Accise mobili, cosa sono e come funzionano
Come il margine IVA extra si trasforma in uno sconto, piccolo, sul prezzo alla pompa

da | 26 Lug 2026 | Economia politica | 0 commenti

Introduzione

Da qualche settimana, complice l’escalation della crisi in Medio Oriente e un petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile, la benzina in Italia sfiora di nuovo i 2 euro al litro ed il gasolio ha superato quota 2,16 euro.

Come spesso accade quando i prezzi alla pompa diventano un problema politico oltre che economico, nel dibattito torna un’espressione tecnica che pochi conoscono: accise mobili.

Prima di parlare di accise mobili, però, serve capire cosa sono in generale le accise sui carburanti, quanto pesano davvero sul prezzo che paghiamo al distributore e cosa fanno di solito i governi quando i prezzi si impennano.

Cosa sono le accise sui carburanti

L’accisa è un’imposta indiretta che si paga sulla produzione o sul consumo di determinati beni, come ad es. alcolici, tabacchi, energia elettrica e, appunto, i carburanti.

A differenza dell’IVA, che è una percentuale calcolata sul prezzo, l’accisa sui carburanti è un importo fisso per litro, stabilito per legge e indipendente dall’andamento del petrolio.

In Italia molte di queste imposte nascono come misure straordinarie, spesso legate a emergenze specifiche.

L’Italia le ha usate ad es. in occasione della guerra d’Etiopia del 1935, della ricostruzione dopo il disastro del Vajont, fino agli interventi per le missioni militari all’estero.

Dal 1995, però, tutte queste voci sono state unificate in un’unica accisa, che è entrata a far parte delle entrate ordinarie dello Stato.

Non è più un’imposta collegata ad uno specifico progetto ed il suo gettito finanzia la spesa pubblica in generale.

Quanto pesano oggi

Dal 1° gennaio 2026 è entrata in vigore una riforma che ha uniformato l’accisa su benzina e gasolio, portandole entrambe a 672,90 euro per 1.000 litri, cioè circa 0,673 euro al litro.

Fino a quel momento il diesel godeva di un trattamento più favorevole rispetto alla benzina. La riforma elimina questa differenza perché ormai considerata un “sussidio ambientalmente dannoso” dalle linee guida europee.

Il risultato pratico è che la benzina è diventata leggermente più economica (circa 4 centesimi al litro in meno), il gasolio leggermente più caro (circa 4 centesimi in più) e ciò costituisce una novità storica, visto che per decenni il diesel è sempre costato meno.

A questo importo fisso si aggiunge poi l’IVA al 22%, calcolata però non solo sul prezzo industriale del carburante, ma sull’intero importo, accisa compresa.

È un dettaglio che sembra tecnico ma che in realtà consente il meccanismo delle accise mobili, perché lo Stato incassa l’IVA anche sulle proprie tasse.

Mettendo insieme accisa e IVA, il peso della fiscalità su un litro di benzina si aggira oggi intorno al 38-40% del prezzo finale.

Su un pieno da 50 litri, significa che una parte consistente di quanto spendiamo al distributore va direttamente allo Stato, indipendentemente da quanto costi il petrolio sui mercati internazionali.

Per fare un confronto internazionale, l’Italia ha una delle accise sulla benzina più alte d’Europa, dietro solo a pochi paesi come Olanda e Finlandia, mentre altri Stati come la Spagna applicano un’imposta più contenuta.

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