Crisi internazionale del credito

Una semplice spiegazione per capire cosa sta accadendo alla finanza internazionale e quello che ci aspetta in Italia

Cominciamo subito col dire che l’economia americana era già da qualche anno in fase di recessione. Questa verità è stata a lungo tenuta nascosta, ma adesso è scoppiata come una bomba in tutta la sua terribile evidenza ed ovviamente, in un mercato mondiale unico e globalizzato, sta coinvolgendo anche le economie degli altri Paesi.

La cronaca di questa crisi occulta parte addirittura dal lontano 2001, quando il sistema americano fu costretto a fare i conti con la sanguinosa fine degli entusiasmi per la cosiddetta new economy fondata su Internet. Per contrastare le enormi difficoltà degli operatori della rete virtuale, seguite al crollo delle loro prospettive di reddito, l’amministrazione Bush mise in campo varie contromisure.

Innanzitutto manovrò sul tasso di cambio del dollaro in modo da lasciare che la moneta statunitense si deprezzasse nei confronti delle altre valute e ciò spiega, in parte, l’eccezionale livello di quotazione (rispetto al $) raggiunto dal cosiddetto supereuro. L’intenzione era quella di aggiungere alla fiacca domanda interna di beni le richieste provenienti dall’Europa ed alimentare così l’export USA.

Poi il governo americano operò un forte sgravio fiscale, che però di fatto avvantaggiò solo le categorie più ricche, non riuscendo a risollevare l’economia americana dalla recessione in cui era caduta per l’infrangersi del sogno del denaro facile proveniente da Internet. Una recessione che, ricordiamo, avveniva proprio in un momento particolare per gli USA (l’11 settembre) e quindi in un periodo, quello successivo alle Torri Gemelle, caratterizzato da un’economia di guerra, la quale è per definizione un’economia di pieno impiego.

Anzi, i malpensanti hanno sostenuto che la stessa decisione di iniziare la guerra in Iraq, con buona parte del contingente militare impegnato su questo fronte bellico, sia da considerarsi una delle misure escogitate da George W. Bush per far uscire il sistema americano dalla crisi in cui versava. Pur non volendo arrivare a pensare che la guerra in Iraq sia stata il frutto della flessione dell’economia d’oltreoceano, è significativo che tale economia segni decisamente il passo nonostante le sostanziose commesse militari scaturenti da tutti i fronti bellici (non solo in Iraq, anche p.es. in Afghanistan, etc…).

Ma il provvedimento dell’amministrazione Bush che più di ogni altro avrebbe dovuto riportare il sistema produttivo americano a pieno regime è stato sicuramente quello, deciso di concerto con l’allora premier della Federal Reserve (la Banca centrale USA) Alan Greenspan , di attuare una rigida politica monetaria tesa ad ottenere la drastica riduzione dei tassi di interesse. Solo così era possibile sostenere l’occupazione e la crescita USA in affanno.

La decisione ha dato i suoi risultati, perchè gli americani hanno conosciuto tassi di interesse bassissimi (addirittura dell’1% nel 2003). Tuttavia questa politica ha solo rinviato l’inevitabile e qui arriviamo finalmente agli avvenimenti recenti, la responsabilità dei quali è pertanto da attribuirsi ai supervisori che non hanno controllato ed a colui che fino a poco tempo fa era considerato una delle massime autorità mondiali in fatto di politica monetaria: l’ex Presidente della Fed Alan Greenspan.

Come ha infatti giustamente osservato il premio Nobel e docente alla Columbia University Joseph E. Stiglitz, la politica monetaria messa in moto da Greenspan ha funzionato diversamente da quello che è il modello scolastico. I tassi di interesse in discesa anziché stimolare le aziende a prendere più prestiti per realizzare maggiori investimenti, hanno indotto le famiglie a indebitarsi massicciamente attraverso l’accensione di (o la ristrutturazione di vecchi debiti con) mutui a tasso variabile, con il conseguente aumento dei consumi ed il riavvio della crescita economica.

Inoltre, in una situazione caratterizzata da tassi di interesse decrescenti, le banche hanno avuto tutta la convenienza a spingere al massimo l’offerta di tali mutui, riducendo i parametri di solvibilità negli standard di affidamento ed arrivando ad erogare prestiti, anche mediante la creazione di nuovi prodotti, che riescono a finanziare percentuali molto vicine al 100% del valore della casa al cui acquisto sono destinati.

È chiaro che un mercato del genere ha provocato il boom dei mutui subprime, ovvero dei mutui cosiddetti di serie B, concessi alle categorie meno abbienti, privi di garanzie e quindi molto più rischiosi per gli istituti eroganti.

Sennonché il meccanismo ha funzionato solo fino al momento in cui tassi hanno toccato il fondo ed hanno cominciato a risalire, mentre il prezzo degli immobili è aumentato più che proporzionalmente rispetto all’ampliamento del costo dei mutui finalizzati al loro acquisto.

A questo punto i mutuatari che con troppa leggerezza (e con miopia temporale) avevano accettato la variabilità del tasso pur di spuntare condizioni di partenza ultrafavorevoli (non per niente tali finanziamenti sono in USA chiamati “teaser“, cioè stuzzicanti), si sono resi conto di non essere più in grado di pagare le rate del mutuo, perchè queste erano aumentate a dismisura rispetto all’importo iniziale, in corrispondenza appunto del nuovo andamento al rialzo dei tassi di interesse.

Ecco, in parole semplici, ciò che è accaduto nei mesi scorsi e perchè sui mercati finanziari gli operatori hanno tenuto a lungo il fiato sospeso. Ma l’aspetto sorprendente di questa vicenda è che essa era facilmente prevedibile, eppure niente è stato fatto per evitarla o prevenirla.

Era evidente che i tassi di interesse una volta raggiunto il minimo sarebbero ricresciuti ed era altrettanto evidente che le famiglie nel frattempo indebitatesi con mutui indicizzati avrebbero avuto serie difficoltà a trovare i soldi per pagare rate sempre più elevate. Ed è questa la grande colpa di Greenspan, il quale fino all’ultimo ha esortato le famiglie americane a sottoscrivere mutui “a tasso regolabile invece che fisso”, come se si aspettasse che i tassi sarebbero rimasti per sempre all’1%.

Tuttavia la “debacle” dei mutui subprime americani non spiega per intero la catastrofe finanziaria registrata in primis dalle borse di tutto il mondo, tanto d’arrivare a parlare di una crisi generale del capitalismo.

Infatti, secondo un’attendibile stima, i subprime valgono solo il 10% del mercato americano dei prestiti ed anche se la sensazione è che le difficoltà del credito non si limitino al settore dei subprime, occorre fare ulteriori considerazioni per spiegare perchè la crisi innescata dai mutui abbia attraversato orizzontalmente tutto il panorama della finanza mondiale. In altre parole bisogna chiedersi perchè tutti parlano dell’attuale momento di crisi nel settore dei finanziamenti, quando questo invece avrebbe dovuto limitarsi ai mutuatari impossibilitati a rimborsare il prestito ottenuto ed agli istituti creditori che, per superficialità nell’affidamento, non hanno patrimoni da aggredire per recuperare i loro crediti.

Il collegamento tra il mercato americano dei mutui ai nuclei familiari più poveri e le grandi società finanziarie internazionali è da ricercare nel tipico funzionamento della finanza derivata, che tende a trasformare in titolo di credito qualsiasi strumento entri nella sua disponibilità.

Così numerosi istituti di credito che avevano nel loro portafoglio i subprime hanno provveduto alla cartolarizzazione di questi ultimi, cioè alla loro trasformazione in titoli, che hanno poi collocato (venduto) sul mercato.

Tali nuovi strumenti finanziari, che prendono il nome di “asset locked securities“, sono di fatto titoli a garanzia patrimoniale, liberamente ceduti sul mercato, ma senza alcuna garanzia di rimborso visto che essa dipende in sostanza dal regolare pagamento dell’originario subprime da cui derivano (ecco perchè si chiamano “derivati”).

Ma non finisce qui, perchè questi titoli derivati subiscono un ulteriore raggruppamento con altri titoli a garanzia patrimoniale, provenienti da ordinarie transazioni commerciali e da obbligazioni vere e proprie, diventando CDO (Collateralized Debt Obbligations), ovvero in gergo tecnico “titoli salsiccia”.

Essi vivono (come tutti i derivati) di vita propria e sono quindi acquistati come tali non solo dagli hedge funds (fondi speculativi) riservati agli investitori istituzionali, ma anche da multinazionali e istituzioni varie allo scopo di diversificare i loro investimenti finanziari.

Il problema è che dopo tutti i passaggi descritti, di questi titoli salsiccia non si conosce più né il contenuto, né, di conseguenza, il loro grado di rischiosità ed anzi essi sono spesso rivestiti di una patina di credibilità e di sicurezza, quando invece il loro debitore di ultima istanza rimane il cliente bancario non abbiente che ha comprato la sua casa indebitandosi fino al collo perchè privo della necessaria disponibilità monetaria.

È proprio questo passaggio dai subprime americani ai mercati finanziari internazionali che sta allarmando gli operatori economici ed i governi di mezzo mondo, tanto da far arrivare le principali banche centrali alla decisione, senza precedenti, di abbassare contemporaneamente i tassi di riferimento di mezzo punto percentuale. Senza dimenticare i provvedimenti legislativi adottati da quasi tutti i Paesi, ivi compresa l’Italia, tesi a tutelare il risparmio e i depositi bancari da qualche eventuale default degli istituti creditizi.

L’immagine che rende meglio gli attuali accadimenti dell’economia mondiale è quella dell’infezione. Questa ha avuto origine in una parte del corpo specifica (un particolare comparto dei mutui negli USA) e poi, pian piano, ha contagiato altre parti del corpo (Paesi e settori economici), anche molto lontane, ma pur sempre collegate e funzionali in un unico organismo (il sistema finanziario internazionale). Adesso si stanno iniettando antibiotici (liquidità e abbassamento dei tassi) per curare i diversi organi infettati e, come succede in medicina, dobbiamo solo aspettare che la malattia faccia il suo corso e le cure abbiano effetto. Sperando che ciò avvenga il prima possibile: in fondo, tutte le crisi economiche hanno una fine.

La domanda importante a questo punto è: quale riflesso avrà in Italia lo sconvolgimento finanziario descritto, generatosi negli States e allargatosi per il coinvolgimento delle imprese multinazionali?

Riteniamo che la risposta a tale interrogativo sia la seguente: non ci sarà nel nostro Paese la crisi finanziaria, ovvero di liquidità, formatasi nelle altre nazioni, con il conseguente fallimento delle banche e la loro necessaria nazionalizzazione. Ma ci sarà, questo sì, la recessione dell’economia reale, ovvero la restrizione dei consumi e degli investimenti, con tutti i riflessi di tale situazione: riduzione dei redditi delle famiglie, minori profitti per le imprese, calo della ricchezza nazionale (Pil), aumento della disoccupazione.

Non ci sarà la crisi finanziaria, come negli altri Paesi, perché la tradizionale caparbietà degli italiani a risparmiare ed a mettere da parte le proprie disponibilità monetarie, come le formiche, unita alla scarsa propensione a indebitarsi (sia pure con una forte inversione di tendenza negli ultimi anni), ci ha messo al riparo dai duri contraccolpi della bolla speculativa appena scoppiata, la quale sta invece agitando il sonno dei cittadini delle altre nazioni cosiddette finanziariamente avanzate.

Proprio la nostra scarsa cultura dell’acquistare a debito, secondo il tipico meccanismo del credito al consumo, diffuso nel resto del mondo moderno, ci ha salvato dall’attuale manrovescio finanziario, permettendo alle nostre banche di detenere una ingente massa di liquidità, che le pone al sicuro dai crack per illiquidità. E’ stata dunque l’arretratezza finanziaria italiana nell’acquistare a rate a costituire l’ancora di salvezza del nostro mercato finanziario. Possiamo addirittura permetterci di guardare alla situazione degli altri Paesi con un pizzico di vanità: molti effetti della loro crisi finanziaria da noi non si verificheranno mai (come p.es. la necessità di nazionalizzare le banche o di intervenire a favore dei depositanti che hanno perso i loro soldi).

Certo alcune grandi banche nazionali sono in parte esposte ai titoli derivati che abbiamo chiamato infetti. E queste banche avranno delle perdite per tale avventatezza speculativa. Ma niente che non vada al di là di una semplice caduta degli utili, lungi quindi dal portare queste banche alla chiusura. Ce ne corre tra una semplice perdita ed un fallimento!

Sotto questo profilo anche i media e gli pseudo-opinionisti televisivi hanno la loro responsabilità, perché stanno continuando a parlare di fondo di tutela dei depositanti, quando dovrebbero chiaramente affermare che non si arriverà mai al punto di utilizzare tale fondo, in quanto in Italia il pericolo di fallimenti bancari non esiste. E’ come iniettare l’antidoto prima del morso del serpente (morso che non avverrà mai).

Discorso diverso invece per quanto riguarda l’economia reale, l’economia di tutti i giorni. E’ chiaro che la recessione internazionale si farà sentire anche nel nostro Paese.

Diminuiranno i consumi e quindi i redditi delle imprese. In seguito, a causa del circolo vizioso che ne seguirà, calerà l’occupazione.

Si verificherà cioè quello che è il grande male delle economie moderne: la crescita zero.

Ci sentiamo pure di affermare, nello specifico, che il maggior responsabile della recessione italiana sia il rialzo dei tassi di interessi registrato negli ultimi tempi, il quale ha sicuramente impoverito le famiglie italiane indebitate con il sistema creditizio. E’ ciò in una situazione contingente del nostro Paese, in cui i prezzi delle case erano (e purtroppo rimangono) altissimi ed ingiustificati: una bolla edilizia che speriamo si buchi il prima possibile.

Gli analisti dicono che questa crisi durerà almeno fino a metà 2009, per poi respirare un po’ di ossigeno solo verso la fine dello stesso anno.

Certo non è una prospettiva allettante, ma è anche vero che in passato gli italiani hanno conosciuto di peggio ed alla fine si sono sempre ripresi.

Spetta al Governo adottare una politica economica di forte sostegno ai consumi ed agli investimenti.

L’importante è uscire indenni dalla crisi internazionale del credito e da questa fortunatamente, come abbiamo spiegato, non saremo toccati.

Autore: Steve Round

Condividi questo articolo su

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.