Il settimo pozzo – Fred Wander

Pensando al Giorno della Memoria, per non dimenticare.
Il settimo pozzo

Il settimo pozzo

Il settimo pozzo laverà via ciò che hai accumulato, i candelabri d’oro, la casa e i tuoi figli. Resterai nudo, come appena uscito dal grembo di tua madre. E l’acqua pura del settimo pozzo ti monderà, e tu diverrai trasparente, tu stesso pozzo, pronto per le future generazioni, perché riemergano dall’oscurità, limpido e puro lo sguardo, sommamente leggero il cuore”.

Rabbi Low, Jehuda ben Bezalel, Praga

Fred Wander, ebreo deportato in vari campi di concentramento e sopravvissuto alla Shoah, ha scelto di raccontare l’Olocausto attraverso le voci e le storie dei suoi compagni di prigionia: partigiani, prigionieri politici, ebrei, ciascuno, nella propria diversità, protagonista di maltrattamenti, lavori forzati, malattie, piccoli e grandi orrori quotidiani.

Sono racconti in cui la voce narrante rimane volutamente anonima, per dare spazio agli altri, ai loro racconti, a ciò che erano prima della deportazione, e a come cercano di sopravvivere quotidianamente al lager nazista: De Groot, famoso sarto di Amsterdam, amante della bella vita, o Tadeusz Moll, giovane di buona famiglia costretto a lavorare nei forni crematori, o Kuno, ragazzino della borghesia occidentale di Dortmund dal nome tedesco: “ma non gli era servito a niente, così come non gli erano serviti gli occhi azzurri, i capelli biondi e lisci, la costituzione longilinea, nordica: un ebreo resta sempre un ebreo”.

Considerato capolavoro narrativo del Novecento, il libro di Wander non è solo una testimonianza delle pagine più tristi della storia umana, ma è anche un esempio di come l’uomo, anche nelle situazioni più estreme, può fare la differenza, tra meschinità e piccole gioie, nel mondo durissimo del lager.

Mi ha colpito tutto di questo libro, lo stile narrativo, le storie dei personaggi, la descrizione della vita nel lager … ma più di ogni altra cosa mi ha colpito la narrazione, cruda, toccante, da pugno nella stomaco, dove però quasi non percepisci odio, e a tratti cogli elementi di speranza.

L’uomo si trascina sotto un carico di pietre, di legna, schiaccia pidocchi, litiga per una patata, cerca sulla strada un chiodo arrugginito per poter appendere, di notte, la giubba alla parete della baracca, cuce delle manopole con un pezzo di tenda rubato, drena le ferite, si lamenta, sospira, prega e piange anche al buio, impara a soffiarsi il naso con un dito, la schiena contro vento, si fascia i piedi piagati con gli stracci, dopo il lavoro fa arrostire una patata e ingoia la sua razione di pane. Di che cosa vive l’uomo? Mentre si trascina sotto il carico di legna e schiaccia pidocchi, la sua anima umiliata si ritira in recessi sconosciuti. Osserva i compagni di prigionia, come uno che è finito in mezzo ad un branco di lupi e aspetta che lo scovino e lo sbranino. Ma tiene l’orecchio teso al suo cuore (…) e cerca le tracce ormai disperse che la bellezza ha lasciato nella sua vita”.

L’esperienza del lager ha segnato profondamente Wander.

Io continuerò a piangere e a non capire nulla. È possibile capire la sofferenza degli altri, troviamo persino parole di conforto, persino un rimedio per coloro che hanno perduto tutto. Ma nessuno riesce a capire il proprio dolore. A trovare un conforto, un rimedio. E le persone che ti danno consigli perché non sanno, perché non hanno sofferto, tu le rifuggirai. Andrai a rintanarti. Parlerai con i muri. Solo i muri sanno. Solo i muri tacciono perché sanno …”.

Autore: Lagi

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