Il liberalismo – Storia del pensiero liberale

Dispensa sulla storia del liberalismo: la posizione dei maggiori filosofi e pensatori liberali

Il “Liberalismo” è una dottrina che sostiene la limitazione dei poteri dello Stato a favore dei diritti naturali degli individui (c.d. diritti innati).

Si tratta di una particolare definizione che fa coincidere il liberalismo con il giusnaturalismo.

Il giusnaturalismo afferma l’esistenza di diritti soggettivi — inalienabili ed imprescrittibili — degli individui, prima ancora del sorgere della società e dello Stato. Lo Stato infatti sorge per volontà degli individui, mediante un accordo o contratto fra gli stessi (contrattualismo), e pertanto non può violare questi diritti preesistenti e fondamentali, che rappresentano quindi i limiti al suo agire (altrimenti diventa uno stato totalitario, dispotico).

Anzi, secondo il liberali, lo Stato deve proprio assicurare il rispetto e l’applicazione di tali diritti, e di conseguenza la sua funzione deve essere “minima”, in quanto limitata, in un’ottica negativa, a garantire i diritti naturali degli individui.

I diritti fondamentali in questione possono, in linea di massima, raggrupparsi in 2 grandi categorie:

  • diritti o libertà intellettuali e spirituali (libertà d’opinione, di pensiero, d’associazione, di stampa, d’espressione, di religione, etc…);
  • diritti o libertà economici (diritto di proprietà, libertà d’iniziativa economica, etc…).

Sono stati proprio i diritti economici, ampiamente tutelati dal liberalismo, a convogliare verso di esso le più pesanti critiche. L’accusa maggiore fatta al pensiero liberale è infatti quella di aver espresso solamente gli interessi dei ricchi proprietari, cioè della borghesia, e di considerare la proprietà come il diritto per eccellenza, al quale tutti gli altri sono subordinati. Per cui le libertà rivendicate non riguardano tutti gli uomini, ma solo una minoranza di questi.

È la storia stessa a rispondere a tale accusa: gli stati moderni non sono certo classisti, e tuttavia sono definiti, giustamente, liberal-democratici.

Il pregio più grande del liberalismo è sicuramente quello di dar luogo a società aperte (Popper), cioè a società in cui è sempre possibile una loro futura correzione, perché vige continuamente il principio (liberale) del confronto di opinioni diverse. Anche in questo contesto, quindi, affiora il minimalismo della società liberale, la quale deve limitarsi a dettare le regole per il corretto svolgimento dell’antagonismo tra i membri della collettività. Pertanto, lo stato liberale è per definizione pluralistico e conflittuale, ma pure limitato (nei suoi controlli verso il cittadino) e minimo (nelle sue funzioni).

Abbiamo detto che le società contemporanee sono dette liberal-democratiche. Questo perché la democrazia (governo del popolo) è la naturale prosecuzione del liberalismo. Storicamente infatti, quando le libertà riconosciute dal liberalismo sono sfuggite al privilegio dei pochi signorotti feudali, diventando patrimonio di tutti, l’estensione fisiologica dei diritti civili (liberali) ha avuto il suo naturale completamento con l’attribuzione dei diritti politici (il suffragio universale ed il metodo proporzionale di voto) e con l’inserimento della classi più basse nello stato. Si è posta così la base per società non solo liberali, ma anche “democratiche”.

Tuttavia non si deve pensare che tra liberalismo e democrazia vi sia piena complementarietà e perfetto accordo ideologico. Anzi queste due dottrine politiche si sono presto messe in contrapposizione, soprattutto quando il termine “democratico” è diventato sinonimo di socialismo egualitario. Trasformazione terminologica (e di fatto) che si è verificata immediatamente dopo la rivoluzione industriale, quando la nascita di una nuova aristocrazia oligarchica (non più i proprietari terrieri, bensì i proprietari di capitale) e di una nuova generalizzata plebe (gli operai delle fabbriche) ha fatto nascere il movimento socialista ed ha pure costretto la concezione liberale ad un suo totale ripensamento.

Adesso è pacifico per tutti che lo stato non può avere solo funzioni “negative”, ossia non può solo limitarsi a dettare regole di convivenza pacifica fra gli individui, ma deve intervenire sempre più nella vita sociale ed economica dei cittadini, mediante la politica fiscale, la politica creditizia, la costruzione delle infrastrutture, le provvidenze agli indigenti, la sanità, l’istruzione, ecc…

Si è passati quindi da un liberalismo di stampo classico ad un liberalismo chiamato di stampo democratico. In altre parole l’attuale pensiero liberale non mette più in dubbio la necessità di un welfare state (uno stato sociale, con ampi interventi pubblici) e si è avvicinato, per molti versi, ai democratici e addirittura ai socialisti.

La differenza rispetto a questi ultimi sta però nei modi di applicazione dello stato del benessere: mentre i liberali vorrebbero solo porre le norme entro le quali far operare lavoratori, risparmiatori e imprenditori, i socialisti vorrebbero allargare oltremisura i sussidi e soprattutto dirigere materialmente l’azione di queste categorie sociali.

Quindi il liberalismo è incompatibile con l’egualitarismo dei socialisti, cioè con l’obiettivo di una redistribuzione del reddito (egualitarismo distributivo) che garantisca a tutti uno stesso reddito e stile di vita, perché il socialismo comporta il venir meno delle libertà dei singoli, l’instaurazione di un programma autoritario e, in conclusione, la trasformazione dello stato nell’esatto opposto di una società liberale.

Nel mondo moderno quindi, i gruppi ed i movimenti politici, comunque si chiamino (laburisti, progressisti, riformatori, nazionalisti, repubblicani, democratici oppure, per usare i termini italiani, di centro-destra o di centro-sinistra), possono sempre riferirsi ad una delle due storiche dottrine filosofiche e politiche: quella dei liberali da una parte e quella dei democratici dall’altra, ovviamente con infinite sfumature al loro interno.

Pertanto: liberalismo versus partito democratico.

Locke (1632-1704)

È stato il primo grande pensatore liberale.

Per Locke il passaggio dallo stato naturale alla società civile o politica è funzionalmente diretto a tutelare la proprietà privata. Infatti, già nello stato di natura (quindi prima dello stato formale e giuridico) c’è la proprietà privata, ma essa non ha un’origine convenzionale, bensì deriva dal lavoro degli uomini. Tutto quello che essi riescono ad ottenere con il lavoro diventa di loro proprietà, come premio del maggior valore attribuito alle cose lavorate.

L’unico motivo per cui gli individui si spogliano delle loro libertà e si vincolano nel patto sociale (nello stato di diritto), è quello di ricevere maggiori garanzie circa il sicuro possesso dei beni di proprietà e la punizione di chi li insidia.

Quindi, con il patto sociale gli uomini entrano in società conservando tutti i loro diritti, tranne quello di farsi giustizia da soli.

I governanti non sono i beneficiari del contratto, ma dei semplici contraenti dello stesso e come tali vi sono anche loro vincolati. Essi non possono pertanto andare contro i loro sudditi, tant’è che i cittadini hanno pieno diritto di opporsi al potere legislativo o esecutivo, anche con la forza (diritto di resistenza), quando esso diventa illegittimo.

Altri capisaldi del pensiero di Locke sono il principio di legalità, per cui le leggi devono essere regolarmente promulgate e non arbitrarie ed i giudici autorizzati, la regola della maggioranza nelle decisioni di governo, per l’impossibilità di applicare l’unanimità, e la subordinazione del potere esecutivo (del re) a quello legislativo (civile o politico, che egli chiama “supremo”).

Montesquieu (1689-1755)

Il pensiero di Montesquieu ha avuto una particolare influenza storica, tant’è che le principali Costituzioni dei paesi moderni hanno tutte accolto, sia pure con varie tonalità, la sua teoria della separazione dei poteri.

Innanzitutto egli ha rivisitato la precedente tripartizione classica delle forme di governo (risalente addirittura ad Aristotele). Quest’ultima prevedeva la distinzione, di natura prettamente “quantitativa”, in:

  • monarchia (o governo di uno solo);
  • aristocrazia (o governo di pochi);
  • democrazia (o governo di tutti).

Montesquieu ha sancito invece una nuova tripartizione, di natura questa volta “qualitativa”, basata cioè sul concetto di legalità o illegalità nell’esercizio del potere politico:

  • governo repubblicano, nel quale il potere è detenuto da tutto il popolo (repubblica democratica) o da una parte di esso (repubblica aristocratica);
  • governo monarchico, in cui governa uno solo ma in base a leggi fisse e stabilite, nonché mediante poteri o corpi intermedi (nobiltà, città e clero), i quali hanno un ruolo importante nella trasmissione del potere e nella funzione di condizionamento del potere regio (ovvero per evitare che questo diventi dispotico).Il governo monarchico è quello preferito da Montesquieu, per il semplice fatto che ritiene il popolo incapace di autogovernarsi (di avere quindi un governo repubblicano, per la mancanza delle necessarie attitudini), e pertanto egli esalta le varie forme di rappresentanza, a vantaggio delle èlites ;
  • governo dispotico, in cui governa uno solo senza né leggi, né freni, e tutto gli è lecito.

Ma l’elaborazione teorica più famosa di Montesquieu è sicuramente quella del bilanciamento del potere, per la quale esistono tre poteri:

  • legislativo;
  • esecutivo;
  • giudiziario.

Ciascun potere deve limitare gli altri senza prevaricare su di essi, in un quadro di condizionamento reciproco tale da realizzare una sorta di equilibrio costituzionale, con l’obiettivo finale di ostacolare il potere assoluto (“il potere che frena il potere”).

Kant (1724-1804)

Per questo autore è importante considerare l’insocievole socievolezza degli uomini, ovvero la loro tendenza ad associarsi, ma anche, al tempo stesso, ad essere fra di loro antagonisti per cercare sempre il proprio interesse, a discapito di quello degli altri.

È l’insocievole socievolezza a spiegare la nascita del diritto e quindi la necessità (e il dovere) per gli individui di limitare la propria libertà a favore di leggi esterne (positive), passando così dallo stato di natura, con una libertà illimitata, allo stato civile (di diritto), con una libertà limitata.

Tuttavia Kant nega il diritto di resistenza del popolo verso il potere politico, quando quest’ultimo viene meno alla fiducia accordata: i sudditi hanno un solo dovere, l’ubbidienza, mentre il sovrano ha verso i sudditi solo diritti e nessun dovere. Il cittadino, contro le eventuali ingiustizie del potere, può solo protestare attraverso la libertà di parola (libertà di penna), cioè con la manifestazione della sua opinione, se tale diritto gli è però riconosciuto dal sovrano.

Il diritto è infatti per Kant “la limitazione della libertà di ciascuno compatibile con la libertà di ogni altro, secondo una legge universale”.

Riguardo la forma di governo, anche Kant è a favore della regola della maggioranza dei rappresentanti, perché la democrazia diretta è impossibile, ma l’efficacia di tale principio deve reggersi su un consenso che può essere raggiunto solo mediante la conclusione di un contratto originario, il quale, fusione delle volontà di tutti, serve a legittimare l’esistenza dello Stato ed il ruolo coercitivo del diritto positivo.

Lo stato civile, o stato giuridico, deve essere fondato sui seguenti principi a priori (a priori perché sono regole non dello stato, ma sulle quali è costituito lo stato):

  • della libertà di ogni membro della società, in quanto uomo ;
  • dell’uguaglianza di ogni membro della società con ogni altro, in quanto suddito;
  • dell’indipendenza di ogni membro di un corpo comune, in quanto cittadino. Quest’ultimo principio vuole che solo i detentori di ricchezza, i proprietari, possano avere il diritto di voto ed essere quindi cittadini in senso totale. Ciò esalta la visione “borghese” di Kant e l’importanza da questi attribuita alla proprietà privata.

Bentham (1748-1832)

È il primo pensatore liberale a riconoscere i segni della nascente industrializzazione della vita sociale. La sua concezione teorica è quindi una sintesi fra liberalismo e democrazia.

Egli attacca infatti il vecchio concetto di liberalismo, legato al giusnaturalismo, affermando l’inesistenza dei diritti naturali degli individui. Lo fa con delle semplici osservazioni basate sul ragionamento e sulla logica. Per esempio sostiene che non possono esistere diritti naturali anteriori alla società (di diritto), perché è facile dimostrare che nello stato di natura vige la più completa anarchia.

Inoltre, il ricorso ai diritti naturali per giustificare il potere legislativo ed esecutivo è pura finzione, perché, anzi, la rivendicazione di tali diritti mina e compromette l’esercizio del potere. Come pure è finzione sostenere che alcuni diritti dell’uomo sono imprescrittibili, quando è palese l’inesistenza di leggi irrevocabili. Infine, anche il principio per cui i governi nascono da una contratto originario volontario è infondato, perché la storia insegna che essi nascono sempre con l’uso della forza (le rivoluzioni).

Il fondamento del pensiero di Bentham è questo: l’interesse egoistico dell’uomo predomina su quello di tutti gli altri, quindi l’uomo ricerca la sua felicità anche a discapito della felicità degli altri. È un postulato di natura psicologica, che sfocia in un’elaborazione di tipo matematico. Infatti, secondo Bentham l’uomo è dominato da 2 forze fondamentali:

  • il piacere;
  • il dolore.

Piacere e dolore sono misurabili quantitativamente e siccome da una qualunque azione consegue sempre un piacere o un dolore, misurando tutti i piaceri da una parte e tutti i dolori dall’altra, si perviene ad un saldo algebrico che indica se quella specifica azione comporta un vantaggio all’interessato (piacere > dolore) o un sacrificio (dolore > piacere). Questo è il metodo con il quale Bentham costruisce la sua rigorosa morale.

L’applicazione di tale teoria alla politica comporta che non si dovrà cercare la massima felicità universale, ma la massima felicità del maggior numero. Pertanto, la forma di governo migliore è quella in cui l’interesse particolare dei governanti si accordi con l’interesse del maggior numero di cittadini. Risponde a questi requisiti solo la democrazia ed in particolare (dato che il popolo è incapace di gestirsi da solo) la democrazia rappresentativa, in cui il potere costitutivo supremo risiede nel popolo, il quale, attraverso il suffragio quasi universale, nomina i propri delegati (potere legislativo). Il potere legislativo risponde del suo operato al popolo, cioè agli elettori, ed il potere esecutivo è subordinato al legislativo.

Constant (1767-1830)

Il suo pensiero liberale è legato a principi filosofici, dai quali egli elabora la teoria della perfettibilità del genere umano.

Secondo questa teoria esiste un perfezionamento progressivo del genere umano, reso possibile dalla successione delle generazioni, ciascuna delle quali lascia in eredità alle successive il proprio patrimonio di conoscenze, in un processo crescente e inarrestabile. In particolare sono le idee degli uomini a perfezionarsi, e con loro gli uomini, dando senso e significato agli eventi della storia.

Il traguardo finale di questo processo di perfettibilità è la restaurazione dell’uguaglianza. Infatti, la perfettibilità del genere umano non è altro che la tendenza verso l’uguaglianza, che è raggiunta quando l’uomo non farà più agli altri ciò che non vuole sia fatto a lui e non subirà più dagli altri ciò che essi non vogliono sia fatto loro.

Constant è fedele al giusnaturalismo classico e quindi critica le conclusioni di Bentham. Gli individui hanno per Constant dei diritti naturali che sono indipendenti dall’autorità, la quale quando li lede si rende inevitabilmente usurpatrice. L’obbedienza alla legge è un dovere, ma non è un dovere assoluto, nel senso che, quando la legge travalica i suoi limiti, è lecito disubbidirla.

Tra le libertà innegabili dell’uomo egli inserisce quindi anche la libertà dall’autorità dispotica, nonché — e qui c’è un aspetto importante ed innovativo — la libertà delle minoranze dall’oppressione delle maggioranze.

Quest’ultima è una visione molto moderna, perché secondo l’autore l’autorità diventa illegittima quando infrange le libertà dei singoli, anche se esprime la volontà della maggioranza.

Peraltro Constant sottolinea l’inevitabile tendenza dei governi ad abusare del potere ricevuto, per cui occorre che il potere freni il potere (rivive Montesquieu), e ciò è attuato con la previsione di un potere neutro (il potere reale) accanto ai tre poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario).

Il potere neutro agisce quando gli altri poteri entrano in conflitto ed il suo compito è appunto quello di risolverlo: si tratta pertanto della descrizione, per la prima volta, di una forma di governo molto vicina alla repubblica parlamentare, in cui la figura di un Capo di Stato esercita funzioni di controllo sull’operato degli altri organi.

Corollario a tale modello di governo è pure l’istituto della responsabilità dei ministri e dei funzionari della pubblica amministrazione.

Riguardo la proprietà privata, la costruzione teorica di Constant si discosta da quella tradizionale di Locke: la proprietà non sorge affatto prima della società, perché senza la società essa sarebbe solo il diritto del primo occupante, cioè il diritto della forza. Secondo l’autore la proprietà nasce nel momento in cui viene tutelata, cioè con la società di diritto (lo stato): essa è quindi una convenzione sociale. Da tale affermazione deriva pure la conseguenza che la società non nasce per tutelare la proprietà (che ancora non esiste).

Queste conclusioni sulla nascita della proprietà (come convenzione sociale) procurano a Constant l’accusa di comunismo.

Humboldt (1767-1835)

È considerato un autore molto attuale. Con Humboldt il pensiero liberale raggiunge la massima espressione, perché la caratteristica principale della sua teoria è quella per cui il liberalismo è una dottrina dello Stato limitato, riguardo ai poteri, e dello Stato minimo, riguardo alle funzioni.

In altre parole lo Stato deve restare sempre completamente estraneo alla sfera morale e sociale del singolo individuo ed esso è sempre un male per le energie individuali (lo Stato è un male necessario), ma del quale non se ne può fare a meno perché garantisce la sicurezza interna ed esterna. Lo Stato deve intervenire il meno possibile nel naturale svolgimento della società civile. L’intervento dei pubblici poteri rischia solo di ostacolare e condizionare il normale operare degli uomini.

Di conseguenza nella visione di Humboldt acquista una particolare e profondo rilievo l’individuo, concepito come centro di autonoma iniziativa sociale ed economica e dedito alla propria affermazione personale, al proprio benessere ed alla propria felicità. C’è quindi in Humboldt una sconfinata fiducia negli uomini.

Lo Stato pertanto può intervenire solo in caso d’offesa dei diritti del singolo da parte degli altri, cioè quando un individuo è privato, senza il suo assenso, della proprietà o della libertà personale.

Porre l’individuo al centro dell’universo è però solo una delle due condizioni necessarie per il progresso. L’altra è identificata da Humboldt nella varietà di situazioni, perché anche l’uomo più intelligente non progredisce in un ambiente uniforme: ed è qui che c’è la grande attualità dell’autore.

Secondo Humboldt, la varietà è sempre meno accentuata, in quanto ogni epoca comporta una molteplicità sempre inferiore alla precedente, per colpa del processo di unificazione e di omogeneizzazione dei modi di vita, del costume, della mentalità, della cultura, ecc… È da aggiungere pure che il complicarsi della vita sociale implica un sempre più massiccio intervento dello Stato nella vita sociale ed economica, con un conseguente ingrandimento dell’apparato burocratico pubblico, visto con diffidenza da Humboldt.

Inoltre, alla luce delle contemporanee polemiche sulla società consumistica, anche le critiche rivolte alle grandi associazioni ed organizzazioni di massa (in cui l’individuo perde la propria autonomia ed originalità, a favore del conformismo e di comportamenti sempre più uniforme ed omogenei) fanno di quest’autore un grande e sorprendente visionario dei tempi futuri.

Tocqueville (1805-1859)

Anche questo autore può essere inserito tra i grandi fautori della moderna arte politica. Egli infatti ha avuto il merito di constare subito, ed in modo perspicace, l’inarrestabilità del processo sociale e politico che porta all’instaurazione, nei paesi moderni, della democrazia come modello di riferimento. Un pensiero che nasce dal suo viaggio negli USA e dalle osservazioni svolte sulla neonata democrazia americana.

Secondo Tocqueville il processo democratico è ineluttabile. Con i suoi pregi ed i suoi difetti la democrazia conquisterà tutti i paesi, creando di conseguenza un mondo in cui sarà definitivamente acquisito il principio per il quale ognuno è uguale a tutti gli altri. Pertanto è inutile cercare di ostacolare questa forza naturale che vincerà sicuramente, l’unica cosa da fare è accettare l’evento e cercare di indirizzarlo verso i fini voluti, in modo di eliminare il più possibile i numerosi difetti insiti nella democrazia.

La democrazia o l’eguaglianza delle condizioni (come la chiama Tocqueville) non invade solo la sfera politica, ma tutta la società civile, facendo nascere, positivamente, opinioni diverse, usanze e sentimenti. Inoltre, essa porta ad una grande mobilità sociale — perché la ricchezza circola in tutti gli strati sociali — e ad una profonda vitalità della libera iniziativa individuale.

Ma i pregi della democrazia finiscono qui, perché poi ci sono i suoi difetti. Innanzitutto, le leggi che scaturiscono da un governo democratico possono non essere delle buone leggi, perché soggette agli impulsi passeggeri di chi le fa.

Poi, con grande attualità, Tocqueville afferma che un Presidente rieleggibile non lavora più per l’interesse pubblico, ma solo per la sua rielezione.

Pure l’elezione diretta di una Camera parlamentare non è positiva, in quanto mette nelle mani di persone incapaci la possibilità di legiferare. Occorre un doppio grado elettivo (come il Senato americano) che crei un filtro e mandi in Parlamento persone istruite e “illustri”.

Tuttavia il motivo di critica più rilevante alla democrazia è quello legato al dominio assoluto della maggioranza. Infatti, il potere della maggioranza non è solo politico: è soprattutto un atteggiamento intellettuale e morale, che colpisce le intime convinzioni degli uomini, isolando duramente chi la pensa diversamente.

Il potere legislativo è pertanto completamente asservito alla maggioranza e ciò provoca una scarsa tutela dei diritti delle minoranze e dei dissenzienti . Esiste quindi una vera e propria tirannia della maggioranza, che si esprime attraverso il conformismo di massa e le passioni o gli impulsi irrazionali. La cultura delle società democratiche è sempre più una cultura di massa , povera di idee originali e passivamente accettata (di bassa cultura), la quale dà origine alla sfrenata ricerca di ricchezza e benessere, in quello che poi verrà chiamato consumismo.

Contro il dispotismo della maggioranza Tocqueville individua tre rimedi:

  • il decentramento amministrativo, come quello americano, mediante il quale le disposizioni del governo centrale vengono filtrate prima di arrivare ai destinatari;
  • l’associazionismo (politico, industriale, scientifico o letterario), perché l’associazione è un cittadino illuminato e potente, il quale, non conformandosi all’opinione della massa, è in grado di salvare le libertà comuni;
  • la libertà di stampa, perché, essendo il cittadino completamente isolato, egli può rivolgersi alla nazione solo attraverso la stampa.

John Stuart Mill (1806-1873)

Sulla scia di Tocqueville questo autore è critico verso la democrazia, perché il suo egualitarismo è livellatore delle personalità (e c’è sempre il pericolo della tirannia della maggioranza). Egli è aperto invece ad un cosiddetto socialismo liberale, dove la massima libertà d’azione individuale si combina con l’equa ripartizione dei benefici del lavoro collettivo.

Mill è favorevole al socialismo, perché lo considera un sistema sociale fattibile. Infatti, i lavoratori, una volta istruiti, potrebbero benissimo organizzare una produzione socialista per la collettività.

L’autore è fautore di un socialismo democratico, che deve puntare a migliorare la proprietà individuale, in modo che i benefici di essa vadano all’intera collettività.

Tale miglioramento della proprietà privata è possibile attraverso la distinzione dell’attività economica in:

  • produzione;
  • distribuzione.

Mentre la prima non è modificabile, perché soggetta a leggi fisiche, la distribuzione della ricchezza è interamente nelle mani degli uomini, che verso i beni prodotti possono comportarsi come meglio credono. Questo cambiamento nella distribuzione è legato alla volontà delle classi lavoratrici che, mediante l’istruzione, la stampa e l’attività sindacale, potranno accrescere il loro peso politico nella società.

La relazione fra lavoratori e capitalisti sarà quindi sostituita dall’associazionismo, sia tra lavoratori e datore di lavoro, sia tra gli stessi lavoratori. Il sistema cooperativo porterà in futuro all’unione tra indipendenza dell’individuo e vantaggi della produzione associata e tale unione determinerà la fine della contrapposizione storica fra operai e capitalisti.

Del sistema socialista Mill critica l’avversione verso la concorrenza, che invece è una realtà sempre positiva, in quanto riduce il prezzo della merce. Tale considerazione si riallaccia in generale all’elogio di Mill della diversità: agli uomini deve essere consentito di condurre vite diverse, secondo la loro vocazione ed il loro talento, e di esprimere liberamente la loro opinione. Bisogna quindi difendere l’autonomia intellettuale e psicologica dell’individuo, sia contro il dispotismo di Stato, sia contro il conformismo della massa.

Riguardo la forma di governo migliore, la preferenza di Mill è verso un sistema democratico-rappresentativo, gestito da uomini “illuminati” (gli intellettuali), in grado di curare gli affari pubblici: si tratta pertanto di una forte concezione elitistica. Egli è inoltre un fermo proporzionalista, perché ritiene che non solo la maggioranza, ma anche la minoranza debba avere i suoi rappresentanti politici. Tuttavia il suo metodo proporzionale deve essere corretto con vari antidoti, per evitare il potere assoluto della maggioranza. Fra questi il più importante è sicuramente quello che vuole la massima influenza possibile delle èlites intellettuali.

Thomas H. Green (1836-1882)

La libertà cessa con Green di essere considerata individualistica, ma comunitaria, perché i suoi benefici sono goduti in comune con tutti gli altri, e perciò essa non è più la semplice assenza di vincoli, come tradizionalmente si è sempre creduto.

La proprietà assume pertanto una concezione sociale, tale da giustificare l’intervento legislativo dello Stato per garantire le libertà in modo più ampio. Soprattutto è giustificato per salvaguardare la libertà di contratto, ovvero la libertà di fare ciò che si vuole con quel che si possiede.

David Gorge Ritchie (1853-1903)

Egli è ancora più favorevole all’intervento dello stato (da parte non solo del livello centrale, ma soprattutto del livello periferico) nella vita sociale, che considera non solo legittimo, ma necessario per il benessere del corpo sociale e per lo sviluppo armonico dell’individuo.

Afferma a tal fine l’esistenza di una malattia dell’ individuo astratto, ovvero dell’uomo indipendente dalla comunità di cui fa parte, dalla quale malattia discende una contrapposizione fra stato e individuo che non ha invece ragione d’essere.

Leonard T. Hobhouse (1864-1929)

La sua è una concezione liberal-socialista. La proprietà non è infatti, nella sua visione, una conquista individuale, bensì un diritto sociale, perché necessita della collaborazione della società per essere garantita e per essere creata nel complesso processo produttivo.

Quindi lo stato è pienamente legittimato ad intervenire nell’economia, per risolvere i problemi legati alla distribuzione della ricchezza, anzi esso è obbligato ad intervenire, perché i problemi sociali non si risolvono con il liberismo. Problemi che sono sempre più numerosi: assistenza medica, istruzione, diritto ad un salario decente, servizi sociali di sostegno, etc…

Una visione molto vicina al socialismo, ma ad un socialismo cosiddetto liberale e non a quello illiberale di stampo marxista, caratterizzato dalla soppressione della proprietà privata e dalla pianificazione dall’alto.

Benedetto Croce (1866-1952)

Il liberalismo è dialettica: può sintetizzarsi così il pensiero di Croce. La storia procede e progredisce mediante contrasti, opposizioni e contraddizioni, e quindi il pensatore liberale è tale quando riconosce il diritto all’esistenza di tutti i gruppi e partiti politici, perché la società si sviluppa dialetticamente solo dal loro antagonismo e dalle loro battaglie.

Il liberalismo consiste pertanto, in ultima analisi, nel garantire la regolarità della lotta fra partiti, attraverso la fissazione di adeguate regole e norme. Tutte le libertà sono implicite e sottintese in questa concezione del liberalismo come dialettica garantita da regole.

Einaudi (1874-1961)

È un liberista più che un liberale, tenendo però presente che la definizione di liberismo come dimensione economica del liberalismo non è pacifica. Per Einaudi infatti l’ordinamento perfetto va cercato dal punto di vista economico ed è tale quel sistema in cui tutte le parti sociali percepiscono un compenso proporzionale al valore del loro apporto nel processo di produzione del reddito: gli imprenditori in base al loro lavoro dirigenziale, i lavoratori in base al loro lavoro manuale o intellettuale, i capitalisti in base al valore dei loro investimenti.

È, secondo l’autore, un modello necessariamente imperfetto, di tipo liberistica, ispirato a quei principi di libera concorrenza in grado di elevare la vita umana e di valorizzarne la creatività.

In questa concezione lo Stato ha un’evidente funzione negativa, perché si limita ad assicurare il rispetto delle regole del gioco, cioè non l’assistenzialismo a favore delle classi lavoratrici (criticato da Einaudi, perché toglie ai lavoratori l’attitudine a lavorare), ma, per esempio, i limiti alla giornata lavorativa, l’assicurazione degli operai, la pensione d’invalidità e di vecchiaia e le imposte atte a ridurre le differenze iniziali di posizione.

Hans Kelsen (1881-1973)

Per Kelsen liberalismo e democrazia coincidono, tant’è che la sua è una dottrina democratica liberale. Secondo l’autore è il valore di libertà che determina la democrazia e non quello di eguaglianza. Infatti, mentre può esistere uno stato egualitario non democratico, cioè autoritario o addirittura totalitario, non può esistere uno stato democratico senza le libertà individuali di pensiero, di parola e di stampa.

Inoltre, nella società democratica liberale di Kelsen non si può fare a meno:

  • del suffragio universale;
  • dei partiti politici.

De Ruggiero (1888-1948)

Si caratterizza per una democrazia liberale. Infatti, quest’autore ha dato un grande contributo alla definizione dei rapporti tra liberalismo e democrazia.

Rapporti che sono di continuità e di contrapposizione.

Di continuità perché una volta che i diritti individuali cessano di essere prerogativa di pochi e diventano un bene comune — attraverso il quale il popolo acquisisce il diritto a governarsi da sé — il liberalismo si è già trasformato in democrazia.

Di contrapposizione perché mentre nel liberalismo l’accento è posto sull’elemento individuale, nella democrazia è posto su quello collettivo e le società pertanto degradano, a causa delle inevitabili conseguenze di quest’ultimo: conformismo, uniformità, burocratizzazione, mentalità assistenziale e ingerenza statale, tutti fattori che favoriscono la pigrizia.

La battaglia contro la società democratica ed a favore invece di una democrazia liberale deve essere combattuta, secondo De Ruggiero, dalle minoranze e cioè dai ceti industriali ed in particolare dai piccoli e medi imprenditori, che, con il loro genio inventivo, costituiscono le èlites intellettuali liberaldemocratiche.

Popper (1902-1994)

È il sostenitore della società aperta, cioè della società sempre disponibile a future correzioni. Quindi non esiste una società definitiva , perché qualsiasi assetto istituzionale è sempre rivedibile e migliorabile. In tale contesto diventa essenziale la discussione ed il confronto fra posizioni diverse. Il pluralismo culturale e politico (nella stampa, nei partiti, nei sindacati, in Parlamento) ed il conseguente dissenso sono elementi fondamentali, e, costituendo i presupposti della società aperta, devono essere garantiti ed istituzionalizzati.

Nella società aperta il principio di maggioranza non è fondamentale, perché anche la maggioranza espressa dal suffragio universale può essere antiliberale ed antidemocratica. Di conseguenza tale maggioranza può addirittura portare alla soppressione della società aperta, concretizzando il paradosso della tolleranza di Popper: estendere la tolleranza anche agli intolleranti provoca la distruzione dei tolleranti e della tolleranza stessa.

Bisogna invece che la società aperta si difenda dagli intolleranti, mettendoli fuori legge.

Secondo Popper l’individuo ha sempre diritto di essere ascoltato e di difendere le sue tesi, perciò è necessaria l’accettazione del principio della tolleranza almeno verso tutti quelli che non sono intolleranti.

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Autore: Steve Round

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