Cesare Beccaria, Contro la pena di morte

Contro la pena di morte ad un anno dalla Moratoria dell’ONU

Dei Delitti e delle Pene, 1764

A un anno dalla Moratoria sulla Pena di Morte decisa dalle Nazioni Unite

Introduzione

L’atteggiamento nei confronti dei diritti, quelli che soliamo definire universali, deve rispondere a una capacità critica che spesso sfugge nella consuetudine delle riflessioni politiche. I diritti, seguendo l’approccio inaugurato dal filosofo italiano Norberto Bobbio, sono diritti storici. La loro natura varia al variare delle necessità e dei bisogni delle varie epoche storiche. L’universalità, o meglio la natura fondamentale di alcuni di essi, perciò, è fondamentale in merito all’epoca nella quale le forze sociali o culturali sono riuscite ad imporli. Bobbio si riferisce ad esempio alla libertà religiosa come condizione unica per uscire dalla spirale delle guerre religiose, oppure ai diritti borghesi all’alba della Rivoluzione Francese.

Da questa breve considerazione sulla natura storica dei diritti, si può partire per fare un’analisi non dogmatica né evangelica della pena delle pene, il supplizio finale.

Non dimentichiamoci, infatti, che ogni ragionamento convincente deve potersi costruire, almeno nell’epoca moderna, su un filone razionale e utilitaristico. Ciò consente, perciò, di poter riprendere le tesi contro la pena di morte che oltre duecento cinquanta anni fa, Beccaria propose.

Può apparire strano, ma ogni volta che si affronta un problema politico, in questo caso anche umano, l’atteggiamento corrente è sempre di tipo pragmatico, così da far precipitare il pragmatismo nel nuovo dogmatismo, ma ad ogni modo, resta pur sempre una condizione sufficiente per stabilire un contatto di reciproca comprensione, e davanti a tale pragmatismo bisogna in tutti i modi cercare di spezzare la sciocchezza e la stupidità del cinismo.

Potrei subito, senza ripensamenti, né correttezza, dire che la pena capitale è una menzogna. Un’inaccettabile prevaricazione delle prerogative dello Stato, un indelebile atto che non consente ripensamenti. Ma andando passo passo e con giudizio verso una presentazione convincente, il disgusto verso l’abietto deve contenersi, mi rammarico però e molto che ancora oggi si debba professare un principio di giustizia suprema rispetto ad una realtà assassina.

Bando ai sentimenti, provo ora a elencare il ragionamento lontano, ma così attuale che Beccaria propose e che da lì avrebbe dato inizio ad un lungo dibattito che tuttora continua ma che ha comunque permesso l’abolizione totale della pena di morte in centinaia di Stati nel mondo.

Il libro è breve e chiaro. Non starò qui a ripresentarlo e a commentarlo integralmente, c’è una lunga sezione sui reati, una sui processi, sulla giurisdizione, sulla tortura (tutt’oggi ampiamente praticato) e ancora sulla pena di morte. Mi limito in questa sede a seguire lo stesso ragionamento che Bobbio seguì nella trattazione che fece della pena di morte in molti suoi scritti e in molte sue conferenze. Le citazioni di Bobbio vengono da un testo raccolta, L’età dei diritti, 1990.

All’inizio parlavo della natura storica dei diritti, non l’ho fatto a caso, attraverso questa riflessione, infatti, volevo semplicemente far notare che sulla pena di morte non voglio discutere in assoluto, né storicamente; voglio semplicemente ripetere un concetto, che c’è sempre stato nella storia ma che evidentemente non ha mai avuto la forza necessaria per imporsi. Questo è il concetto che prevede un’impossibilità di pace e felicità in un mondo che si nutre di violenza. Bobbio in conclusione di uno dei suoi interventi contro la pena di morte, dice la medesima cosa.

“Dalla constatazione che violenza chiama violenza in una catena senza fine, traggo l’argomento più forte contro la pena capitale, forse l’unico per cui valga la pena di battersi: la salvezza dell’umanità[.]dipende dall’interruzione di questa catena. Se non si rompe, potrebbe non essere lontano il giorno di una catastrofe senza precedenti…”.

Limitante, è pensare se sia giusta in sé o sbagliata, ma se per tanti casi lo Stato ha assunto i connotati di Leviatano, di mostro “irresistibile” di precettattore Etico, non è forse giusto pensarlo una volta, come essere in grado di trascinare in avanti una condizione, non condivisa, certo, ma forse l’unica a garantire un progresso “morale”? Se lo Stato spezzasse la catena della violenza (la sua è la più mostruosa, perché legale) forse si potrebbe sperare in un miglioramento complessivo, si potrebbe porre fine a un alibi costruito sulla sopraffazione fisica di Stato.

Queste sono considerazione che sento condivise da moltitudini di uomini, di persone che ritengono il diritto come un ente ineffabile e relativo ma che può determinare il collante sociale della giustizia. Io mi fermo perché il mio dire spunta verso la fine della riflessione che ancora deve iniziare.

Dicevo Utilitarismo, ed è la forma effettiva di pensiero che Beccaria segue nella sua analisi contro la tortura e la pena di morte. Cosa intendo dire per pensiero utilitarista? Certamente un pensiero spurio, privato di proposte metafisiche e religiose, costruito sulle evidenze e le economie del pensiero, abbarbicato ad un’idea di Stato e società come risultato di una forma contrattualistica di convivenza civile. Nonché era un movimento filosofico di stampo illuministico nel senso di vicinanza alla ragione come criterio efficace e sufficiente per ordinare le cose del mondo. Ma soprattutto s’intende un’idea della felicità come fine dell’agire pratico.

Primo Passo:il fine delle pene, parte XII

“… è evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso… Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali…”.

Quindi il fine delle pene è e mi pare assolutamente condivisibile quello di punire il colpevole e di evitare che nuovi delitti si rinnovino. Abbiamo un fine pratico che è quello di prevenire attraverso la pena la possibilità che altri delinquano; poi c’è un fine più alto, diverso, che è quello della giustizia. Il reo deve pagare. Bobbio in merito a ciò riporta le tesi d’importantissimi filosofi che furono favorevoli alla pena di morte e tra questi si ricordano, spiacevolmente, Kant e Hegel. Diversissimi nel loro filosofare, entrambi complementariamente adducevano come ragioni alla pena capitale la necessità di ripagare il torto supremo con la stessa lama e di ristabilire con l’omicidio di Stato l’ordine dialettico del mondo. Pare scioccante, ma ripeto la necessità di andare avanti. Di tentare quel passo che tanto spesso si dice più lungo della gamba.

Il fine della giustizia è certamente un fine complesso, difficile da valutare, difficile da ordinare, però rimane una logica corretta che garantisce sia la via coercitiva, sia la giustizia sociale sia la ricerca dell’espiazione. Le ragioni per cui il reo non debba essere ucciso sono diverse e tra loro qualitativamente differenti.

Innanzitutto c’è la ragione detta contrattualistica, legale. Ovvero quella secondo cui, nell’atto costitutivo della società, nessuno avrebbe mai sottoscritto un accordo che prevedesse la possibilità di lasciare ad altri l’arbitrio della propria vita. Questa tesi, come giustamente ricorda Bobbio, è una delle più criticate e meno convincenti.

“ Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?[…] Non è dunque la pena di morte un diritto…”.

Il limite, ricorda Bobbio, di tutte le argomentazioni di Beccaria sta nel fatto che esse sono costruite su un criterio utilitaristico basato su una convinzione che può venire meno, l’efficacia della pena di morte. Sembra una sottigliezza ma Beccaria, non si affanna in giudizi etici o morali ma costantemente rinnova il suo scetticismo nei confronti di una pratica che a ben dire è si spregevole ma soprattutto inutile. Prima parlavo di approccio pragmatico, ma l’ho fatto con un preciso auspicio finale che è la fine della violenza, ma, in effetti, la tesi abolizionistica di tipo utilitaristico può essere soggetta a smentite, dice Bobbio: “ e se si dimostrasse che la pena di morte ha forza preventiva?”.

Tornando alle ragioni non propriamente contrattualistica, sul perché la pena di morte non dovrebbe più esistere negli ordinamenti del mondo, ricordiamo altre ragioni proposte da Beccaria. La più importante di queste è quella circa la c.d. emendazione. In pratica non si può uccidere un reo perché così non si consente al medesimo di accedere ai giardini del pentimento e dell’espiazione. La morte precluderebbe al colpevole la possibilità di sottrarsi alla giostra della colpa, attraverso un cammino di vita. Ma rimane che Beccaria usò prevalentemente la tesi utilitaristica, in altre parole, quella secondo cui non si deve uccidere perché la qualità della morte come pena, oltre ad essere una violenza, è inutile ed inefficacie.

Bobbio ha voluto, mirabilmente, ricordare, invece, che il primo che pose il problema dell’irreversibilità del giudizio capitale, quindi l’impossibilità di rivalutare il caso in circostanze dubbie, fu, stranamente, l’artefice del terrore, Maximilien Robespierre. Fu il primo che pose il problema dell’infinita ingiustizia che si procura ad un uomo ed ai suoi cari quando è condannato eppur innocente. Già questa semplice tesi, dovrebbe portare ad una sospensione di giudizio, quante volte i procedimenti giudiziari lasciano dubbi incolmabili?

Passo Due: La dolcezza della pena, parte XXVII

Questo è il paragrafo chiave, qui Beccaria introduce i concetti di certezza della pena e di proporzionalità. Fondando quindi la struttura portante delle argomentazioni contro la pena di morte.

“Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benchè moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità.”

La certezza della pena è indiscutibilmente molto più efficace nella prevenzione che non la ferocia di un’esecuzione dubbia. Chi delinque, in effetti, costruisce il gioco del delitto sulla speranza quasi certezza di poterla far franca, quindi si può anche costruire una legislazione dura, durissima, ma ciò chiaramente può divenire inutile se vi è una sacca d’incapacità repressiva evidente. Giusto, è inutile imbastire codici penali violenti e drastici se poi non si è in grado di colpire i soggetti delittuosi.

Sulla legislazione tenera, dolce, Beccaria impegna il lettore in un’innovatrice discussione sulla proporzione giusta della pena. Scrive:

“Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo e perciò tirannico”.

Si trascura che talvolta la pena ha forze che la pubblica opinione sottovaluta, inoltre è inutile credere che la forza della giustizia si regga su una legislazione forte. Per Beccaria, la priorità è la certezza, la proporzionalità è infine non l’ho ancora citata, la dimensione pubblica. La forza andrebbe meglio sostituita con l’equaglianza davanti alla legge. Meglio non andare oltre.

Quindi i termini volti a garantire una sorta di prevenzione sono, l’infallibilità, la proporzione e un altro ancora più importante l’estensione della pena.

Ultimo Passo: Della pena di morte, parte XXVIII

La deterrenza dei reati è la cosa più important; la pena per chi li ha commessi non può eccedere la misura e ho già spiegato le varie ragioni, ma adesso in conclusione voglio proporre la parte centrale del pensiero di Baccaria che riguarda la dialettica tra intensità della pena ed estensione della stessa.

“ Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che un forte ma passeggiero movimento.”

Intensione per intensità, ovvio, ma diciamo chiaramente cosa intende. Per il filosofo milanese, la deterrenza dei reati può rendersi possibile se le pene oltre ad essere infallibili, possano avere una natura che superi l’impressione dell’atto (patibolo) per scavare solchi di paura dettati dalla miseria che una vita in prigione può determinare. Cioè, mi spiego, l’efficacia di uno spettacolo di morte è dubitabile, uno perché rappresenta un “terribile ma passeggero” spettacolo, poi perché genera spesso oltre allo sdegno anche la compassione.

La pena capitale, in molte persone, infatti, genera approcci di tipo fanatico e persino di vanità, è vista come la fine di un percorso eroico, e comunque lontana, ai limiti del possibile. La pena è certamente quella con maggiore intensità ma è altrettanto in grado di scoraggiare il delitto? Continua Beccaria;

“L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggeri dolori che al tempo ed all’incessante noia[…] colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto da moltissimi e durevoli esempi.”

Oramai è chiaro. La deterrenza che la pena di morte produce è nulla rispetto a quello che potrebbe produrre la certezza della pena, la dolcezza della legislazione e l’estensione della pena stessa.

Attraverso la riflessione geniale e assolutamente necessaria di Beccaria, si pose la pietra di un dibattito profondamente serio e delicato, nel 1786 il Gran Ducato di Toscano per primo abolì il supplizio, poi altri vennero, e altri. Ma oggi ancora molti Stati indifferenti a ogni pressione continuano.

Voglio anche solo per un istante prendere sul serio il fatto che essa possa rappresentare un deterrente efficace e un sistema etico di giustizia corretto,  ricordo, io stesso nelle mie prime battaglie contro la morte legale, la mia banale argomentazione, come può lo Stato uccidere colui che persegue per omicidio?

Ho tentato con la filosofia di addurre ragioni, come piace a voi, pratiche. Ma non servirebbero nemmeno, perché ciò che oggi la forza delle coscienze vuole non è la giustizia sommaria ma la possibilità di condividere la redenzione. Costi quel che costi, ma il circuito della violenza non potrà mai cessare finché il più stolto degli alibi rimarrà in piedi. Non si tratta di superiorità né di umanesimo cristiano.

Leopardi in un bellissimo passo delle Operette Morali, sottolineò le ragioni del suicidio esistenziale, giuste, ma ribadì che nulla possono rispetto al dovere che abbiamo verso gli altri; in una condivisione umana delle impossibilità, in altre parole dei dolori che, anche se appaiono insanabili di certo la vendetta non renderà più dolci.

Autore: Leuco

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