Come si legge un bilancio bancario
Capiamo insieme la salute di una banca (per tecnici e principianti)

da | 18 Ago 2026 | Banca e bancari | 0 commenti

Lo Stato Patrimoniale di una banca – Attivo, voce per voce

Lo Stato Patrimoniale di una banca – Attivo, voce per voce

Nell’Attivo di una banca (cioè tutto ciò che possiede) trovi, in ordine di liquidità decrescente, le seguenti voci.

Voce 10 — Cassa e disponibilità liquide

È il contante fisico nelle casseforti delle filiali e i depositi immediatamente disponibili presso la Banca Centrale (la cosiddetta riserva libera, distinta dalla riserva obbligatoria).

È chiaramente la voce più “liquida” in assoluto. Sono i soldi che la banca può usare nell’immediato, senza dover prima vendere o smobilizzare qualche attività.

Nei bilanci delle grandi banche il suo peso relativo è cresciuto molto dopo la crisi del 2008, perché la regolamentazione ha spinto gli istituti a tenere riserve di liquidità più ampie.

Fermata tecnica: HTC, HTCS, FVTPL, FVOCI, costo ammortizzato, ma che roba è?

Prima di entrare nelle voci 20, 30 e 40, vale la pena mettere ordine tra le sigle, perché si sovrappongono due piani diversi che spesso vengono confusi: da un lato il modello di business (cosa la banca intende fare con quel titolo o credito), dall’altro il criterio di valutazione contabile (come quel titolo viene misurato in bilancio).

Il primo determina il secondo, in modo quasi automatico. Quindi, abbiamo:

  • HTC — “Hold to Collect” è il modello di business di chi tiene un titolo o un credito con l’unico obiettivo di incassarne capitale e interessi fino a scadenza, senza intenzione di rivenderlo. Se supera anche il test SPPI (flussi di cassa “semplici”, solo capitale e interessi), il criterio contabile che ne consegue è il costo ammortizzato. Il titolo non viene rivalutato a ogni bilancio in base al prezzo di mercato, ma “ammortizzato” nel tempo secondo un tasso di interesse effettivo costante. È il criterio della voce 40 (sia per i titoli di debito, sia, soprattutto, per i crediti a clientela e banche). Eventuali oscillazioni di prezzo di mercato non emergono a Conto Economico, salvo il caso di un vero e proprio deterioramento del credito (le rettifiche IFRS 9 di cui parliamo più avanti).
  • HTCS — “Hold to Collect and Sell” è il modello di business “misto”. La banca vuole sia incassare le cedole e sia mantenersi libera di vendere prima della scadenza. Il criterio contabile che ne deriva è il FVOCI (Fair Value through Other Comprehensive Income, in italiano “fair value con impatto sulla redditività complessiva”). Il titolo è comunque valutato al valore di mercato corrente, ma le variazioni di valore non passano da subito nell’utile, ma finiscono “parcheggiate” in una riserva di patrimonio netto e arrivano a Conto Economico solo quando il titolo viene davvero venduto (il meccanismo del recycling, citato più avanti). È il criterio della voce 30.
  • FVTPL — “Fair Value through Profit or Loss” (fair value con impatto a conto economico) è il criterio residuale. Si applica a tutto ciò che non rientra nei due modelli precedenti, ovvero titoli comprati per essere rivenduti a breve (trading), titoli che falliscono il test SPPI o strumenti per cui la banca ha scelto volontariamente questa impostazione. Qui ogni variazione di prezzo, positiva o negativa, colpisce subito l’utile dell’esercizio, senza passaggi intermedi. È il criterio della voce 20.

In sintesi, la catena logica è sempre la stessa: modello di business + esito del test SPPI → criterio di valutazione → voce di bilancio.

Ed è anche il motivo per cui la stessa identica esposizione economica (per esempio un BTP) può avere un impatto molto diverso sui conti di due banche diverse, semplicemente perché l’hanno classificata in due “cassetti” differenti, un dettaglio che ha fatto la differenza tra banche solide e banche in difficoltà nei periodi di forte rialzo dei tassi.

Il caso della Silicon Valley Bank nel 2023 è l’esempio da manuale di come la classificazione dei titoli possa nascondere un rischio enorme fino a quando non esplode.

Voce 20 — Attività finanziarie valutate al fair value con impatto a conto economico (FVTPL)

È il primo dei tre “cassetti” in cui l’IFRS 9 divide i titoli detenuti dalla banca (gli altri due sono le voci 30 e 40, che vediamo tra poco).

Qui rientrano tre sottocategorie, indicate con lettere:

  1. attività detenute per la negoziazione (titoli comprati per essere rivenduti nel breve periodo, il classico trading desk);
  2. attività designate al fair value (una scelta contabile irrevocabile, usata raramente, per eliminare asimmetrie contabili tra attivo e passivo);
  3. altre attività obbligatoriamente valutate al fair value, cioè strumenti che non superano il cosiddetto “SPPI test”, ovvero un test tecnico che verifica se i flussi di cassa di un titolo sono compatibili con un semplice prestito (solo capitale e interessi) oppure no. Se il test fallisce, il titolo finisce automaticamente qui, indipendentemente dalle intenzioni della banca.

Ogni variazione di valore di questi titoli passa direttamente dal Conto Economico: se il prezzo scende, l’utile dell’anno ne risente subito.

Voce 30 — Attività finanziarie valutate al fair value con impatto sulla redditività complessiva (FVOCI)

Sono titoli, tipicamente titoli di Stato e obbligazioni, che la banca gestisce con un modello “misto”, nel senso che la banca li tiene per incassarne cedole e capitale, ma si riserva la possibilità di venderli prima della scadenza se le condizioni di mercato lo rendono conveniente (per questo si parla di modello “Hold to Collect and Sell”).

La particolarità tecnica è che le variazioni di valore di questi titoli non toccano subito l’utile: finiscono in una riserva del patrimonio netto, e vengono “sbloccate” verso il Conto Economico solo quando il titolo viene effettivamente venduto (un meccanismo che si chiama, in gergo, recycling).

Voce 40 — Attività finanziarie valutate al costo ammortizzato (HTC)

È la voce più corposa in assoluto per una banca, quella che ne racconta davvero il mestiere.

Si divide in due sottovoci:

  1. crediti verso banche (depositi e prestiti verso altri istituti, riserva obbligatoria);
  2. crediti verso clientela, cioè mutui, aperture di credito, leasing, factoring, finanziamenti alle imprese. Per finire qui, un credito deve rispettare due condizioni cumulative: 1) la banca deve avere l’intenzione di incassarlo fino a scadenza (modello “Hold to Collect”, diverso da quello della voce 30) e 2) deve superare il test SPPI di cui parlavamo sopra. Questa è la voce su cui si concentra la stragrande maggioranza del lavoro di analisi creditizia ed è quella su cui si abbattono le rettifiche di valore quando un cliente smette di pagare (approfondiamo più avanti questo aspetto in un paragrafo dedicato).

Voce 50 — Derivati di copertura

Sono gli strumenti derivati (tipicamente interest rate swap) che la banca usa non per speculare, ma per proteggersi da un rischio specifico, ad esempio il rischio che un rialzo dei tassi renda meno redditizio un pacchetto di mutui a tasso fisso già erogati.

Perché un derivato finisca qui e non tra i titoli di negoziazione, serve una relazione di copertura documentata, con test di efficacia periodici che devono restare in un intervallo tra l’80% e il 125%.

Voce 60 — Adeguamento di valore delle attività finanziarie oggetto di copertura generica

Una voce molto tecnica, che quasi mai un lettore non specialista incontra con importi significativi. In questa voce si registra l’effetto della copertura sul valore contabile di un intero portafoglio di attività (non di un singolo titolo), tipicamente per il rischio di tasso d’interesse su un aggregato di mutui.

Voce 70 — Partecipazioni

Sono le quote possedute in altre società, controllate, collegate (dove la banca ha un’influenza notevole, presunta a partire dal 20% dei diritti di voto) o joint venture.

Nei grandi gruppi bancari italiani, qui si trovano tipicamente le partecipazioni in società prodotto (assicurazioni, società di gestione del risparmio) o in banche estere.

Voce 80 — Attività materiali

Immobili, filiali, impianti, arredi. Include anche, dopo l’introduzione dell’IFRS 16, il “diritto d’uso” derivante dai contratti di leasing (per esempio l’affitto di una filiale).

In una banca pesa relativamente poco rispetto al totale dell’attivo, a differenza di un’azienda industriale.

Voce 90 — Attività immateriali

Software, licenze, e (quando presente) l’avviamento, cioè la differenza positiva pagata in un’acquisizione rispetto al valore contabile netto dell’azienda acquisita.

L’avviamento è una voce da monitorare con attenzione, perché se le prospettive reddituali di un’acquisizione peggiorano, l’avviamento va sottoposto a un test di “impairment” e, se necessario, svalutato. Trattasi si un’operazione che in passato ha inciso pesantemente sui conti di alcune grandi banche italiane.

Voce 100 — Attività fiscali

Si dividono in correnti (crediti d’imposta già maturati) e anticipate (le cosiddette DTA, Deferred Tax Assets), cioè benefici fiscali futuri legati a perdite pregresse o a differenze temporanee tra il risultato contabile e quello fiscale (in proposito, vedi il ns. articolo dedicato alla fiscalita d’impresa).

Le DTA sono state un tema molto discusso per le banche italiane durante la crisi degli NPL, perché su alcune componenti lo Stato aveva concesso la possibilità di trasformarle in crediti d’imposta certi. Un meccanismo che ha sostenuto la patrimonializzazione di diversi istituti.

Voce 110 — Attività non correnti e gruppi di attività in via di dismissione

Qui finiscono attività (per esempio un ramo d’azienda o un pacchetto di crediti) che la banca ha deciso attivamente di vendere entro breve, tipicamente entro un anno, e che quindi non vengono più valutate come se fossero destinate all’uso continuativo, ma al minore tra valore contabile e fair value al netto dei costi di vendita.

Voce 120 — Altre attività

Una voce residuale che raccoglie tutto ciò che non trova posto altrove, come ad es. partite in corso di lavorazione, ratei e risconti attivi non riconducibili a specifiche voci, crediti diversi verso l’Erario.

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