Crescita italiana

Commenti sulla crescita italiana con riferimenti ai dati del rapporto ISTAT 2006.

La crescita italiana
L’Italia cresce, ma al di sotto della media europea

L’ISTAT ha recentamente diffuso il suo rapporto annuale per il 2006, un documento di eccezionale interesse e non solo per gli addetti ai lavori. L’analisi dell’Istituto di statistica mostra infatti l’andamento recente e quindi le tendenze delle principali variabili del sistema economico italiano.

L’evento è un’ottima occasione per fare il punto sulla situazione generale in cui si trova il nostro paese, anche allo scopo di fornire spunti interpretativi e strumenti di conoscenza ai policy maker, da utilizzare per una corretta valutazione dei loro interventi.
In particolare sono stati esaminati il sistema produttivo, il mercato del lavoro, la situazione economica delle famiglie e la struttura sociodemografica della popolazione, con un occhio di riguardo, per quest’ultima, al fenomeno dell’invecchiamento ed a quello altrettanto importante dell’immigrazione.

Per quanto riguarda più da vicino gli aspetti economici della rilevazione statistica, si evidenzia innanzitutto come nel paese il potenziale di crescita non sfruttato sia stato, ancora un volta, la diretta conseguenza del complessivo clima d’incertezza e di sfiducia che si è respirato, a sua volta frutto di una governance non ben definita ed univoca, non in grado cioè di imprimere una sufficiente credibilità alle sue politiche. Ciò spiega in buona parte il motivo per cui l’Italia, pur essendo una delle più avanzate economie mondiali, non riesce a stare al passo con gli altri paesi e presenta delle prospettive di miglioramento molto condizionate da vincoli strutturali.
Vincoli che richiedono necessariamente un disegno organico di interventi ad ampio respiro, finalizzato al rilancio della competitività ed allo sviluppo della ricerca, dell’innovazione e del capitale umano.

Tra le inefficienze ed i ritardi che allontanano le possibilità di crescita sostenuta dell’economia italiana non è da annoverare l’andamento dei prezzi, perché il tasso d’inflazione nel nostro paese è, per il secondo anno consecutivo, in media con quello della Uem ed è quantificabile in 2,2 punti percentuali (indice armonizzato). Sono invece da citare, quali fattori di condizionamento del sistema economico, le vulnerabilità legate alla condizione della finanza pubblica.
Si è infatti registrato nel 2006 un maggior indebitamento netto in rapporto al PIL, che è passato dal 4,2% al 4,4%, ed una conseguente crescita del debito pubblico (sempre in percentuale del PIL), salito al 106,8% dal 106,2% dell’anno precedente, dopo dieci anni di continua diminuzione del rapporto.

A livello internazionale il triennio 2004-2006 è stato uno dei periodi di espansione delle attività mondiali più intensi degli ultimi tre decenni. In particolare nell’area Uem si sono riscontrati, in 15 mesi, oltre ad un’inflazione moderata, un aumento dei tassi di riferimento a breve dell’1,75%, fino al 4,75%, ed un consistente apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro (di 12 punti percentuali). Ciò ha accelerato gli investimenti e le esportazioni europee, con una significativa espansione soprattutto in Germania, qualificando i risultati raggiunti all’interno della Uem come un modello di riferimento per tutti gli altri paesi.

Il confronto dei progressi ottenuti nell’area euro con i risultati italiani è pertanto altamente indicativo e consente una soddisfacente valutazione delle performances nostrane. Da esso emerge una fotografia non certo brillante dello stato dell’economia nazionale, perché le variabili andamentali considerate sono tutte al di sotto del benchmark europeo.

Nel dettaglio, il Pil italiano è aumentato dell’1,9%, che è un buon progresso rispetto alla variazione quasi nulla del 2005 (la peggiore di tutta l’area euro) ed al quadriennio di stagnazione dal quale venivamo, ma senz’altro non esaltante se paragonato alla media Uem, superiore di circa un punto percentuale. Differenziale negativo che è comunque diminuito rispetto al 2005, quando era stato addirittura dell’1,3%.

La ripresa italiana è dovuta soprattutto alle spinte provenienti dall’industria, la quale ha visto crescere la produzione del 2,6%, anche qui con un punto di margine negativo rispetto alla media Uem e pur registrando un miglioramento rispetto agli anni immediatamente precedenti, dove il differenziale Italia/Europa era di ben due punti percentuali.

L’analisi dell’ISTAT ha pure evidenziato un modesto contributo alla crescita del Pil da parte del settore dei servizi (1,6% contro il 2,6% della Uem), causato da un’imprenditorialità quantitativamente molto inferiore a quella europea nei comparti del credito e delle attività professionali. Evidentemente tali servizi hanno risentito della forte concorrenzialità estera esistente sui loro mercati.

Se si passa dai dati statistici dell’offerta a quelli della domanda, i risultati non cambiano. Anche le componenti dei consumi privati e degli investimenti presentano infatti un incremento annuale (2,3%) meno vivace del resto dell’area continentale. A parità di aumento della domanda estera (0,3%, in linea con l’Uem) e quindi delle esportazioni, che solo in Germania hanno trainato l’espansione economica, la ripresa degli investimenti interni poggia inevitabilmente sugli stimoli derivanti dal miglioramento del clima degli affari e delle aspettative, mentre la ripresa dei consumi è inscindibilmente legata alla possibilità di un maggior reddito disponibile, tale da alimentare la spesa delle famiglie. Obiettivo quest’ultimo raggiungibile quasi esclusivamente con un rilevante contenimento della pressione fiscale, da cui deriverebbe anche l’ulteriore beneficio di creare nel sistema sociale quella sensazione di fiducia che da troppo tempo è alle porte della nostra economia.

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Autore: Steve Round

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