Errori della manovra finanziaria

Un articolo sugli errori della manovra finanziaria: il non rispetto delle promesse fatte e la mancata comunicazione.

Gli errori della manovra finanziaria

La Finanziaria varata dal governo Prodi ha acceso, come si poteva facilmente prevedere, il dibattito politico ed è lungi dal concludersi la fase di discussioni, polemiche e manifestazioni che ha fatto puntualmente seguito all’annuncio dei provvedimenti contenuti nella manovra. Quello che colpisce però e che non ci si aspettava, perlomeno non in questa misura, è che alle tradizionali voci di dissenso (opposizione e Confindustria, solo per citare quelle più “votate” alla critica) si siano aggiunte anche quelle di alcuni strati della maggioranza. Bordate di disapprovazione sono giunte quindi non solo dall’opposizione, com’è naturale che sia, ma pure da parte del mondo sindacale e produttivo (da ultimo la Confartigianato ), dai Sindaci dei comuni, dai consumatori, dai liberi professionisti (a cui peraltro continua a non andare giù la ventata estiva di liberalizzazioni) ed appunto dalla maggioranza.

Recentemente ha preso posizione contro la Finanziaria anche il Governatore di Bankitalia Draghi, il quale ha giustamente sentito il dovere di sottolineare come in un momento di debole ripresa, l’economia vada sostenuta e adeguatamente accompagnata verso la parte alta del ciclo, mentre la manovra approvata dal Consiglio dei Ministri sembrerebbe andare proprio nel senso opposto, cioè verso il soffocamento dei germogli del rilancio, attuato per mezzo del fitto velo calato sul sistema e costituito dagli inasprimenti delle entrate e dai tagli (anzi dai risparmi, come ama dire il Ministro Padoa Schioppa) di spesa.

A tale riguardo c’è da dire che tutto il complesso quadro della normativa che costituisce la Finanziaria 2007 (il disegno di legge di bilancio, quello della finanziaria vera e propria, quello contenente le deleghe al Governo ed il decreto legge n. 262/06 già in vigore) è partito subito con un grande fallimento: la mancata inclusione, se non lo stralcio, della riforma delle pensioni. Si ricorderà che era nelle intenzioni di Prodi e del Ministro dell’Economia inserire nella manovra anche l’improrogabile riforma del trattamento previdenziale. Tuttavia il forte contrasto su questo punto da parte della sinistra radicale di governo portò il centro-sinistra ad un ripensamento, prima verso l’inclusione in finanziaria solo di un “primo modulo” della riforma previdenziale e poi addirittura verso la sua completa estromissione. Questa decisione è stata ufficialmente giustificata con la necessità di un preventivo confronto con le parti sociali dinanzi ad un così importante cambiamento, per i cittadini, delle regole del gioco sulle pensioni. Perché se c’è un cosa che il governo sa fare bene sono i “confronti”. Quando i sindacati non sono d’accordo rispetto a certi provvedimenti, l’esecutivo risponde che è “pronto al confronto”, se non sono d’accordo i Sindaci la riposta del governo è che c’è una “disponibilità al confronto”, come se confrontarsi con la controparte permetta sempre e comunque d’arrivare ad una soluzione soddisfacente. Soprattutto nel caso di posizioni eccessivamente diverse, se non diametralmente opposte, è difficile in concreto trovare appianamenti che accontentino, seppur parzialmente, ambedue le parti e poi quasi mai i compromessi che scaturiscono dalla dialettica politica rappresentano soluzioni ottimali ai problemi discussi e ciò è specialmente vero per la riforma del sistema previdenziale, dove quello che è assolutamente da evitare è appunto una regolamentazione di compromesso, incapace per definizione di risolvere le questioni da sempre sul tappeto. Il non facile obiettivo della futura “rifondazione” dell’INPS (e degli altri istituti similari) deve invece transitare per rigide discipline, che siano davvero riformiste e senza accomodamenti dettati da pressioni politiche. Esso è in sostanza costituito, semplificando molto, dall’esigenza di realizzare un apparato previdenziale in cui coloro che versano oggi i contributi non lo facciano per pagare i trattamenti ai soggetti già in pensione, ma per pagare questi trattamenti a coloro che andranno in pensione domani, cioè ad essi stessi, ovvero ai contribuenti che oggi sono ancora in attività. In altre parole, la finalità prioritaria è quella di arrivare ad una situazione in cui i contributi versati, anziché andare a sanare le deficienze di cassa che gli istituti previdenziali incontrano nell’erogazione delle pensioni, siano depositati in un cassetto dal quale prelevare, in futuro, le somme occorrenti al pagamento del trattamento previdenziale del soggetto, ormai in quiescenza, che ha provveduto con i suoi versamenti contributivi a riempire quello stesso cassetto.

Affidare la riforma previdenziale ad una legge ad hoc, da realizzare dopo il confronto con le parti sociali, non è senza effetti sul risultato che si vuole raggiungere, perché si dilatano inevitabilmente i tempi, mentre il problema è di per sé così urgente da richiedere un intervento tempestivo.

La legge Finanziaria, oltre a partire zoppa per questa mancanza all’origine, è frutto pure di una comunicazione politica completamente sbagliata, foriera peraltro di grande confusione. Le affermazioni che l’hanno preceduta non hanno certo giovato ad instaurare verso di essa un clima di fiducia e simpatia, ma anzi hanno gettato un’ombra sulla credibilità della maggioranza. Frasi del tipo ” non si reintrodurrà l’imposta sulle successioni “, oppure ” non sarà una Finanziaria lacrime e sangue “, sono in palese contraddizione con quanto è invece stabilito all’interno dello schema di manovra, dove c’è sia una nuova tassazione delle successioni, pure se sotto falso nome, e sia un marcato aumento della pressione fiscale. Inutile comunicare ai cittadini che la nuova curva dell’IRPEF colpirà solo i redditi maggiori di 40.000 euro, quando la nuova disciplina prevede, oltre alla restaurata imposizione delle successioni e donazioni, l’armonizzazione della tassazione sui redditi da capitale, l’istituzione dei ticket per le prestazioni sanitarie, l’inasprimento del bollo auto e soprattutto la concessione ai Comuni della possibilità di aumentare i tributi già esistenti e di introdurne degli altri. I Comuni in particolare possono istituire la cosiddetta imposta di scopo (che è sostanzialmente un’addizionale all’ICI) ed il contributo d’ingresso e di soggiorno a carico dei villeggianti, nonché aumentare l’addizionale comunale dell’IRPEF. Ad essi (limitatamente ai capoluogo di provincia) verranno pure affidate le funzioni catastali e quindi avranno l’accessoria facoltà di partecipare alla determinazione (leggasi aumento) degli estimi territoriali.

La comunicazione politica riguardante la Finanziaria avrebbe dovuto invece dichiarare subito ed apertamente che si sarebbe trattato di una normativa rigida, caratterizzata anche dall’aumento delle entrate tributarie, giustificando tali proclamazioni con l’esigenza di un’ultima radicale “offerta sacrificale” per rilanciare, con una decisa ed abile sterzata, il sistema economico italiano. Si doveva concentrare l’attenzione pubblica su due o tre obiettivi quantitativi ben definiti, da raggiungere necessariamente, che potevano concretizzarsi ad esempio nel rapporto deficit/PIL o nel tasso di crescita del prodotto interno lordo. Così facendo la comunicazione del governo avrebbe creato una condivisione di valori, da parte della maggioranza dei cittadini, intorno ai programmi elaborati nella manovra di bilancio ed i contribuenti si sarebbero sentiti partecipi dello sforzo comune e degli ultimi sacrifici da sostenere per il conseguimento dei risultati pubblicizzati. Certo non tutti sarebbero stati disposti a comprendere ed una certa parte dei cittadini avrebbe comunque contestato le misure della Finanziaria, ritenendole troppo gravose, ma almeno nessuno si sarebbe sentito ingannato da una comunicazione non certo corretta sui contenuti della manovra.

Autore: Steve Round

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