Crescita dei tassi di interesse sui mutui

Un articolo sulla crescita dei tassi di interesse sui mutui; prospettive generali e penalizzazioni per le famiglie

La crescita dei tassi di interesse sui mutui penalizza le famiglie

Dopo lo straordinario boom nel campo dei mutui destinati alle famiglie, soprattutto di quelli finalizzati all’acquisto dell’abitazione, sembra arrivato il momento dell’inversione di tendenza.
Il mercato dei prestiti, che è sempre cresciuto negli ultimi sei anni, indica inequivocabili segnali d’allarme, molto probabilmente a causa dei recenti e frequenti aumenti dei tassi di interesse.
Anche se è troppo presto per parlare di una vera e propria flessione del settore, nei primi mesi del 2007 la domanda su scala nazionale di mutui ipotecari è scesa in media dell’1,6% ( fonte Bankitalia ) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Il dato appare comunque più confortante se analizzato a livello regionale. Infatti, alla grave caduta del credito nelle regioni tradizionalmente più industrializzate del nord-ovest (-5,2%) si contrappone il +1,6% del centro Italia e delle regioni nord-orientali, mentre nel sud si registra una richiesta di prestiti invariata (0%) e nelle isole un picco negativo addirittura superiore al sei per cento (6,1%).

Emerge quindi, se le tendenze saranno confermate, un futuro incerto e sicuramente più articolato per gli operatori. Innanzitutto per le imprese, che presumibilmente investiranno di meno o lo faranno mediante l’autofinanziamento rappresentato dal capitale proprio, ma più che altro per le famiglie, che dovranno rivedere i loro piani d’indebitamento, anche alla luce di altri importanti fattori come la forte impennata del prezzo delle case verificatasi dopo l’entrata in vigore dell’euro e la sostanziale stabilità degli stipendi in termini reali, ovvero deflazionati dell’aumento del costo della vita.
E il quadro è maggiormente esaltato se posto a confronto con il processo di crescita (+326% per i finanziamenti garantiti da ipoteca) che ha caratterizzato dal 1999 il complessivo indebitamento delle famiglie verso il sistema creditizio.

Pertanto, oltre all’aumento dell’inflazione e del prezzo delle abitazioni (peraltro quest’ultimo in misura inferiore che in passato), nei calcoli previsionali per gli anni a venire è da computare anche il verosimile rialzo della parabola dei tassi d’interesse, rialzo che la BCE sta, con precisione quasi notarile, periodicamente formalizzando nelle sue decisioni (ci sono stati ben sette aumenti consecutivi del saggio BCE da novembre 2005). Anzi, sembra che La Banca Centrale Europea abbia in programma, entro i primi mesi del 2008, uno o due ritocchi verso l’alto del tasso di riferimento, di cui uno, nella misura dello 0,25%, già dal prossimo autunno.

In particolare la struttura dei tassi di interesse è cresciuta solo nel 2006 dell’1,25%, definendo una situazione in cui il saggio sui mutui attualmente in erogazione si aggira intorno al 5,5-6%, con un notevole avvicinamento tra tassi fissi e variabili.

L’effetto negativo sulle tasche degli italiani di questo maggior costo nel rimborso dei mutui accesi con il sistema bancario influirà inevitabilmente sulle decisioni di spesa e quindi di conseguenza sul reddito nazionale.
Inoltre, esso non riguarderà solo i futuri mutuatari, ma anche coloro che hanno già in essere un finanziamento con le banche, a causa della scelta, da molti operata in passato, di indirizzare le proprie preferenze verso i mutui a tasso variabile.
Così, mentre chi ha ben valutato la decisione di indebitarsi, volgendo l’attenzione al lungo termine e scegliendo la modalità del tasso fisso, oggi guarda con tranquillità all’immediato avvenire, chi ha optato per l’invariabilità del tasso, privilegiando il breve termine, si trova ad avere una rata da pagare molto più cara, con prospettive di ulteriore crescita per il futuro.

Ricordiamo che il mutuo a tasso variabile prevede l’ancoraggio dello stesso ad un parametro di riferimento (in genere l’Euribor), per cui al modificarsi di questo si modifica anche il tasso sul prestito, in ragione dello spread fissato autonomamente dalla banca e variabile in base alla durata del mutuo.

E’ anche vero che il trend di aumento dei tassi di interesse potrebbe arrestarsi fra breve. Non sono pochi i sostenitori della teoria che i tassi torneranno ad abbassarsi o comunque si stabilizzeranno una volta raggiunto l’apice, costituito nella fattispecie da una quota pari al 4,5-5%, perché è impensabile che dalla rigida politica monetaria dell’UE possano scaturire tassi a due cifre come accadeva negli anni ’80, quando era in vigore, tra i Paesi continentali, l’ormai dimenticato accordo del “serpente monetario“. Peraltro l’indicato livello massimo del costo del denaro permetterebbe di compensare l’inflazione, fornendo ulteriore energia al rallentamento della tendenza all’aumento dei tassi stessi.

Non dimentichiamo infine le conseguenze del supereuro. Lo strapotere dell’euro sul dollaro USA, pur comportando controindicazioni sulle esportazioni e sulla crescita del PIL, determina giocoforza una politica monetaria rigida, la quale rende per molti versi superflue eventuali manovre al rialzo del tasso d’interesse.

Se si può trarre una conclusione da queste vicende, essa è sicuramente da ricercare nella necessità di ponderare con sufficiente attenzione le condizioni del mutuo che si sta richiedendo all’istituto di credito, confrontando con cura le varie possibilità di finanziamento e valutando con altrettanta cura tutti i parametri del prestito. Tra di essi infatti non ci sono solo il tasso e le spese (compresi, per gli ipotecari, gli onorari notarili e l’assicurazione dell’immobile), ma anche l’ISC (l’Indicatore Sintetico di Costo), che sintetizza in un’unica misura il costo complessivo dell’operazione per il debitore, e lo spread , che fissa la variazione periodica del tasso e che, per definire un buon mutuo, non deve superare l’1%, altrimenti il finanziamento proposto può a ragione considerarsi eccessivamente oneroso.

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Autore: Steve Round

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