Valutazione delle imprese e merito creditizio

Una tesi di laurea sulla valutazione delle imprese e merito creditizio alla luce del nuovo accordo di Basilea

Esposizione al rischio di insolvenza

Capitolo 1
(seconda parte)

1.3.2 La valutazione dell’esposizione al rischio di insolvenza e il tasso di recupero

Nell’ambito dei nuovi sistemi di CRM, vengono posti in discussione molti capisaldi della gestione tradizionale del rischio di credito delle banche, di cui i primi costituiscono la naturale evoluzione: basti pensare ad esempio al ripensamento sui concetti di “esposizione” e “rischio”, molto spesso (ancora oggi in molte banche) usati come sinonimi nelle procedure di affidamento. A ben vedere questa ipotesi si può verificare solo nel caso in cui ogni esposizione (che indica la dimensione dei fidi) abbia la stessa probabilità di generare un uguale ammontare di perdite, cosa peraltro irrealistica se si pensa alle innumerevoli probabilità di insolvenza che può assumere una data esposizione, e ai diversi gradi di recupero del credito che può consentire.

Il concetto di esposizione può assumere connotati differenti a seconda della forma tecnica assunta dal fido accordato al prenditore, e in particolare possiamo avere:

  • “esposizioni a valore certo o incerto”, a seconda che sia possibile o meno conoscere a priori il valore dell’esposizione a rischio;
  • “esposizioni ad utilizzo discrezionale”, che sottintendono la possibilità per il prenditore di utilizzare il fido in diversi modi, a seconda del suo rapporto con la banca (ad esempio in una sola volta oppure gradatamente, entro un certo limite di tempo o senza tale limite, ecc.)
  • “esposizioni monetarie e non monetarie”. Con le prime, chiamate anche “esposizioni per cassa”, si intende riferirsi alla possibilità dell’affidato di utilizzare il credito per il tramite del conto corrente bancario, e quindi come un mezzo di pagamento (ad esempio le aperture di credito in c/c, le anticipazioni, i mutui, i riporti ecc.); mentre le esposizioni di natura non monetaria sono rappresentate principalmente dai crediti di firma (accettazioni, avalli e fideiussioni bancarie), che danno luogo ad un esborso finanziario solo in caso di inadempimento di una obbligazione della controparte affidata, verso la quale la banca aveva agito da garante.

Inoltre durante la vita dell’affidamento, l’impegno assunto dalla banca di tenere a disposizione del cliente affidatario una data somma di denaro (il fido appunto), può essere “revocabile o non revocabile”, elemento molto importante nell’ambito della gestione del rischio.

L’avvento delle nuove metodologie di CRM richiede inoltre una riflessione sulle possibili analogie o differenze rispetto alle tradizionali tecniche di assunzione, monitoraggio e controllo del rischio di credito per i prodotti d’impiego. Per quanto riguarda l’oggetto del controllo, la fase di assunzione del rischio ha richiesto, nella prassi storica delle banche, una focalizzazione sulla singola posizione affidata (selezione individuale dei debitori e delle operazioni), in modo da consentire di decidere se concedere o meno la facilitazione prevista, nonché di permettere un adeguato monitoraggio della situazione del cliente che evidenziasse in modo tempestivo un possibile deterioramento del suo merito di credito, e aprisse la via alle eventuali azioni preventive.

L’attività di Credit Risk Management, invece, assumendo un’ottica di portafoglio di natura settoriale o geografica e basandosi sulla segmentazione della clientela, permette di supportare i vertici aziendali nelle decisioni relative all’allocazione del capitale ai diversi segmenti, individuati ad esempio in base alla loro attività, alla rischiosità, al fatturato, all’accordato della banca ecc. I presiti erogati alla clientela infatti, non rappresentano un insieme omogeneo con caratteristiche stabili nel tempo; al contrario, ogni controparte affidata può presentare le proprie criticità e i propri punti deboli che potrebbero addirittura richiedere un modello di previsione diverso per ogni cliente se tra questi due estremi (un approccio indistinto ed uno personalizzato) non se ne inserisse un terzo: adottare un numero limitato di modelli raggruppando, ovvero “segmentando” la clientela in pochi comparti il più possibile omogenei al loro interno, secondo determinate variabili qualiquantitative, come ad esempio:

  • Tipologia di controparte: in tal senso è possibile distinguere tra soggetti privati e imprese. Sono privati le “famiglie consumatrici”, con riferimento alle finalità di consumo, all’acquisto di beni durevoli ecc.; sono imprese invece (o meglio società non finanziarie) le controparti tese alla produzione di beni e servizi, non necessariamente intese come società di capitali, ma anche come società di persone, ditte individuali ecc. A suo volta questo secondo segmento può essere suddiviso ulteriormente tra controparti “small business” (le cosiddette “quasi società” secondo la definizione della Banca d’Italia), costituite da piccole attività economiche (artigiani, negozi, liberi professionisti ecc.), che hanno schemi contabili semplificati e che insieme ai privati formano la macro-area delle imprese “retail”; controparti “corporate”, cioè le società di capitali che hanno bilanci più articolati e la cui gestione fa capo, generalmente, alle filiali dislocate capillarmente sul territorio di riferimento della banca, e che includono al loro interno le cosiddette “microimprese” e le “PMI”, le piccole e medie imprese che sono alla base del nostro sistema economico.
  • Dimensione della controparte: accanto al dato qualitativo riferito alla tipologia di controparte, è opportuno considerare un secondo criterio prettamente quantitativo che tenga conto, ad esempio, di elementi come il fatturato (ricavato dai dati di bilancio), o l’ammontare complessivo del credito accordato al cliente dalla banca o dal sistema bancario.

In generale le tecniche di segmentazione della clientela possono variare da banca a banca in relazione ad esempio alla tipologia di controparte a cui esse storicamente fanno riferimento, alle connesse strategie competitive e alle competenze e strutture organizzative interne. La logica di portafoglio, che consente di gestire il rischio in termini di dimensione complessiva, di frazionamento e di diversificazione, assume quindi un’importanza fondamentale per indirizzare la politica del credito e per definire i limiti in termini di capitale assorbito dalle varie unità di business, nonché per fornire, a livello di singolo cliente, il suo contributo marginale di assorbimento del capitale. Nel nostro Paese è ancora molto diffuso un approccio alla diversificazione del rischio attraverso la “frammentazione” dei fidi, col quale la banca tende a ripartire gli impieghi su un gran numero di debitori in modo da non essere il creditore principale di nessun cliente. In tal modo essa può sicuramente conseguire un risparmio sui costi di gestione delle procedure di affidamento, ma proprio per questo, al tempo stesso, non riesce ad instaurare un solido rapporto con la clientela data la scarsa convenienza a valutare approfonditamente il merito di credito di ogni affidato.

struttura-impieghi

Va da se, quindi, che la valutazione del rischio di credito dovrebbe abbracciare tutto il progetto strategico dell’impresa affidata, mediante una valutazione di tipo “selettivo” in base al merito di credito della stessa. Questo criterio può essere utilizzato anche allo scopo di ridurre la rischiosità del portafoglio crediti nel suo complesso, attraverso una composizione degli impieghi che minimizzi la correlazione tra i rischi degli affidamenti.

A tal fine, applicando una politica quale la teoria di portafoglio, basata sulla identificazione delle variabili che possono influenzare l’equilibrio del portafoglio prestiti della banca, avendo riguardo all’andamento dell’economia nel suo complesso, alle performance dei settori a cui appartengono le imprese affidate ed ai risultati di tali singole imprese, si possono quantificare i rischi generati dalle relazioni con le imprese affidate e valutare le perdite potenziali della globalità del portafoglio.

La realizzazione del modello suddetto richiede il monitoraggio di due tipologie di rischio:

  • il rischio di concentrazione, stimato in base alle probabilità di insolvenza individuali e alle esposizioni nette individuali;
  • il rischio di correlazione, stimato in funzione delle connessioni economiche dei diversi prenditori (ad esempio in base all’appartenenza allo stesso settore economico).

Nel quadro così delineato, vanno formulate ipotesi alternative in relazione alle suddette variabili-rischio, ed ad ognuna di tali ipotesi va assegnata una misura di probabilità; è possibile così sviluppare un modello che analizzi l’evoluzione nel tempo delle variabili individuate, i cui risultati permettono di verificare le correlazioni esistenti tra i risultati ottenuti da cluster di imprese, che possono servire da riferimento per le scelte di concessione di prestito in certi settori piuttosto che altri.

La conoscenza in termini di rischiosità del portafoglio e, soprattutto, di eventuali “margini di tranquillità” nell’acquisizione di posizioni anche più rischiose della media, permetterebbe alla banca di gestire strategicamente l’assunzione di posizioni creditorie che potrebbero non avere tutti i requisiti di rischio richiesti, ma che permetterebbero l’ingresso in segmenti (individuati in base a criteri di settore o di area geografica) interessanti per lo sviluppo dell’ attività a medio e a lungo termine.

E’ importante notare, secondo De Laurentis, come “la gestione del rischio di credito basata sulle logiche di portafoglio, abbia il pregio di incidere in maniera più limitata sulle relazioni tra banche e imprese rispetto alla logica della selezione, dato che quest’ultima comporta una accentuata relazione col cliente e non pochi conflitti d’interesse (le condizioni economiche, la quantità di informazioni ecc.)”. [8]

[8] Cfr. De Laurentis G., “Rating interni e Credit Risk Management” – l’evoluzione dei processi di affidamento bancari, 2001

Occorre, in altre parole, cercare di sfruttare appieno i benefici della diversificazione e del frazionamento degli impieghi, perché è da essi che dipendono le scelte strategiche relative alla corretta composizione del portafoglio prestiti della banca.

Il concetto di esposizione al momento dell’insolvenza (EAD) è strettamente legato ad un altro concetto molto importante per la stima della perdita attesa di una posizione creditoria o di un portafoglio di impieghi, oltre al dato sulla probabilità di insolvenza: il “tasso di recupero atteso” (o Recovery Rate, R). Esso rappresenta la percentuale del valore nominale dell’esposizione che si prevede possa essere recuperata al termine di una procedura di contenzioso apertasi a causa dell’insolvenza della controparte affidata o, come si dice in gergo tecnico, il “valore di presumibile realizzo”. Analiticamente è dato dalla formula: 1- LGD, ovvero è il complemento a uno del “tasso di perdita in caso di insolvenza”, che a sua volta rappresenta la perdita subita dal creditore su una certa esposizione quando il debitore diviene insolvente, nel caso in cui sia impossibile recuperare, sia in via giudiziale che stragiudiziale, il credito erogato aumentato degli interessi per il ritardato pagamento e delle spese accessorie sostenute per il contenzioso.

Dato che non è possibile conoscere a priori, ovvero in fase di concessione di un prestito (assignment), il dato relativo a quest’ultima [9] (né ovviamente del recovery rate), ne consegue che si tratta di un valore atteso, cioè di una variabile casuale per la quale il creditore può solo formulare un’aspettativa, e proprio per questo sarebbe più corretto utilizzare la notazione ELGD (Expected Loss Given Default). Teoricamente la LGD dipende sia dalla valutazione dei valori di liquidazione [10] delle garanzie accessorie che assistono la linea di credito, sia dalla stima dei valori recuperabili dalla liquidazione del patrimonio dell’impresa in base all’ordine di priorità che il grado di importanza del debito (seniority) consente rispetto ai diritti di possibili altri soggetti.

Conseguentemente il tasso di recupero atteso dipende da vari elementi:

  1. dalle caratteristiche tecniche del finanziamento, e cioè dall’eventuale presenza di garanzie reali o finanziarie fornite da terzi;
  2. dal grado di importanza del debito (o seniority);
  3. dall’esposizione al momento dell’insolvenza (EAD);
  4. da fattori interni o esterni alla banca, come ad esempio l’efficacia del sistema interno di recupero crediti o l’andamento del ciclo economico di riferimento (e del livello dei tassi d’interesse dal quale dipende il valore attuale delle somme recuperate al termine della procedura di contenzioso);
  5. dai tempi di recupero degli importi erogati e delle spese sostenute.

[9] Questo vale ovviamente per i prestiti bancari tradizionali, che non hanno un mercato secondario e quindi sono illiquidi.
[10] Il valore di liquidazione rappresenta il valore atteso della garanzia sull’orizzonte temporale su cui è impostato il sistema, valore che a sua volta dipende da vari elementi: andamento atteso del valore di mercato, spese e oneri relative al recupero, ecc.

In altri termini, l’attività di recupero crediti è condizionata oltre che da fattori di tipo sistemico, quali l’efficienza dei tribunali e i tempi di chiusura dei procedimenti giudiziali, anche da fattori specifici che attengono all’effettiva capacità di rimborso dell’obbligato e al livello di liquidità ed efficacia delle eventuali garanzie accessorie.

In genere nella realtà pratica si osserva che, anche se la presenza di garanzie permette al creditore di recuperare, parzialmente o interamente, l’importo del credito vantato nei confronti di una controparte divenuta insolvente, questo recupero avviene solo diversi anni dopo il verificarsi dell’evento pregiudizievole, con conseguenti ingenti costi amministrativi sostenuti dalla banca.

Tenendo conto di questi fattori, il tasso di recupero (e quindi la LGD) può essere stimato attraverso la seguente equazione (utilizzando una logica a valori attuali):

equazione3

dove:

  • ER (Expected Recovery) indica l’importo che si stima potrà essere recuperato;
  • SS sono le spese sostenute, internamente o esternamente, per la procedura di recupero;
  • i rappresenta invece il tasso al quale attualizzare le somme rivenienti dalle varie fasi di recupero fino alla chiusura del contenzioso;
  • t è il tempo stimato per il recupero delle somme erogate e delle spese sostenute.

La valutazione dei tassi di recupero non è un’attività semplice se non si dispone di dati sufficienti relativamente agli eventi di default, o se non è stato ancora definito il momento in cui procedere alla loro stima (ad esempio subito dopo l’annuncio del default, dopo alcuni mesi ecc.). Inoltre è da tener presente il fatto che ,ancora oggi, le modalità di valutazione dei tassi di recupero non sono uniformi da banca a banca, ed anzi esistono profonde differenze anche rispetto all’esperienza sviluppata dalle grandi banche commerciali anglosassoni, in special modo quelle statunitensi; queste, ad esempio, utilizzano i dati storici (media e deviazione standard) ricavabili dal mercato dei corporate bonds, suddividendoli in cinque categorie in funzione del grado di seniority : senior secured, senior unsecured, senior subordinated, subordinated e junior subordinated.

Trattandosi quindi di dati che si basano sui prezzi di mercato dei titoli obbligazionari dopo l’avvenuta insolvenza [11], e considerando che tradizionalmente la quota principale del portafoglio presiti di una banca commerciale italiana è composta da crediti bancari tipici (le cosiddette bank facilities), privi della liquidità dei primi, se ne deduce che tale metodologia di valutazione dei tassi di recupero può essere difficilmente applicata all’esperienza italiana, dove si riscontrano tempi e modalità sicuramente differenti.

[11] Sono attività che hanno un mercato secondario liquido, per cui confrontando il prezzo successivo all’insolvenza, è possibile rendersi conto che esso riflette già le aspettative degli investitori relative all’importo che verrà recuperato dai creditori.

tempi-recupero

Per questo si rendono necessarie analisi costruite ad hoc per la realtà italiana, che tengano conto dei dati interni alle banche (costi finanziari medi connessi ai tempi di recupero, tassi di recupero registrati mediamente dalla banca per i vari tipi di finanziamento, ecc.), focalizzando l’attenzione ad esempio sull’esperienza e le conoscenze da esse sviluppate sul segmento di mercato a cui si rivolgono.

E’ chiaro però che l’utilizzo esclusivo di dati storici comporta il rischio che l’importo recuperato sia diverso (in alcuni casi inferiore) rispetto a quello stimato ex ante; il modo tradizionale per recuperare un credito è rappresentato dal perseguimento delle vie giudiziali, chiedendo al giudice di ordinare la liquidazione del patrimonio del debitore al fine di soddisfare la pretesa creditizia. Recenti studi hanno però dimostrato che i tempi di recupero (e quindi anche i costi amministrativi) connessi a questa modalità, sono mediamente superiori rispetto a quelli registrati tramite procedure extragiudiziali, con le quali il creditore ricorre a negoziati con l’obbligato (e i suoi garanti).

Autore: Ariete77

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