Desublimazione repressiva: Marcuse, Pasolini e Pound

Un interessante confronto tra le filosofie di Marcuse, Pasolini e Pound

Introduzione

Il presente lavoro è un estratto di un famoso saggio anonimo che per un po’ di tempo ha circolato nei salotti dei fuori linea, dei pensatori non autorizzati, di coloro che tacciono.

“Saggio sulla riscoperta della coscienza felice” questo era il titolo originale, un lavoro reperibile su un sito non pubblicizzato e ad oggi chiuso, sbarrato. Ne sono venuto a conoscenza per puro caso, per un errore di battitura, e così raccolgo le parti più interessanti di quel lavoro libero, divulgabile e le lascio alle vostre di attenzioni, abbiatene cura e non lasciatele al vento. (Leucò)

Noi agiamo in virtù di ciò che riconosciamo utile.

Nel nostro tempo, più di tutto è utile la negazione: noi neghiamo.

Turgenev

1. Marcuse a confronto con Pasolini 

[…]

L’oggetto in causa qui, non è più “l’insieme disumanizzato delle Istituzioni contemporanee” nella loro oggettiva complessità formale e sostanziale o meglio ancora nella loro inettitudine ad un qualsiasi modello olistico, l’oggetto sarà, in questa circostanza, circoscritto alla sola cultura speculativa. Con ciò non voglio prepare un libello o magari un pamphlet contro il mondo delle immaginazioni e delle strutture cognitive critiche, ma al contrario voglio solo riproporre il tema marcusiano dell’assorbimento del negativo da parte del positivo con tutte le conseguenze connesse, alimentandolo della realtà socio economica di disgregazione ed annientamento che hanno subito le forze che avrebbero dovuto incarnare le spinte al negativismo assoluto.

Definire il mondo “stabilito” inetto alla logica politica del modello è una scelta discrezionale opinabile, ma che nasce dall’indiscussa consapevolezza di una fluidità dei fenomeni sociali, politici ed economici tale, da rendere qualunque intuizione semplificatrice un azzardo, un rischio.

Non esiste, chiaramente, un modello ideologizzato che governa il mondo, ma non si può negare che in linea di principio si sia affermata definitivamente la concezione morale ed etica dello sviluppo, della crescita e della produttività; da ciò conseguentemente viene fuori che l’ingranaggio complessivo del villaggio mondo sia costituito dall’egemonia culturale del vecchio atlantismo.

Anche quelli che appaiono fenomeni marginali di differenziazione rientrano perfettamente e prevedibilmente nella sfera ontologica classica del mondo nostro, europeo. Il problematico e disarmante cinismo che gioca sull’impossibilità di un qualsivoglia ingegneria politica quale affermazione negante lo status quo, atterrisce, lascia perplessi.

Quando poi si verifica che i residui di una logica interiore infarcita di fatalismo, si fondono col cinismo che alberga nelle coscienze infelici dell’Hominus Disillusus, si crea un composto che ha devastanti effetti diffusivi. Accade spesso che l’intellettuale si comporti come un untore che non diffonde una critica speranzosa e negazionista bensì una critica sagace ed opportunistica, positiva dunque.

L’umanesimo del nostro tempo accetta la sfida del terrore che gli lancia l’epoca dei bombardamenti atomici, dei campi di concentramento, delle camere di tortura che ancora in questo momento in altre parti del mondo, risuonano delle urla dei suppliziati; l’umanesimo del nostro tempo si sforza di non chiudere gli occhi di fronte alle immagini peggiori e di tenersi in piedi stringendo i denti. Ma ecco, a lungo andare, anche quest’atteggiamento di freddo stoicismo può diventare assuefazione, indifferenza, non più una finta di cinismo in funzione di una pietà reale, ma cinismo davvero, di fondo, povertà morale.

I.Calvino, Una pietra sopra, Mondadori, 1980, pag.40

Positiva perché a-morale. Il cinismo politico pare rappresentare l’ossatura scarnificata di un mostro, la polemica disillusione, eppure davanti all’immoralità di tale mostro si erge la critica, ma cosa può fare? Cos’è?

In un universo in cui la dimensione privata è strettamente connessa con quella pubblica e in cui la giostra dell’attività politica pare annullarsi nell’ottica della necessità (Arendt), ci si convince di essere in un teatrino delle comparse.

La politica chiama ancora, cerca. Dal suo fascino non possiamo fuggire, siamo sempre più tentati, ora più di ieri, ora che pare essere una questione collettiva, una questione privata. Il suo melodioso invocarci è la trappola di una sirena affamata e vorace. Possiamo sfuggirle, pavidi, turandoci le orecchie, possiamo anche affrontarla, possiamo legarci al palo della negazione.

Possiamo fare la sola vera politica, negandola.

Negare ogni minuzia e tentazione è l’unico modo per costruire un’opposizione reale, vera. Negare finchè non ci consegniamo al silenzio più completo.

Marcuse, infatti, confidava nel mondo dei reietti, degli emarginati, degli sfruttati e dei “dannati del Terzo Mondo”, perché conservando un universo di valori e di forze alternativi al mondo classista, al mondo borghese, rappresentavano l’unica opposizione reale. Delegò la speranza di una rivoluzione a tutti quegli uomini che vivevano fuori, e fuori per davvero, dal flusso dirompente della società di massa.

Scrive Marcuse nell’Uomo ad una dimensione:

al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato.

Tutti quei soggetti, però, che nell’immaginario di Marcuse costituivano la falange della rivolta, conscia ed inconscia, alla realtà “stabilita” sono stati progressivamente integrati o annientati.

Oggi, ad esempio, il mondo del sottoproletariato urbano non esiste più.

Non esiste più quel tipo di sottoproletariato che in un modo o in un altro aveva come comun denominatore la socializzazione della miseria e del linguaggio. Era un sottoproletariato diverso da tutti gli altri fenomeni culturali, era un mondo costruito sulla tradizione e sulla sua “costante rigenerazione”.

Era una cultura che Pasolini arrivò a definire “viva”.

Oggi esiste ancora un’onda indefinita di disperati che popolano le metropoli del nuovo millennio o che ad esse si affacciano. Sono i nuovi falangisti? Questo è molto improbabile. Nella stessa opera cinematografica di Pasolini, “Accattone”, si intuisce chiaramente un’antropologica disaffezione all’ordine industriale moderno da parte del sottoproletariato, di quel sottoproletariato.

Oggi, i nuovi paladini della povertà e della marginalizzazione sociale entro i confini del mondo iper- sviluppato, sono immigrati, “zingari”, “barboni” ed inoccuppati. Soggetti simili a quelli arruolati dal paradigma del Gran Rifiuto ma complessivamente diversi.

Sono separati dal muro dell’incomunicabilità sostanziale e non rifiutano l’ordine, ma aspirano ad entrarvi. Per loro la realtà “stabilita”, nella sua apparente ma tangibile opulenza, non è la propria, ma la considerano unica.

Vi è una tensione a volte inconscia all’integrazione sociale ed economica; e anche da parte degli zingari vi è un rispetto della ricchezza altrui perchè oggetto godibile di latrocinio o sfruttamento attivo.

I fenomeni di abbandono e vagabondaggio nella loro indefinibilità sono accumunati dal senso di emarginazione e di rassegnazione, il loro spostarsi silenzioso come ombre, avviene dentro le nostre città, sotto le nostre porte e le nostre finestre.

Ma loro e il loro incedere, sono sprazzi, colpi di coda, di un secolo nel quale l’uomo nella sua singolarità esisteva, soffriva, viveva e moriva.

La forza espressiva ed emotiva che contengono e conservano, viene però disintegrata ogni secondo dall’odiosa formula, vincitori e vinti. Come se anche le più travagliate derive che la vita ci riserva vadano lette come vittoria o sconfitta del tutto davanti al fallimento di una parte, di una sola scelta o di un solo errore. Come se una gamba stanca ci consegnasse all’immobilismo, come se una strada sbagliata ci vincolasse alla perdizione eterna. Quel patetico pietismo poi è utile solo al narcisismo dei falsi predicatori.

Le falangi sono disomogenee e sconnesse, pietrificate dalla loro innaturelezza.

Gli studenti, oggetti che un tempo occupavano con la loro opacità i silenzi e le ingiustizie, sono divenuti diafani spettri, sono tristi figure affaccendate. Si rincorrono nell’arena del successo e dell’affermazione, riempiono come schiere di vespe affumicate gli alveari della conoscenza e li deturpano. Riempiono i loro granai di vivande velenose, di nozioni ampollose e di arroganza. Loro come componente radicale e demoniaca sono estinti da tempo.

Pasolini definì la scomparsa del sottoproletariato urbano come un tragico genocidio, queste sue riflessioni sono chiaramente definite in un articolo al Corriere della Sera dell’ottobre del 1975.

Scrive Pier Paolo Pasolini:

Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato sè stessi in Accattone… I personaggi di Accattone erano tutti ladri o magnaccia o rapinatori o gente che viveva alla giornata… io nel film non esprimevo affatto un giudizio negativo su quei personaggi della malavita: tutti i loro difetti mi sembravano difetti umani, perdonabili oltre che, socialmente, perfettamente giustificabili. I difetti degli uomini che obbediscono a una scala di valori “altra” rispetto a quella borghese: e cioè “se stessi” in modo assoluto.

L’articolo va avanti ed insiste sul mutamento di quello che un tempo era un mondo a sè.

Tra il 1961 e il 1975 qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio. Si è distrutta culturalmente una popolazione. se fossi tornato dopo alcuni anni, andando in giro per la “grandiosa metropoli plebea”, avrei avuto l’impressione che tutti i suoi abitanti fossero stati deportati e sterminati, sostituiti, per le strade e nei lotti, da slavati, feroci, infelici fantasmi.

Pasolini è chiaro, molto chiaro nelle sue parole.

Un genocidio ha annientato profondamente, totalmente, un universo di persone, luoghi e parole.

La colpa, sì proprio lei, la colpa, insinuata nelle stagioni, scavata nelle fosse comuni di un mondo svanito, che è lontano mille miglia da quello sub-urbano di oggi, riposa nelle braccia della nostra signora razionalità.

La colpa che non è mai come oggi lontana dalla percezione collettiva o individuale, riposa nella sincera negazione affermativistica del comunque progresso. Pasolini come rispondendo indirettamente a Marcuse, lo incastra, lo stronca.

Quel mondo diverso, di emerginati e residui sociali, non esiste più.

Già nel 1975 era stato assorbito e distrutto.

Qui, in Italia, nel paese meno occidentalizzato, più fragile, più ricco di diversità, nel paese fanciullo, sono bastati vent’anni per capovolgere il mondo sociale e culturale, completamente.

Esistono luoghi e gruppi sociali arruolabili, ma sono spilli infuocati che scottano e non disinfettano.

Non disinfettano perchè da tale degrado non nasce che rassegnazione.

La rassegnazione che è e sarà sempre arricchita dall’immodificabilità del mondo.

Una generazione che non conosce cambiamenti, per la quale il tempo e lo spazio sono solo il presente, vive uno schiacciamento nella sua sfera funzionale mostruoso. L’appiattimento delle sensazioni spaziali e temporali e la caduta delle possibilità di crescita culturale nonché la deriva crittografica del linguaggio che diviene ed è un morse senza fili senza natura e senso, sono la coriacea conferma della rottura concreta e definitiva col senso del reale. Sono la melanconica conferma di una caduta verso una stagione oscura, nuova.

Lo scollamento del popolo o meglio della massa, ancora viva e vegeta, dal mondo degli eventi, dei cambiamenti e delle fratture storiche, come fu la resistenza e la guerra nel secolo scorso, sono le ragioni che accelerano il processo di disintegrazione della coscienza storica ed umana.

La coscienza si squaglia e squagliandosi liquefà tutto ciò che gli sta attorno.

La dimensione cronica della de-naturalizzazione è un flagello che, senza insistere sul giudizio, pare produrre un nuovo mondo.

Marcel Proust, che trovate in vendita in ogni libreria, per ciascuna edizione a fianco di altri milioni di libri, pensava che la verità delle cose si facesse manifesta solo nella ripresentazione del loro ricordo: la verità.

Se dunque i granai dell’esistenza non si rimpizziscono di verità, di sensazioni storiche ed umane, se nei granai della memoria non si affollano i ricordi, del passato non si avrà alcuna percezione reale, di esso non si avrà mai verità, ed è il principio di verità che ci rende proni alla critica o ad una coscienza polemica. Nella retrospezione, nella prospettiva, nell’oggi.

Il principio di verità soffoca ed è strozzato dalla fuligginosa caduta del senso proprio di ogni cosa, di ogni evento, di ogni fatto. Gli abitanti dei quartieri periferici delle grandi metropoli, cosa conoscono oltre la spettrale visione di una tangenziale che si infilza tra i loculi ricavati in mostruosi palazzi popolari? Cosa?

Oltre la televisione ed internet, cosa li lega al mondo? L’esercito dei fuori linea, degli abbordabili rivoluzionari, dei reietti, cosa può intentare ora che anche il mito della coscienza di classe e di appartenenza va scomparendo all’orizzonte, in modo definitivo?

Il senso di appartenenza ad una classe, o meglio ad un gruppo di individui simili per condizione esistenziale, è stato sbranato dalle fauci della propria forza.

La dialettica sociale si è annientata non solo per cooptazione o miglioramento economico ma anche perchè è stata divorata dal nuovo positivismo tecnologico e sociale che ha realmente sbaragliato le logiche classiste ed annacquato il conflitto sociale annullando ogni forma concreta di opposizione ad un dominio economico e culturale che è sostanzialmente rimasto tale.

La perdita di cui più si può sentire nostalgia è e resta il senso di appartenenza e lo ripeto.

Senza di esso, forse, anche gli sbandati e gli esclusi trovano difficile riconoscersi. Trovano impossibile prendere coscienza di sé come fenomeno umano oltre che privato. Non che vissero la dialettica sociale, ma era quel gioco di retorica e di conflitto che supponendo destini diversi, creava orizzonti in cui si decuplicava il senso di sé, orizzonti nei quali prendevano forma le ragioni di un’eguaglianza delle dignità.

La marginalizzazione democratica che tende a residualizzare all’estremo la colpa e la responsabilità, genera troppo spesso uno spostamento della colpa verso l’individualità “corrotta” dell’emarginato, condannandolo non al riconoscimento di sé ma solo alla definitiva perdizione.

Qui, dove si cullano in fasce parabole di riabilitazione e di redenzione, qui, in questo mondo c’è chi vince, chi perde, chi non partecipa e chi nega.

Scrive Marcuse:

… Il fatto che incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco può essere il fatto che segna la fine di un periodo.

Quando scrive, stava prendendo forma il fenomeno dell’emarginazione sociale e della lotta per i diritti civili nei luoghi dimora dell’opulenza, ma è stato chiarito che tale fenomeno ha subito una modifica quantitativa e qualitativa spaventosa che lo ha annichilito, annientato.

Ma è su un punto triste, su cui passo e sorvolo, che Marcuse colpì. Il dilemma dell’alternativa.

Tutta la storia della negazione non nasce e si sviluppa solo nella metafora del rifiuto come critica vera, ma si abbellisce e si struttura sul paradosso acre dell’alternativa.

La teoria critica della società non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed il futuro, non avendo promesse da fare nè successi da mostrare, essa rimane negativa.

Da ciò si legittima il rifiuto, puro, completo.

Si legittima perché rimane l’unico modo per arginare una deriva politica e sociale che nella sua immensa forza ha caratteri distruttivi tali da annullare ogni sua positività.

La distanza tra l’oggi e il domani, tra ciò che è e ciò che sarà è riempita, in Marcuse, dalla speranza, da una dimensione utopica non più lontana ma vicina. L’utopia serve a generare ansia e ad alimentare la protesta, il rifiuto.

La negazione è opposizione critica, politica, lo era quarant’anni fa e lo è ancora. Non ci sono sentimenti messianici e la stessa idea di “non-luogo” pare funzionale, non essenziale.

Mentre in altri pensatori marxisti del novecento si era stabilità una tensione quasi religiosa all’avvento di una nuova epoca, nell’Angelo Novus di Benjamin ad esempio, oppure alcune considerazione di Bloch sulla forza esplosiva e critica del fenomeno religioso, Marcuse resta convinto che la fine del capitalismo sia consegnata nelle mani di soggetti sociali, identificabili, di una classe non produttiva ma comunque costituita da soggetti affini.

Talvolta il tempo allargandosi stira e distende i principi dei fenomeni.

Il loro dipanarsi ci consegna certezze o smentite. Le scelte spesso si formano su semplici verità rivelate dalle forme espressive della percezione.

Benchè sia sciocco e deplorevole impelagarsi in una totalizzante ed ideologica critica alle torbide acque della contemporaneità, la ragione che mi porta a propendere convintamente con la tesi negazionista sta nella rivelazione di un duplice paradosso inaccettabbile.

Davanti alla cecità completa della collettività incantata dalla museizzazione delle culture e delle tradizioni e delle lingue, si nasconde un supplizio indecente della diversità, della natura.

L’infausta omogeneizzazione che si materializza in un dilagante fenomeno di globalizzazione è un furto!come direbbe Proudhon, all’integrità del mondo fuori dal nostro intorpidito Nord. La cecità di costoro è racchiusa chiaramente nella gestualità della redenzione pietistica della missione Africa.

L’Africa, mondo molto disomogeneo e complesso (Kapuscinki) non è ridotta così a caso. Il continente nero rappresenta un fallimento dell’evangelizzazione produttivistica. Ciò è di una chiarezza spaventosa. Eppure intorno alle tragedie di mille popoli si sanno costruire ospedali e missioni, si sa solo contribuire alla mercificazione dello spazio.

Lo spazio vitale rosicchiato dal progresso, dal nostro progresso, rende le tribù africane soggette alla carestia perpetua, almeno fino alla loro prossima estinzione.

Cecità di fronte ad un nuovo genocidio totale. Ma quale cecità! Solo un tacito assenso. Solo uno sbandierato interventismo umanitario. Se i primi a conoscere quel mondo furono predoni e colonizzatori (Kapunscinki) i secondi furono colonizzatori e predoni evangelici.

L’altro paradosso sta nella rivelazione, peraltro già annunciata nel secolo passato, di un’incapacità sostanziale del soggetto singolo nel comprendere la realtà.

Ciò perché si è voluto offrire il mondo come una coppa di champagne da bere ad ogni occasione. Un calice che corrode la sobrietà, impalando il rigore del pensiero sagace.

Un paradosso che lo stesso Calvino ebbe modo di cogliere, riparando nella sfossilizzazione delle vertebre e delle ossicina del dinasauro, ma che oggi si moltiplica e si intensifica. Saggiamente, si smette di montare modelli onnicomprensivi, follemente, si rinuncia per sempre ad accogliere la realtà.

Come se tale abbattimento delle frontiere serva ad alibi per appellarsi all’inutilità o meglio all’inconcludezza di qualunque tentativo di analisi globale, critica.

La frontiera di un condominio, di un quartiere, di una via alberata, di una città, di una provincia o di una nazione era la linea di consistenza, era la linea che consentiva di contenere in limiti ragionevoli le capacità analitiche di una persona, donandogli il contatto reale col mondo e con le parole, con il linguaggio, con la funzionalità attiva, con il senso naturale delle cose.

Ora il limite c’è, ma è stato scavalcato dall’oltre-mondo, dalla dimensione impercettibile della complessità.

[…]

Autore: Leuco

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