Clausola di salvaguardia nazionale, cos’è e perché l’Italia la sta attivando
Quella richiesta italiana all’UE che peserà molto sui conti pubblici dei prossimi anni

da | 7 Ago 2026 | Economia politica | 0 commenti

Il 5 agosto 2026 il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è salito in Aula, prima alla Camera e poi al Senato, per comunicare una decisione destinata a pesare sui conti pubblici dei prossimi anni, ovvero l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, la National Escape Clause (NEC).

Un nome tecnico, quasi burocratico, dietro cui si nasconde un’importantissima tematica, per la quale dovremmo tutti chiederci: in virtù di questa clausola, quanto deficit in più può fare l’Italia, per cosa, e con quali conseguenze?

Proviamo a spiegarlo con ordine.

Che cos’è la National Escape Clause

La NEC nasce con la riforma del Patto di Stabilità e Crescita, entrata in vigore il 30 aprile 2024 (Regolamento UE 2024/1263). È una clausola che permette a un singolo Stato membro di deviare temporaneamente dalle regole di bilancio europee, in particolare dai tetti di crescita della spesa pubblica netta concordati con Bruxelles, quando si trova di fronte a “circostanze eccezionali al di fuori del suo controllo” che hanno un impatto rilevante sui conti pubblici.

È distinta dalla “clausola di salvaguardia generale”, che scatta invece per tutta l’Unione insieme in caso di crisi economica diffusa (fu usata, ad esempio, durante la pandemia).

La NEC riguarda un singolo Paese e nasce specificamente per rispondere all’aumento della spesa per la difesa reso necessario dalla guerra russa in Ucraina. Fa parte del pacchetto ReArm Europe / Readiness 2030 con cui la Commissione europea, dal 2025, ha invitato gli Stati membri a rafforzare le proprie capacità militari senza essere penalizzati sul piano contabile per averlo fatto.

Come funziona

Il meccanismo prevede un tetto complessivo di flessibilità pari all’1,5% del PIL all’anno, utilizzabile per quattro anni (dal 2025 al 2028). In origine questo margine era pensato esclusivamente per la difesa.

La novità di quest’anno è che una parte di quella dote (e fino allo 0,6% del PIL nel biennio) può essere dirottata sulla sicurezza energetica.

Il governo italiano ha scelto di dividere così il margine massimo consentito:

  • 0,9% del PIL per la difesa (non il massimo teoricamente disponibile)
  • 0,6% del PIL per l’energia (il massimo possibile)

Tradotto in euro, secondo le stime presentate in Aula, si tratta di una flessibilità che vale fino a circa 21,7 miliardi per la difesa e 14,4 miliardi per l’energia nel triennio 2026-2028. Complessivamente quasi 36 miliardi di euro di deficit “extra” rispetto ai vincoli ordinari.

È importante chiarire (punto su cui si fa spesso confusione) che la clausola non è un aumento delle tasse, né uno scostamento di bilancio già deciso nei dettagli.

È un allargamento del margine di deficit che l’UE riconosce come lecito per queste finalità specifiche, un tetto negoziale, appunto, non uno stanziamento.

Saranno la prossima legge di bilancio e l’elenco concreto delle misure a stabilire quanto di quello spazio verrà davvero utilizzato.

Per energia e difesa

Sul fronte difesa, il riferimento è la spesa militare italiana del 2024 (l’anno base scelto per il calcolo, secondo la classificazione europea Cofog), pari all’1,3% del PIL, un dato che non coincide esattamente con i criteri NATO, generando talvolta letture diverse degli stessi numeri.

Rientrano nella flessibilità anche le spese finanziate tramite i prestiti europei SAFE (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’UE sostiene gli acquisti congiunti di capacità militari.

Sul fronte energia, la richiesta italiana nasce dalla volontà di rispondere al caro-bollette con lo stesso margine di manovra già concesso al comparto militare, in un contesto reso instabile dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni in Medio Oriente.

Per l’energia, però, la flessibilità è per ora vincolata al periodo fino al 2028, ed è “subordinata”, perché si può usare solo se e nella misura in cui si utilizzano anche gli spazi per la difesa.

C’è da dire che l’Italia non è la prima ad attivare la clausola. Tra l’estate 2025 e l’inizio del 2026 il Consiglio UE l’ha già concessa a 16 Stati membri (tra cui Germania, Polonia, Grecia e Belgio). Ciò che rende il caso italiano particolare è essere il primo Paese a chiederne l’attivazione anche per l’energia, non solo per la difesa.

L’iter del provvedimento, cosa succede da qui a fine anno

Il percorso previsto è scandito da alcune tappe:

  1. Metà agosto 2026
    L’Italia presenta formalmente la richiesta alla Commissione europea, con l’elenco di massima delle misure e una stima preliminare dei costi.
  2. Settembre
    La Commissione valuta la richiesta, con la possibilità di raccomandarne l’approvazione al Consiglio.
  3. Ottobre
    Il Consiglio, in sede Ecofin, formalizza (o meno) la raccomandazione.
  4. Legge di bilancio
    Solo a questo punto si procede, sul piano interno, con il vero e proprio scostamento di bilancio previsto dall’articolo 6 della legge 243/2012, definendo nel dettaglio a quali interventi destinare le risorse.

Ma l’Italia è già in procedura per deficit eccessivo

C’è un aspetto che rende il caso italiano più delicato di altri. Infatti, la clausola di salvaguardia nazionale permette di fatto di sforare la soglia del 3% del PIL fissata dal Patto di Stabilità per il rapporto deficit/PIL, senza che questo venga considerato una violazione delle regole di bilancio.

Non è un dettaglio da poco, perché l’Italia si trova già oggi sotto procedura per deficit eccessivo (PDE).

I dati certificati da Eurostat ad aprile 2026 hanno fissato il deficit 2025 al 3,1%, ancora sopra soglia (dopo il 3,4% del 2024), e il percorso concordato con Bruxelles prevede di rientrare sotto il 3% entro il 2026.

Restare sotto procedura significa restare sotto sorveglianza rafforzata da parte delle istituzioni europee, con un percorso di rientro vincolato su deficit, debito e crescita della spesa netta.

In questo contesto, la flessibilità aggiuntiva concessa dalla NEC rischia di allontanare, non di avvicinare, l’obiettivo di uscire dalla procedura.

Infatti, più deficit “autorizzato” oggi si traduce inevitabilmente in più debito pubblico, che in Italia è già al 137,1% del PIL, il secondo più alto dell’Unione europea dopo la Grecia.

Ed è proprio l’entità del debito il problema di fondo. Le nuove regole europee impongono ai Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% (come l’Italia) di garantire una riduzione media annua del debito nel medio periodo.

Un maggiore ricorso al deficit concesso dalla clausola, per quanto giustificato da finalità ritenute prioritarie come difesa ed energia, rende più difficile e più lento imboccare stabilmente quella traiettoria discendente, spostando ulteriormente in avanti nel tempo il momento in cui i conti pubblici italiani potranno dirsi davvero sotto controllo.

Il dibattito politico interno

In Aula il quadro non è stato unanime nemmeno dentro la maggioranza.

La Lega ha spinto per una definizione più ampia di “sicurezza nazionale”, che non si limiti alle spese strettamente militari.

Le opposizioni hanno criticato la scelta da angolazioni diverse. Il Movimento 5 Stelle ha contestato in particolare la parte di spesa destinata all’acquisto di nuovi sistemi d’arma nell’ambito del programma SAFE, mentre altre forze hanno sollevato dubbi sull’impatto della manovra sul debito pubblico.

Non sono mancate voci critiche anche fuori dal Parlamento. Il Fondo Monetario Internazionale ha messo in guardia dal rischio di usare la flessibilità per tamponare uno shock congiunturale (come il caro-energia) invece che per investimenti strutturali capaci di generare crescita e quindi di “ripagarsi” nel tempo.

Anche la Banca Centrale Europea ha invitato alla prudenza sul fronte dei conti pubblici, richiamando l’Italia al rispetto delle regole di bilancio.

Una richiesta che conta molto per i cittadini

Al di là della complessità tecnica, la clausola di salvaguardia nazionale è uno dei principali strumenti con cui il governo deciderà, nei prossimi mesi, quanto spazio di manovra avere sulla prossima legge di bilancio, cioè su cosa e quanto lo Stato potrà spendere in più senza violare formalmente le regole europee.

Il trade-off è quello di sempre: più flessibilità oggi significa più debito da gestire domani, salvo che si tratti di investimenti davvero produttivi.

Il confronto vero, più che nelle dichiarazioni di agosto, si giocherà nelle prossime settimane, quando dalle percentuali negoziali si passerà all’elenco concreto delle misure e delle relative coperture.

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