Dpef

Un articolo sulle scelte del Dpef: descrizione e principali grandezze alle quali si rivolge normalmente.

Le scelte del Dpef

Il Documento di programmazione economia e finanziaria (Dpef) è un volumetto, peraltro notevolmente corposo (quello attuale è composto di 145 pagine suddivise in nove capitoli), contenente le linee guida della politica economica che l’esecutivo intende attuare nel futuro quinquennio. In altre parole nel Dpef sono indicati i risultati che si vogliono raggiungere, le modalità generali di intervento con cui raggiungerli ed anche i loro presunti tempi di realizzo.

Quindi, mentre la legge finanziaria di fine anno è lo strumento tecnico per intervenire nel sistema economico e cambiare le regole del gioco in modo da predisporre le politiche volute, il Dpef è la “dichiarazione di volontà” di questi obiettivi, ma non per questo meno importante, perché comunque vincola il cdm al rispetto delle promesse, fungendo anche da cartina tornasole per il controllo dell’attività pubblica in economia.

Le principali grandezze che si cerca di tenere sotto controllo, anche con l’elaborazione del Dpef annuale, sono ovviamente le solite: la crescita del PIL, il deficit e il debito pubblici.

Il PIL è la ricchezza (o reddito) nazionale prodotta in un anno solare. La ricchezza di un paese può essere considerata da più punti di vista, perché essa corrisponde sia al valore di tutti i beni e servizi scambiati nel periodo considerato, sia al totale del consumo (spesa) effettuato dai cittadini nello stesso periodo e sia, infine, all’insieme dei redditi monetari percepiti dai componenti la collettività in un anno. Qualsiasi strada si percorra per quantificare il reddito nazionale, si arriva comunque alla stessa conclusione in termini monetari, cioè al PIL, ovvero al Prodotto Interno Lordo. Queste diverse strade rappresentano pertanto le tappe del circuito reddito-spesa.

I concetti di deficit (o disavanzo) e debito pubblici sono strettamente correlati, perché il primo non è altro che la differenza (negativa) fra la Entrate (per lo più tributarie) e le ingenti spese del complesso apparato amministrativo dello Stato e tale squilibrio è appunto finanziato con il ricorso al debito pubblico. Infatti il disavanzo dello Stato può essere “coperto” sostanzialmente in due modi: attraverso l’emissione di titoli pubblici (p.es. BOT), con il conseguente aumento però del debito dello Stato verso i cittadini (appunto il debito pubblico), misurato dalla quantità di titoli da rimborsare maggiorata degli interessi (in genere calcolato non in assoluto, ma in percentuale sul PIL), oppure attraverso l’emissione di moneta da parte della Banca centrale, ma è chiaro che quest’ultima possibilità di finanziamento del deficit incontra precisi limiti laddove genera, come di fatto accade, forti pressioni inflazionistiche nel sistema ed è per tale motivo che essa è stata da tempo abbandonata. Il debito pubblico è di conseguenza un valore che segue necessariamente le vicende del disavanzo, aumentando o diminuendo in corrispondenza dell’analogo andamento del deficit.

Precisate le più importanti grandezze economiche che il Dpef tenta di convogliare verso i binari quantitativi desiderati, vediamo quali sono nel documento le previsioni per il periodo 2007-2011 di questi stessi valori, sui quali è costruita in definitiva l’intera politica economica del governo.

 

 
2007
2008
2009
2010
2011
crescita PIL (%)
2,00
1,90
1,70
1,80
1,80
deficit/PIL (%)
2,50
2,20
1,50
0,70
-0,10
debito/PIL (%)
105,10
103,20
101,20
98,30
95,00

Dalla tabella si evince, tra le altre, l’intenzione dell’esecutivo di raggiungere a fine mandato l’annullamento del deficit pubblico, con la conseguente auspicabile forte flessione del debito collettivo.

Il Dpef sarà affiancato da due disegni di legge del ministero dell’Economia con il rendiconto generale dell’amministrazione statale riguardante il 2006 e l’assestamento di bilancio dello Stato e dei bilanci delle amministrazioni autonome per il 2007, nonché da un decreto legge per la distribuzione del famoso “tesoretto”. Quest’ultimo, che altro non è se non un flusso in entrata del bilancio statale maggiore di quello preventivato, ma stabilmente a disposizione delle casse pubbliche, anche per gli anni futuri, è stato finalmente quantificato nello 0,4% del PIL 2007 e nel più contenuto 0,1% del reddito degli anni futuri. Andrà, in parte, a finanziare “interventi aggiuntivi a favore dello sviluppo” ed a contribuire alla fissazione di “misure specifiche a sostegno delle classi più deboli”.

Tra le altre novità contenute nel Dpef è da segnalare l’intenzione di tagliare l’ICI sulla prima casa a partire dal 2008, di concerto con gli enti locali interessati (i comuni), e la presentazione di due disegni di legge delega, uno riguardante il federalismo fiscale e l’altro l’immigrazione.

Interessante anche la prevista riduzione della pressione fiscale, ovvero del rapporto tra imposte, tasse e contributi da una parte e reddito percepito dall’altra. L’obiettivo è il raggiungimento di un tasso di pressione fiscale inferiore al 42% nel 2011, frutto di una prossima riduzione delle tasse che però sarà praticabile solo se l’andamento della spesa sarà “in linea con le stime”.

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Autore: Steve Round

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