Disoccupazione italiana

Una lucida analisi della disoccupazione italiana e dei suoi motivi

Quella crescita fuorviante dell’occupazione italiana

Motivi contingenti e non strutturali alla base del calo della disoccupazione

 

L’ISTAT ci informa che la disoccupazione in Italia è ai minimi storici dal 1992.

Sembrerebbe pertanto che in un momento sicuramente critico per l’economia italiana (ed internazionale in genere) ci sia almeno un segnale positivo e confortante. Ma è facile constatare che non è così. Ci sono ovvi motivi per non essere pienamente soddisfatti della crescita  dell’occupazione nel nostro paese.

Innanzitutto, i dati elaborati dell’Istituto centrale di statistica risentono di alcuni elementi eccezionali, fornendo un quadro necessariamente distorto ed in senso ottimistico. E’ il caso della regolarizzazione degli immigrati, la quale ha evidentemente avuto un peso consistente nel gonfiamento graduale dell’indice.

Poi, un fondamentale aiuto alla crescita occupazionale deriva dall’impennata del lavoro part-time, che non rappresenta certo la condizione ottimale su cui basare investimenti finalizzati all’aumento della produttività italiana.

Dal 1998 la quota dei lavoratori a tempo parziale rispetto al totale è passata dal 7% al 14%, arrivando quasi al 20% nel (trainante) settore terziario privato.

Ma il malessere che il rialzo dell’occupazione cela investe soprattutto le forme di lavoro cosiddetto precario: negli ultimi cinque anni i lavoratori a tempo determinato sono saliti dal 7% al 13% (stagionali agricoli esclusi) del totale dei dipendenti.

Ed è proprio questa modalità di lavoro a tempo determinato che meglio spiega il dato rilevato dall’ISTAT. La maggiore vivacità del mercato occupazionale, originata dalla riforma Biagi e dalla straordinaria flessibilità che essa ha introdotto nel paese, ha ovviamente dato un notevole contributo al miglioramento del tasso di disoccupazione, non costituendo però, altrettanto ovviamente, il ricercato antidoto contro i mali della situazione lavorativa in Italia.

Una situazione quindi ben lungi dal potersi definire positiva, come dimostrano peraltro i dati italiani quando vengono confrontati con quelli degli altri paesi. Infatti, il tasso di occupazione in Italia, ovvero il rapporto tra il numero degli occupati e la popolazione in forza lavoro (compresa cioè fra i 15 ed i 64 anni), è pari a meno del 60%. Tale valore è ancora molto lontano dal 75% degli USA, dal 72% della GB, dal 65% della Germania, dal 63% della Francia, dal 64% della Spagna e dal 65% della media UE.

I dati statistici sulla disoccupazione italiana devono inoltre essere letti tenendo presente un’altra premessa non di lieve conto: una grossa percentuale di diminuzione della disoccupazione, derivante dal cessato status di disoccupato di buona parte del campione, è d’attribuirsi esclusivamente alla tendenza, soprattutto dei giovani, a “ripiegare” sull’attività autonoma (anziché dipendente), come conseguenza appunto della mancanza di lavoro. Tale scelta da parte dei componenti della forza lavoro comporta la modifica (diminuzione) del numeratore nel rapporto del tasso di disoccupazione e, dunque, l’apparente calo della disoccupazione. Queste iniziative di lavoro autonomo, spesso di breve e fallimentare durata, costituiscono la principale via di fuga dalla disoccupazione, molto praticata negli ultimi tempi.

I punti nevralgici del sistema occupazionale italiano possono ricondursi ai seguenti: scarsa flessibilità in entrata dei lavoratori, rigidità dei costi e delle modalità contrattuali del lavoro dipendente, conseguente ricorso al lavoro irregolare (cosiddetto lavoro “in nero”) e ritardo culturale rispetto alle forme di lavoro temporanee.

Nel nostro paese il mercato del lavoro è affetto da una grave crisi strutturale, la quale, dopo le riforme degli ultimi anni, anziché attenuarsi ha solo cambiato veste. Chi pensava infatti che la riforma del welfare fosse in grado di cambiare condizioni lavorative radicate nel tempo è rimasto amaramente deluso. Le forme contrattuali di lavoro temporaneo sono rimaste le stesse ed hanno sicuramente creato una maggiore flessibilità in uscita (consistente nella possibilità di mandare via lavoratori assunti a tempo determinato, così come accade negli altri paesi occidentali), ma hanno anche inciso profondamente sulla nostra società, con dei cambiamenti che la stessa società non è riuscita ancora ad “interiorizzare”. Il riferimento è alla flessibilità in entrata, che avrebbe dovuto compensare quella in uscita, e che in Italia, invece, non si è mai realizzata per una serie di motivi. Uno di questi, forse il più importante, al di là dell’elevato costo del lavoro, è rappresentato dalla complessa normativa che regola il settore del lavoro e da tutti i conseguenti adempimenti burocratici, di carattere contabile, previdenziale e fiscale, che impediscono di fatto un agevole e veloce processo di costituzione di nuovi posti di lavoro. Un effetto di quest’intricata rete di leggi e regolamenti è quello di dar vita al fenomeno del lavoro irregolare, ossia del lavoro scisso dall’adempimento dei complementari obblighi normativi.

Quello del lavoro cosiddetto “in nero” è un aspetto della realtà italiana che è molto più esteso di quanto si creda. Il lavoro irregolare rappresenta un indice evidente delle anomalie e debolezze del mercato produttivo e del lavoro, delle quali la politica pubblica deve necessariamente farsi carico.

Le cause dell’esteso fenomeno del lavoro irregolare sono l’eccessivo costo economico del lavoratore regolare in alcuni settori produttivi, l’elevata quota del costo previdenziale ed assistenziale a carico del datore di lavoro e la numerosità degli enti che intervengono nel processo di lavoro (INPS/INPDAP, INAIL, Ispettorato provinciale, Sindacati, Centri per l’impiego, Agenzie di somministrazione), che le recenti semplificazioni legislative hanno solo in parte attenuato.

E’ sempre per questi stessi motivi che si sono sviluppati, da parte delle aziende, alcuni accorgimenti, al limite della legalità, che possono ricondursi a forme irregolari di contrattazione del lavoro. Ci si riferisce per esempio all’utilizzo dei contratti di lavoro parasubordinato in sostituzione di quelli tradizionali e più appropriati di lavoro subordinato, con lo scopo di aggirare deliberatamente, a danno del lavoratore, la vincolante disciplina del lavoro dipendente. Una variante consiste nella prassi di molte aziende di remunerare gli individui sotto forma di corrispettivo per lavoro autonomo (quindi come consulenti esterni), occultando così fraudolentemente veri e propri rapporti di lavoro dipendente.

La precarietà del lavoro, inoltre, sta avendo in Italia una particolare conseguenza per quanto riguarda le banche e, di riflesso, le condizioni di vita degli individui.
Il nostro sistema bancario non sembra si sia ancora accorto della nuova realtà rappresentata dal lavoro temporaneo, che può di fatto durare anche molti anni in virtù del meccanismo dei rinnovi, utilizzato a dismisura anche dalla pubblica amministrazione e solo recentemente normato in senso favorevole al lavoratore. Le nostre banche rifiutano il credito ai giovani che vi si recano per chiedere prestiti portando in garanzia il contratto di lavoro periodico. Le banche italiane non concedono finanziamenti a chi non ha la stabilità del posto di lavoro, nella convinzione (errata) che stabilità sia sinonimo di regolare adempimento degli impegni finanziari.

Ovviamente la mancata concessione dei prestiti richiesti ha evidenti ripercussioni negative, perché crea un circolo vizioso inopportuno nel sistema sociale ed in quello economico.

Grossa parte di responsabilità per questo stato di cose è attribuibile al sistema bancario italiano, che finora non ha mai voluto prendere in considerazione, nell’istruttoria degli affidamenti, le potenzialità future del richiedente, limitandosi esclusivamente a valutare il passato, come se la migliore garanzia del pagamento futuro dei debiti fosse il comportamento passato e non appunto quello futuro. E’ questa una grave pecca dell’organizzazione bancaria italiana, che non ha corrispondenti negli altri paesi ad economia forte. In tali paesi infatti già da tempo le banche utilizzano strumenti di valutazione preventiva, finalizzati a classificare i richiedenti fido sulla base delle loro capacità future di mantenere gli impegni presi, mentre in Italia gli istituti di credito ancora stentano a chiedere agli imprenditori il business plan della loro attività. Le banche italiane dovranno comunque acquisire presto e senza ritardi questa mentalità “prospettica” di valutazione degli affidamenti, perché la esige il mercato ed è comunque in armonia con le regole internazionali meglio conosciute come “i pilastri di Basilea 2”.

Per concludere è opportuno ricordare che gli analisti prevedono per l’immediato futuro un forte rallentamento nella creazione di posti di lavoro, a causa dell’attesa decelerazione del ciclo congiunturale.

Autore: Steve Round

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