La fine è il mio inizio – Tiziano Terzani

La recensione del libro La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani

Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio

Recensione del libro ” La fine è il mio inizio ” di Tiziano Terzani.


“Ho il senso che non mi tocca più nulla, perché non sono quella maschera,

non sono questo corpo, non sono i miei ricordi, non sono …

Sono una cosa molto più grande, molto più piccola, molto più particolare,

ma non sono niente di tutto quello.

E proprio perché non sono niente di specifico, mi posso permettere di pensare che sono tutto”

Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio

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Il fenomeno “Terzani”, scattato quasi in concomitanza all’uscita del suo ultimo lavoro, ha indubbiamente un suo perché.

È difficile incastrare questo libro in un genere preciso.

Si tratta, com’è chiaro fin dalla prima pagina, di racconti di vita che un Terzani, ormai stanco e malato, lascia al figlio. Ma si tratta anche di un testamento per tutti i giovani, di un incoraggiamento a credere in se stessi, a lottare per i propri ideali, ad andare nel mondo senza la paura di essere da questo inghiottiti.

Trascritto dal figlio Folco, a cui Tiziano ha lasciato le sue memorie, ricostruisce gli ultimi trent’anni della sua storia personale, ma anche della storia mondiale, con le parole di chi ha assistito alla guerra in Vietnam, alla caduta del sogno comunista cinese, fino all’incontro con la spiritualità del Dalai Lama, sempre in prima linea e con la voglia di fare “ciò che voleva fare”.

La sua carriera di giornalista si confonde con la sua vita di uomo, la sua saggezza acquistata, con l’incoscienza di quegli anni, la critica per la società occidentale, con la consapevolezza delle problematiche dei paesi più poveri.

Leggere questo libro è come viaggiare in luoghi e tempi da noi a lontanissimi, ripercorrere le tappe di una vita intensa, che di per sé sembra essere stata almeno dieci vite diverse e altrettanto intense, incontrare un uomo che accetta di morire non perché sconfitto dal male che lo sta uccidendo, ma perché consapevole che, avendo ormai vissuto tutto ciò che desiderava vivere, il suo tempo su questa terra è finito. E ancora, è come poter osservare da vicino il cammino di un uomo “impavido” di fronte al pericolo, che ha rischiato spesso di morire per documentare tutto ciò di terribile a cui ha assistito, e che alla fine ha deciso di abbandonare tutto e di terminare la sua vita in Orsigna, un paesino vicino Firenze, dove figlio di una famiglia poverissima era iniziata la sua avventura nel mondo.

Durante questo lungo e tormentato viaggio di una coscienza che si è costruita giorno dopo giorno, mi è capitato molto spesso di non condividere il suo pensiero o il suo atteggiamento nei confronti delle cose, di arrabbiarmi per la sua “spavalderia” o, a volte, per il suo protagonismo.

Tuttavia, anche se non so spiegarmi perché, il messaggio che lui grida più volte, quello cioè di scoprire la nostra vera natura, di vivere a 360 gradi, e soprattutto di ricercare noi stessi e “impavidi” costruire il nostro futuro, sembra superare qualunque contrarietà, qualunque disappunto, e spingere chi legge, se ha buone orecchie, ad ascoltare e restare incantato, quasi, da tanta energia dello spirito. Eppure non è certo il senso del suo messaggio a lasciare a tratti interdetti, anche perché in fondo le sue parole non sono niente di nuovo né di originale – sarà forse che dette da qualcuno che le ha realmente messe in pratica, acquistano una potenza maestosa?

Chi può dirlo, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Autore: anotherday

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