Atti giuridici
Una relazione universitaria sugli atti giuridici

da | 3 Gen 2006 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 0 commenti

Equità e giusto prezzo

Capitolo 3

Ricostruzione storica della validità dell’atto in relazione ai ai concetti d’equità e giusto prezzo in Alba Negri

1. Concetto d’equità e giusto prezzo nel mondo romano predioclezianeo e postdioclezianeo

Potendo definire l’equità, dal punto di vista prettamente affaristico, un grado di contrasto nei valori delle cose da scambiare, appare evidente che essa sia in stretto rapporto con la teoria del prezzo-valore, ovvero si può in un certo senso affermare che il problema dell’equità è naturalmente quello del prezzo.

Nel diritto romano predioclezianeo la determinazione e la ragionevolezza del prezzo nella compravendita era un problema fra le parti; anche nel caso in cui il prezzo fosse troppo basso, il venditore, pur subendo dei danni, non poteva rescindere il contratto.

Il diritto assicurava soltanto l’equità del procedimento di formazione delle clausole del prezzo e interveniva nel caso in cui l’accordo fosse viziato dal dolo; questo era suddiviso in malus e bonus e solo quest’ultimo era permesso.

Un motivo di rescissione del contratto poteva essere la lesione ultra dimidium a favore del venditore; il ricorso al criterio del quantum, cioè della quantificazione del bene pari alla metà, trova conforto in alcune fonti quali il Codex di Giustiniano, collocabile verso la fine del III secolo, nel quale è ammessa appunto la rescissione a causa di lesione a favore del venditore nel caso in cui il prezzo sia inferiore alla metà di quello di mercato.

Un riferimento al criterio del dimidium si trova anche nel giurista Nerazio, che fu console nel 97 d.C., il quale, prendendo in considerazione il valore oggettivo del bene, afferma che “se la casa è stata risparmiata dall’incendio per una metà, o per una frazione superiore, la vendita deve essere adempiuta ad un prezzo che sarà stabilito da un estimatore; se la distruzione è stata maggiore, il contratto si risolve”.

Ci si può domandare perché proprio la metà del bene, o una parte superiore ad essa, non presupponga la rescissione del contratto. È difficile rispondere. Sta di fatto che nella tradizione giuridica precedente si esclude la possibilità di risoluzione di un accordo per lesione (ad esempio codice di Teodosio del 438 d.C., costituzione di Costantino del 319).

La dottrina dioclezianea della laesio enormis è la base su cui Giustiniano elabora la teoria del prezzo giusto, concetto già apparso nel diritto romano e nelle opere dei giuristi, secondo le cui spiegazioni il cosiddetto ” prezzo giusto” o “il prezzo reale” indica quello che non viene influenzato dalle oscillazioni di mercato di un certo periodo, ma è quello che si accorda con il valore.

Il diritto romano postdioclezianeo si fondava sulla base della teoria del valore oggettivo e non considerava il fattore che gli uomini hanno intensità diverse di domanda degli oggetti stessi. Nel 313 d.c., Constantino, il successore di Diocleziano, ammetteva il cristianesimo, spesso perseguitato prima, aprendone l’influenza nel diritto romano. Secondo l’opinione del cristianesimo, “ogni merce ha un prezzo giusto proprio”.

Il pensiero aristotelico intanto esercitava sempre più l’influenza nel diritto romano. Questo filosofo disprezzava i profitti del mercato, il suo ordine ideale era quello autarchico. Secondo lui, soltanto le azioni che davano benefici ad altri potevano essere accettate moralmente, mentre quelle tendenti a redditi personali erano malvagie e le produzioni a fini di profitto erano innaturali. Questo pensiero aristotelico originava un atteggiamento del diritto successivo contro il commercio che durò per lungo tempo.

Grazie alle influenze sintetiche dei fattori sopraddetti, nel diritto romano postdioclezianeo, il pretium deve essere iustum, così come il valore del denaro, requisiti questi di validità delle clausole di prezzo di contratto di compravendita. Perciò Giustiniano estendeva l’ampiezza dell’applicazione della dottrina della laesio enormis, la applicava a tutti i rapporti di compravendita, attuava l’intervento universale nel prezzo. Dopo di che la teoria di prezzo giusto costituiva una parte importante dell’ideologia medioevale, formava l’atteggiamento contro il commercio ed i profitti commerciali.

2. Concetto d’equità e giusto prezzo nel Medio Evo

La Chiesa

La Chiesa si pone al centro della vita associata altomedioevale. Nel sistema giuridico della Chiesa esiste una fusione tra morale e diritto, ovvero “l’ordine giuridico si assume come parte integrante dell’ordine morale”; in questo senso il concetto di aequitas comporta “un principio di ordine, governato da una ratio, come lo ius” [19] sul quale deve fondarsi il governo dei popoli. Si tratta di una giustizia che risponde ai precetti divini e, nello stesso tempo, entra nel diritto sotto forma di regola, imponendo l’equivalenza delle prestazioni nel contratto. In altri termini, conclude Alba Negri, “l’equità è lo strumento che permette l’adeguamento della norma umana a quella divina”.

[19] M.G.Concilia,II,651,p.280 e nt. da J.Gaudemet in “La storia del diritto nel quadro delle scienze storiche”, Firenze, 1966, pgg. 269-291

I Civilisti e i Canonisti

Nell’Evo Medio la dottrina si fonda sulle posizioni dei civilisti e dei canonisti.

I primi sostengono il principio di aequalitas nel contratto, ovvero l’uguaglianza delle parti contraenti, nel porre in essere un accordo che li impegna reciprocamente, dal punto di vista delle prestazioni e della consapevolezza che possono intervenire circostanze e fatti che possono influire sul contenuto del contratto. Ciò a tutela della parte contraente più debole.

Bartolo e i suoi seguaci canonisti più innovatori rielaborano il concetto di equità per evitare che il contratto degeneri in usura.

In particolare il Decretum Gratiani, rifacendosi al pensiero dei canonisti quali Sant’Ambrogio, San Girolamo e S. Agostino, condanna l’usura e qualsiasi transazione comporti un guadagno, intendendo per iusto pretio la restituzione del prestito di denaro sottoforma di beni dello stesso valore.

Questa posizione è superata nella Summa di Rufino (1157/1159), nella quale si sostiene che un bene può essere venduto ad un prezzo maggiore rispetto a quello d’acquisto in caso di necessitas e utilitas e tenendo conto delle spese e del lavoro impiegati per procurarselo.

Nel XII secolo la vivace attività economica fa rivalutare la figura del mercante agli occhi dei canonisti con la conseguente accettazione della libertà di contrarre e stabilire il contenuto dell’accordo, pur nei limiti della lesione enorme.

La Teologia

Altro importante settore del pensiero medioevale è la teologia e la sua teoria sulla giustizia, stimolata dalla riscoperta dell’Etica Nicomachea. Nel IV secolo Aristotele aveva formulato, infatti, una teoria della giustizia nello scambio economico, basata sulla media geometrica e aritmetica, utilizzando quale parametro di misura il bisogno soggettivo, nel senso che “nelle contrattazioni le parti determinano le relative posizioni dei propri beni in merito alla soddisfazione dei bisogni”.

Sulla scia di Aristotele si forma la teoria dei Teologi e di San Tommaso, che si può riassumere nei seguenti punti:

  • è essenziale la reciproca giustizia negli scambi;
  • atto di giustizia è considerata la giusta remunerazione del lavoro, al contrario dell’usura che è ingiusta, in quanto l’usuraio guadagna senza lavorare;
  • il bisogno è l’occasione per gli scambi e il metro su cui misurare il valore di un bene;
  • ricerca dei prezzi moralmente leciti secondo coscienza.

In particolare al riguardo va specificato che il prezzo reale di un bene si determina in base alla sua utilitas, ovvero alla sua capacità di soddisfare un bisogno umano e in base al lavoro e ai costi necessari per produrre il bene stesso.

“Dalla fine del XIII secolo e per tutto il Medio Evo” – conclude Alba Negri – “il prezzo di mercato viene accettato come prezzo giusto, considerato con un margine di flessibilità largo dai Civilisti, molto minore dai Teologi…”.

Dal XII al XIV secolo prosegue la regolamentazione minuziosa dei prezzi con la predisposizione di norme che regolino i vari momenti della produzione e dello scambio, nonché del guadagno stesso.

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