La scomparsa dei fatti – Marco Travaglio

Una recensione del libro “La scomparsa dei fatti” di Marco Travaglio.

La scomparsa dei fatti di Marco Travaglio

 

Recensione del libro di Marco Travaglio ” La scomparsa dei fatti “.


la-scomparsa-dei-fattiIl libro La scomparsa dei fatti del giornalista Marco Travaglio (edizioni “Il Saggiatore”) è molto più di un saggio. E’ lo strumento con il quale il suo autore, grande conoscitore dei fatti e misfatti del nostro tempo, attacca, smonta e fa letteralmente a pezzi un intero sistema, quello della comunicazione mediatica in Italia. Un sistema di cui mette alla berlina, in modo efficace e quasi sempre ineccepibile, le falsità, le disfunzioni, le manipolazioni, gli usi interessati e, in ultima analisi, la sostanziale incapacità di evidenziare e diffondere quegli elementi che invece dovrebbero costituire il cardine dell’informazione e del giornalismo: i fatti.

L’autore mostra, con esempi evidenti ed eclatanti, tratti dalla cronaca contemporanea, come la realtà venga distorta in modo da creare una seconda realtà virtuale, fittizia, ma che la nostra comunicazione di massa riesce a rendere concreta, in qualche misura “vera”.

L’elenco dei motivi per cui coloro che fanno informazione preferiscono fornire, all’interno dei loro interventi, le opinioni, anziché i fatti, è lungo e ben curato ed occupa addirittura molte delle pagine iniziali del libro. Di tutti questi motivi il più ricorrente è quello dell’opportunismo: politico, economico o sociale. I giornalisti nascondono i fatti (anche mediante “l’arte di parlar d’altro”) e si limitano ad esprimere opinioni, spacciandole spesso per fatti, perché con le opinioni si può sostenere tutto ed il contrario di tutto, accontentando in questo modo più facilmente il politico, l’editore o il conduttore “amico”.

Che questa interpretazione del ruolo del giornalista sia esattamente il contrario della sua funzione storica, identificabile con il controllo del rispetto delle regole da parte di coloro che detengono il potere e con la corretta informazione dell’opinione pubblica, è questione trascurabile e che non interessa nessuno. Certo, grossa colpa di tale situazione è anche di chi dovrebbe intervenire e non interviene quando il mediatore della comunicazione mente, sa di mentire ed intenzionalmente scrive (o dice) la menzogna.

Infatti il libro lancia pesanti bordate anche all’indirizzo dell’ordine dei giornalisti, reo, secondo Travaglio, di non radiare dall’Albo i giornalisti che sono stati scoperti e condannati per aver dolosamente comunicato al pubblico notizie false, con il solo scopo di compiacere i “padrini” protettori. Anzi, in questi casi, l’ordine si è sentito frequentemente in dovere di mobilitare la categoria contro una presunta restrizione della “libertà di stampa”, come se diffondere un’informazione volutamente infondata e magari ben remunerata da chi se ne avvantaggia possa considerarsi una “libertà” dei giornalisti.

Se lo stato dell’informazione nel nostro paese è quello descritto, non deve stupire, sostiene sempre Travaglio, che chi dice la verità è spesso fatto oggetto di linciaggio e qui l’autore ritorna alle note vicende di cui è stato protagonista, spiegando come nessuna delle tante critiche ricevute dopo la sua partecipazione, nel marzo del 2001, alla trasmissione di Rai2 Satyricon , abbia avuto per contenuto obiezioni riguardo la veridicità delle cose dette nel programma (e scritte nel libro L’odore dei soldi ).

Particolarmente interessante è la distinzione operata da Travaglio tra obiettività e neutralità da una parte ed imparzialità dall’altra. Dice giustamente l’opinionista di Annozero, con argomentazioni che ricordano da vicino le teorie di Edgar Morin, che un giornalista non potrà mai essere obiettivo o neutrale, perché nel momento in cui descrive un evento lo elabora necessariamente secondo la sua cultura e la sua personalità (egli rientra nel fenomeno osservato, per dirla appunto con il sociologo Morin). Quello che un buon giornalista dovrebbe semmai cercare di mettere in pratica è l’imparzialità, intesa quale sinonimo di buona fede.

Dovrebbe cioè adottare un determinato metro di misura e saperlo applicare a tutti gli accadimenti di cui è partecipe. L’esempio utilizzato magnificamente da Travaglio per delineare un giornalista imparziale è quello del pacifista convinto che racconta di una guerra: questi chiaramente lo farà dal punto di vista delle vittime e sottolineandone gli orrori (per la menzionata impossibilità di essere obiettivo e neutrale), ma potrà meritatamente essere definito imparziale se la descriverà allo stesso modo sia quando essa è stata scatenata da una potenza occidentale, sia quando è stata voluta da un paese mediorientale, pertanto sia quando è di destra, sia quando è di sinistra.

Dalla guerra in Iraq a tangentopoli, passando per il delitto di Cogne e le elezioni politiche, nulla è tralasciato da Travaglio nel suo libro sullo stato del giornalismo nazionale, che ha cura di raccontare, per ciascun avvenimento e una volta per tutte, i fatti, così come riportati nei documenti ufficiali. Fatti spesso dimenticati dalle cronache scritte sui giornali o dette in TV, più occupate a citare le affermazioni di pseudopinionisti che a riferire semplicemente come si sono svolti gli eventi di cui si dibatte.

La scomparsa dei fatti costituisce un manuale, un punto di riferimento imprescindibile per i professionisti del giornalismo, almeno per quelli rispettosi del loro pubblico e coerenti con il ruolo sociale che rivestono, ruolo di mediatori fra l’accaduto e la gente che questo accaduto vuole conoscere con esattezza.

Il libro di Marco Travaglio dovrebbe anzi assurgere a diventare un testo universitario, p.es. nei corsi di laurea in scienze della comunicazione, per l’approfondimento di teorie comunicative poco conosciute, quali quella tedesca “della spirale del silenzio” o quella americana “della dipendenza”, entrambe figlie di un famosissimo saggio del 1966, La realtà come costruzione sociale di Berger e Luckmann.

In esso si ipotizza, con largo anticipo sui tempi e con dei riferimenti di grande attualità, un sistema dei media in grado di diffondere ampiamente le conoscenze, ma in cui la realtà veicolata viene filtrata, interpretata, distorta e non rappresentata oggettivamente. Coloro che mediano le notizie operano quindi una ri-costruzione sociale della realtà, della quale gli individui non possono fare a meno, perché la realtà è fruita soprattutto attraverso i mass media.

In particolare leggendo l’ultima opera di Travaglio sembra di leggere i pericoli insiti nella teoria della spirale del silenzio, elaborata nel 1979 dalla Neumann. Secondo tale autrice la formazione dell’opinione pubblica è operata dai media ed in particolare dalla televisione.

Ciascun individuo tende a conformarsi alle opinioni dominanti, per non essere emarginato dall’integrazione sociale, nascondendo le opinioni contrarie quando ritiene di essere in minoranza. Pertanto, nella spirale del silenzio, i media tendono a rendere l’opinione dominante sempre più diffusa e nel contempo riducono al silenzio le opinioni contrarie ad essa. L’opinione pubblica è influenzata attraverso la cumulatività, ovvero la ripetitività delle informazioni, e la consonanza, cioè la presenza di un’argomentazione unanime, decisa dallo stesso sistema dei media quando manca il “pluralismo” dell’informazione.

Ma anche la teoria comunicativa della dipendenza, degli americani DeFleur e Ball Rokeach (1989), può essere egregiamente spiegata utilizzando gli esempi tratti dai capitoli del La scomparsa dei fatti, in quanto essa parte dalla constatazione che gli individui dipendono dai media per conoscere la realtà ed ottenere informazioni adatte ai loro scopi. Questa teoria studia quindi le relazioni tra il sistema dei media e gli altri sistemi sociali.

Il potere dei media sta nel controllo delle risorse d’informazione, necessarie a individui, gruppi e sistemi sociali per il raggiungimento dei loro fini, che possono essere lavorativi, economici, politici, etc… Il sistema dei media è dunque, in tale costruzione, una risorsa fondamentale della società, la quale ha rapporti non a senso unico con gli altri sistemi, come dimostra lo stretto legame esistente tra i media ed il sistema politico, oppure, più recentemente, quello tra i media ed il sistema sportivo (il caso “moggiopoli” per tutti).

In conclusione Travaglio ha fatto centro con il suo ultimo lavoro, perchè in esso è riuscito accuratamente a tratteggiare la pietosa condizione dell’informazione in Italia. Lo ha fatto raccontando semplicemente i fatti, le notizie, dicendo la verità senza sconfinare nel campo delle opinioni. Tuttavia, pure questa verità è sicuramente una verità scomoda.

Autore: Steve Round

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