Testamento fiduciario
La storia del testamento fiduciario dal periodo romano fino ai giorni nostri

da | 30 Gen 2007 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 2 commenti

Baldo degli Ubaldi

Baldo degli Ubaldi (1327-1400) effettua la più organica sistemazione del concetto di “minister ultimae voluntatis”.

Per la prima volta Baldo mette in luce la bipolarità dell’interpretazione del passo di Marcello.

A venire in luce è la distinzione fra esecutore e legatario fiduciario.

Secondo Baldo degli Ubaldi il legatario, anche quando non riceva nessun lucro dalla successione, quando cioè rappresenti per il testatore un esecutore di fatto, non sarà mai qualificabile come nudus minister, se il fedecommesso è valido ed eseguibile non solo “a principio” ma anche “ex post facto”.

Vale a dire, la valutazione se il legatario sia qualificabile o meno nudus minister va fatta dopo che si è verificata l’ineseguibilità del fedecommesso, analizzando le intenzioni del testatore.

Per la prima volta viene in luce la volontà del testatore.

Se il testatore non ha privato il legatario del commodum, egli sarà qualificabile come legatario e si terrà il legato. Se il testatore gli ha invece ordinato di rimettere tutto e subito e lo ha privato del commodum, allora egli sarà qualificato come minister, indipendentemente dal titulus.

Infatti, avverte Bartolo, nudus può intendersi in due modi:

  • nudo perché privo del diritto di agire, come gli esecutori, i quali non hanno titolo né azione o, se ce l’hanno, come gli esecutori per le cause pie, restano comunque esecutori perché lo fanno a nome dei beneficiari (gratia alterius)
  • nudo perché privo di vantaggio patrimoniale, che però va inteso in due sensi: uno virtuale, quando il legatario, nonostante il venir meno dell’eseguibilità del fedecommesso può avvantaggiarsene, secondo quanto prescrive la prima parte della norma, ed in tal caso egli non può essere qualificato nudus minister. Uno effettivo, quando l’impossibilità si è avverata e, una volta valutata l’inefficacia ex post facto del fedecommesso, si riconosca nel legatario un semplice esecutore, privato del commodum dal disponente (es. il legatario a cui il disponente abbia ordinato di rimettere tutto e subito al fedecommissario). In questo caso il legatario degrada al rango di esecutore puro, e non perché il testatore lo abbia indicato verbalmente come mero esecutore ma perché questa era la sua volontà.

Il nudus minister, afferma Baldo, è dunque di due specie:

  • il minister che è tale perché privato dal testatore del commodum e del titulus,
  • il minister che è tale nella sostanza e non nella forma perché, pur avendo il titolo di legatario, è tenuto dalla volontà del defunto a devolvere tutto senza tenere nulla per sé.

Nel primo caso abbiamo l’esecutore puro, nel secondo il legatario di fiducia.

In ogni caso, e questo è anche il punto di raccordo con la Glossa, il nudus minister non riceve alcun profitto dalla successione poiché egli non rappresenta sé ma altri (istituito gratia alterius), anche quando si tratti di un legatario ma solo di nome.

Le dottrine precedenti si erano sempre fermate alle parole e non avevano riconosciuto che un legatario definito tale dal testatore potesse poi degradare, sempre per volontà del testatore, al ruolo di esecutore puro.

La novità di Baldo degli Ubaldi è che ora l’interpretazione va concentrata sulla volontà del disponente, indipendentemente dalle parole usate dal testatore.

L’ISTITUZIONE DEL PRESTANOME E LA FIDUCIA TRADITA

Commentando il passo di Africano, Baldo mette in luce gli interessi e le finalità pratiche che spingono i privati ad utilizzare l’intermediazione fiduciaria nei negozi mortis causa. E cioè che l’intermediazione fiduciaria veniva utilizzata soprattutto per eludere norme relative all’incapacità di ricevere.

Questo impiego clandestino e fraudolento è proprio quello che aveva segnato l’origine stessa della fiducia testamentaria anche in periodo romano.

Nel passo di Africano l’amico del beneficiario, nominato erede dal testatore, una volta accettata l’eredità si rifiuta di restituirla. Il quesito che si pone è se questo sia tenuto a restituire e se si in forza di quale rapporto giuridico.

La soluzione si gioca sul piano delle prove.

Se si riesce a provare che era intercorso accordo fra il testatore e l’erede, promessa data e ricevuta, l’azione sarà l’actio ex fidecommissio, azionabile o dal pater o dal filius, una volta uscito dalla patria potestà.

Se si riesce a provare che l’accordo è intercorso fra l’erede e il fedecommissario, l’actio sarà ex mandato, azionabile però solo dal filius una volta uscito dalla patria potestà.

Se si riesce a provare che l’accordo è intercorso fra testatore, erede fiduciario e fedecommissario, per la restituzione potranno essere utilizzate entrambe le azioni.

Il succo di questa regola (il tipo di azione esercitatile in caso di fiducia tradita) è secondo Baldo nel monito “guarda di chi te fidi”.

Le azioni proposte sono però rimedi giudiziari virtuali. Perché comunque, secondo Baldo, si può agire in giudizio solo sulla base di una volontà inserita nel testamento. Non basta che il testatore abbia voluto ma che abbia in qualche modo disposto.

Quindi, in merito al passo di Africano, secondo Baldo non si può agire con l’actio ex fidecommisso, perché la volontà del testatore non è stata manifestata né espressamente né con frasi allusive.

Di conseguenza l’unica azione plausibile è quella ex mandato fra il beneficiario e il fiduciario.

Nel commento al passo Baldo degli Ubaldi suggerisce alcune frasi che il testatore può inserire nel testamento e che alludono ad un accordo sottostante. Qualora un padre volesse trasmettere l’eredità ad un figlio dichiarato incapace a ricevere e istituisse erede un amico del figlio, potrebbe inserire la frase: “non voglio che in alcun modo i miei beni vadano al fisco”. Tale disposizione non allude ad una interposizione fraudolenta ma comunque allude ad un accordo sottostante fra testatore ed erede fiduciario.

Secondo Baldo l’accordo fiduciario sottostante al testamento non vizia il negozio testamentario che resta giuridicamente lecito, indipendentemente dal fatto che l’erede restituisca o meno i beni.

Anche il fratello di Baldo, Angelo, commenta il testo di Africano, portando un nuovo rimedio processuale nel caso che il prestanome sia istituito a sua insaputa. Non potendosi utilizzare né l’actio ex fidepromissio né l’actio ex mandato, mancando sia la rogatio del testatore che la conventio fra fiduciario e fedecommissario, all’erede vero compete l’actio utilis nogotiorum gestio. Cioè l’azione di gestione di affari altrui.

Paolo di Castro si richiama alla stessa regola di Baldo per commentare un caso di due fratelli dei quali solo uno espressamente nominato nel testamento. Sulla base della prova testimoniale della “vera volontà del defunto” Paolo ritiene che l’erede istituito lo è anche “in contemplazione” del fratello, sul presupposto (verificato dalle testimonianze) del mandato conferito dal fratello non nominato. La vera volontà è quindi secondo Paolo reperibile anche al di fuori del testamento e per la sua prova sono sufficienti anche testi singolari e non sette testi contesti, i quali riferiscano quanto udito dal testatore o dall’erede.

Questi testi “singolari” verranno più avanti ammessi e utilizzati nelle controversie giudiziarie in materia di testamenti fiduciari.

L’EREDE ISTITUITO GRATIA ALTERIUS (PER FEDECOMMESSO O PER CONTRATTO)

La costruzione della figura dell’erede fiduciario viene fatta da Baldo sia sul brano di Papiniano, con la figura di Pollidio,( dove la disposizione è lecita ed espressa), sia sul brano di Africano (dove la disposizione è illecita e segreta).

A parere di Baldo degli Ubaldi questi due casi eccezionali di fedecommesso fiduciario (Papiniano) e di mandato a ricevere l’eredità per conto altrui (Africano) rappresentano i due modi attraverso i quali si realizza il trasferimento dei patrimoni a mezzo di un intermediario di fiducia.

Nel primo caso le regole ufficiali del fedecommesso (attribuzione della quarta parte e dei frutti) sono alterate dall’accertamento che la concreta volontà del disponente era diretta ad avvantaggiare esclusivamente il fedecommissario. Nell’altro caso la fattispecie è soggetta alla disciplina del contratto (che doveva prevedere l’intestazione fiduciaria dei beni con l’obbligo di non goderne e di ritrasferirli).

In entrambe i casi si doveva comunque provare che l’erede era stato istituito solo in favore di un altro, cioè “gratia alterius”.

Muovendo dai due frammenti di Papiniano e di Africano, Baldo enuclea i connotati della figura dell’erede fiduciario, differenziandoli da quelli dell’erede gravato di fedecommesso.

Entrambi sono formalmente eredi ma, mentre il secondo lo è anche di fatto e perciò destinatario dei commoda, il primo lo è solo di nome, perché è istituito erede solo gratia alterius e perciò privo dei frutti e della quarta parte.

Questi criteri stabiliti da Baldo saranno poi utilizzati da Giason di Maino (1435-1519) per riassumere l’essenza dei negozi fiduciari a causa di morte.

Egli stabilirà che due sono le vie possibili per la fiducia:

  • o l’erede universale è gravato attraverso un fedecommesso,
  • o è gravato attraverso un contratto di mandato.

Inoltre, questa intermediazione, che comunque è sempre gratuita, può essere “attiva” o utile, quando è prevista la gestione interinale del patrimonio, ad esempio in attesa che il beneficiario diventi maggiorenne; oppure può essere “passiva” o fittizia, quando l’erede è tenuto a restituire subito e tutto il patrimonio.

TACITUM FIDECOMMSSUM – LA FIDUCIA AL SERVIZIO DEGLI INCAPACI

L’accordo fiduciario poteva essere utilizzato per uno scopo illecito, come far pervenire i beni a degli incapaci a ricevere: donne, stranieri, celibi, coniugati senza figli. Categorie già presenti in età classica.

Il diritto romano prevedeva che il fedecommesso palese illecito (anche se non poteva essere considerato in frode alla legge perché appunto palese) rendeva caduchi i beni, con la conseguenza che questi restavano nelle mani dell’erede o del legatario.

Ma se risultava ( da comportamenti delle parti successivi all’accettazione, da parole allusive contenute nel testamento, dal ritrovamento di scritture private e da altre circostanze) che questi erano stati d’accordo con il testatore, configurandosi così il tacitum fidecommissum contra legem, allora, oltre che l’invalidità della disposizione, ne seguivano gravi sanzioni patrimoniali sia per l’erede che per il legatario.

Essi diventavano indegni a succedere e i beni venivano incamerati dal fisco.

Queste norme continuarono ad essere applicate anche in età medievale con l’aggiunta di figure nuove di incapaci: i ribelli, i relegati, i deportati, gli scomunicati,

  • i banditi (colpevoli di un reato o debitori, colpiti dalla esclusione dalla comunità e che potevano succedere solo se la successione era regolata dalle norme del diritto comune e non da quelle dello statuto cittadino),
  • gli spurii (cioè i figli illegittimi nati da una relazione proibita dalla legge: adulterio, meretricio, concubinato, sacerdozio, incesto. Figli naturali erano invece quelli nati da un rapporto fra non coniugati. Non potevano ricevere dal padre né per negozio inter vivos né mortis causa. Potevano ricevere dalla madre solo se questa non era una donna illustre e solo quando la relazione dalla quale erano nati non era illecita).

È naturale che per ovviare a tali proibizioni si cercasse di ricorrere all’interposizione fiduciaria segreta.

A tutt’oggi i figli naturali non riconoscibili (sono i c.d. figli incestuosi art. 251 c.c. ossia nati da persone legate da vincoli di discendenza, ascendenza, parentela o affinità in linea retta) non rientrano nella successione legittima. Ad essi spetta un assegno vitalizio ai sensi dell’art. 580 c.c. pari all’ammontare della rendita della quota di eredità alla quale avrebbero avuto diritto se la filiazione fosse stata riconosciuta.

Baldo degli Ubaldi commenta alcuni rimedi che venivano utilizzati.

Un primo rimedio consisteva nel testare a favore di un estraneo non familiare assoggettandolo alla condizione di dare all’incapace non l’eredità ma una certa somma.

Ma Baldo scarta tale rimedio perché comunque all’incapace era impedito di ricevere dall’erede.

Un secondo rimedio consisteva nel disporre a favore di un estraneo, incaricandolo di restituire con la frase “a quella persona che ho segretamente confidato all’erede o al legatario”, sulla base del frammento di Celso che afferma lecita la disposizione nella quale resta segreto il nome del beneficiario “(LEX QUEM EREDI): sia libero chi dirò al mio erede che io voglio sia libero. Il mio erede sarà costretto a dare a chi dirò che dovrà dare”.

Più efficace un terzo rimedio. Il padre fa dapprima costituire al figlio spurio una società con un terzo. Quindi istituisce erede il socio del figlio, di modo che, in base al contratto di società, il patrimonio pervenga per metà allo spurio. Il rimedio è buono se la frode non risulta e non può essere provata per vie di congetture.

Altri due espedienti sembrano migliori. Il primo trova fondamento sul canone 5 del Liber Extra, in base al quale il padre ha l’obbligo di somministrare gli alimenti al figlio spurio adulterino.

Baldo trasforma l’eccezione della norma canonica in “cautela”. La cautela consiste nel testare in favore del figlio attribuendogli beni sufficienti per i suoi alimenti, ad esempio la rendita di un fondo o la dote. A patto che non disponga per un ingente patrimonio.

Altro sistema è quello di istituire erede un terzo con l’incarico espresso di restituire “a chi vorrà” (palam et tacite rogatus). In questo modo il lascito sarebbe palese ed eviterebbe di essere considerato tacitum fidecommissum in frode alla legge. Tuttavia in questo caso all’erede non converrà restituire direttamente allo spurio, perché per legge sarebbe come se questi acquistasse direttamente dal testatore. Converrà che l’erede nomini un terzo e che questo terzo nomini lo spurio. È però importante che il padre stili un testamento dal quale non risulti nemmeno velatamente quali sono le sue reali intenzioni circa il beneficiario e che a identificare il beneficiario sia inconfutabilmente la volontà del successore e non quella del testatore.

La prova di questa fiducia segreta sarà così ricercabile solo fuori dal testamento, in circostanze particolari come il fatto che l’erede abbia concesso subito il possesso dei beni allo spurio.

Il congegno funziona anche quando erede fiduciario è la moglie o un parente stretto, in quanto tali legami non sono sufficienti di per sé a far presumere la frode, la quale dovrà essere provata attraverso il concorso di altre circostanze.

Tale principio avrà notevole importanza per l ‘affermarsi del rimedio fiduciario.

CASI PARTICOLARI

Di interposizione fiduciaria si può parlare anche quando il testatore istituisce erede il figlio legittimo del proprio figlio spurio, vale a dire il proprio nipote in linea retta, con l’intento di avvantaggiarne anche l’incapace. La validità di questa disposizione è molto discussa nel diritto medievale, non essendoci fonti romane in merito.

Secondo Bartolo il rimedio è legittimo soprattutto con la seguente formula “istituisco erede mio figlio e se per qualunque causa egli non sia capace di ricevere (il figlio spurio era stato legittimato ma poteva dubitarsi della validità di tale legittimazione), istituisco erede suo figlio, mio nipote, così che al padre non pervenga nulla dell’eredità, neanche a titolo di usufrutto”.

Anche se la legittimazione non fosse risultata valida, poiché non esisteva una norma che vietasse al nipote di succedere al nonno, il testamento sarebbe stato valido anche in considerazione che, per espressa volontà del defunto, al figlio non andava nulla e quindi non poteva presumersi una frode.

Secondo Bartolo poteva istituirsi erede anche il figlio illegittimo del figlio legittimo, vale a dire il nipote illegittimo. Non esistendo alcuna normativa in proposito, il testatore poteva intestare i beni al nipote ma non nella sua qualità di nipote, perché illegittimo, ma nella sua qualità di estraneo. Infatti se l’erede viene istituito come nipote o in forma dubitativa se nipote o estraneo, allora la disposizione sarà nulla. Perché si potrà dubitare delle vere intenzioni del testatore e perché ammettere indiscriminatamente come leciti i lasciti secondo una discendenza non legittima si darebbe licenza di commettere di nuovo adulterio.

LA PROVA DEL TACITUM FIDECOMMISSUM

Le prove della frode alla legge variano in ragione del modo in cui il testatore ha organizzato la sua strategia fiduciaria.

Per Bartolo, se il testatore ha disposto apertamente il lascito è nullo ma i beni non sono requisiti dal fisco. Se il testatore non ha menzionato l’incapace ma ha disposto apertamente verso un familiare, una volta provata la frode i beni diverranno caduchi e acquisiti dal fisco.

Il problema sta nella prova.

Se il testatore ha alluso alla restituzione, comincia a fondarsi il sospetto della frode e risulta legittimo il ricorso alla cosiddetta “prova naturale” cioè indizi e verosimiglianze, sulla base di quanto affermato nel frammento di Callistrato: “spesso i fedecommessi segreti vengono scoperti producendo il chirografo, ma si ottiene lo stesso risultato con altre prove evidenti”.

Secondo i glossatori, il più sicuro mezzo di prova è la confessione del fiduciario ma si può far ricorso anche a congetture e presunzioni.

Il giurista Ludovico Bolognini, commentando un passo di Papiniano in cui il suocero era stato istituito erede dal genero per far pervenire alle figlie spurie il proprio patrimonio (nel caso di Papiniano il ruolo genero-suocero era invertito) e nel quale Papiniano affermava che non è possibile ipotizzare la frode sulla base della sola paterna affectio, aveva invece sostenuto che la frode è provabile a mezzo di congetture e conseguentemente l’erede deve essere condannato a perdere tutti i beni ricevuti.

Nel caso specifico ricorrevano diverse congetture: il fatto che il genero aveva provveduto a far sposare le altre figlie del suocero-testatore spendendo una parte del patrimonio ereditato, il genero aveva venduto a suo cognato alcuni beni ereditati ad un prezzo di gran lunga inferiore al valore reale, era inverosimile che il padre non avesse lasciato nulla alle figlie che, in base alla legge canonica, avrebbero potuto ricevere alcuni beni a titolo di dote.

Secondo Francesco Mantica le prove del tacito fedecommesso in frode alla legge sono:

  • la scrittura o chirografo da cui risulti la fiducia segreta e la promessa di restituire all’incapace, in questo caso il fisco prende tutto
  • la confessione dell’erede fiduciario, in questo caso la legge gli consente di trattenere la metà del patrimonio ereditato
  • la confessione del fedecommissario stesso, in questo caso la legge gli consente di trattenere la metà di quanto a lui destinato
  • presunzioni e verosimiglianze,
  • congetture della frode avvenuta.

Su queste ultime prove i giuristi medievali sono concordi. Poiché la fiducia o confidenza è sempre occulta, la difficoltà di provarla impone la necessità di usare presunzioni e congetture che però devono essere “evidenti e urgenti”. (oggi per le presunzioni semplici, quelle argomentate dal giudice, si usa l’espressione “gravi precise e concordanti”).

HERES FIDUCIARIUS

Sintesi del percorso attraverso il quale la dottrina medievale elabora il concetto di heres fiduciarius. Dalle prime formulazioni fino alla sua identificazione con il nudus minister, puro interposto, obbligato ad eseguire la volontà del defunto senza riceverne alcun beneficio economico. Accezione con cui entrerà nel diritto comune prima e nella prassi giudiziaria dei codici civili poi.

LA GLOSSA

La tappa centrale e critica è costituita dal frammento della Lex Seius Saturninus di Giavoleno.

Il frammento offriva due dati certi: l’appellativo heres fiduciarius e il termine aggiunto al fedecommesso (il compimento dei 16 anni da parte di Oceano).

La soluzione di Giavoleno era stata che l’erede gravato, essendo premorto Oceano, doveva restituire l’eredità al suo erede legittimo (lo zio) perché il diritto di Oceano era sorto al momento della morte del padre.

Ma il frammento non ci dice se l’erede gravato di restituere era obbligato a restituire tutto al momento della morte effettiva di Oceano prima dei 16 anni, oppure quando Oceano avrebbe compiuto i 16 anni. E non dice se nel frattempo l’erede fiduciario poteva legittimamente godere dell’eredità durante questo periodo o se invece fosse obbligato a restituire anche i frutti.

Secondo la Glossa di Accursio, il diritto di Oceano all’eredità era sorto al momento della morte del padre, perché al momento del compimento dei 16 anni era stata prorogata solo la materiale prestazione, la restitutio. Il termine non era quindi incerto ma certo. Quindi il fedecommesso era puro. Di conseguenza, morendo, Oceano aveva trasmesso ai propri eredi il fedecommesso, nel caso lo zio.

Fra i giuristi romani esistevano divergenze interpretative sul problema del termine apposto, vale a dire se detto termine dovesse essere considerato una condizione, perché il termine è incerto, oppure un termine certo. Se era una condizione, al suo verificarsi l’erede avrebbe dovuto restituire l’eredità, mentre se la condizione non si verificava l’erede fiduciario avrebbe potuto tenersi l’eredità. Se invece era un termine certo, l’erede fiduciario avrebbe dovuto comunque restituire ai legittimi eredi in caso di impossibilità della restitutio.

Ci si domandava allora: nell’interesse di chi il testatore ha disposto il termine?

Perché l’età e la morte sono due eventi relativamente certi.

Nell’età è certo il quando ma non è certo l’an. Nella morte è certo l’an ma non è certo il quando. Quindi solo dalla volontà del testatore si poteva stabilire se la disposizione era a favore dell’erede o del fedecommissario con la conseguente disciplina dei commoda.

Ma nel caso di Saturnino la Glossa non si pone la domanda: in favore di chi il fedecommesso è stato disposto? L’attenzione si appunta solo sul termine (data). E precisa che è vero che l’età è un termine certo, ma è anche vero che l’erede legittimo di Oceano, lo zio, potrà richiedere l’eredità al fiduciario solo dal giorno in cui Oceano avrebbe compiuto i 16 anni e non prima, appunto perché il termine è certo.

Ma questa affermazione implicitamente ne contiene un’altra, e cioè che l’erede fiduciario a questo punto avrebbe potuto legittimamente tenersi i frutti nel frattempo maturati, vale a dire il commodum.

E questo mal si conciliava con la figura dell’erede fiduciario istituito nell’interesse del solo fedecommissario e privo dei commoda, che pur emergeva dai testi giustinianei.

BARTOLO: limiti della sua interpretazione

Anche secondo Bartolo l’interpretazione della soluzione prospettata da Giavoleno dipende dal fatto che il dies è certus , diversamente l’erede fiduciario avrebbe potuto tenersi l’eredità. Ma per Bartolo, più che dal dies certus dell’età, il fatto che l’erede fiduciario debba restituire l’eredità dipende dalla effettiva volontà del defunto.

E tale volontà tacitamente espressa è desumibile da tre circostanze (che più tardi costituiranno indizio di riconoscimento del fedecommesso fiduciario):

  1. che l’eredità riguardava il figlio del testatore,
  2. che i figlio era minore e
  3. che tutta l’eredità era destinata solo a lui.

Tutte e tre queste circostanze devono ricorrere affinché si possa parlare di dies e non di condicio. Però sul punto relativo ai commoda, Bartolo riafferma quanto stabilito da Accursio nella Glossa. Cioè l’erede fiduciario può tenersi i frutti fino al dies certus.

Perché, secondo Bartolo, era un “erede che “sentiebat commodum”, cioè che godeva dei diritti patrimoniali.

E questo sulla base di un passo di Papiniano in cui il depositario “sentiebat commodum” , cioè poteva trattenere i frutti del patrimonio destinato al beneficiario. Inizialmente in diritto romano il deposito era gratuito, successivamente nel diritto giustinianeo era valida la disposizione per cui il depositario poteva ricevere un compenso a titolo di corrispettivo o di liberalità.

È evidente che nel patrimonio giuridico del tempo di Bartolo il termine heres fiduciarius non aveva ancora assunto il carattere di erede gravato sì di fedecommesso ma privato dei commoda dal testatore e che quindi funzionava solo come interposto, vale a dire come fiduciario, figura che più tardi sarebbe stata assimilata al nudus minister.

BALDO – IDENTIFICAZIONE DI COSA SIA L’EREDE FIDUCIARIO

Un decisivo passo avanti verso questa direzione viene da Baldo degli Ubaldi che fornisce l’esatta definizione di heres fiduciarius, anche se non ne impiega l’espressione.

Baldo afferma che “quando uno è istituito gratia alterius attraverso un fedecommesso ed è obbligato a restituire l’eredità in un determinato termine, certo o incerto, questo tale non può trattenere la quarta pegasiana”.

Con questa definizione Baldo traccia l’identikit perfetto del successore fiduciario, vale a dire del legatario-minister contenuto nel passo di Marcello, dell’erede apparente contenuto nel passo di Africano, dell’erede depositario contenuto nei passi di Papiniano e di Giavoleno.

Il successore fiduciario è tale indipendentemente dal giorno certo o incerto ma semplicemente perché è istituito successore “gratia alterius”. Cioè nell’esclusivo interesse di un altro.

TARTAGNI – IDENTIFICAZIONE DEL NOME

Ad Alessandro Tartagni (1423- 1477) si deve la definitiva identificazione dell’heres fiduciarius con il nudus minister.

Erede fiduciario è colui che il testatore ha nominato erede solo perché, grazie a questo titolo, possa efficacemente assolvere la sua funzione, assolutamente gratuita, di custode dell’eredità a favore del beneficiario, unico reale destinatario del lascito testamentario.

Il titolo formale di erede, che per la dottrina del diritto comune classico aveva rappresentato il problema dogmatico più difficile da superare, non è più d’ostacolo alla identificazione dell’erede fiduciario con il ruolo di esecutore testamentario.

Perché finalmente si comprende che il titolo è solo il mezzo per rendere efficace la volontà del disponente. Ben oltre le parole con cui la disposizione è formulata.

Si realizza quindi la sovrapposizione fra l’erede fiduciario e il nudus minister. Cioè l’erede “apparente” opposto all’erede “vero”, il quale altri non sarà che l’antico fedecommissario del fedecommesso fiduciario romano.

Con questi nomi, apparente e vero, saranno poi indicate le medesime figure sia nel periodo del 600 che negli stessi codici civili dell’800.

Secondo Tartagni i requisiti per identificare la disposizione fiduciaria sono:

  • il fatto che il beneficiario sia figlio del testatore,
  • che la disposizione sia a titolo universale,
  • che l’erede fiduciario sia, come esplicitamente contenuto nella Lex Saturninus di Giavoleno, “magnus amicus testatoris de quo ipse plurimum confidebat.”

Egli critica Bartolo circa il commodum e afferma che non è vero che al fiduciario vanno i frutti per il periodo durante il quale è custode, né gli spetta la quarta pegasiana, perché deve essere qualificato come nudus minister.

Secondo Tartagni, il termine disposto dal testatore dipendeva dal fatto che in quel giorno l’erede vero avrebbe raggiunto l’età per disporre liberamente del suo patrimonio e che questo presupposto era sufficiente a far ritenere che il fiduciario, in caso di premorte del fedecommissario, avrebbe dovuto restituire tutto e subito al legittimo erede di Oceano, senza bisogno di rispettare il dies.

La figura dell’erede fiduciario, anche se non definito con questo termine, trova la sua identificazione nel frammento di Papiniano, dove l’erede Pollidio è definito dalla stessa Glossa magis ut custos quam heres (più un custode che un erede) proprio perché l’aveva ritenuto estraneo ai commoda.

La figura ora ha il suo nome.

Questa nuova accezione del termine è testimoniata anche da Giason di Maino (1435-1519) che appunta la sua attenzione su una particolare figura di erede fiduciario: quella mirata a tutelare il patrimonio futuro del figlio. O per eludere un tutore indesiderato, o per eludere una temporanea incapacità del figlio ma comunque sempre per una convenienza particolare.

2 Commenti

  1. Moderatore

    Se mi scrivi una mail (info@studiamo.it) ti mando l’indirizzo dell’autore, previo suo consenso. Ciao

    Rispondi
  2. Francesca Giurleo

    Vorrei mettermi in contatto con Barbara dell’articolo 30.1.2007, per sapere di Ottavio Cesi ed Alessandro Ludovisio. Sto realizzando una ricerca approfondita sulla Famiglia Cesi e su Ottavio, figlio naturale di Federico senior. Potete aiutarmi???? Grazie Francesca

    Rispondi

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