detenzione di circolante; questa è connessa con l’aumento del tasso di interesse che si associa all’aumento del tasso di variazione dei prezzi e con l’aumento del costo opportunità della detenzione di circolante: i maggiori costi resi necessari dai più frequenti prelievi dai conti correnti bancari vanno sotto il nome di shoe-leather costs.

La riduzione dell’inflazione è un obiettivo di politica economica per 2 motivi:

  1. Affievolimento dei conflitti sociali ad essa legati.
  2. Timore che si inneschi un fenomeno incontrollabile di iperinflazione.

Francy 83 - 6.4.2005

Tags:  disoccupazione inflazione fallimenti macroeconomici
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