Negli ultimi anni le guerre hanno cambiato volto. Sempre più spesso non iniziano con carri armati o bombardamenti aerei tradizionali, ma con sciami di droni, attacchi a bassa quota, azioni di disturbo elettronico e saturazione delle difese.
È una trasformazione profonda del modo di combattere, resa possibile dal fatto che i droni sono relativamente economici, difficili da intercettare, utilizzabili anche da attori non statali e capaci di colpire infrastrutture critiche, basi militari e centri urbani senza mettere a rischio piloti o truppe sul campo.
Dall’Ucraina al Medio Oriente, passando per il Mar Rosso, i droni sono ormai la prima arma impiegata nelle fasi iniziali di un conflitto: servono a testare le difese nemiche, raccogliere informazioni, colpire obiettivi sensibili e, soprattutto, a logorare l’avversario prima di un eventuale escalation.
In questo scenario, non dotarsi di capacità offensive e difensive contro i droni equivale a esporsi ad una vulnerabilità strategica.
Per questo motivo, oggi la vera domanda non è se i droni verranno usati in un conflitto futuro, ma quanto un Paese sia preparato a contrastarli.
Anche Stati avanzati devono interrogarsi sulla solidità delle proprie difese: esistono radar in grado di individuarli? Sistemi per abbatterli?
Una strategia integrata che tenga conto di attacchi massicci, simultanei e a basso costo?
È in questo contesto che si inserisce il caso italiano.
L’Italia dispone davvero di una strategia difensiva e di mezzi concreti per fronteggiare un eventuale attacco di droni?
La risposta è sì, l’Italia ha capacità difensive e una strategia per contrastare un attacco con droni, ma il sistema ovviamente non è perfetto, cioè non è in grado di annullare automaticamente ogni minaccia: la difesa è stratificata, basata su sistemi diversi e integrata nella NATO, potenzialmente atta a contrastare efficacemente attacchi di droni a varie scale, a seconda della numerosità, del tipo di droni e delle condizioni operative.
Ecco come funziona la difesa italiana in caso di un attacco di droni.
- Difesa aerea multi-strato (integrazione nazionale + NATO)
L’Italia non si affida a un solo sistema: la protezione dell’aria — inclusi i droni — è organizzata a più livelli per affrontare minacce a differenti distanze e altitudini:
a) Sistema a lungo raggio – SAMP/T e SAMP/T NG
Questi sistemi missilistici di medio-lungo raggio intercettano bersagli aerei come aerei, missili da crociera e anche alcuni droni di maggiori dimensioni, e fanno parte del principale scudo difensivo terrestre italiano.
Sono in servizio e ulteriori versioni più avanzate (NG) sono in fase di consegna e sviluppo con capacità migliorate (fonte mbda-systems.com).
Questi strumenti di difesa servono quindi per innalzare lo spazio di difesa prima che i droni si avvicinino troppo.
b) Sistema a corto e cortissimo raggio – Skynex e GRIFO
Questa è la prima linea contro droni piccoli o attacchi di sciami (“swarm”), e sistemi mobili o fissi:
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- Skynex — sistema recentemente consegnato all’Esercito Italiano e già operativo. È pensato proprio per contrastare droni e minacce a bassa quota a corto/cortissimo raggio, grazie a cannoni da 35 mm con munizione programmabile e radar di sorveglianza (fonte armyrecognition.com).
- GRIFO con missili CAMM-ER, offre protezione SHORAD (Short-Range Air Defense) contro droni e altri bersagli entro una gamma maggiore rispetto alle armi leggere (fonte asdnews.com).
Questi mezzi difensivi coprono pertanto l’ultimo tratto di difesa prima che i droni possano colpire obiettivi sensibili.
c) Sistemi individuali portatili
Equipaggi individuali e unità possono usare missili portatili come gli Stinger, e in futuro sistemi come Fulgur (in arrivo verso il 2028), per ingaggiare droni a bassa quota su scala tattica (fonte Wikipedia).
- Rete sensoriale e comando e controllo
La difesa non è solo “sparare ai droni”. Stati come l’Italia integrano:
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- radar di sorveglianza terrestre e a lungo raggio per individuare e tracciare i droni dall’ingresso dello spazio aereo;
- centri di comando e controllo integrati (Italia + NATO) per coordinare risposte rapide e impieghi simultanei di sistemi SHORAD e LORAD;
quindi la reazione non è isolata ma parte di una rete coordinata.
- Tecnologie emergenti ed evoluzione
La minaccia dei droni (soprattutto piccoli, autonomi o a sciame) ha portato a sviluppi tecnologici dedicati: Italia e industria stanno lavorando su sistemi avanzati, come quello chiamato “Michelangelo Dome”, pensato per integrare sensori e intercettori come una “cupola” di protezione contro droni, missili e altre minacce aeree — simile nel concetto all’Iron Dome israeliano, con piena integrazione prevista entro la fine del decennio (fonte Reuters).
- Limitazioni e realtà operativa
Anche con tutti questi sistemi, nessuna difesa al mondo è perfetta né garantisce l’abbattimento di tutti i droni in ogni scenario.
Attacchi con numerosi droni economici, molto piccoli o con contromisure elettroniche restano difficili da intercettare.
La capacità di difesa dipende da:
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- densità dell’attacco e tattica nemica,
- combinazione e coordinamento dei sistemi,
- tempo di reazione e addestramento,
- condizioni ambientali ed elettroniche.
Questo è esattamente il motivo per cui l’Italia sta integrando nuovi sistemi, espandendo la difesa aerea e cooperando con la NATO per aumentare la resilienza collettiva.
L’Italia quindi possiede mezzi e una strategia difensiva concreta per intercettare e contrastare un attacco di droni, grazie a:
- una difesa aerea stratificata (da lungo a corto raggio);
- nuovi sistemi come Skynex, SAMP/T NG, GRIFO;
- una copertura integrata con la NATO;
- lo sviluppo continuo di tecnologie dedicate (fonte armyrecognition.com).
Tuttavia, l’efficacia dipenderebbe dal tipo di attacco, dalla sua scala e dal tipo di tattiche nemiche. Nessun sistema è infallibile, ma l’Italia ha la capacità reale di difendersi ed abbattere droni ostili.
In conclusione, mi piacerebbe scrivere che l’Italia non ha bisogno di aumentare la sua spesa pubblica per la difesa, perché il mondo (almeno quello occidentale) vive in pace, perché è improbabile che avvenga un attacco o una vera e propria invasione del nostro Paese e così via.
Mi piacerebbe scrivere che è molto meglio indirizzare i fondi pubblici, anziché alla difesa del territorio (e dei cieli), alla sanità, all’istruzione ed alla ricerca, che pure ne hanno tantissimo bisogno.
Ma la realtà è che ormai non esiste più un ordine mondiale e che l’Italia, come tutti i Paesi, ha bisogno di difendersi e di difendersi con mezzi tecnologici all’avanguardia, efficaci per le moderne guerre ibride che fanno sempre più uso di droni e di attacchi informatici.


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