Fedor Dostoevskij – Memorie del sottosuolo

Recensione di Memorie del sottosuolo di Fedor Dostoevskij

Memorie del sottosuolo (tit.orig. Zapiski iz podpol’ia 1864)

(parte prima delle Memorie del sottosuolo, pag. 6-42;  ed. Einaudi tascabili 2002, trad. Polledro)

Iniziare con una citazione sarebbe troppo semplice e come il buon gusto insegna, la preservazione del meglio è la condizione più efficiente per una buona trasposizione, la condizione più sensata.

Negare, di solito aiuta, negare sé stessi e ripensarsi e ripetersi non fa che inalterare le espressioni  già affermate,  le consolida in un edificio fatto di intuizioni e non di leziose certezze, non produce sermoni né ironia, produce pensiero.

Così in un accidentato percorso vocale le memorie del sottosuolo producono asserzioni e ipotesi, dette, smentite, colorate e ridacchiate, producono pensiero, ma un pensiero cupo, sfuggente, che si attorciglia in un angolo, lontano ma reale, l’angolo della malignità direbbe il nostro strano protagonista.

Le memorie rappresentano una chiave di comprensione ulteriore circa la visione psicologica e anche filosofica che Dostoevskij aveva, o meglio, intendeva della sua contemporaneità. Immerso nel fango della partecipazione emotiva, ci regala un affresco grigio e livido, in cui taglia e spezzetta le introspezioni più fini e grossolane di una soggettività corrosa dall’ inadempienza ad obblighi che lo prescindono interiormente fino nel fondo.

L’obbedienza ad una positività immanente, che tutto spiega ma che recide con fine chirurgia gli spazi dell’indipendenza in nome di un’ utilità, definibile, economica, utilità cui tutti debbono obbedire e che può garantire la fine della sofferenza, la fine dei voleri non necessari, inutili, l’inizio della felicità.

Ma il sottosuolo è, come si comprende a ritroso, sotteso ad una linea guida, un’arringa, più o meno marcata, dubbiosa in certi tratti, sarcastica, un’arringa di ragione che sprona e sprigiona una delle prime e più interessanti critiche alla modernità, che oltre la natura esterna troppo tende ad ordinare quella interna, l’uomo.

L’uomo che in D. raccoglie un livello di complessità tale che nemmeno nei picchi più elevati di analisi dei suoi più riusciti personaggi si riesce a cogliere pienezza e totalità appagante, resta sempre un’ombra immensa, che appare e scompare come i vicoli di un’immensa “artificiosa” città.

Leggendo le memorie da un punto di vista di analisi filosofica, molto sfugge ma quello che rimane nel retino è concentrato nelle pagine centrali.

[Infatti, i vostri vantaggi sono la prosperità, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, e così via, sicché un uomo che per esempio, fosse andato palesemente contro tutta questa lista sarebbe secondo voi, naturalmente anche secondo me, un oscurantista o un vero pazzo, non è così?] pag. 22

Il suono silenzioso di un epoca che avanza e tracima gli argini,si fa, attraverso le memorie, rombo; si sente che qualcosa, definitivamente, cambia, è cambiato; si sente e si capisce nell’arrestarsi in davanti agli alambicchi colmi di conoscenza che inondano di fiducia scientifica; nel duexdue che fa quattro, come spesso ripete nelle memorie il nostro esagitato protagonista, ma che soprattutto si spalanca  nell’urlo accorato all’indipendenza della volontà, si, anche se non si può così escludere il male, il dolore.

[All’uomo non occorre altro che un volere indipendente, qualunque cosa costi questa indipendenza e a qualunque cosa conduca. Bè, e il volere lo sa il diavolo..] pag. 27

Questa semplice considerazione enucleata discrezionalmente dal testo serve ad indicare la soluzione al drammatico problema della scienza. A prescindere da cosa essa possa insegnarci, è necessario che ci permetta di conservare un’integrità nella volontà, a prescindere da qualunque iniziativa morale.

Il passo è, inoltre, uno strano preludio ad un intuizione ancora più incredibile, quella che poi sarà l’ossatura narrativa dei fratelli Karamazov. L’indipendenza della volontà anche se questa può portare a scelte non necessarie, non utili, pericolose, perché? Che  prezzo paga l’umanità se rinuncia a tale indipendenza che spesso induce dolore?

Qui si apre veramente una voragine, si divarica il linguaggio, si innalza a riflessione filosofica per poi ridiscendere a considerazioni di natura prettamente psicologica.

Lottare contro la notomizzazione dell’uomo da parte della scienza, non è uno scherzo, non è una certezza.

[.. se un giorno troveranno davvero la formula di tutti i nostri voleri e capricci, cioè da che cosa essi dipendano, secondo quali leggi precisamente sorgano, come precisamente si diffondano, dove tendano nel tale e nel tal altro e così via, cioè la vera formula matematica, allora l’uomo c’è cosa che cessi anche subito di volere..] pag. 28

Vedete, la scienza avanza, siamo negli anni dello sviluppo del positivismo, siamo nella stagione della certezza e dell’orizzonte finale, della comprensione completa, dell’economia.

La matematica, la scienza, con i suoi algoritmi e le sue imposture però  può causare una forma di predeterminazione tale da ridurre profondamente gli spazi di libertà, le fantasticherie della scienza non concedono quella sacra ignoranza che invece la natura non nega, dice infatti: .. la natura non ci consulta.

Filosofia, una filosofia critica che per certi aspetti prelude alla stagione del sospetto, ma che al contempo rivive di suggestioni platoniche e arcaiche circa la natura della volontà e della ragione e della loro altera diffidenza.

[Vedete: la ragione, signori, è una bella cosa, è indiscutibile, ma la ragione non è che la ragione e non soddisfa che la facoltà raziocinativa dell’uomo, mentre il volere è una manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, con la ragione e con i pruriti.] pag. 29

E continua

[La ragione sa solamente quello che è riuscita a conoscere, mentre la natura umana agisce nella sua interezza, con tutto quello che contiene, coscientemente e inconsciamente, e magari dice il falso, ma vive.] pag. 30

Una volontà che consente una partecipazione completa dell’uomo alla manifestazione della vita non può venire castrata dal dominio di una parte la cui completezza è determinata esclusivamente dalla conoscenza. L’uomo così ridotto non potrebbe accedere più alla profondità, agli interspazi dove covano e si sviluppano genio e bestialità.

La volontà è il “vantaggiosissimo vantaggio che non rientra in nessuna classificazione e a causa del quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno continuamente al diavolo”.

Ma presagita oramai la metamorfosi dell’uomo in creatura futura, incapace di produrre svantaggi, negandosi dunque, D. ritorna nel sottosuolo, nella psiche.

La psicologia lo porta nelle bettole, nei tuguri, nella dissolutezza, nell’ “inerzia cosciente”, nel sottosuolo ancora. Dove si scorge l’uomo incapace di raggiungere le mete, l’uomo che contempla solo a distanza dovuta, l’ “uomo che a volte ama immensamente la sofferenza, fino alla passione..”, l’uomo che sa come sia impossibile spersonalizzare da sé stessi il male, l’uomo che non vivrebbe mai in un edificio di cristallo.

Ma, soprattutto, Dostoevskij riflette ancora e molto sul suo passato, su quell’adesione rinnegata a Fourier, alla filosofia della felicità ordinata.

I seguaci, numerosi, di Fourier erano sparsi in tutta Europa e persino nella lontana e grande Russia, D. era in gioventù vicino a questi ambienti e ne sentì probabilmente notevole l’influenza.

Era nella sua dimensione confessionale e teoretica una filosofia positiva, ovvero normativa, cioè volta ad individuare i modo e le metodologie utili affinché le passioni “nocive” dell’uomo venissero rieducate all’armonia.

Secondo Fourier, infatti, la condizione  per migliorare la convivenza civile ed umana dell’uomo risiedeva non nella distruzione del diritto di proprietà, bensì, detto grossolanamente, nella costruzione di comunità umane ridotte ed autosufficienti dette “falangi”, dove si stabiliva una cerniera di garanzia data dal c.d. “lavoro attraente”.

Ma oltre il mero marchingegno risolutivo, interessante è tutto l’aspetto della filosofia di Fourier riguardante le passioni e le volontà dell’uomo, analizzate però in modo  grezzo, ovvero non ancora ridimensionato nelle sfuggenti parentesi psichiche.

Bellissime sono le pagine sulla crisi che la famiglia convenzionale può generare, con la riduzione delle pulsioni sessuali( repressione) e la ridimensionalizzazione della donna e del suo ruolo sociale.

La soluzione di Fourier però non può più convincere  D., che oramai passati molti anni e molti avvenimenti dalla forza e dalla portata innegabile, si sente percosso da una profondità di dolore e comprensione umana che qualunque forza di pensiero che tenda  a risistemare e de-costruire la personalità umana rappresenta una sconfitta del pensiero e della vita.

D. non solo ha subito la condanna( per essere vicino a gruppi di fourieristi), il patibolo evitato per grazia all’ultimo istante, l’esilio e la prigione, la leva e il ritorno, ha dovuto anche riconoscere in sé le doti di scrittore che già con il romanzo “Povera Gente” del 1846 erano emerse, con successo e approvazione.

Con le memorie quindi  si presenta l’occasione buona per riflettere ad alta voce, per mostrarsi ad una platea, un pubblico sconosciuto, per ridisegnare i confini dell’ingiustizia nella divaricazione profonda che il metodo ed il mondo positivo creano, tra uomini e uomini da sottosuolo.

Poi la metafora si amplia, si rende ancora più complessa e la trama deriva verso un assorbimento della condizione del sottosuolo come condizione narrativa ed esistenziale non filosofica, ma il punto centrale è colto, segnato.

Il sottosuolo, vorrei precisare, non è semplicemente un luogo fisico ed uno stato psichico, una rinuncia filosofica, esso rappresenta una lontana metafora realistica, i personaggi che dopo le memorie man mano si svilupperanno nelle celebri opere successive, possono talvolta non apparire emergenti da quel sostrato, ma sono sempre e comunque protagonisti problematici, ovvero indisponibili al fardello delle soluzioni.

Non è quello di D. semplice realismo, il mondo reale è lontano perché l’indagine diviene troppo vicina, troppo interna.

Allora si scopre, talvolta, che il bene in sé  è una sporgenza e che il male rappresenta la verità profonda del limite,la circoncisione del nostro interno tra sfere a volte incomunicanti.

L’insetto è dentro chiunque.

Ripreso in sé e adagiato su se stesso, l’uomo del sottosuolo, il maligno, l’inetto, parla.

Parla come un fiume e discorre, discorre per lunghe e lunghe pagine.

Letto ad alta voce il memoriale ci conduce nel sepolcro delle contraddizioni, ci introduce in fini spazi levigati dalla fanghiglia, dal nervosismo e da quarant’anni di silenzio.

Le parole, come la vendetta, si sommano col tempo, si aggiungono alle altre, si costruiscono montagne di cose non dette e poi l’occasione, una nevicata, un lontano ricordo, e tutto piomba giù.

Ascoltiamo colui che da tempo non parla, glielo dobbiamo, pochi ci regalano tanto silenzio.

Ma ascoltandolo scopriremo che non ci sono accuse, né ingiunzioni, ci sono molte cose e di molto diverse dalla malvagità gratuita.

Dal sottosuolo viene un richiamo, ponderato, ragionato, semplice, un richiamo stagionato negli scompartimenti del pensiero e della vita vissuta, del ridursi sempre più, fino allo sprofondare, giù, nella palude di fango dell’uomo incapace, di colui che non ha saputo essere d’azione, che non ha tagliato i traguardi sulla linea delle  ambizioni, l’uomo “topo”.

Manifesta se stesso, a volte grottescamente, ma sempre con lucidità,  si presenta e si dichiara.

Inizia così un lungo ragionamento sulle cause della divaricazione tra uomini nati dal ventre della natura, gli uomini immediati, e quelli partoriti da una “storta”. Le cause sono sempre sottese a quella civilizzazione dell’amore e del buon costume,a quella abitudinarietà cui confiniamo le ragioni del mondo.

Ma Dostoevskij dice altro in verità, dice di diffidare,  diffidare e….

Qui ancora nel sottosuolo, l’uomo topo produce miseria e violenza, man mano che si sprofonda il male esce e colpisce sempre più in basso. La parte seconda appunto.

Essa si concede all’affabulazione; la chiave per scoprire come immensamente sia vero lo spirito delle storie raccontate.

Fedor Dostoevskij – A proposito della neve bagnata

(parte seconda, pag. 44-130)

Adesso, pian piano, la voce può contrarsi, lo sguardo ritornare alle pagine con decisione, il lunghissimo prologo è concluso, inizia la narrazione.

Il ritmo oramai cambia, la sintassi si concentra, quello che era stato un inesauribile sfogo iniziale di presentazione si raccatta e si delinea così la forma memoriale.

Si può tornare a leggere, tra sé e in silenzio.

Non è semplice affatto ricostruire e presentare i personaggi ed i contesti che D. ha prodotto nella sua lunga manifestazione artistica, nel sottosuolo ciò può apparire più semplice data anche la forma narrativa di racconto lungo, dove l’intreccio è collegato ad una solo storia, ma ogni parola, ogni sintesi, lascia sempre buona parte della verità nel buio. Lo ripeto, i personaggi di D. sono complessi e ogni riduzione è impossibile.

Nella seconda parte così il personaggio comincia a raccontarsi, c’è un grande lavorio che spesso si riallaccia, con fini interpretativi, alla parte precedente, si presenta nuovamente con gli stessi timbri negativi e meschini, torna la malignità, l’insetto.

Su due vertici ruota, nella sostanza, l’immagine del protagonista. Il primo è la sua grande vanità che si frantuma nei giudizi che gli altri hanno di sé, del suo aspetto della sua sconosciuta intelligenza. Quindi si manifesta il disagio, l’aberrazione del proprio volto, la proiezioni delle proprie deficienze nei giudizi degli altri.

Il protagonista è solo e somiglia solo a se stesso, tutti invece costituiscono gli altri.

Questo è l’inizio:

[ A quel tempo non avevo che ventiquattro anni, La mia vita era già allora tetra, disordinata e solitaria fino alla selvatichezza. Non frequentavo nessuno ed evitavo persino di parlare e sempre più mi ficcavo nel mio angolo.]

Poche righe più sotto chiarisce:

[.. a causa della mia illimitata vanità, e, quindi, anche della mia severità con me stesso, mi guardavo spessissimo con una furiosa scontentezza che giungeva al disgusto, e per questo attribuivo mentalmente a ciascuno il mio modo di vedere.]

Diventa, subito, già dalla prima pagina, immanente il senso del disagio, sentito, frustrante e indelebile.

Un disagio umano, personale, personalissimo, un disagio che riduce gli spazi di incontro, di amicizia e di socialità. È una condizione parossistica generata non solo dalla semplice autocommiserazione ma anche dalla profondissima tagliola del disprezzo per la propria condizione marginale, ai limiti, nella penombra della solitudine, indotta, necessaria, irrevocabile.

Davanti a tutti, ottusi, incoscienti, “io sono solo”, e nella solitudine il nostro protagonista sprofonda, nel sottosuolo, nella depravazione.

Il secondo vertice su cui poi tutta la faccenda si snoda è il reale.

Mentre il disagio ha radici nell’insicurezza, nella vanità, nella sofferenza incomunicabile,

la solitudine profonda viene dall’incapacità di confrontarsi col mondo reale, viene dal contrasto, il solo possibile, tra il mondo fuori e quello dentro, costruito sui libri.

[A casa, in primo luogo, più che tutto leggevo. Avevo voglia di soffocare con sensazioni esteriori tutto ciò che ribolliva incessantemente in me. E fra le sensazioni esteriori rientrava nelle mie possibilità soltanto la lettura… mi dilettava e mi tormentava. Ma di tempo in tempo mi veniva tremendamente a noia.]

Le sensazioni esteriori dunque rilegate  con pergamene e fogli taglienti.

Come se dall’esterno non ci fosse più da urgere. Questo è un motivo interessante e proprio quelle letture deformavano(Don Chisciotte) la possibile percezione della realtà che ovviamente si presenta sempre in modo inaccettabile, scontroso.

Tra le folle della Nevskij prospekt, la via più frequentata di San Pietroburgo (dove tutto è ambientato), ogni passo è una rinuncia, sottomissione, gli altri avanzano con decisione, non vedono affatto la mosca che prova e ritenta nel darsi contegno, ma sprofonda sempre e sempre, fino al delirio della depravata ricerca del dolore fisico, delle percosse.

Anche qui fallisce, non emerge, il suo nome è impronunciabile da lui stesso, gli altri poi, nemmeno lo conoscono. Così medita vendetta e finisce per compiere un gesto che poi lo fa rintanare nuovamente nel suo angolo, poiché sa che cos’è veramente la vendetta, aspira ad essa, ma sa che non potrà che farlo declinare ancora e ancora di più.

Bellissimi perché incredibilmente veri, sono i passi, ove si intuisce la ricerca del nemico e dello scontro, dell’atteggiamento giusto, del contegno ideale, ma poi sempre, con fine tecnica ricadono nei gesti ponderati e incompiuti che svaniscono sempre nell’istante precedente il confronto, una fuga che, scappando scappando, finisce sempre nelle febbri e nel delirio.

Così nei sogni e nelle fughe verso “tutto ciò che è bello e sublime”.

In effetti si può considerare sia la prima parte, interamente, che la parte iniziale della seconda, una riflessione tra sé, ove la realtà non è che una goccia deformata sita lontano, fumosa.

Quindi viene da sé che in tutte queste pagine il problema del fuori è re-interpretato in modo eroico, parziale. Non è una mia rivelazione, le sue parole sono sempre chiare e ricorrenti, lo afferma, nel delirio e nella pacatezza. I libri!

Sono meno faticosi della realtà che sempre più diviene un affare da eludere, e sono più belli.

L’incontro col mondo è un trauma mostruoso.

Così si alzano due eccezionali siparietti, una serata con “amici” e una notte con una prostituta, Lizaveta.

Non è solo l’unica parte del libro che prevede il confronto reale, c’è Apollon lo strano servitore da sette rubli al mese, e c’è sempre quella folla che riempie le vie di Pietroburgo.

L’isolamento resiste anche nelle serate di baldoria e i libri persistono anche nel linguaggio e Liza stessa nella sua immensa miseria coglie tale condizione assurda.

Molto si è parlato della violenza verbale e gestuale che il protagonista riversa contro un essere apparentemente più debole, ma i maltrattamenti contro Liza sono una conseguenza necessaria della condizione irrevocabile del sottosuolo.

Liza è superiore. Anche la schiavitù sessuale è qualcosa di migliore.

Le parole come sempre sono ponderate, esplicite,  non ci sono messaggi nascosti, interpretazioni possibili, il testo è lucidamente chiaro.

Non c’è posto nemmeno per Dio, che non compare, in nessun modo si manifesta, le pietà si scompongono e tutto, lacerato dall’invidia e dalla violenza, assume caratteri caotici, indivisibili.

Anche la, seppur commovente, idea d’amore diventa paradossale, estrema.

No, non c’è Dio, non ancora si riesce a ripulire tra il fango e vedere dov’è la luce e la disdetta.

Tutto è confuso in accelerazioni quasi giudizievoli e in frenate feroci.

Molte cose assumono i connotati del grottesco, dell’assurdo, lo ripeto, nel sottosuolo, c’è posto solo per la malignità.

Ripeto, ancora,  il sottosuolo non è solo un angolo reale, corporale, presente, è la condizione manifesta dell’interiorità, onnipresente, fusa con l’emarginazione e la povertà.

Il protagonista è l’uomo, analizzato passeggiando curiosamente nei solchi della profondissima incosciente meschinità.

Mentre fuori cade lentamente e pacata tanta neve bagnata, che ricopre i campisanti, sopra e sotto si riempiono le fosse scoperte,  accolgono così l’ennesima vittima della miseria.

Autore: Leuco

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