Indicatori di salute ed altre notizie (con un esempio)
Indice
Il cuore del rischio – crediti deteriorati e accantonamenti
Quando una banca presta soldi (voce 40b dell’attivo), sa già in partenza che una parte di quei prestiti non verrà restituita per intero. Non è un’ipotesi pessimistica, ma un dato statistico.
Per questo motivo, le banche sono obbligate ad accantonare una parte dei loro utili, alla voce 130 del Conto Economico, per coprire le perdite attese sui crediti, anche prima che queste perdite si manifestino davvero.
Il sistema attuale (previsto dall’IFRS 9) classifica i crediti in tre “stadi”:
- Stage 1: crediti in bonis, senza segnali di deterioramento, per i quali si accantona la perdita attesa nei prossimi 12 mesi;
- Stage 2: crediti il cui rischio è aumentato significativamente rispetto all’origine (per esempio, un cliente che inizia a essere in ritardo con i pagamenti, o per i quali la probabilità di default stimata oggi è cresciuta troppo rispetto a quella calcolata all’erogazione), per i quali si accantona la perdita attesa sull’intera vita del credito;
- Stage 3: crediti deteriorati veri e propri, i cosiddetti Non Performing Loans (NPL), per i quali si stima la perdita concreta caso per caso, spesso con valutazioni analitiche pratica per pratica.
I crediti deteriorati si dividono ulteriormente in tre categorie, dalla meno alla più grave:
- inadempienze probabili (unlikely to pay – UTP, quando la banca giudica improbabile che il debitore adempia integralmente senza escutere le garanzie);
- esposizioni scadute deteriorate (ritardi oltre una certa soglia di importo e di tempo);
- sofferenze (i crediti verso debitori in stato di insolvenza conclamata).
Un indicatore che ogni analista guarda per primo è l’NPL ratio, cioè il rapporto tra crediti deteriorati e totale dei crediti erogati.
Nel 2015-2016 le banche italiane avevano un NPL ratio medio superiore al 16%, uno dei più alti d’Europa, eredità della crisi del debito sovrano e della lunga recessione.
Oggi, dopo anni di cessioni di NPL (spesso tramite cartolarizzazioni con la garanzia statale GACS) e di politiche di credito più prudenti, l’NPL ratio del sistema bancario italiano si è stabilizzato su livelli fisiologici, sotto il 3%, in linea con la media europea.
Un dettaglio tecnico utile è che quando parliamo di NPL ratio bisogna sempre specificare se ci si riferisce al valore lordo (prima delle rettifiche di valore) o netto (dopo), perché la differenza tra i due misura proprio il grado di copertura che la banca ha già accantonato su quei crediti problematici. Un dato spesso più informativo del semplice NPL ratio lordo.
Gli indicatori che contano davvero, ovvero la “cassetta degli attrezzi” dell’analista
Chi analizza un bilancio bancario per lavoro non si limita a leggere i numeri grezzi, ma li trasforma in rapporti (ratio) che permettono di confrontare banche diverse tra loro, o la stessa banca nel tempo.
Ecco i principali, spiegati sia nel loro significato intuitivo sia nel loro uso tecnico, con l’indicazione delle voci di bilancio da cui si calcolano.
CET1 ratio (Common Equity Tier 1 ratio)
È forse l’indicatore più citato quando si parla di solidità di una banca.
Misura quanto capitale di altissima qualità la banca possiede (sostanzialmente le voci 140, 150, 160 e 180 del passivo, al netto di alcune deduzioni regolamentari come l’avviamento) rispetto alle sue attività ponderate per il rischio (RWA, Risk Weighted Assets, un valore che non compare direttamente in bilancio ma nell’informativa di Terzo Pilastro). Un rischio che in prima battuta possiamo far coincidere con le garanzie.
In parole semplici, il CET1 ratio rappresenta quanto “cuscinetto” ha la banca per assorbire perdite impreviste senza fallire.
La normativa europea (Basilea III, e ora il pacchetto Basilea IV in fase di implementazione) impone soglie minime, tipicamente intorno all’8% includendo i buffer di vigilanza, anche se le grandi banche oggi tengono livelli ben più alti, spesso sopra il 14-15%, anche per rassicurare gli investitori.
ROE (Return on Equity)
Utile netto (voce 300 del Conto Economico) diviso patrimonio netto (somma delle voci dalla 110 alla 180 del passivo).
Ci dice quanto rende, in percentuale, il capitale investito dagli azionisti.
È l’indicatore preferito dagli investitori, ma va sempre letto insieme al CET1, perché un ROE alto ottenuto con un CET1 basso significa che la banca sta correndo più rischi per generare quel rendimento.
Cost/income ratio
Costi operativi (voce 210 del Conto Economico) divisi margine di intermediazione (voce 120).
Ci dice quanto la banca spende per generare un euro di ricavi. Più è basso, più la banca è efficiente.
Le banche italiane hanno storicamente sofferto di cost/income più alti della media europea, anche per la rete di filiali fisiche molto capillare, per quanto la digitalizzazione e i piani di chiusura sportelli degli ultimi anni (c.d. “desertificazione bancaria”) abbiano ridotto significativamente questo divario.
Texas ratio
Meno noto al grande pubblico ma molto usato dagli analisti.
È il rapporto tra crediti deteriorati lordi (una componente di dettaglio della voce 40b dell’attivo, riportata in nota integrativa) e la somma di patrimonio tangibile e accantonamenti.
Se supera il 100%, è un segnale d’allarme sulla capacità della banca di assorbire le perdite sui crediti deteriorati con le proprie risorse.
LCR (Liquidity Coverage Ratio) e NSFR (Net Stable Funding Ratio)
Sono gli indicatori di liquidità imposti da Basilea III.
L’LCR mette in rapporto le attività liquide di elevata qualità (che comprendono soprattutto la voce 10 dell’attivo e i titoli di Stato della voce 30) con i deflussi di cassa netti attesi in uno scenario di stress di 30 giorni, per esempio una corsa agli sportelli.
L’NSFR verifica che le fonti di finanziamento stabili (voce 10 del passivo, patrimonio netto) siano sufficienti a coprire gli impieghi a medio-lungo termine (voce 40 dell’attivo), evitando cioè di finanziare mutui trentennali con depositi che potrebbero essere ritirati domani mattina, cioè esattamente il problema che nel 2023 ha travolto alcune banche regionali americane.
Un esempio con un bilancio fittizio: Banca Esempio S.p.A.
Per vedere tutto quello che abbiamo detto applicato insieme, immaginiamo un bilancio semplificato e completamente inventato, quello di “Banca Esempio S.p.A.”, una media banca commerciale al 31 dicembre di un anno qualsiasi.
I numeri sono espressi in milioni di euro e non corrispondono a nessuna banca reale.
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Stato Patrimoniale — Attivo (estratto) |
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|
Voce |
Descrizione |
Importo |
|
10 |
Cassa e disponibilità liquide |
800 |
|
20 |
Attività finanziarie al fair value |
150 |
|
30 |
Attività finanziarie al fair value |
1.200 |
|
40 |
Attività finanziarie al costo ammortizzato, di cui: |
14.500 |
|
40a |
— crediti verso banche |
900 |
|
40b |
— crediti verso clientela |
13.600 |
|
70 |
Partecipazioni |
60 |
|
80 |
Attività materiali |
320 |
|
90 |
Attività immateriali (di cui avviamento 40) |
90 |
|
100 |
Attività fiscali |
210 |
|
120 |
Altre attività |
180 |
|
Totale dell’attivo |
17.510 |
|
|
Stato Patrimoniale — Passivo (estratto) |
||
|
Voce |
Descrizione |
Importo |
|
10 |
Passività finanziarie al costo ammortizzato, di cui: |
15.900 |
|
10a |
— debiti verso banche |
1.400 |
|
10b |
— debiti verso clientela |
12.800 |
|
10c |
— titoli in circolazione |
1.700 |
|
60 |
Passività fiscali |
40 |
|
80 |
Altre passività |
260 |
|
90 |
TFR |
35 |
|
100 |
Fondi per rischi e oneri |
55 |
|
110 |
Riserve da valutazione |
-15 |
|
140 |
Riserve |
780 |
|
150 |
Sovrapprezzi di emissione |
90 |
|
160 |
Capitale |
250 |
|
180 |
Utile d’esercizio |
115 |
|
|
Totale del passivo e del patrimonio netto |
17.510 |
|
Conto Economico (estratto) |
||
|
Voce |
Descrizione |
Importo |
|
30 |
Margine di interesse |
480 |
|
60 |
Commissioni nette |
210 |
|
120 |
Margine di intermediazione |
710 |
|
130 |
Rettifiche di valore nette per rischio di credito |
-55 |
|
150 |
Risultato netto della gestione finanziaria |
655 |
|
210 |
Costi operativi |
-410 |
|
260 |
Utile lordo dell’operatività corrente |
245 |
|
270 |
Imposte |
-130 |
|
300 |
Utile d’esercizio |
115 |
A partire da questi numeri possiamo ricostruire gli indicatori visti sopra:
- Patrimonio netto = voci 110+140+150+160+180 = -15+780+90+250+115 = 1.220 milioni.
Circa il 7% del totale attivo (1.220 / 17.510).
Un livello un po’ più basso della media di sistema, che meriterebbe un approfondimento sul CET1 ratio effettivo (non calcolabile da questi soli dati semplificati, perché servono le ponderazioni per il rischio). - ROE = utile d’esercizio (voce 300) / patrimonio netto = 115 / 1.220 ≈ 9,4%
Un valore nella norma ma non brillante. - Cost/income ratio = costi operativi (voce 210) / margine di intermediazione (voce 120) = 410 / 710 ≈ 57,7%.
Leggermente sopra la soglia del 50% che oggi viene considerata “buona”. Segnala quindi una struttura di costi ancora pesante rispetto ai ricavi. - Costo del rischio implicito = rettifiche di valore nette (voce 130) / crediti verso clientela (voce 40b) = 55 / 13.600 ≈ 0,4%.
Un livello contenuto, coerente con un portafoglio crediti in salute.
Con soli quattro numeri derivati dalle voci principali, abbiamo già un profilo abbastanza chiaro: Banca Esempio S.p.A. ha una redditività nella media, un margine di interesse solido (che pesa per i due terzi del margine di intermediazione, segno di un modello di business tradizionale più che orientato all’intermediazione), un costo del rischio basso ma una struttura di costi ancora migliorabile.
È esattamente il tipo di lettura che un analista costruisce nei primi cinque minuti davanti a un bilancio vero, prima di scendere nel dettaglio della nota integrativa.
Perché tutto questo conta anche per la gente comune
Capire come si legge un bilancio bancario non serve solo a chi fa l’analista di professione.
Serve a chi deve scegliere dove aprire un conto o dove investire i propri risparmi, a chi vuole capire perché i tassi dei mutui salgono o scendono, a chi vuole leggere con occhio critico le notizie sulle fusioni bancarie che si susseguono nel nostro Paese (pensiamo alle recenti operazioni di consolidamento nel settore).
Dietro ogni titolo di giornale su “l’utile record di una banca” o su “la banca in difficoltà”, ci sono proprio le voci che abbiamo visto in questo articolo, ovvero un margine di interesse (voce 30), un NPL ratio, un CET1 ratio ed un utile d’esercizio (voce 300).
Saper leggere queste voci, con le loro logiche ed i loro limiti, significa poter capire, da soli, la differenza fra un titolo allarmistico e i dati reali di una banca.


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