Valutazione delle imprese e merito creditizio

Una tesi di laurea sulla valutazione delle imprese e merito creditizio alla luce del nuovo accordo di Basilea

Rating interno

Capitolo 3
(seconda parte)
Il Rating e le banche

3.3 La costruzione di un sistema di rating interno

Gli effetti negativi dei tassi di default sulle performance del sistema creditizio nel suo complesso, sono da tempo oggetto di particolari attenzioni da parte delle istituzioni creditizie. In quest’ottica il Comitato di Basilea [58], riconoscendo questa pressante problematica, ha evidenziato il ruolo sempre più importante e i vantaggi che i sistemi di rating interno potranno apportare nell’ambito di un’efficace gestione del rischio di credito. Un sistema di rating interno comprende “l’insieme articolato di metodi e processi organizzativi che permettono di giungere alla classificazione su scala ordinale del merito di credito di un soggetto e che, quindi, rendono possibile la ripartizione di tutti i clienti prenditori di credito in classi differenziate di rischiosità, a cui far corrispondere diverse probabilità di insolvenza” [59]. Tra questi processi si possono citare, ad esempio, le misure di perdita, le metodologie per valutare il rischio, le responsabilità degli operatori, ecc.

[58] Il Comitato evidenzia vantaggi e svantaggi dell’impiego dei rating interni ai fini dell’adeguatezza patrimoniale:

  • Consentono di stabilire i requisiti per l’approvazione dei fidi e di effettuare le analisi di “pricing” e di allocazione del capitale;
  • Incorporano informazioni supplementari quali il monitoraggio dei conti dei clienti e una maggiore conoscenza delle garanzie personali e reali;
  • Coprono una gamma più vasta di debitori;
  • Permettono alle banche di sviluppare e perfezionare ulteriormente le tecniche interne di gestione e misurazione del rischio di credito, invece di fare eccessivo affidamento sulle agenzie esterne;
  • Presentano, tuttavia, ostacoli alla comparabilità fra istituzioni e paese per la mancanza di omogeneità fra sistemi di banche diverse, anche per il ruolo di fattori di rischio soggettivi e di considerazioni aziendali nell’attribuzione del rating.

[59] Cfr. G. De Laurentis, Rating interni e credit risk management – Bancaria editrice 2001.

Nel settore bancario italiano si sta assistendo, in particolare, ad modifica strutturale delle metodologie di valutazione e concessione degli affidamenti che sembrano andare verso una classificazione del portafoglio di impieghi basata sul grado di merito creditizio. Tale scelta dipende dalla storia recente che ha visto l’attività di concessione del credito alle imprese come fonte di perdita per le seguenti ragioni:

  • la qualità scadente del credito concesso;
  • l’onerosità delle procedure.

I punti citati fanno emergere due problemi tipici delle misurazioni aziendali che emergono ogniqualvolta i conti economici segnano un diminuzione di redditività: quelli di efficacia e di efficienza. In particolare, l’efficacia del processo di finanziamento si riflette sulla diminuzione del grado di “sofferenze” nel portafoglio crediti; l’efficienza si riflette invece sulla riorganizzazione delle procedura di affidamento volta a contenere i costi di lavorazione della pratica.

Sotto certi profili, un sistema di rating può essere quindi considerato null’altro che la sistemazione ordinata e articolata delle conoscenze che la banca ha sull’impresa, sul suo ambiente competitivo, sulla rilevanza e intensità dei risk-drivers che possono comprometterne la capacità di effettuare il servizio del debito. Esso consente di sintetizzare in misure di rischio le analisi effettuate nelle tradi zionali istruttorie, offrendo all’analista un trasparente e oggettivo parametro di confronto alle proprie valutazioni.

Gli internal rating, in particolare, possono incorporare informazioni aggiuntive sulla clientela direttamente possedute dagli intermediari creditizi e altrimenti non contenute in nessuna informativa esterna o alcun tipo di rating fornito dalle agenzie specializzate. Essi, dunque, permettono di apprezzare il rischio di perdita in caso di default di una singola controparte, evento quest’ultimo collegato sia alle tipologie di operazioni creditizie in essere con il debitore o alle caratteristiche di quest’ultimo. Pur non adottando un approccio di portafoglio, traducono meglio i rischi effettivi in requisiti patrimoniali; collegano il controllo dell’adeguatezza patrimoniale e i sistemi interni di gestione; rappresentano quindi un ulteriore passo verso una regolamentazione prudenziale compatibile con gli incentivi che hanno le banche a gestire correttamente il rischio. Le valutazioni delle banche sono quindi utili per cogliere gli aspetti più delicati della gestione, prima che questi si trasformino in problemi sotto il profilo prudenziale.

Purtroppo però, una delle maggiori difficoltà che si possono sperimentare in tal caso è proprio la scarsa disponibilità e qualità dei dati che vanno ad alimentare il sistema, soprattutto se si tiene conto del fatto che le regole di Basilea sottolineano la necessità di utilizzare serie storiche di una certa profondità temporale, in modo tale da poter effettuare previsioni sul rischio di default con almeno un anno di anticipo.

Nella definizione di un sistema di rating sono comprese due fasi fondamentali:

  • la fase di rating assignment, in cui ogni debitore o operazione sono assegnati a una delle classi di rating previste dal sistema;
  • la fase di rating quantification [60], che permette di associare stabilmente ad ogni classe di rating i valori attesi di insolvenza o di perdita caratteristici. Questa, in particolare, è una fase cruciale soprattutto per la definizione dei parametri dei credit risk models, che consentono applicazioni in grado di misurare ulteriori aspetti del rischio.

Ad esse si può aggiungere una terza fase, di validazione dei rating interni, che serve alle banche per testare la loro capacità di dotarsi di tali sistemi; in particolare, secondo Marullo Reedtz [61] il processo di validazione si compone di due momenti principali:

  1. la determinazione di best practices alle quali le procedure aziendali dovrebbero ispirarsi per corrispondere a principi di sana e prudente gestione;
  2. lo svolgimento di test empirici diretti ad assicurare l’affidabilità delle tecniche utilizzate per la definizione delle probabilità di insolvenza dei debitori e per la determinazione dei tassi di recupero.

[60] Il concetto di rating come giudizio “graduato” che si fonda su un intervallo “discreto” (secondo il principio di granularità) di probabilità di default ad un anno, non si concilia con la tradizionale logica binaria applicata finora alle decisioni di affidamento che si traduce in un “si” o in un “no” alla concessione del fido in funzione rispettivamente di una previsione di “non insolvenza” o di “insolvenza”.
[61] Cfr. Marullo Reedtz P., “Misurazione e gestione del rischio di credito“ – Quaderni dell’Associazione per lo sviluppo degli studi di Banca e Borsa, Università Cattolica Milano.

Ad esempio una prima verifica empirica potrebbe fondarsi sul controllo dei sistemi interni da parte dell’Autorità di vigilanza, con un confronto tra i valori attesi delle perdite e quelli effettivamente registrati dalle banche; oppure eseguendo un confronto incrociato tra le perdite attese derivanti dai sistemi di rating interno di più banche con riferimento a portafogli crediti omogenei per classificazione dimensionale e merceologica dei prenditori nonché per scadenza dei finanziamenti.

Le Autorità di vigilanza [62] sono chiamate a valutare se le banche siano in grado di identificare e gestire il rischio di credito; a imporre coefficienti superiori a quello minimo a banche con profili di rischio particolarmente elevati; a intervenire tempestivamente di fronte alla possibilità di erosione dei mezzi patrimoniali al di sotto dei livelli accettabili di prudenza, ecc.

Il sistema di rating non é altro che una componente del credit risk model, che può essere a sua volta definito come quel sistema che comprende le politiche, le procedure e le prassi utilizzate da una banca per stimare la funzione di densità delle perdite a livello di portafoglio [63].

[62] La validazione da parte dell’Autorità di vigilanza dovrebbe avvenire, non tanto attraverso il vaglio delle scelte metodologiche che stanno alla base dei vari strumenti di valutazione adottati dalle singole istituzioni creditizie, quanto essenzialmente attraverso la verifica ex-post dei risultati emergenti dal confronto fra classi di rating interno assegnate (ciascuna corrispondente ad un tetto percentuale di probabilità di default) e percentuali effettive di insolvenze rilevate “a posteriori” per ciascuna classe.
[63] Cfr. Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (1999), p.18.

Le tre componenti su cui si fonda un sistema di rating sono:

  1. informazioni quantitative provenienti essenzialmente dalle analisi di bilancio, con l’utilizzo di valutazioni statistiche (Statistical-based process);
  2. informazioni essenzialmente qualitative sulla situazione e le prospettive dell’impresa, ottenute da parte di esperti del merito creditizio (Process based on export judgement);
  3. dati andamentali, ottenuti dalla combinazione dei precedenti approcci con la rivisitazione da parte di un analista delle valutazioni di tipo statistico, eventualmente concretizzabile in un downgrade o upgrade del rating nell’ambito di una o due classi (Constrained export judgement-based process) [64].

Per quanto riguarda le informazioni delle analisi di bilancio, con il supporto di indagini statistiche si costruiscono sistemi di indicatori e si decidono i pesi da attribuire a ciascuno di essi.

[64] Vi sono inoltre delle informazioni, quali i dati anagrafici, che rientrano in tutte le aree di analisi sopra esposte, seppure in maniera differente. Ovviamente i dati concretamente disponibili per i diversi segmenti di clientela possono variare, anche in misura sensibile: per esempio, soltanto nel caso delle società è possibile accedere a informazioni contabili dettagliate e articolate mentre nel caso dei finanziamenti a privati si dispone di semplici indicazioni sulle principali fonti di reddito e cespiti patrimoniali.

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Essa si articola in due distinte fasi di lavoro:

  1. interpretazione dei dati contenuti nel bilancio (stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa), per poter individuare l’espressività dei dati medesimi, premessa indispensabile per qualunque analisi successiva perché esplicita la credibilità dei dati da assoggettare a una rielaborazione finalizzata;
  2. analisi di bilancio (denominate anche “analisi finanziarie, patrimoniali e reddituali”), miranti a osservare determinati aspetti della gestione (struttura finanziaria, situazione finanziaria, solidità patrimoniale, situazione economica, dinamica dei flussi finanziari ecc.) per cogliere quegli elementi di sintesi necessari a una valutazione economica e finanziaria della gestione d’impresa.

Con riguardo a questo tipo di analisi, una delle principali ragioni per le quali il rating è usualmente un processo soggettivo è che il dettaglio delle analisi di bilancio varia in funzione della qualità dell’informazione contenuta e delle altre caratteristiche del debitore. Le scelte di ogni banca saranno differenziate, ma è ragionevole ritenere che sarà dato adeguato rilievo ad indici di struttura patrimoniale, di redditività e di rotazione del capitale investito, nonché di equilibrio dei flussi finanziari.

Per quanto concerne le informazioni qualitative, altrettanto importanti perché costituiscono i presupposti dei risultati futuri di gestione, si costruiscono griglie per razionalizzare la valutazione di aspetti topici, quali qualità del management, struttura organizzativa, posizione di mercato, profilo strategico e simili.

Infine, per quanto riguarda i dati sull’andamento del rapporto, l’attenzione è rivolta ad un utilizzo efficiente, tempestivo ed integrato dei segnali provenienti dal sistema informativo della banca (utilizzi delle linee di credito, percentuali di ritorno di insoluti, e così via) e di quelli di sistema ottenibili attraverso la Centrale dei Rischi.

Le informazioni provenienti da queste tre aree di indagine saranno addensate attraverso un algoritmo di valutazione, e il giudizio finale di rating risulterà da una revisione critica di questo risultato da parte di unità organizzative specializzate e distinte da quelle che si occupano della raccolta ed elaborazione dei dati e della gestione del rapporto. La classe di rischio a cui sarà assegnata l’impresa influirà in modo determinante sul comportamento della banca, in termini di dimensione dell’affidamento, di scelta delle forme tecniche di erogazione, di richiesta di garanzie collaterali e di altre clausole contrattuali relative al rischio ed alla remunerazione del prestito (loan covenant), di tassi di interesse praticati, nonché di attenzione al monitoraggio della relazione e di frequenza nella revisione del rating e degli affidamenti.

Preliminare alla costruzione di un adeguato sistema di rating interno è la definizione di default [65] che la banca deve adottare. In particolare, la Banca d’Italia utilizza i dati presenti negli archivi della Centrale dei Rischi [66], costruiti assumendo come base per la definizione di default il concetto di sofferenza rettificata, distinguendo quindi tra “partite vive”, ad indicare gli impieghi al netto delle sofferenze rettificate, e “partite anomale”, quali le partite in sofferenza e quelle incagliate [67], e facendo si che le partite vive includano anche quelle incagliate, oltre ai crediti in bonis.

[65] Generalmente, la definizione di default usata per la costruzione e la validazione dei interni comprende il numero dei giorni di sconfino e/o di impagato, pari a 90 giorni (portato a 180 giorni in regime transitorio per l’Italia in considerazione dell’evidente impatto di questa definizione sull’ampiezza dei potenziali default), anche per il settore retail, mentre per il settore corporate le banche italiane potranno applicare il limite dei 180 gg. per un periodo di transizione di 5 anni.
[66] La Centrale dei Rischi, gestita dalla Banca d’Italia, riceve mensilmente dalle banche informazioni sui crediti concessi alla clientela superiori ad importi prefissati e sulle posizioni a sofferenza senza alcun limite di importo. Tramite tale canale gli intermediari possono venire a conoscenza dell’indebitamento complessivo della propria clientela e di eventuali elementi patologici esistenti nelle relazioni di credito che la clientela stessa intrattiene con altri intermediari (sofferenze, passaggi a perdita, sconfinamenti, crediti scaduti, ecc.)
[67] Queste sono definite come le esposizioni verso affidati in temporanea situazione di difficoltà che può essere rimossa in un congruo periodo di tempo.

Proprio per questo, la classificazione tra incaglio e sofferenza dipende dalla percezione di transitorietà o meno delle obiettive difficoltà dell’affidato, e attiene esclusivamente al profilo d’insolvenza e non alla dimensione della perdita in caso di insolvenza.

Le definizioni di default adottate dalle banche sono normalmente meno ampie di quelle adottate dalle agenzie di rating, per evitare che vengano ricondotte alla classe di default anche molte posizioni che possono presentare problemi del tutto transitori.

Uno studio condotto dalla Banca d’Italia sul finire del 2001 e riportato in Grippa [68], sui progetti aziendali di adeguamento dei principali gruppi bancari italiani alle proposte di Basilea 2, a cui hanno riposto 248 banche, ha messo in luce che la definizione di default adottata maggiormente dalle banche è la combinazione tra sofferenze e incagli, sia in fase di stima dei modelli statistici, sia per il calcolo della probabilità di default.

[68] Cfr. P. Grippa, “Stato di avanzamento dei progetti di rating interno nei maggiori gruppi bancari” op. cit.– Convegno AIFIRM 2002.

Le esigenze di confrontabilità delle scale di rating stanno facendo convergere le scelte delle banche verso l’assimilazione del concetto di default a quello di passaggio a sofferenza della posizione, anche se questa soluzione può presentare margini di discrezionalità e di soggettività nella valutazione della temporaneità della difficoltà del debitore. Un problema di cui si deve tener conto riguarda certamente il diverso sistema di definizioni di default tra la realtà italiana e quella delle banche estere che, se non muterà significativamente da parte della prima, porterà ad un progressivo disallineamento competitivo tra le stesse, che a sua volta si rifletterà in fabbisogni di capitale molto più elevati dei concorrenti.

3.3.1 Aspetti critici della produzione del rating interno

Con riferimento alla realizzazione del rating interno, vi sono due problemi di ordine metodologico ed applicativo: quali informazioni devono entrare nel processo di valutazione e quale peso ogni singola informazione deve avere in termini di capacità di modificare il rating esterno. La produzione del rating interno tiene infatti conto di due grandi aree di informazione non codificate all’interno del rating esterno: l’area delle informazioni qualitative e riservate e l’area delle informazioni sulle garanzie.

Con riferimento al gruppo delle informazioni qualitative, le aree che l’analista deve valutare devono essere riferite agli “impact factor credit risk” ossia a quelle aree aziendali che possono significativamente modificare il profilo di solvibilità dell’impresa affidata. Queste possono essere riferite all’assetto proprietario e di gestione dell’impresa, all’assetto partecipativo per le strutture a gruppo, ai fattori di rischio e alle caratteristiche dell’ambiente operativo. I fattori evidenziati non devono costituire un giudizio sulla qualità dell’impresa, bensì sull’influenza che tali fattori possono avere sulla capacità dell’impresa di onorare il proprio impegno con riferimento all’arco di tempo utilizzato nell’attribuzione del rating esterno, tenuto conto della durata dell’impegno per la banca.

I fattori correttivi individuabili in quest’area informativa sono infatti “mediani”, nel senso che possono agire sia in termini migliorativi che peggiorativi.

L’analista deve essere in grado di valutare se una caratteristica individuata incida effettivamente e concretamente sulla solvibilità prospettica a n mesi dell’azienda, attraverso il supporto di informazioni sulla situazione del settore piuttosto che sulle strategie dell’impresa.

La seconda area informativa per produrre il rating interno è rappresentata dall’analisi sulle garanzie personali o reali riferibili alle singole operazioni con l’affidato. La sequenza complessiva del processo produttivo di valutazione del rischio creditizio procede dall’assegnazione di un rating esterno per il cliente, ad un rating interno per il cliente neutrale rispetto alle garanzie, per giungere ad un rating interno per operazione, comprensivo delle garanzie. Ciò significa che a fronte di un unico rating, esterno o interno, per cliente, devono sussistere n rating interni in funzione del numero delle operazioni creditizie effettuate. Con riferimento alla categoria delle garanzie, il grado di copertura sostanziale dell’esposizione creditizia deve essere rivolto alla determinazione del valore effettivo recuperabile dalle garanzie medesime. Ciò richiede la stima di:

  • tempo medio e capacità di recupero medio della garanzia;
  • valore di mercato della garanzia, ossia il grado di copertura effettiva rispetto all’esposizione creditizia.

Tale valutazione appare necessaria in quanto il valore utile della garanzia per un finanziatore è costituito dal flusso di cassa ottenibile dalla garanzia medesima ovvero dal suo valore di mercato, “scontato” per il tempo di recupero e per la capacità di recupero della banca stessa.

Questo valore, che rappresenta la reale copertura per il finanziatore in caso di insolvenza del cliente, risulterà tendenzialmente differente da banca a banca, sia sotto il profilo dei valori che delle categorie di garanzia osservate. Da un lato infatti la valutazione risente della capacità media di recupero della tipologia di garanzia in oggetto da parte della banca (stima basata su dati storici disponibili all’interno della banca); dall’altro la valutazione deve ovviamente essere differenziata in relazione al tipo di garanzia (personale o reale), al tipo di impegno giuridico (pegno, ipoteca), al tipo e alla qualità di bene nel caso di garanzia reale (titolo, merci articolata per tipologia effettiva, immobili), alla metodologia di recupero (cessione piuttosto che recupero diretto, giudiziario e stragiudiziale).

3.3.2 La definizione delle classi di rating: i benefici della selezione individuale

Se l’evento default viene fatto dipendere, come accennato in precedenza, dal manifestarsi della situazione di incaglio o sofferenza di un prestito, le stime relative al valore della probabilità dell’evento stesso andranno ricondotte alla frequenza con cui si manifestano tali fattispecie. In particolare, tutte le banche che adotteranno l’approccio IRB dovranno stimare la PD associata a ciascuna classe di rating (corporate/bank/sovereign) o a ciascun pool di esposizioni (retail).

Le classi di rating esprimono di norma una probabilità di default o di perdita entro un dato orizzonte temporale, senza incorporare il profilo della durata dell’operazione; quest’ultimo, viene infatti considerato a valle della fase di rating assignment per pervenire alla quantificazione dei rischi di specifiche operazioni o portafogli osservati sulle loro scadenze naturali e in valore assoluto. La descrizione delle classi di rating deve essere sufficientemente dettagliata per consentire ai soggetti preposti alla determinazione dei rating stessi di assegnare alla medesima classe debitori che presentino livelli di rischio simili. Normalmente, una classe di rating viene determinata sulla base dei limiti superiori dell’EDF (expected default frequency ovvero frequenza attesa di default) stimata; ma stabilire un’associazione tra le “etichette” utilizzate per il rating e la relativa frequenza attesa di default non è né semplice né immediato, soprattutto quando i sistemi di rating in uso presso una banca sono basati principalmente sull’esperienza e sui giudizi qualitativi del personale bancario.

Ovviamente questo collegamento può essere stabilito per via empirica: osservando, appunto, la frequenza nel tempo dei default associati ai diversi gradini delle scale di rating; oppure cercando di stabilire una corrispondenza tra i sistemi di rating usati dalle banche con quelli messi a punto dalle agenzie di rating, e fare riferimento alle probabilità di default calcolate da queste ultime [69].

[69] Prassi nota col nome di mapping, che sarà oggetto di approfondimento nel successivo paragrafo.

Notevoli sono i vantaggi che una banca può ricavare dalla riclassificazione dei propri affidati in classi di rating:

  • collegamento del pricing del credito al rischio delle diverse classi;
  • calcolo su dati storici dei tassi di insolvenza per ogni classe di rating;
  • monitoraggio dell’evoluzione nel tempo della qualità dei portafogli;
  • misurazione dell’efficacia dei processi operativi di valutazione;
  • una migliore rispondenza del livello di capitale richiesto rispetto al profilo di rischio, ecc.

E’ evidente che quanto più il sistema impiegato è preciso nella segmentazione in classi di rischio, tanto minori saranno i costi dovuti al fenomeno della selezione avversa e, dunque, tanto maggiore la profittabilità del portafoglio crediti.

Il numero delle classi e i rischi associati ad esse variano tra le diverse istituzioni; in generale, nel disegnare tali sistemi, le banche devono considerare diversi fattori, tra i quali bisogna citare: la disponibilità e l’efficienza delle informazioni ottenute, la natura del business bancario, la consistenza dei rating prodotti e gli usi che si possono fare dei rating stessi. Inoltre, anche se il numero di classi è identico in due banche differenti, il rischio associato alla stessa classe è quasi sempre diverso. E’ chiaro che sistemi con molte classi sono meno utili quando i prestiti o altre esposizioni tendono ad essere concentrati in uno o due classi.

Un importante aspetto da considerare è la distinzione tra diverse tipologie di classi di rating, ovvero tra classi pass (le posizioni “in bonis”) e fail (quelle peggiori), nonché la loro posizione rispetto ai watch grade (che includono posizioni sotto osservazione), ai regulatory grade (prescritte dalle autorità di vigilanza), agli investment grade ed infine agli speculative grade [70]. In particolare, la classe delle posizioni “sotto osservazione” è considerata l’ultima delle classi pass, anche se è evidente che i gradi peggiori di queste ultime possono includere debitori/operazioni che non sarebbero stati accettati se quel rating fosse stato assegnato in fase di concessione e non derivasse, invece, da successivi downgrading. Una importante indagine condotta presso le 30 maggiori banche internazionali dei Paesi del G-10, promossa dal Comitato di Basilea [71] sul finire del 1999, ha messo in luce un’altra importante distinzione tra rating delle esposizioni di buona qualità, definiti non-impaired grades, e rating di impieghi potenzialmente rischiosi che richiedono una particolare attenzione da parte del management della banca, definiti impaired grades. Il numero medio dei primi è risultato essere pari a 10 (con un campo di variazione compreso tra 2 e 20, mentre la media dei secondi è stata pari a 3, con un range tra 0 e 6.

[70] Nel contesto americano si distingue tra investment grade e speculative grade, dizioni usate inizialmente dalle autorità di vigilanza per definire le obbligazioni acquistabili dalle banche e dalle compagnie di assicurazione (fino a BBB nella terminologia usata da S&P ad esempio) e quelle che, invece, non potevano esserlo (sotto la tripla B nella stessa terminologia).
[71] Basel Committee on Banking Supervision, “Range of practice in Banks, Internal Rating Systems” – 2000.

Bisogna notare che, sempre secondo la stessa indagine, sono considerati grade anche le cosiddette “classi ausiliarie”, caratterizzate dalla presenza di un segno “+” o “-“ affianco alla classe principale.

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Con riferimento specifico alle banche italiane, è degna di nota una indagine sviluppata presso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e riportata in De Laurentis [72], a cui hanno partecipato alcuni tra i più importanti gruppi bancari rappresentativi di oltre il 60% del totale dell’attivo del settore. In essa è emerso che quasi tutte le banche adottano sistemi di rating basati su 9-10 classi, di cui 3-4 sono riferite a situazioni di criticità/anomalia (criticized grades); il peggiore dei criticized grades tuttavia, in alcuni casi è riferito allo stato di sofferenza e in altri a situazioni di rischio molto elevate, in altri ancora a quello di incaglio per determinati segmenti di controparti/operazioni. Due delle banche esaminate hanno sviluppato sistemi di rating dotati di scale diverse per segmenti di mercato definiti per dimensione e/o categoria istituzionale; per i clienti appartenenti ai segmenti più al dettaglio esse utilizzano una scala molto meno frazionata (in un caso addirittura solo tre classi).

[72] Cfr. G. De Laurentis, “L’introduzione dei rating interni nelle banche italiane” – 2000.

In generale, i sistemi di rating interno con un gran numero di classi sono più costosi da implementare a causa del maggior lavoro richiesto per discriminare tra gradi di rischio simili tra loro. Ma è pur vero che una maggiore granularità (fine distinzione del rischio) può accentuare l’abilità delle banche ad analizzare i loro portafogli di rischio e a costruire accurati modelli di profittabilità delle loro relazioni coi prenditori.

Diversi studi mettono in luce che la granularità delle scale di rating dipende dalla dimensione della banca e dal livello di concorrenzialità del mercato di riferimento; fattori, questi, che influenzano anche la proporzione delle classi utili a distinguere i livelli di rischio bassi da quelli elevati [73]. Ogni schema di rating basato su una ripartizione degli affidati in classi di rischio, deve presupporre la validità di almeno tre ipotesi [74]:

  • omogeneità all’interno delle classi di rischio. Sia il livello di rischio che quello di capitale assorbito non sono influenzati se un prestito è sostituito con un altro con caratteristiche simili;
  • granularità infinita. Il capitale richiesto per una data attività dipende solo dalle caratteristiche della stessa (incorporate nella sua classe di rischio) ed è indipendente dalla distribuzione dimensionale delle esposizioni all’interno della classe;
  • un solo fattore di rischio sistematico. Si assume che i tassi di perdita di ogni classe siano influenzati da un unico fattore comune, e che incrementi nei tassi di perdita avvengano simultaneamente.

[73] Per questi motivi le banche impegnate nel segmento large corporate utilizzano un numero più elevato di classi per riuscire a percepire esattamente anche le minime differenze in termini di rischio, contrariamente a quanto avviene per le banche impegnate prevalentemente nel segmento middle market.
[74] Cfr. Laviola S., “Il funzionamento dei sistemi di rating interni: i risultati di un’indagine condotta presso le banche internazionali” – Temi di discussione, Banca d’Italia (2000).

Un approccio basato solo sul rating e sulla perdita attesa, quindi, non può cogliere efficacemente differenze nella diversificazione del portafoglio tra banche.

Naturalmente non esiste un sistema di rating ottimale; piuttosto la correttezza sembra dipendere da come il sistema è usato. Per esempio, una banca che usa i rating principalmente per analizzare il deterioramento dei crediti problematici, al fine di assicurare un adeguato monitoraggio potrebbe aver bisogno di una scala di rating con poche classi; invece, se i rating sono usati per computare la profittabilità delle misure interne, una scala con un numero ampio di classi di rating potrebbe essere opportuna, in mo do tale da ottenere distinzioni più affinate del rischio di credito.

In generale, per poter individuare un buon sistema di rating, sarebbe preferibile non predisporre un numero troppo limitato di classi, poiché questo potrebbe dar luogo a difficoltà operative ad aumentare tale numero una volta che il sistema è stato definito (si ritiene che le classi totali debbano essere almeno 8/10); inoltre, è opportuno usare un numero adeguato di classi anche per i clienti “buoni” dato che anche questi devono essere correttamente collocati se si vogliono praticare condizioni di prezzo coerenti con il loro livello di rischio. Tutto questo comporta, ovviamente, la necessità di incorporare tutti i fattori di rischio in criteri sufficientemente chiari ed espliciti volti all’attribuzione delle esposizioni/clienti alle varie categorie di rischio; ciò al fine di verificare a posteriori se le perdite subite corrispondono alle previsioni delle banche e, conseguentemente, correggere i criteri di rating oppure le caratteristiche delle perdite attribuite a una certa graduazione di rischio.

3.3.3 Dal rating esterno al rating interno: la conversione dei punteggi di valutazione. Il “mapping”

La costruzione di un sistema di rating interno comporta la necessità di affrontare e risolvere il problema della trasformazione del rating esterno, prodotto dalle agenzie, in punteggi di rating interno alla banca (procedura che prende il nome di mapping). Tale necessità si giustifica in relazione ad alcune motivazioni [75]:

  • Identificare i punti di forza e di debolezza dei sistemi di rating interno impiegati;
  • Incrementare la trasparenza degli stessi;
  • Codificare e standardizzare la procedura di affidamento in modo tale da permettere la diffusione all’interno della banca del know how e del bagaglio informativo di cui dispongono gli analisti specializzati;
  • Comprendere nel giudizio sull’azienda dati specifici, riferiti alla singola operazione di prestito, come le garanzie, ecc.

[75] Nel “Documento a fini di consultazione” (aprile 2003) del Comitato di Basilea, paragrafo 423, si sostiene che: “Le banche possono impiegare una o più tecniche specifiche […] (esperienza interna di inadempienza, mapping di dati esterni, modelli statistici), nonché altre informazioni e tecniche appropriate per stimare la PD media per ciascuna classe di rating”.

Un esercizio di mapping può essere un passo importante per analizzare l’efficacia di un sistema di rating interno: infatti se i ratings non delineano bene una specifico settore di business, un’area geografica ecc, questo può dar luogo a differenze nelle prospettive o nelle metodologie impiegate, e conseguentemente nei risultati. E’ inoltre un metodo abbastanza popolare grazie alla sua apparente semplicità, al fatto che le classi di rating esterno sono familiari presso gli analisti, ma soprattutto grazie al fatto che le agenzie detengono databases con tutte le esperienze di default di lungo termine relative alle emissioni di bonds, e pubblicano regolarmente tabelle con tassi medi storici di default.

Malgrado la sua popolarità, le proprietà del mapping però non sono ancora state ben comprese. L’importanza di questa fase è rappresentata dal fatto che essa permette di tradurre una valutazione qualitativa in una quantificazione dell’EDF della clientela (ed infatti le principali agenzie pubblicano per ogni classe di rating i corrispondenti limiti in termini di EDF). In sostanza si procede a rapportare i giudizi espressi dagli analisti interni alla banca, di norma secondo scale di merito creditizio ad uso interno, alle graduatorie utilizzate dalle principali agenzie internazionali di rating. La EDF può essere anche considerata come la base per calcolare i requisiti di capitale; per cui quando si adotta un approccio basato su di essa, le autorità di regolamentazione devono semplicemente stabilire una scala maestra con differenti intervalli di EDF a cui far corrispondere determinati pesi per il rischio. A questo punto le banche devono assegnare le loro attività in tali intervalli in accordo con le EDF determinate.

Tabella 10: gli intervalli di EDF e i pesi per il rischio
tabella10
Fonte: Comments on Annex 2C of the Basle Committee on Banking Supervision’s -Bundesverband deutscher Banken [76]

[76] In questo esempio, i pesi per il rischio sono stati calcolati per un ipotetico portafoglio (60 industrie e 40 paesi) con KMV Portfolio Manager, attraverso la formula:
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Nonostante i vantaggi prospettati da questo tipo di approccio, non va trascurato il fatto che le stime di EDF così ottenute non sempre risultano corrette ed affidabili, soprattutto a causa delle differenze normative, istituzionali e di definizione dell’evento default riscontrabili tra il contesto operativo delle banche italiane e quello osservato in altri Paesi in cui è più consolidata l’attività delle agenzie di rating.

In generale, la costruzione di questa corrispondenza di dati può essere sviluppata attraverso quattro metodi [77], non necessariamente alternativi [78]:

[77] Il “Documento a fini di consultazione”, al paragrafo 424, recita: “Le banche possono impiegare in via primaria una tecnica e utilizzare le altre a fini di raffronto ed eventuale aggiustamento. Le autorità di vigilanza non accetteranno l’applicazione meccanica di una tecnica in assenza di analisi che ne giustifichino l’utilizzo. Le banche devono evidenziare l’importanza rivestita dalle valutazioni discrezionali nel combinare i risultati di tecniche diverse, e nell’effettuare aggiustamenti in considerazione di lacune nelle tecniche e nelle informazioni”. Inoltre nel paragrafo 425 si afferma: “A prescindere dal fatto che la banca impieghi fonti di dati interne, esterne, condivise o una loro combinazione, ai fini della stima della PD il periodo storico di osservazione di almeno una fonte deve avere una durata minima di cinque anni. Se il periodo di osservazione di una data fonte ha una durata maggiore e i dati in questione sono rilevanti, va impiegato il periodo più lungo”.
[78] Cfr. G. De Laurentis, op. cit., pag. 315 in cui si fa riferimento al borrower rating.

  1. Il primo metodo consiste nell’esaminare i debitori che risultano rated sia dalle agenzie che dalla banca, individuando le corrispondenze delle classi di assegnazione; a ciascun prenditore classificato in una data classe del sistema interno si associa poi il tasso di insolvenza calcolato dalle agenzie. La media di tali tassi di insolvenza viene attribuita quindi alla classe di rating interno.
  2. Il secondo metodo prevede invece la determinazione di pseudo-credit agency ratings per i debitori che non sono rated dalle agenzie, attraverso l’utilizzo dei valori degli indici di bilancio e delle altre caratteristiche dei rating delle agenzie da esse stesse pubblicate. La costruzione di un modello statistico che cerchi di replicare i rating delle agenzie, può essere determinante per tale scopo.
  3. Il terzo approccio si basa su una valutazione soggettiva dei criteri utilizzati internamente e di quelli pubblicati dalle agenzie, sulla base della quale si costruiscono le corrispondenze tra valori interni ed esterni.
  4. Il quarto approccio, infine, richiede un set minimo di dati interni su cui calcolare le EDF, il più possibile attendibili, che verranno confrontate con le frequenze storiche calcolate dalle agenzie per costruire la corrispondenza tra le classi di rating interno ed esterno.

Le agenzie di rating pubblicano statistiche relative alle frequenze di fallimento registrate per le imprese assegnatarie dei diversi gradi di valutazione, alle quali si può far riferimento stabilendo una corrispondenza tra i grades dei sistemi di valutazione interna delle banche e i ratings pubblici. Naturalmente il vantaggio principale dell’utilizzo dei track records delle società di rating deriva dal fatto che esso si estende su un arco temporale assai ampio (con dati più stabili nel tempo), e riguarda imprese operanti in una molteplicità di comparti merceologici; poche banche hanno infatti conservato nei loro archivi un patrimonio informativo altrettanto ricco.

L’utilizzo delle frequenze di fallimento calcolate dalle agenzie specializzate è inoltre agevolato se nel portafoglio crediti di una banca sono ampiamente presenti imprese scrutinate dalle agenzie specializzate, le cui caratteristiche possono rappresentare un termine di riferimento per definire i tratti di omogeneità con il resto della clientela affidata [79].

[79] In P. Marullo Reedtz è riportata un’analisi condotta dalla Banca d’Italia che, per collegare gli scores elaborati internamente ai ratings delle agenzie, ha ricostruito la corrispondenza tra la frequenza effettiva di ingresso in sofferenza rettificata delle imprese con uno score e le frequenze medie dei fallimenti registrata per le diverse classi di rating esterni. Dall’analisi è risultato che, con riferimento alla scala usata da S&P, nella fascia delle valutazioni assimilabili al rating BBB e a quelli più elevati, per le quali la frequenza dei fallimenti è pari in media allo 0,21%, ricade il 38% dei finanziamenti delle banche maggiori, grandi e medie alle 180.000 imprese considerate; mentre quasi la metà dei crediti si addensa intorno al rating BB, per il quale la frequenza di fallimenti è in media dello 0,91 per cento (cfr. P. M. Reedtz, Misurazione e gestione del rischio di credito – Quaderni ASSB, 2000).

Le procedure di rating interno perseguono spesso due diversi obiettivi: il primo è di validare o verificare i rating delle age nzie; il secondo è quello di definire un processo coerente con le metodologie e le politiche interne di concessione dei fidi e di accantonamento ai fondi rischi. Il mapping delle classi di rating interno permette alle banche di usare statistiche derivanti dagli studi sui default dei bonds per assegnare valori di PD a ciascuna classe dei ratings suddetti. Quattro problemi possono determinare un mapping che porti a stime non accurate di PD per gli internal grades:

  1. Un sistema di rating interno può posizionare i prestiti con diversi livelli di PD nella stessa classe e quelli con livelli simili in classi diverse;
  2. I tassi di default sui bond emessi possono differire sistematicamente dai tassi di default dei prestiti;
  3. L’esercizio di mapping può semplicisticamente associare la classe sbagliata fornita dall’agenzia alle classi create internamente dalle banche
  4. Le implicazioni delle differenze tra il metodo PIT e il TTC possono non essere prese in concreta considerazione.

In particolare l’ultimo problema può produrre stime pregiudizievoli di PD per le classi di rating interno, e può confondere i tentativi di raccordare i criteri di rating, distorcere le analisi interne di rating, di perdita e di allocazione del capitale. Queste influenze negative si presentano negli approcci più comuni al mapping perché i rating interni delle banche cambiano, mentre le PD associate a ciascuna classe rimangono stabili. Per contro, i rating esterni tendono a rimanere gli stessi, mentre le probabilità di default per ciascun rating cambiano col ciclo economico. In questo modo, il mapping dovrebbe tener conto del momento corrente del ciclo economico e trarre i tassi di default dai dati storici delle agenzie con riferimento al momento similare del ciclo precedente.

Ovviamente per “mappare” due scale di rating in modo efficace, i ratings devono misurare la stessa cosa; le domande chiave possono essere:

  1. i ratings misurano la qualità creditizia secondo la filosofia TTC o PIT?
  2. I ratings misurano la probabilità di default, le prospettive di recupero o una combinazione delle due?
  3. Le scale di rating incorporano la stessa definizione di default?
  4. I rating misurano la qualità creditizia di un obbligato o di una specifica facilitazione?

Se uno di questi punti causa una sistematica differenza nei rating, i risultati del mapping possono essere aggiustati per riflettere le suddette differenze. Un possibile modello di mapping potrebbe essere il seguente:

Tabella 11: un esercizio di mapping
tabella11
Fonte: E. Altman, “Managing credit risk: the challenge for the new millennium”, 2000.

Come si vede, la tabella riporta, seppur in modo semplicistico, uno dei possibili modi per effettuare il mapping: la codifica dei punteggi di rating interno avviene in questo caso mediante la predisposizione di una tabella, a cui l’analista deve far riferimento per adeguare nel corso del tempo, in positivo o in negativo (notching up e down), il rating esterno del cliente, in modo da paragonare ciascuna classe interna a ciascuna classe esterna (considerando il rating del prenditore mediano come rappresentativo del rischio medio di ciascuna classe). Dopodiché, dovrà usare i tassi medi di default di lungo termine, relativi a ciascuna classe esterna, come stima della probabilità media di default per le classi di rating interno [80] (a meno che la banca non abbia dati sulle inadempienze desunti dalla propria esperienza).

[80] Precedenti ricerche hanno dimostrato che il mapping tra rating esterni ed interni può essere instabile, e ciò può produrre stime non accurate della probabilità media di default per le classi di rating interno; più in generale, se la relazione tra i criteri di rating delle agenzie e un sistema di rating interno cambia nel tempo, ne deriva che, anche se il rischio di un prenditore in una classe di rating interno è simile a quello relativo alla classe di rating esterno al momento del mapping, l’uso dei tassi di default storici delle agenzie potrebbe essere inappropriato. (Cfr. M Carey, M. Hrycay, “Parameterizing Credit Risk Models With Rating Data” – Journal of Banking and Finance, ottobre 2000).

figura16b

La costruzione della suddetta tabella dovrebbe articolarsi in due parti: la prima dedicata alle informazioni qualitative, extra-contabili e riservate, e la seconda relativa alle informazioni sulle garanzie. Le prime devono riguardare i cosiddetti impact factor credit risk, come ad esempio l’assetto proprietario (compresa la qualità del management), le caratteristiche dell’ambiente operativo di riferimento [81], ecc. , ossia quelle aree aziendali che possono significativamente modificare il profilo di solvibilità dell’impresa affidata; le seconde invece fanno riferimento alle garanzie personali e reali che potrebbero assistere i rapporti col richiedente. Con riferimento specifico al gruppo delle informazioni qualitative, le aree sopra menzionate devono essere necessariamente suddivise e articolate in specifici fattori di impatto sul rischio creditizio che possono agire in termini migliorativi o peggiorativi sul rating esterno. Questo significa che nella fase di testing appare necessario verificare e stabilire le linee guida operative sotto il profilo sia della bontà /significatività dei singoli impact factors sia dei pesi, espressi dal numero di segni + e -, attribuibili per ciascun impact factor.

[81] Ovviamente questi fattori non devono essere considerati come probatori in senso stretto della solvibilità dell’impresa, ma solo come elementi utili ad arricchire il giudizio dell’analista sulla capacità dell’impresa di far fronte ai propri impegni nell’arco di tempo utilizzato nell’attribuzione del rating esterno. A titolo esemplificativo, possiamo osservare che un’azienda a conduzione familiare e priva di manager non deve ricevere necessariamente uno o più segni “-“ nella categoria A, a causa dell’arretratezza del proprio assetto gestionale. Ciò costituisce un mero giudizio qualitativo fine a se stesso, per cui il declassamento deve essere effettuato solo se tale caratteristica incide effettivamente e concretamente, secondo la valutazione dell’analista, sulla solvibilità prospettica a n mesi dell’azienda. Occorre inoltre osservare che i fattori correttivi individuati sono mediani , nel senso che possono agire indifferentemente in termini migliorativi e in termini peggiorativi. Ciò significa, utilizzando l’esempio precedente, che l’assetto gestionale familiare dell’azienda può anche rappresentare un fattore migliorativo del merito creditizio dell’impresa e portare quindi all’assegnazione di segni “+”. Viceversa, la mancata assegnazione di un segno positivo o negativo da parte dell’analista ad un singolo fattore rappresenta un giudizio di neutralità o di rilevanza nulla del fattore medesimo rispetto al profilo di solvibilità aziendale. Peraltro, occorre osservare che in questa fase l’analista è supportato da informazioni collocate all’interno del database informativo da cui si possono ottenere informazioni quali la situazione del settore piuttosto che sulle strategie dell’impresa, altrimenti non rinvenibili da un contesto meramente esperenziale.

Figura 17: La tabella dei fattori di impatto sul rischio di credito all’interno del processo di grading
figura17b

Per quanto riguarda invece la valutazione delle garanzie che accompagnano l’operazione creditizia, essa tende ad incidere positivamente sul rating dal momento che le prime rappresentano una importante componente del rischio di credito, ovvero quella destinata ad incidere direttamente, in caso di insolvenza, sul tasso di recupero (recovery rate). Anche la valutazione delle garanzie deve intervenire, come i fattori esaminati in precedenza, in termini modificativi nei confronti del rating esterno attraverso l’attribuzione dei segni “+” e “-“. Ciò significa che complessivamente la tabella per arrivare alla produzione del rating interno per operazione assume la seguente conformazione definitiva e completa:

Figura 18: L inserimento delle garanzie all’interno del processo di grading e la produzione del rating interno finale
figura18

L’output finale del processo porta di conseguenza ad un rating interno, with collaterals e, necessariamente, per operazione; ne segue che la sequenza complessiva del processo produttivo della valutazione del rischio creditizio procede dall’assegnazione di un rating esterno per cliente, ad un rating interno per cliente neutrale rispetto alla garanzie, per giungere ad un rating interno per operazione, comprensivo delle garanzie. Ciò significa che a fronte di un unico rating, esterno e interno, per cliente devono sussistere n rating interni with collaterals in funzione del numero delle operazioni creditizie effettuate. In questi termini, diviene possibile, successivamente, attivare un processo di pricing coerente con il profilo del cliente, dell’operazione e delle garanzie medesime [82]. La struttura descritta rappresenta pertanto il processo attraverso il quale l’analista procede dall’accoglimento del giudizio di rating per giungere alla formulazione del giudizio definitivo e vincolante del rating interno.

[82] Cfr. L.L.M. Nadotti, “Rischio di credito e rating interno” – Egea (2002).

L’applicazione a livello operativo richiede peraltro la realizzazione di alcuni raccordi fondamentali fra differenti fasi gestionali del processo creditizio e la soluzione di alcuni problemi. In particolare, gli elementi che devono essere valutati con attenzione sono riferiti ai seguenti:

  • la definizione dei differenti livelli di rating interno deve essere coordinata con la classificazione dei crediti in relazione alle segnalazioni di vigilanza. Ciò significa che le categorie dei dubbi esiti piuttosto che degli incagli deve trovare progressivamente raccordo con il sistema di classificazione dei rischi adottato dalla banca;
  • l’individuazione delle categorie di rating interno deve essere accompagnata dalla fissazione di un timing di revisione del rating interno medesimo. Proprio perché il rating esterno e quello interno che ne deriva rappresentano valutazioni prospettiche su un arco di tempo predefinito, appare necessario rivedere la valutazione alla luce di quei cambiamenti che possono intervenire sul merito creditizio dell’impresa cliente. Al riguardo, è possibile ipotizzare un timing di revisione differenziato per categoria di rischio prevedendo revisioni più ravvicinate e frequenti per le categorie CCC, CC e CC, e via via meno frequenti mano a mano che ci si avvicina alla categoria AAA. Peraltro, questo passaggio deve avvenire nel rispetto e in raccordo alle procedure già in essere all’interno della banca in modo da consentire una trasformazione priva di traumi e di inefficienze.

Ad ogni modo, questo esercizio di mapping di tipo judgmental può essere difficile da implementare proprio a causa del fatto che è basato su giudizi e intuizioni dell’analista interno alla banca circa la natura dei crediti relativi a ciascuna classe di rating esterno contro ciascuna classe interna. Per di più, il fatto che i rating delle agenzie sono basati su scenari di stress mentre quelli interni alla banca tengono tipicamente conto delle condizioni correnti dei prenditori, significa che i due set di criteri di rating possono essere potenzialmente incompatibili anche quando sembrano simili.

Ovviamente, se i rating esterni solo l’unico criterio usato per assegnare classi interne a prenditori già valutati dalle agenzie, questi ultimi ma anche quelli non valutati all’interno di una data classe interna potrebbero differire sostanzialmente nel grado di rischio. Valori di PD attribuiti alle classi interne possono differire di vari punti percentuale a seconda di come il mapping è condotto; in genere, il problema di PD non stimate correttamente è più rilevante per le classi più rischiose di una scala di rating.

Autore: Ariete77

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