Terre Rare
La denominazione di Terre Rare indica 17 metalli caratterizzati da particolari qualità magnetiche, conduttive e di resistenza alle elevate temperature. Precisamente sono i seguenti:
- scandio (Sc, con numero atomico 21)
- ittrio (Y, con numero atomico 39)
- tutti i cosiddetti “lantinidi”, cioè gli elementi chimici che vanno dal numero atomico 57 al 71, ovvero in ordine:
- lantanio (La)
- cerio (Ce)
- praseodimio (Pr)
- neodimio (Nd)
- promezio (Pm, elemento sintetico)
- samario (Sm)
- europio (Eu)
- gadolinio (Gd)
- terbio (Tb)
- disprosio (Dy)
- olmio (Ho)
- erbio (Er)
- tulio (Tm)
- itterbio (Yb)
- lutezio (Lu)

(in cornice verde i metalli noti come “Terre Rare” e di seguito il focus di questi metalli)


Perché Terre Rare?
Questa particolare denominazione è fuorviante, perché i suddetti metalli non sono “terre” e a ben vedere non sono neanche “rari”, almeno se paragonati a metalli ben più rari (e per questo motivo preziosi) come l’oro, l’argento ed il platino.
La locuzione “terre” deriva dal medioevo, quando si attribuiva questo nome ai minerali che non si modificavano per effetto del calore.
La denominazione “rare” deriva, invece, più che dalla loro disponibilità in natura, dall’estrema difficoltà di estrazione, a causa della bassissima concentrazione in cui si trovano nei loro depositi e del fatto che sono combinate con altri elementi. Caratteristiche queste che rendono la loro estrazione molto costosa e fortemente inquinante.
A cosa servono le Terre Rare?
Le Terre Rare sono diventate, insieme al litio ed al cobalto, un elemento strategico per i paesi del mondo. La loro disponibilità in natura è così importante, che esse determinano spesso gli equilibri geopolitici in determinate zone territoriali e per certe nazioni.
Infatti, questi 17 metalli sono elementi indispensabili per la produzione di qualsiasi prodotto elettronico d’uso comune, dagli smartphone ai computer, dalle fibre ottiche alle automobili elettriche o ibride. Le Terre Rare costituiscono una percentuale del prodotto che va dall’1% al 25%.
Vista la forte digitalizzazione della società odierna, si può senz’altro affermare che delle Terre Rare non si può più fare a meno. Per tale motivo i loro giacimenti costituiscono di frequente un fattore di instabilità politica, essendo straordinariamente appetibili per gli stati industrializzati.
La doppia contraddizione delle Terre Rare nella società moderna
Chiudiamo la nostra spiegazione delle Terre Rare con una riflessione dal sapore marxista, ma che in realtà non è un’evidenza politica ma, purtroppo, la semplice constatazione economica di un dato di fatto.
Abbiamo detto che le Terre Rare sono estremamente difficili da estrarre. Da un punto di vista economico ciò rende conveniente la loro estrazione solo quando il relativo costo può essere ridotto mediante la possibilità di utilizzare manodopera a basso costo, ovvero nei paesi non industrializzati (quelli che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”), dove spesso l’utilizzo di manodopera a basso costo – anche minorile – si identifica nello sfruttamento dei lavoratori.
Quindi, da una parte non possiamo fare a meno di prodotti ad alta tecnologia, come i moderni telefoni cellulari, dall’altra facciamo finta di non vedere lo sfruttamento che viene sistematicamente attuato in alcuni giacimenti mondiali di Terre Rare.
E non finisce qui, perché abbiamo anche detto che l’estrazione delle Terre Rare è altamente inquinante (almeno se non compiuta con tecnologie molto costose ed a volte insostenibili ai prezzi attuali).
Qui la contraddizione sta nel fatto che ad esempio per estrarre la quantità di Terre Rare necessaria per produrre le batterie di un’unica auto elettrica, si produce un inquinamento maggiore della quantità di emissioni inquinanti che quella stessa auto risparmierà all’ambiente durante tutta la sua vita utile.
Soluzioni alla doppia contraddizione delle Terre Rare
L’ultima considerazione è se esistono soluzioni al doppio paradosso di cui sopra relativo all’estrazione delle Terre Rare.
Per la prima questione, ovvero l’uso di manodopera a basso costo, dobbiamo solo sperare che i progressi tecnologici permettano, prima o poi, di estrarre le Terre Rare, dai giacimenti in cui si trovano a bassa concentrazione e combinate con altri minerali, a costi sostenibili e con manodopera equamente remunerata.
Per la seconda questione, l’inquinamento derivante dall’estrazione delle Terre Rare (soprattutto per loro lavorazione e separazione dagli altri componenti), una soluzione percorribile già esiste: il riciclo dei materiali critici dai rifiuti elettronici.
Oggi quando cambiamo telefono cellulare, il precedente lo buttiamo nella spazzatura. Sostituiamo in nostri apparecchi elettronici molto velocemente e senza chiederci se alcune loro componenti possono essere riutilizzate. Sarebbe invece opportuno creare una catena del riciclo, che permetta di estrarre da questi dispositivi usati (chiamati RAEE, acronimo di rifiuti di apparecchi elettrici ed elettronici) gli elementi “rari”, così da riutilizzarli in altri device elettronici.
Attualmente la difficoltà è quella (ancora una volta) della non sostenibilità economica del lavoro che spesso è necessario per separare i metalli fusi in più leghe, senza perdere eccessiva quantità dei metalli stessi.
Tuttavia, la strada da percorrere è questa, altrimenti il gioco non vale la candela: l’inquinamento prodotto dall’estrazione dei materiali sarebbe maggiore della quantità di energia risparmiata dai prodotti hi tech che utilizzano quei materiali.


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