Riforma elettorale

La priorità della riforma elettorale: perchè va fatta al più presto

Se si domanda alla gente cosiddetta “comune” qual’è il settore che richiede più urgentemente interventi di riforma da parte delle forze politiche di governo, le risposte saranno diverse.
C’è chi risponderà, dopo aver letto dell’aumento dei reati commessi dalla criminalità non organizzata, che le carenze maggiori sono quelle della sicurezza, chi invece sosterrà, spinto dalla vivace polemica politica degli ultimi tempi, che a necessitare di una rapida soluzione sono i problemi legati alla spesa previdenziale del nostro paese, chi ancora, più addentrato nelle beghe della contabilità nazionale, affermerà che l’emergenza è costituita dal risanamento dei conti pubblici, quale pre-condizione per il venir meno di tutte le altre.
Non mancheranno, inoltre, le persone che elencheranno il solito mix di priorità, mettendo in ordine sparso l’inefficienza della sanità, l’inadeguatezza di istruzione e ricerca, la lentezza esasperante della giustizia italiana e via dicendo.

In realtà a guardar bene esiste una sola grande riforma, quella della legge elettorale, che può a ragione considerarsi la “madre” di tutte le riforme, senza della quale cioè non ci sarebbe la possibilità materiale di mettere mani, razionalmente, alla disciplina degli altri grandi temi, in attesa da molto tempo di modifiche normative più o meno ampie.

Il Paese ha bisogno di una legge elettorale che permetta sostanzialmente di raggiungere due semplici e imprescindibili obiettivi: la stabilità dell’esecutivo e la cessazione della “significatività” politica di partitini e gruppetti che, forti della loro essenzialità nelle decisioni parlamentari, si autoinvestono della qualifica di aghi della bilancia e impartiscono, in tale veste, condizioni, vincoli e prescrizioni alle altre forze della coalizione.

C’è la sentita preoccupazione, in altre parole, di identificare accuratamente e una volta per tutte i rappresentanti pubblici appartenenti alle componente democratica o di centro-sinistra da una parte e quelli facenti parte invece della componente liberale o di centro-destra dall’altra, senza confusioni di sorta e senza divisioni interne suscettibili di formare, com’è oggi, una pluralità di sotto-schieramenti.

La parte che avrà la maggioranza dei voti popolari, all’interno di un meccanismo elettorale semplice e privo di sorprese, soprattutto al momento della trasformazione delle preferenze in seggi, avrà diritto di governare per tutta la durata della legislatura, senza preoccupazioni derivanti dalla esiguità della maggioranza o peggio ancora dai colpi di coda provenienti dall’alveo della maggioranza stessa. Se per raggiungere questo risultato, di per sé non utopistico, occorre diminuire il numero di deputati e/o senatori oppure attuare un “taglio di parte delle ali”, attraverso regole di esclusione dei partiti al di sotto di una certa soglia percentuale, ben vengano anche tali innovativi strumenti.

Il motivo di queste drastiche valutazioni circa l’importanza di una profonda revisione della disciplina elettorale nasce dalla considerazione di alcuni aspetti trascurati e tuttavia insiti e organici nei processi di messa in moto delle politiche economiche e sociali, ovvero nelle politiche che gli esecutivi avviano e tentano di portare a termine all’interno dei paesi che governano. Aspetti che hanno a che fare con i concetti di “ciclo politico” e “ciclo economico o di operatività” dei provvedimenti adottati.

Mentre, infatti, il ciclo politico tende a coincidere, nel migliore dei casi, cioè nel caso di lunga durata e stabilità del consiglio dei ministri, con l’intera legislatura (attualmente di cinque anni), il ciclo economico o di operatività di un nuovo e rilevante impianto normativo (ovvero il tempo di dispiegamento dei suoi effetti) è spesso molto più lungo e pertanto l’efficacia delle nuove regole non potrà mai esprimersi interamente e validamente se chi viene dopo si sentirà in dovere, magari solo per motivi ideologici e senza preoccuparsi minimamente dell’interesse pubblico, di lanciare un diverso intervento economico o sociale, sovvertendo o peggio ancora ignorando quanto era stato fatto, in quella materia, dalla precedente amministrazione.

Se si vuole, come credo tutti vogliano, ridurre fino all’annullamento il debito pubblico o riformare almeno per un’intera generazione il calcolo e l’età (anagrafica e di servizio) delle pensioni, è necessaria un’ottica non di medio, ma di lungo periodo (senz’altro più difficile), nel senso che una volta aggiornata la normativa, questa non dovrà più essere rivisitata radicalmente, ma al massimo manutenuta periodicamente, per renderla adeguata alle novità ed alle variabili demografiche e finanziarie che cambiano.

Si deve cioè far sì che i tempi del ciclo politico e di quello economico/operativo coincidano il più naturalmente possibile, altrimenti si rischia di continuare a discutere all’infinito del problema, senza risultati concreti, come sembra che si stia facendo attualmente per alcuni grandi temi, limitandosi, per forza di cose, a rappezzare le situazioni incerte, anziché affrontarle e risolverle decisamente.

Autore: Steve Round

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