Valutazione delle imprese e merito creditizio

Una tesi di laurea sulla valutazione delle imprese e merito creditizio alla luce del nuovo accordo di Basilea

Valutazione del merito di credito

Capitolo 2
(terza parte)
Tendenze recenti nella regolamentazione prudenziale sull’adeguatezza del capitale

2.4 La valutazione del merito di credito con le nuove regole di Basilea: impatto sul rapporto banca-impresa in Italia

2.4.1 Il quadro di riferimento storico del rapporto

Le caratteristiche del rapporto banca-impresa in Italia sono state ampiamente descritte in passato, nell’ambito di studi volti ad approfondire il tema delle relazioni tra industria e finanza e l’origine di alcune peculiarità della prassi bancaria italiana [38].

[38] Cfr. Forestieri G., Tirri V. (1999), Rapporto banca-impresa, struttura del mercato e politiche di prezzo. Ente L. Einaudi.; Giannotti C. (2001), Evoluzione del rapporto tra banche e piccole-medie imprese italiane: inquadramento teorico ed evidenze empiriche, in “Studi e note di economia”, n.2.; Bianco M., Ferri G., Finaldi Russo P. (1999), Condizioni di accesso al credito bancario e nuove esigenze per il finanziamento delle piccole e medie imprese, in Angeloni I. (a cura di) “Nuovi orizzonti per il sistema bancario italiano”, Il mulino, Bologna.

 

Negli ultimi anni gli sviluppi della teoria dell’informazione hanno rinnovato l’interesse verso il rapporto banca-impresa, inteso come meccanismo di superamento delle asimmetrie informative tra creditore e debitore e, dunque, fattore che influenza le condizioni di offerta del credito bancario. Com’è noto, i canali tradizionali di finanziamento delle attività delle imprese si dividono in due grandi categorie: interni ed esterni; i primi possono essere volatili nel tempo, trattandosi degli utili d’impresa non distribuiti, cioè tendono a gonfiarsi nelle fasi di espansione del ciclo economico, ma pure a deteriorarsi quando la congiuntura diventa avversa.

Non sono, in altri termini, fonti di flussi stabili del finanziamento delle attività d’impresa. Le fonti esterne si dividono a loro volta in due grandi categorie: a) il capitale di rischio e b) il capitale di debito (si parla in questo caso di arm’s length finance per indicare le varie forme di intermediazione diretta nella quale l’intermediario finanziario, investment bank, interviene per facilitare l’accesso al mercato, ma di massima non eroga direttamente fondi all’impresa).

Tale classificazione origina dalla natura giuridica del rapporto tra prenditore e datore di fondi: l’impresa è debitrice quando il datore di fondi null’altro può vantare oltre la restituzione del capitale e un interesse; mentre è partecipata da un socio (azionista) quando nel conferimento del capitale di rischio l’azionista rischia il capitale medesimo nell’attività dell’impresa. Il suo diritto non sta nella restituzione del capitale, ma nel trarre dall’impresa i frutti (utili netti) che essa produrrà e distribuirà lungo tutto l’arco della sua vita.

Anche il credito bancario, tuttavia, può, in particolari circostanze, assumere forme simili a quelle dell’arm’s length finance, ad esempio quando il rapporto banca-impresa è discontinuo, parziale (eccesso di multiaffidamento) e/o si basa su singole operazioni per le quali l’impresa ricerca soprattutto il minor costo possibile; questa modalità è anche nota come transaction lending. Un altro canale di finanziamento molto importante è l’informed finance, che riguarda la provvista di fondi attraverso il canale bancario e presuppone uno stretto rapporto tra prestatore e impresa fondato su informazioni prevalentemente non disponibili al pubblico: in breve, finanziamento bancario o intermediazione indiretta. Essa si può configurare in due forme:

  • relationship lending: è un approccio alla relazione banca-impresa che si basa sull’informazione inizialmente fornita dall’imprenditore e successivamente prodotta e accumulata dalla banca a partire da una varietà di fonti, non necessariamente pubbliche (ad esempio, relazioni finanziarie, diverse dal rapporto creditizio, precedentemente intrattenute con l’impresa). Esso tende a manifestarsi in rapporti creditizi di lunga durata, nell’ambito dei quali la gamma di servizi finanziari prestati dalla banca è tendenzialmente ampia (non solo credito, ma anche servizi transattivi, di investimento e di carattere fiduciario offerti all’impresa e all’imprenditore);
  • asset-based lending: lo smobilizzo dei crediti è una forma tecnica che normalmente rientra nell’ambito di una relazione creditizia più ampia (e quindi della relationship lending di cui sopra), ma può anche essere identificata autonomamente.

Lo smobilizzo dei crediti ha, infatti, diversi vantaggi: si basa sulla garanzia di attività (i crediti) di relativamente facile valutazione, può essere concesso in tempi brevi e il rientro dei fondi non dipende in primis dalla situazione finanziaria dell’impresa affidata/prenditrice, ma da un pool di altri soggetti la cui diversificazione tende ad abbassare il rischio del finanziamento. L’Italia è storicamente un Paese nel quale il sistema finanziario è sempre stato nettamente “banco-centrico”, ossia orientato alle banche piuttosto che al mercato; questo vuol dire che, in rapporto alle fonti di finanziamento esterno delle imprese, si fa strada con estrema lentezza sia l’offerta del capitale di rischio, sia l’offerta di titoli di debito direttamente emessi dalle imprese e collocati presso i risparmiatori.

Tutto il resto (o quasi) è finanziamento intermediato dalle banche, ovvero credito bancario ordi nario o a medio termine.

Tabella 5 – Flussi annuali di nuovo finanziamento esterno alle imprese in Italia
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Il tradizionale modello finanziario con al centro le banche non è più una caratteristica che distingue l’Europa continentale dal Regno Unito e dagli Stati Uniti: rimane una caratteristica di due Paesi soltanto, Italia e Giappone.

In base ad un rapporto elaborato da Ricerche e Studi, l’ufficio studi di Mediobanca, su un campione di 274 grandi gruppi industriali, emerge che le tendenze sono diverse in Italia e in Giappone: in Italia la quota dei prestiti bancari è scesa, dal 1997, di 18 punti; in Giappone è salita di 6, ma rimane vero che la quota dei prestiti in Italia è una volta e mezzo il livello di Francia e Germania, due volte il livello di Belgio e Olanda. La peculiarità italiana ha due conseguenze negative: 1) la BCE sempre più guiderà la politica monetaria con l’occhio rivolto ad un sistema incentrato sul mercato, non sulle banche: i tassi di interesse saranno decisi in funzione di un sistema nel quale il meccanismo di trasmissione della politica monetaria ormai funziona in modo molto diverso dall’Italia; 2) le banche italiane saranno sempre meno competitive fuori dai confini nazionali, perché specializzate in un’attività, il credito alle grandi imprese, sempre meno diffusa altrove in Europa, e prive invece di una forte presenza nel mercato delle obbligazioni industriali.

Si noti che la peculiarità italiana non dipende dalla presenza di una quota maggiore che in altri Paesi di piccole imprese: i dati di R&S riguardano solo le grandi imprese. Le ragioni risiedono altrove, e tra queste la strategia difensiva del sistema bancario italiano: chiudere le frontiere alle banche europee ci mantiene distinti dall’Europa e in prospettiva crea, con rare eccezioni, banche capaci solo di fare credito a imprese domestiche.

Tabella 6: Debiti verso banche in % dei debiti finanziari totali
tabella6
Fonte: Mediobanca, Ricerche e Studi

Nella fase introduttiva del ciclo di vita di un’impresa, le banche non sono inclini a finanziare progetti imprenditoriali nuovi o innovativi, che ancora devono mostrare la loro validità economica; tale tipo di finanziamento compete al venture capital. Con l’avvio dell’attività e la progressiva crescita del fatturato, i finanziatori esterni, posto che appaiano positive le prospettive reddituali dell’impresa, si mostrano propensi ad accordare finanziamenti a titolo di credito [39].

[39] Tale tipo di intervento (lending) può trovare il proprio limite massimo nella fase di maturità dell’impresa, in corrispondenza sia di una possibile riduzione dei vantaggi competitivi dell’impresa, che producono un innalzamento del grado di rischio, sia del raggiungimento di una sufficiente autonomia finanziaria da parte degli affidati.

In anni recenti, le grandi imprese italiane hanno rafforzato il proprio posizionamento competitivo e la propria forza contrattuale nei confronti degli intermediari finanziari grazie alle spinte innovative sorte dal lato della domanda, in linea con il punto di vista teorico secondo cui “i sistemi bancari non mutano se non cambiano le esigenze e le propensioni della clientela” (Bianchi, 1988).

In altre parole, in presenza di date condizioni ambientali esterne (tecnologia, regolamentazione, congiuntura economica, ecc.), quando si verificano significative modificazioni nella domanda, gli intermediari sono costretti a ridefinire i servizi offerti alla propria clientela [40].

[40] Detto mutamento della domanda di servizi finanziari da parte delle imprese maggiori può essere collocato intorno agli anni Ottanta e va collegato, almeno in parte, con la crescita del mercato borsistico, dato che, in genere, lo sviluppo del mercato dei capitali tende a ridurre l’indebitamento con gli intermediari delle aziende di maggiori dimensioni.

Va inoltre rilevato che in quegli anni le imprese maggiori hanno intrapreso e ultimato un radicale processo di ristrutturazione economica e finanziaria, in risposta alle pressioni competitive esterne, decidendo di concentrare la propria attività sul core business, per meglio rafforzare i propri punti di forza concorrenziali. La funzione “finanza” fu considerata rilevante ai fini dell’efficienza complessiva e del successo dell’impresa.

Le imprese ricorrono al mercato dei prestiti non solo per l’insufficienza del mercato del capitale di rischio, ma anche perché, entro certi limiti, il ricorso ai prestiti facilita la crescita delle imprese stesse e migliora il valore complessivo dell’impresa. Ovviamente, l’affermazione vale “entro certi limiti”: oltre un determinato valore di indebitamento infatti, sono più i costi dell’indebitamento rispetto alle opportunità che con esso si possono cogliere. Le imprese sovra-indebitate pagano di più il denaro, perché più rischiose; si riducono i loro margini dopo gli interessi; in caso di crisi congiunturali sono sottoposte a maggiori rischi di tensione finanziaria e di cadere in stati di squilibrio finanziario, fino al fallimento.

Il panorama imprenditoriale italiano è costituito da una miriade di piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano la vera forza del Paese, soprattutto se si pensa che quelle di tipo micro, con un numero di addetti compreso tra 0 e 5, occupano l’85% del totale seguite dalle piccole imprese con il 13%. E’ evidente quindi, quale possa essere nei confronti degli istituti di credito il peso di questo segmento di clientela, caratterizzato da alcune linee comportamentali omogenee, quali:

  • struttura familiare della proprietà, con conseguente desiderio da parte dell’imprenditore di non condividere con altri soci il governo aziendale e i frutti economici che ne derivano;
  • proprietà e controllo molto spesso coincidenti;
  • vicinanza geografica dell’impresa alla banca, con rapporti gestiti prevalentemente in filiale.

Si rileva inoltre una profonda commistione tra banche e imprese: nel sistema finanziario italiano, cioè, il risparmio giunge alle imprese attraverso il sistema bancario e le istituzioni finanziarie. E nonostante la progressiva diffusione dell’azionariato, la raccolta diretta funziona come un’articolazione del sistema di intermediazione. Certo, è in corso una transizione verso un capitalismo diffuso, ma è un processo che deve essere sostenuto perché ben lungi dall’essere concluso. A tutt’oggi, i rapporti tra PMI ed intermediari sono conflittuali piuttosto che collaborativi.

Da un lato infatti, gli imprenditori lamentano la bassa qualità dei servizi bancari e l’elevato costo del credito; dall’altro, i responsabili delle banche evidenziano la difficoltà di ottenere informazioni attendibili e segnalano come l’intento principale degli imprenditori sia quello di indebitarsi con un gran numero di banche per poter stabilizzare la disponibilità complessiva di fondi e minimizzarne il costo. In letteratura è stato ampiamente evidenziato che la tendenza al pluriaffidamento aumenta al crescere della dimensione dell’impresa (Foglia, Laviola, Marullo Reedtz, 1998), e conseguentemente al diminuire delle dimensioni aziendali si riduce il numero di banche con cui gli imprenditori interagiscono, aumentando così la possibilità che la banca di riferimento sia un intermediario locale; le piccole imprese hanno dunque maggiori possibilità di non disperdere i rapporti finanzi ari con il sistema bancario. Tuttavia, la prassi dei fidi multipli è molto diffusa anche con riguardo alle PMI, con grave pregiudizio per la bontà del rapporto banca-impresa; infatti si indebolisce in questo modo il controllo sul prenditore di fondi, insorgono elementi di fragilità nei bilanci degli affidati e in definitiva aumenta il rischio di insolvenza delle imprese.

2.4.2 Basilea 2 in bilico tra banche e PMI: implicazioni per la disponibilità e il prezzo del credito

Quando si affronta il rapporto fra banca e impresa, è divenuto quasi consuetudine auspicare per l’Italia un modello di banca che operi sull’esempio delle Hausbank tedesche, per migliorare così il rapporto fiduciario tra i due soggetti e consentire alle banche di orientare la scelta degli strumenti di finanziamento più appropriati alle esigenze imprenditoriali. D’altronde, il Testo unico delle leggi in materia creditizia e bancaria (D.Lgs 1/9/93, n. 385) consente agli istituti di credito di trasformarsi nella c.d. “banca universale”, con possibilità di interventi nel settore del credito, ma anche finalizzati alla predisposizione di servizi di consulenza e assistenza alle imprese con l’utilizzo di strumenti per il reperimento di fondi sul mercato e con la partecipazione al capitale d’impresa. La banca, infatti, svolge un ruolo fondamentale per la crescita socio-economica del territorio e il suo apporto deve, comunque, essere sinergico a quello delle imprese e delle istituzioni pubbliche.

Assodato che l’impresa deve trovare in primo luogo al proprio interno le risorse necessarie allo sviluppo, la banca non può venire meno al proprio ruolo complementare, ma a volte fondamentale, per lo sviluppo del territorio in cui opera. La nuova regolamentazione avrà un notevole impatto sia per le banche che per le aziende in considerazione della necessità di riorganizzare le procedure utilizzate per le istruttorie che devono recepire le nuove modalità di valutazione dei rischi di credito.

In particolare tali modifiche influenzeranno, come si è detto, l’accesso al credito bancario da parte delle PMI; infatti è frequente che la dimensione dell’impresa influenzi la qualità dei documenti contabili e la capacità di offrire un costante flusso di informazioni di buon livello: ne consegue che le micro e le piccole aziende subiranno i maggiori oneri di tale ristrutturazione organizzativa e culturale. Altro problema è costituito, almeno nella realtà italiana delle PMI, dalla scarsissima diffusione del rating e dalla relativa onerosità dell’acquisizione di tale giudizio da parte di una agenzia specializzata. A questo si aggiunga che c’è il timore che Basilea 2 spinga le banche verso sistemi di valutazione del merito di credito delle imprese basati su sistemi meccanici e automatici, a loro volta fondati su fonti informative limitate, come i bilanci, rispetto ai quali il sistema delle imprese italiane, specie per il segmento di minori dimensioni, risulta indubbiamente debole e dunque penalizzato. In generale, si ritiene che le banche sarebbero riluttanti ad affidare le imprese più rischiose, tra cui le PMI, sottraendo loro la principale fonte di finanziamento e impedendo così investimenti essenziali alla ripresa economica.

Come se non bastasse c’è il timore naturale che le banche, ormai in larga parte riconducibili a pochi gruppi con elevato potere di mercato, approfittino di questa variazione normativa per giustificare politiche di pricing penalizzanti per le imprese, specie nei confronti delle imprese più piccole, dotate di minore potere contrattuale. Infine, vi è il timore che sistemi di assistenza reciproca fra le imprese di una certa area geografica, quali i Confidi, possano risultare penalizzati dal meccanismo di riforma proposto dal Comitato di Basilea.

Presso il mondo imprenditoriale è diffusa la sensazione che siano già in atto politiche creditizie restrittive accompagnate da un aumento del costo del debito, in particolare nei confronti delle PMI.

Legare con maggiore aderenza il fabbisogno di capitale al rischio sottostante a un finanziamento o a un investimento, implica inevitabilmente che il prezzo di quel finanziamento o di quell’investimento divengano maggiormente sensibili al rischio implicitamente contenuto. In seguito al recepimento delle nuove disposizioni, regolamentare il legame fra rating interno e pricing si farà più solido, più strutturato e più trasparente; ciò potrà indurre un effetto di carattere restrittivo nei confronti delle imprese, in particolare le PMI, in quanto i destinatari di minore qualità creditizia (tipicamente le piccole e medie imprese) vedrebbero peggiorare le condizioni loro praticate con un effetto di compressione della loro capacità di indebitamento e di revisione delle opportunità di indebitamento [41].

Le pressioni di Banca d’Italia e della Bundersbank [42], volte a difendere la specificità dei rispettivi sistemi economici caratterizzati dalla presenza di migliaia di piccole imprese, hanno portato ad una parziale revisione della bozza di accordo che prevede ora requisiti minimi patrimoniali ridotti per l’esposizione delle banche verso le piccole e medie imprese.

[41] In pratica, secondo una larga parte degli osservatori, le banche sarebbero indotte a ridurre il credito destinato alle PMI e ad aumentare al contempo i tassi di interesse.
[42] Non a caso, Germania e Italia sono due Paesi in cui le PMI hanno un peso particolarmente significativo nell’economia.

La pubblicazione, il 29 aprile 2003, del terzo documento di consultazione (CP3) su Basilea 2, ha costituito l’occasione principale per comprendere meglio l’evoluzione del rapporto tra banche e piccole e medie imprese, e conseguentemente per individuare in che modo il Nuovo Accordo contribuisca a ridisegnare il rapporto stesso. Nell’ottobre del 2002 il Comitato di Basilea aveva proposto a primarie banche appartenenti a 43 diversi Paesi [43], con la collaborazione delle rispettive Autorità di vigilanza nazionali, il terzo studio sugli impatti sul capitale minimo richiesto a fronte dei rischi di credito e operativi rivenienti dalla proposta di Basilea 2. Dallo studio è emerso che i requisiti di capitale per i prestiti alle PMI saranno in genere non più alti di quanto siano attualmente, anzi in molti casi saranno più bassi.

[43] Si tratta di 188 banche dei maggiori Paesi industrializzati che fanno parte del G-10 più la Svizzera, Lussemburgo e Spagna, e altre 177 banche di Paesi minori o emergenti.

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In tutti i calcoli contenuti nello studio, le variazioni ai requisiti di capitale nei confronti di prestiti alle PMI sono modeste e comunque mai di segno positivo (percentuali di aggravio), sia per quanto riguarda l’approccio standardizzato, che dovrebbe essere applicato dalle banche meno sofisticate, sia per quanto riguarda l’approccio basato sui rating interni, che presumibilmente verrà utilizzato dagli istituti più avanzati dal punto di vista tecnico.

I risultati ottenuti, in particolare, confermano da un lato la sostanziale invarianza del capitale richiesto per le grandi banche attive a livello internazionale (Gruppo 1), nell’ipotesi di un loro utilizzo diffuso dell’approccio IRB ed in particolare di quello Advanced, per il quale i risparmi di capitale sono evidenti; dall’altro lato, per le banche di minori dimensioni e quelle domestiche (Gruppo 2), i requisiti patrimoniali, quando venga adottato l’approccio Foundation, saranno sostanzialmente più bassi di quelli di Basilea 1. Prendendo poi in considerazione i risultati del QIS3 sul rischio di credito, nella tabella seguente sono sintetizzate le variazioni, in più o in meno del capitale complessivamente assorbito per le 188 banche dei 13 Paesi facenti parte del G-10, con riguardo ai principali segmenti di clientela [44].

[44] I segmenti previsti dal QIS3 sono: corporate, comprendente i clienti che possiedono un fatturato di almeno € 50 milioni; sovereign e bank , definiti dall’appartenenza a precisi settori di attività economica; retail, individuato da esposizioni verso singoli clienti con forme tecniche di credito rappresentate da mutui ipotecari su immobili residenziali, linee di credito rotative, prestiti personali e finanziamenti rateali; small and medium enterprises (SME), trattato in maniera differenziata in funzione della combinazione fatturato/utilizzato (il cliente con fatturato minore di € 50 milioni e utilizzato maggiore di un milione di € subisce le stesse regole di valutazione del cliente corporate, invece il cliente con combinazione di fatturato inferiore a € 50 milioni e utilizzato inferiore ad un milione di € è trattato utilizzando le regole più favorevoli previste per il segmento retail securitised assets, ossia la valutazione delle operazioni di cartolarizzazione poste in essere.

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Come si può facilmente notare osservando i grafici, i requisiti patrimoniali sono nettame nte inferiori soprattutto per quanto riguarda le categorie che hanno destato maggiori preoccupazioni in passato: il segmento retail ed il segmento legato alle Piccole e Medie Imprese. In particolare:

  • nell’approccio Standard, l’assorbimento di capitale per le banche del Gruppo 1 è praticamente invariato, mentre per quelle del Gruppo 2 c’è un vantaggio considerevole, grazie soprattutto alla componente retail che beneficia della variazione di capitale più significativa; per il segmento corporate e SME le variazioni sono invece più contenute. Al contempo però, l’aggravio relativo al rischio operativo è in grado di annullare completamente qualsiasi beneficio derivante dal rischio di credito;
  • anche nell’approccio IRB Foundation è il segmento retail che presenta i maggiori risparmi di capitale, soprattutto per le banche del Gruppo 2, certamente più vicine a questa realtà; per il segmento corporate e SME i risparmi di capitale sono lievemente maggiori rispetto all’approccio Standard. E’ interessante notare, rispetto a quest’ultimo, che nonostante l’aggravio dei rischi operativi, le banche del Gruppo 2, mostrano una complessiva minore necessità di capitale rispetto alla situazione attuale;
  • infine, solo grazie all’approccio IRB Advanced le banche maggiori, quelle del Gruppo 1, riescono a ridurre sensibilmente i propri bisogni di capitale, in quanto il beneficio derivante dal rischio di credito (sia per corporate, retail e SME) è superiore all’aggravio derivante dal rischio operativo.

Entrando maggiormente nel dettaglio, e distinguendo tra approccio Standard e Foundation, si evidenzia quanto segue:

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Gli approcci per i rischi di credito ed operativi si distinguono tra loro sia per l’adozione di algoritmi di calcolo sempre più complessi sia per l’implementazione di requisiti qualitativi che prevedono la costituzione di apposite strutture organizzative di controllo del rischio. In definitiva, maggiore è la complessità dell’approccio (algoritmi di calcolo e requisiti qualitativi) maggiore è il beneficio che ne deriva per le banche in termini di assorbimento di capitale.

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Dalla figura si vede che i rischi di credito rappresentano la componente che maggiormente incide sul valore di assorbimento di capitale (76%); pertanto le banche dovranno sviluppare soluzioni volte a controllare in modo preciso ed accurato tale categoria di rischio; i rischi operativi rappresentano la seconda componente di rischio ed impattano comunque in modo sensibile sui valori di assorbimento complessivo (17%). Infine i rischi di mercato, per i quali negli ultimi anni si sono concentrate principalmente le attenzioni degli amministratori, rappresenta la componente minore (7%), lasciando intendere che i maggiori sforzi di gestione dei rischi si concentreranno nei periodi a venire sulle altre componenti.

Da tutto questo risulta, secondo lo stesso Comitato, che i risultati dello studio sono in linea con gli obiettivi che ci si attendeva mediamente di riscontrare; in ogni caso, le variazioni da banca a banca saranno però significative in ragione della qualità dell’esposizione, nonché dell’importanza delle operazioni al dettaglio, uno dei punti su cui la terza bozza ha apportato le modifiche più consistenti rispetto alla seconda, riconoscendo che queste operazioni presentano un rischio minore.

A ben vedere la lezione che si può trarre da tutto ciò è che, anche se il Nuovo Accordo è stato formulato con intenti regolamentari, questa riforma è un’occasione straordinaria affinché banche e imprese superino i vecchi steccati. La contrapposizione tra banche e imprese va avanti da oltre vent’anni nel nostro Paese: da sempre queste ultime accusano le banche di essere opache e incapaci di fare il loro mestiere, propense ad agevolare i grandi prenditori a danno dei piccoli.

Oggi questa riforma offre agli istituti bancari, anche piccoli, l’occasione di gestire il rischio in modo più trasparente e rigoroso e con esso i rapporti con le imprese. Inoltre bisogna aggiungere che, nell’interesse primario delle imprese e in particolare di quelle che in passato si sentivano discriminate, sarà il merito creditizio, non la dimensione, a regolare l’accesso al credito ed i relativi tassi. Basilea 2 è considerato foriero di importanti evoluzioni nella gestione del credito da parte delle banche e, come conseguenza, nelle relazioni banca-impresa; alcune appaiono positive, altre sollevano preoccupazioni. In generale, la maggiore “disciplina” per imprese, banche e sistemi-paese implicata dal Nuovo Accordo è ritenuta positiva.

Si impone alle imprese una più stringente “bank discipline”, poiché si esigono dalle banche processi decisionali relativi a quantità e prezzo del credito più trasparenti e meglio articolati; le imprese, per evitare rating scadenti e, quindi, tassi più alti e/o minore quantità di credito accordato, dovranno certamente accrescere le informazioni contabili e gestionali date alle banche e probabilmente modificare alcune scelte gestionali. Basilea 2 impone invece alle banche una più stringente “market discipline”, richiedendo loro una più estesa trasparenza nei confronti del mercato finanziario; questo dunque potrà meglio valutare rischiosità e redditività attesa delle banche e, a sua volta, definire più puntualmente per quanto e per quali rendimenti finanziarle.

In sostanza, il reale problema è quello di garantire una adeguata disclosure da parte dell’impresa, nel quadro di una relazione più stabile con la banca: l’accordo di Basilea 2, che è in fondo basato su contenuti informativi, richiede una maggiore disponibilità di informazioni e deve essere quindi l’occasione per costruire un rapporto banca-impresa più trasparente. Una maggiore trasparenza è soprattutto la condizione perché la banca sia in grado di assistere l’impresa nel valutare la situazione finanziaria e le prospettive economiche e di mercato, i progetti di sviluppo, i problemi e le esigenze di bilancio, e di predisporre adeguate soluzioni finanziarie. Per le piccole e medie imprese, per lo più prive di valutazioni desumibili dal mercato, sarà fondamentale il patrimonio di conoscenze e professionalità del sistema bancario; i metodi analitici di misurazione dei rischi previsti da Basilea 2 dovranno essere volti a meglio indirizzare le risorse di risparmio verso il finanziamento di imprese più efficienti nell’utilizzo dei fattori produttivi e in grado di promuovere innovazioni di prodotto e di processo. Certo, il rating determinerà alcune importanti variabili per le banche e le imprese, variabili e regole che sono legate al nuovo impianto di sistemi di valutazione che, al momento, creano alcune perplessità sia per chi eroga credito che per chi lo richiede, come accade nei momenti legati al cambiamento connesso ad un nuovo modo di essere sul mercato. Va sottolineato però che il rating consente di affrontare il problema della valutazione del merito creditizio in modo rigoroso e trasparente, e questo non è poco per le imprese soprattutto in un’area in cui il sistema bancario è accusato di operare in maniera opaca.

Poi va detto che per le banche rappresenta uno strumento che va ad integrare, non a sostituire, le relazioni di clientela che continuano a rappresentare il punto di riferimento centrale attorno al quale ruotano tradizionalmente i rapporti banca-impresa.

La diffusione dei modelli di rating interno rappresenta un cambiamento di grande portata nel rapporto suddetto, intervenendo nel ridefinire i confini dei rispettivi rapporti di relazione informativa ed operativa. Le imprese di migliore qualità creditizia verranno spinte, probabilmente anche dalle stesse banche, ad attingere risorse direttamente sul mercato, migliorando competitività ed efficienza nella raccolta di fondi. Per le imprese di qualità media ed inferiore, il rating diventerà una variabile strategica per regolare il costo e l’efficienza delle proprie scelte di struttura finanziaria e di finanziamento degli investimenti, nonché uno strumento di valutazione delle possibilità di crescita e di diversificazione.

Ciò determinerà verosimilmente una maggiore importanza delle funzioni finanziarie all’interno delle imprese ed una maggiore attenzione alla programmazione delle risorse e dei processi di sviluppo. Si delinea un passaggio fondamentale per le PMI: la “funzione finanza” diverrà tanto importante quanto quella commerciale, organizzativa, tecnologica. Laddove l’utilizzo dei modelli si sposerà con più ampi e più trasparenti flussi informativi fra banche ed imprese, attraverso un rapporto di fiducia reciproco consolidato nel tempo, i costi informativi, legati ai problemi di selezione avversa tipici dell’attività creditizia, andranno a ridursi stimolando condizioni di pricing più vantaggiose e trasparenti, basate sulla qualità creditizia e la conoscenza di lungo periodo delle imprese.

In tal senso la possibilità di coniugare radicamento territoriale e consolidati rapporti di fiducia con la clientela (sfruttando i conseguenti vantaggi informativi locali) con valutazioni analitiche avanzate, rappresenta il nuovo paradigma di operatività delle imprese bancarie che andrà a modellare in modo innovativo i futuri rapporti fra banche ed imprese. E’ necessario ricercare la continua coerenza tra struttura delle fonti e obiettivi più generali di crescita, innovazione, dimensionamento competitivo e posizionamento di mercato; la finanza d’impresa assumerà pertanto un ruolo centrale, in particolare quando entreranno in gioco opportunità di crescita esterne.

Naturalmente è necessario poter contare su un’idonea capacità dei modelli di cogliere i veri profili di rischio, capacità che dipende:

  • dalla robustezza delle metodologie;
  • dalla qualità, quantità e profondità storica dei dati disponibili [45].

[45] Questo punto rappresenta la criticità maggiore sia per la scarsità delle informazioni contenute nei bilanci, sia per la difficoltà di ottenere dalle imprese informazioni aggiuntive sugli andamenti aziendali in corso d’anno; ad ogni modo la normativa prevede che la qualità dei modelli venga testata regolarmente attraverso un confronto con le perdite effettivamente verificatesi (back-testing).

Si deve poter contare inoltre sull’ obiettività delle valutazioni: su questo punto la normativa prevede che all’interno della banca i rating assegnati vengano validati da una struttura indipendente, cioè non direttamente interessata al tipo di giudizio espresso.

Passaggio particolarmente importante nei casi in cui le componenti qualitative possono avere un ruolo determinante nella formazione della valutazione finale.

E’ fuor di dubbio infatti che una misurazione accurata dei profili di rischio ed un loro monitoraggio nel continuo, rendono possibile la messa in campo di azioni finalizzate ad una loro gestione proattiva o ad interventi di mitigazione. Va osservato che il profilo creditizio delle PMI, che sono state la fortuna del Paese, è già normalmente più difficile e più complesso da valutare per l’intrecciarsi di elementi contrastanti. Accanto a punti di forza quali, ad esempio:

  • un’impronta manageriale forte riconducibile ad una marcata guida a carattere familiare;
  • caratteristiche finanziarie positive (leva finanziaria per creare ricchezza, ottimizzazione fiscale, ecc.) nelle fasi di continuità ciclica;

nelle PMI si trovano connotati di debolezza come:

  • la difficoltà a “governare la complessità”, quindi a pianificare la crescita;
  • la difficoltà a gestire le “discontinuità” cicliche e le loro implicazioni in termini di rischio finanziario, fuga dei finanziatori, effetto negativo della leva finanziaria.

E poi ci sono altri fattori che possono ostacolare una valutazione obiettiva del profilo di rischio delle PMI, quali la sovrapposizione tra vicende aziendali (business risk) e familiari (family risk).

In aggiunta, se dal punto di vista del sostegno allo sviluppo economico nazionale le piccole e medie imprese hanno rappresentato un fenomeno estremamente importante e caratterizzante, d’altra parte è indubbio che la dimensione rappresenta un elemento di fragilità in fasi avverse del ciclo reale e di quello dei mercati monetari e finanziari, sempre più difficili da contrastare in contesti globalizzati [46].

[46] L’Italia è riuscita ad ottenere, proprio per la sua specificità economica e per il diffuso radicamento di numerose piccole e medie imprese, una ulteriore deroga, dal 2006 (o forse 2007) al 2012, relativa alla definizione dell’insolvenza che la normativa, per tutti i Paesi, ha fissato in 90 giorni e per l’Italia elevata a 180 giorni, perché ci si è resi conto che le PMI spesso faticano ad incassare i loro crediti in tempi ridotti.

Il nuovo scenario che sta delineandosi richiederà innegabilmente ai due principali attori conoscenze e procedure differenti, avendo ben presente che i componenti operativi del sistema aziendale (risorse, competenze e meccanismi gestionali) sono caratterizzati da una velocità di cambiamento e di adattamento strutturalmente assai diversa fra loro. E’ stato, peraltro, giustamente osservato che, Basilea 2, pur incidendo principalmente sul rapporto banca-impresa, comporta riflessi anche su altri interlocutori, interessati a vario titolo dai cambiamenti suddetti. In particolare, è stato sottolineato che:

  • le associazioni di categoria, sono chiamate a svolgere un’opera di informazione e di sensibilizzazione nei confronti degli aderenti;
  • i Confidi, sovente preposti alla preistruttoria di alcune richieste di finanziamento, avranno un indubbio peso;
  • gli ordini professionali, in particolar modo i dottori commercialisti, i ragionieri, le società di consulenza che possono favorire nelle aziende assistite, l’elaborazione di una corretta ed efficace comunicazione.

In particolare i Confidi sono direttamente coinvolti nel processo di modernizzazione; per poter svolgere un ruolo che si inserisca con efficacia e validità nel mercato del credito disegnato dalle regole di Basilea 2, contribuendo alla mitigazione del rischio di credito, essi dovranno però mutare profondamente, adeguando sé stessi e la loro attività di garanti ai requisiti oggettivi e soggettivi previsti dal Nuovo Accordo. Fino alla metà degli anni ‘80 l’analisi delle caratteristiche dei richiedenti degli affidamenti si concentrava sul principio del liquidation approach, limitando il ricorso a forme di finanziamento bancario a molte imprese che non possedevano adeguate garanzie, e queste erano soprattutto aziende di piccole dimensioni. Per far fronte a tale situazione le diverse associazioni di categoria o di rappresentanza di piccoli imprenditori hanno intrapreso delle azioni di garanzia collettiva di fidi [47].

[47] Secondo il dettato dell’articolo 29 della legge 5 ottobre 1991, n. 317, si considerano consorzi e cooperative di garanzia collettiva fidi i consorzi, le società consortili e le cooperative che abbiano come scopi sociali:

  • attività di prestazione di garanzie collettive al fine di favorire la concessione di finanziamenti da parte di aziende e istituti di credito, di società di leasing, di società di cessione di crediti di imprese e di enti parabancari alle piccole imprese associate;
  • attività di informazione, consulenza, assistenza alle imprese consorziate per il reperimento e il migliore utilizzo delle fonti finanziarie, nonché le prestazioni dei servizi per migliorare la gestione finanziaria delle stesse imprese.

Gli imprenditori locali sottoscrivono una quota e partecipano al consorzio, che ha l’obiettivo di incrementare la forza contrattuale dei piccoli imprenditori; le quote iniziali versate servono a copertura di eventuali perdite totali o parziali generate a seguito dello stato di insolvenza di alcuni associati. I finanziamenti che richiedono le PMI generalmente sono per gli insediamenti produttivi, di sostegno dell’occupazione e per lo smobilizzo di crediti; in tal caso i Confidi forniscono delle garanzie collettive a favore delle banche: il vantaggio oltre che sul piano dei tassi di interesse, può basarsi anche sull’importo messo a disposizione dalla banca, sull’ammontare delle competenze, sui tempi di rimborso del prestito, sulla richiesta delle garanzie ecc.

Allo stato attuale delle cose, le garanzie (sia reali che individuali) rilasciate dai Confidi potrebbero non essere riconosciute dall’Autorità di Vigilanza ai fini di gestione del rischio di credito e quindi come input dei sistemi di rating interni. Le garanzie fideiussorie non sono difatti rispondenti ai seguenti requisiti minimi ed operativi imposti da Basilea:

  • Copertura esplicita. La garanzia deve essere correlata ad una specifica esposizione in modo che il livello della copertura sia immediatamente percepibile; al contrario, la garanzia dei Confidi non comporta una copertura sull’esposizione, ma direttamente sulla perdita (che in questo caso non è quantificabile al momento del rilascio della garanzia).
  • Requisito operativo garanzia primaria. Il finanziatore può agire tempestivamente nei confronti del garante senza dover prima escutere il debitore, mentre il Confidi prevede il rilascio di una garanzia di natura sussidiaria.
  • Rating pari ad A del garante. Il numero di Confidi con rating pubblico, cioè rilasciato da una società riconosciuta dall’Autorità di Vigilanza secondo i nuovi parametri di Basilea, è esiguo, e questo vanifica anche l’eventualità che gli stessi rilascino una garanzia primaria.

Per quanto riguarda le garanzie reali, vengono individuati una serie di requisiti minimi che i garanti dovrebbero rispettare; tra questi è richiesta una certezza giuridica ed economica sulla copertura e sulla tempestiva “liquidabilità” della stessa. In altre parole è necessario effettuare specifiche analisi sul valore e sull’entità della garanzia, che ne dimostri la bassa correlazione con l’esposizione sottostante e l’effettiva riduzione del rischio di credito. La realtà dei Confidi sembra invece essere lontana dal soddisfare i requisiti minimi prudenziali definiti dal Comitato:

  • tali organismi operano, difatti, con moltiplicatori molto elevati che non consentono di produrre quella “certezza” economica richiesta da Basilea;
  • inoltre non è possibile quantificare l’entità della copertura “a priori”, dal momento che la garanzia è direttamente correlata alla perdita (stimata) e non all’esposizione sottostante (certa).

E’ quindi opinione diffusa che per svolgere il loro ruolo nel nuovo contesto regolamentare e di mercato, i Confidi devono adeguarsi in termini dimensionali e procedurali. Da segnalare, a tal fine, le disposizioni contenute nell’art. 13 del D.L. 30/9/03 n. 269, che finalmente stabilisce una normativa di riferimento per una realtà che è cresciuta e si è sviluppata spontaneamente senza un quadro giuridico certo ed un riconoscimento politico del ruolo giocato a sostegno dell’economia nazionale.

L’articolo in oggetto prevede una normativa certa e equilibrata sulla realtà dei Confidi come oggi si presenta, senza pretendere di imporre vincoli e cambiamenti traumatici, ma, allo stesso tempo, senza rinunciare a dettare le condizioni minime per un corretto esercizio della prestazione di garanzie collettive. Ad esempio, accanto al riordino dell’esistente, vi è la previsione di una figura “evoluta” di Confidi (Banca di garanzia o Intermediario Finanziario), assegnando a norme agevolative sul piano civilistico e fiscale il compito di favorire il passaggio, attraverso fusioni e concentrazioni, dall’attuale configurazione dei Confidi a quella evoluta [48].

[48] Viene prevista una complessiva riforma del Fondo di Garanzia per le PMI (legge 662/96, articolo 100, lettera a) al fine di creare un sistema nazionale di garanzia articolato su due livelli: un primo livello (garanzia diretta) riservato ai Confidi ed agli altri garanti operanti sul territorio, e un secondo livello (controgaranzia) affidato al Fondo.

Ad ogni modo, l’esperienza fin qui maturata dagli stessi è un patrimonio importante per il nostro sistema economico e, in special modo, per le piccole e medie imprese. Alla crescita dimensionale e strutturale potrà seguire la crescita nella qualità, attraverso l’adozione di idonei standard gestionali e di modelli valutativi efficaci che riscuotano l’apprezzamento dei partner bancari.

Autore: Ariete77

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