Credito al consumo

Un articolo sulla situazione in Italia del credito al consumo; analisi del ruolo delle finanziarie e delle banche.

Il credito al consumo (L’Italia dei pagamenti a rate)

Secondo le statistiche la metà degli italiani con età compresa tra i 18 ed i 79 anni è parte debitrice di un prestito rateale e tale percentuale, in base a stime attendibili, dovrebbe ulteriormente crescere nei prossimi anni. L’aumento dei prestiti immobiliari, ovvero dei prestiti finalizzati all’acquisto di una casa (molto frequentemente della prima casa), non è sufficiente a spiegare questo fenomeno, per il quale bisogna chiamare in causa anche il comparto del credito al consumo che sta conoscendo un vero e proprio boom. Grossa fetta dei finanziamenti con piano d’ammortamento rateizzato è infatti costituita proprio da questo speciale settore del credito rivolto all’acquisto di beni di consumo, che, stando ai dati Eurispes, interessa soprattutto i lavoratori dipendenti (anche se non mancano pensionati e casalinghe) nella fascia d’età che va dai 34 ai 45 anni, con una certa prevalenza delle donne. Nei primi mesi dell’anno in corso, peraltro, esso ha segnato un aumento del 7,7% rispetto all’anno precedente (fonte Bankitalia).

Tuttavia il dato riguardante la straordinaria richiesta di credito al consumo da parte, in primis , delle famiglie non deve sorprendere, perché è in larga misura il risultato di una precisa volontà degli enti creditori (banche e società finanziarie), che hanno messo in atto, già dalla prima metà degli anni ’90, una precisa politica manageriale volta a sfruttare e valorizzare quello che appariva allora, ed a ragion veduta, un appetibile e redditizio terreno d’investimento per le loro risorse. In particolare la scelta di tali imprese di puntare sulla speciale categoria dei finanziamenti destinati non all’investimento in mezzi di produzione, bensì a quello in beni durevoli e servizi per il consumo familiare (elettrodomestici, TV al plasma, computer, automobili, ma anche vacanze estive e conti del dentista) è derivata da due ordini di motivi.

Il primo è riferito alle società finanziarie, per le quali è stata una decisione quasi obbligata, in quanto la via dei prestiti alle famiglie con basso reddito ha costituito per molte di esse, in un momento di crisi caratterizzato da una generale propensione delle aziende a non indebitarsi e dal frequente verificarsi del mancato rimborso dei prestiti concessi, l’unica concreta possibilità di restare sul mercato e la loro stessa ragion d’essere.

Il secondo ordine di motivi, riferito invece al sistema bancario, è più complesso, ma spiega bene perché le aziende di credito (e quindi gran parte degli attori del sistema finanziario) abbiano deciso di investire nel credito al consumo, seminando il campo e creando le condizioni necessarie per la successiva lucrosa raccolta dei frutti. Nei primi anni ’90 le Banche, per una serie di ragioni (disintermediazione, concorrenza con i più remunerativi titoli di Stato, competitività tra grandi banche, etc…), hanno visto diminuire i loro margini di redditività. La “forbice”, ovvero la differenza tra gli interessi percepiti dagli affidati e quelli pagati ai depositanti, si era fortemente ridotta e molte Banche ebbero all’epoca non pochi problemi di bilancio. Era messa in discussione la stessa funzione di intermediazione degli istituti di credito, che non riuscivano più a svolgere il loro tipico ruolo di anello di congiunzione tra richiedenti ed offerenti fondi. Da quella situazione le Banche ne uscirono ampliando l’area, già marginalmente occupata, dei servizi offerti alla clientela, che conobbero uno straordinario incremento sia in quantità, sia in qualità, perché, oltre alla predisposizione di nuovi servizi innovativi, l’occasione fu buona per l’appropriazione da parte delle aziende di credito di attività non propriamente bancarie, come per esempio la fornitura di polizze assicurative. Il sistema bancario sostituì pertanto al non più fiorente reddito caratteristico della sua gestione, derivante dall’intermediazione di capitali, quello legato all’area dei servizi, identificato dalle voci commissioni e proventi vari, tant’è che le Banche assunsero di diritto la qualifica di aziende “di servizi”. Ma queste si resero presto conto che lo sfruttamento e la valorizzazione dell’attività di erogazione di servizi aveva, in fatto di remunerazione, precisi limiti quantitativi, oltre i quali era impossibile andare. In sostanza, il positivo risultato di Bilancio afferente le commissioni sui servizi prestati alla clientela non poteva essere dilatato più di tanto, perché mancava la domanda e perché la concorrenza impediva di alzare le relative tariffe al di sopra di ragionevoli livelli. Di conseguenza gli uffici studi delle grandi Banche sono stati costretti a sviluppare nuove e diverse politiche di redditività. La scelta a favore del credito al consumo, compiuta a partire dalla metà degli anni ’90, con i positivi effetti “a cascata” che si stanno registrando negli ultimi anni, non fu casuale, ma il prodotto della semplice “osservazione partecipativa” condotta sui sistemi bancari e finanziari degli altri Paesi (soprattutto anglosassoni), più all’avanguardia del nostro. In queste nazioni infatti si era già scoperta, con molti anni d’anticipo, l’opportunità di dirottare le risorse in eccesso presso le società creditizie, dal comparto imprese ( corporate ) al settore famiglie ( retail ), allo scopo di finanziarie gli acquisti di beni di consumo.

Nel credito al consumo rientra quindi qualsiasi finanziamento rateale diretto a sovvenzionare l’acquisto di beni o servizi, dai prestiti personali alle aperture di credito rotativo ( revolving credit ) con o senza carta, fino alle operazioni di cessione del quinto dello stipendio. Il prestito riguarda un importo compreso tra un minimo di euro 154,94 ed un massimo di euro 30.987,41 e può essere concesso solo dalle banche e dagli intermediari finanziari iscritti nell’apposito albo tenuto presso l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC).

In particolare il prestito personale è un finanziamento rateale, tipo mutuo, in cui è previsto un piano d’ammortamento per il rimborso della somma erogata. La rate da pagare alle scadenze pattuite nel piano sono generalmente costanti e prefissate nella quantità, a meno che il contratto non preveda un tasso d’interesse variabile.

L’apertura di credito rotativo è invece un’operazione con la quale si costituisce una disponibilità finanziaria a favore dell’affidato, che egli può utilizzare come crede per il suo consumo personale. Questa forma di prestito, chiamata pure revolving credit , è sicuramente quella più apprezzata dai finanziatori, perché permette anche una strutturazione dell’intervento tramite utilizzo della carta di credito presso gli esercizi commerciali convenzionati, creando così una rete operativa, foriera di sinergie reciproche, tra beneficiario, negoziante-intermediario ed ente creditizio.

L’utente che intende chiedere un credito rotativo può rivolgersi presso lo sportello bancario o della finanziaria, oppure stipulare il contratto di finanziamento direttamente nel punto vendita di beni e servizi ove si trova per l’acquisto del prodotto da pagare in modo dilazionato. Le rate saranno addebitate periodicamente sul conto corrente del compratore, mentre il prestito sarà versato per intero al venditore, il quale, in alcune forme contrattuali, lucra anche delle commissioni per il servizio reso all’istituto finanziario.

E’ bene precisare però che i due contratti, d’acquisto e di finanziamento, sono e rimangono giuridicamente distinti, il primo riguardante i rapporti tra acquirente e commerciante-venditore ed il secondo quelli tra compratore-affidato ed intermediario finanziario. Con l’importante conseguenza che l’acquirente non può rifiutarsi di pagare le rate alle scadenze concordate eccependo eventuali problemi insorti tra lui ed il venditore.

Autore: Steve Round

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