Testamento fiduciario
La storia del testamento fiduciario dal periodo romano fino ai giorni nostri

da | 30 Gen 2007 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 2 commenti

Fiducia: criteri per l'accertamento della volontà confidata

Indice

Il nuovo metodo per l’accertamento della fiducia consiste nell’uso delle CONGETTURE che ha soppiantato il rigido schema probatorio precedente.

L’idea che la fiducia vada ricercata nelle parole e soprattutto nella causa del testamento risale a Baldo.

L’elemento della segretezza imponeva di ricorrere non più solo agli indici e requisiti necessari ma, soprattutto, agli indizi concorrenti: testimonianze, documenti, comportamento del testatore, le condizioni dei soggetti interessati, altre circostanze di fatto.

In questo modo la prova della fiducia si accentra sul caso della fiducia totalmente segreta, cioè non sostenuta da indizi testuali.

Su questa si appuntano le discussioni dei giuristi e dei giudici.

Una parte continua a pretendere la solennità dei sette o dei cinque testi contesti, sul presupposto che la fiducia totalmente segreta costituisca una nuova disposizione.

Un’altra parte sosterrà la sufficienza dei testi singolari soprattutto quando emerga dalle congetture la vera volontà del testatore.

Questo secondo indirizzo giungerà a ritenere anche la non necessità delle testimonianze quando dalle congetture questa fiducia risulti evidente, anche contro la regola che per provare il patto fiduciario successorio fosse necessaria la testimonianza di almeno due testi.

È però difficile dire quale dei due indirizzi sia prevalso.

Certamente il secondo indirizzo apriva la strade alle degenerazioni, cioè agli abusi di confidenza e alla temerarietà delle liti giudiziarie intentate sulla base di indizi e testimonianze compiacenti, che avrebbero poi portato alla negazione della validità dei patti successori.

Oggi, infatti, il patto successorio è vietato in funzione della necessità di salvaguardare la revocabilità in qualsiasi momento del testamento art. 458 e 679 c.c., con l’eccezione della novità del “patto familiare” di recente introdotto.

La stessa Rota produrrà sentenze diametralmente opposte circa la prova della fiducia testamentaria.

In alcune essa afferma la necessità della prova solenne tutte le volte che la questione riguardi la sostanza della disposizione testamentaria .

In altre si orienta diversamente, riconoscendo il testamento come fiduciario quando questo sia il prodotto di una volontà simulatoria del testatore e, per accertare questa volontà, sono sufficienti le congetture e le presunzioni (chiamate “prova naturale”), senza che siano presenti nel testamento parole allusive alla fiducia né che siano necessarie le testimonianze.

L’orientamento della Rota in questo caso è conforme a quanto stabilito nelle fonti romane per la prova del tacitum fidecommissum e richiamate dai giudici.

Un passo di Callistrato consente di desumere la prova “anche da altre prove evidenti”.

Un passo di Giuliano dichiarava lecito presumere la natura fraudolenta quando l’erede non fosse stato pregato di restituire né nel testamento né nei codicilli ma con una scrittura privata.

Gaio aveva esteso l’ipotesi della frode a chi avesse promesso segretamente di restituire, senza scrittura o altre formalità.

Caso di Ludovico da Spoleto (decisio 901 del 1626 “coram Buratto”. Uditore ponens Matteo Buratto).

Ludovico aveva redatto un primo testamento nel quale nominava eredi i figli e lasciava dei legati alla moglie, stabilendo per i figli una clausola di sostituzione fedecommissaria reciproca nell’ipotesi che ciascuno di loro decedesse senza prole legittima.

In un secondo testamento aveva invece nominato erede solo la moglie Didona.

Dopo la morte del primo figlio Francesco, il secondo figlio Decio impugna il secondo testamento sostenendo che questo è un mero mascheramento del primo, essendo tutti i figli all’epoca banditi dalla città e chiede l’esecuzione del primo.

La decisio del tribunale respinge la richiesta di Decio, sostenendo la necessità che venisse provata con sette testimoni. Mentre i testi portati da Decio non erano sette e non erano contesti ma singolari, non potendosi applicare in questo caso la regola della controversia coram Cavalieri (due testi) perché nessuno di questi era stato testimone diretto della disposizione fiduciaria.

Mancavano inoltre nel testamento parole che alludessero all’incarico segreto affidato alla moglie. Inoltre Didona aveva successivamente trasferito dei beni dell’eredità sia a Francesco che a Decio e ad altri due fratelli, riservandosi però su questi dei diritti incompatibili con lo status di erede fiduciario.

Altre argomentazioni facevano propendere per l’esclusione del testamento fiduciario.

In sede di riesame, quattro anni dopo, la decisione viene riformata dallo stesso collegio, il quale sposta l’angolo di osservazione, mutando l’oggetto della prova.

Il caso in questione, sostiene il collegio, non è riconducibile a quello di Africano perché qui i testamenti sono due e il secondo è stato redatto per fingere la revoca del primo. In pratica è un testamento simulato.

Oggetto della prova non è dunque la confidentia, la fiducia, ma la simulazione del testamento, simulazione che può ben ricorrere negli atti di ultima volontà e che è possibile impugnare quando è provata la volontà vera del testatore. E all’accertamento di questa volontà sono bastevoli congetture e presunzioni.

Si sposta così il piano della prova da quello della fiducia contrattata (che avrebbe richiesto la prova di due testi contesti) a quello della simulazione unilaterale (per la cui prova sono ritenute sufficienti presunzioni e congetture).

La causa della simulazione viene riconosciuta nel timore della confisca dei beni. Soccorrevano poi le testimonianze dei due amici di Decio e le congetture: non era possibile che il padre avesse voluto diseredare i figli legittimi lasciando loro solo 12 scudi mentre ad un nipote ne avrebbe lasciati 100.

Al momento di saldare, il notaio aveva richiesto indietro il precedente testamento che aveva con cura conservato in cassaforte, dove era stato ritrovato.

A Spoleto tutti sapevano quale era la vera volontà del defunto.

LA PROVA CONGETTURALE DELLA FIDUCIA IN VIM CONTRACTUS

Fiducia testamentaria a causa contrattuale.

Caso di Federico Cesi duca di Acquasparta.

Il figlio chierico di Federico, Ottavio, era morto istituendo erede il duca Alessandro Sforza.

I creditori del padre avevano impugnato il testamento, che era stato riconosciuto dal tribunale come confidenziale perché fatto nell’interesse del padre Federico per eludere le pretese creditorie. Alessandro Sforza era amico di Ottavio e creditore di suo padre, circostanza che giustificava la sua partecipazione all’accordo fraudolento che fra loro dunque intercorreva. Per fornirne la prova la Rota non ricorre a testimoni ma solo a congetture.

Questo in forza di un passo di Callistrato che consentiva di ricorrere per la prova della fiducia segreta fraudolenta ad “altre prove evidenti” in difetto di prova scritta. Giuliano e Gaio, come sopra detto.

Ottavio, pur potendolo, non aveva pagato i debiti del padre il quale aveva acconsentito ad essere escluso dall’eredità.

Inoltre il padre Federico aveva dovuto cedere i suoi beni e la loro amministrazione al figlio primogenito e sicuramente tale figlio si sarebbe impadronito anche degli altri se il padre fosse divenuto erede del fratello.

Alessandro, una volta divenuto erede di Ottavio, aveva promosso azione, per i suoi crediti, non contro Federico, ma contro il di lui figlio primogenito che in forza di un provvedimento del tribunale era a suo tempo entrato in possesso del suo patrimonio ereditario e contro il quale provvedimento Alessandro non aveva mai esercitato azione, la qual cosa insieme ad altre situazioni faceva presumere il fatto che Alessandro si comportasse come un fiduciario e non come proprietario.

Gli avvocati di Federico Cesi, visto l’esito sfavorevole della causa, avevano chiesto una nuova udienza sostenendo che nel testamento di Ottavio mancava ogni riferimento verbale a qualche accordo sottostante. Così i giudici della Rota motivarono meglio la loro sentenza che era presa sulla base di sole congetture.

I giudici fanno riferimento a due differenti regimi di prova della fiducia; il primo regime, tratto dalla Lex Seius Saturninus di Giavoleno, è quello secondo cui, per provare che il fedecommesso è fiduciario, e quindi con privazione del titolo e dei commoda, sono necessarie prove evidenti, perché il testatore ha usato parole allusive.

Il secondo regime è quando la controversia verta su un testamento che contenga la sola disposizione di erede non gravato di restituire e privo di parole allusive. In questo caso non ha senso ricercare parole evidenti perché non ce ne possono essere. Qui la fiducia è totalmente segreta e ha il suo paradigma nel brano di Africano. Il caso di Ottavio ricade esattamente in questa ipotesi. In questo caso sarà dunque necessario e sufficiente il ricorso a congetture che siano favorevoli all’ipotesi di accordo fiduciario, unite ad una convincente causa simulandi.

La sentenza coram Alessandro Ludovisio.

In questo caso si discute su un legatario che ha il compito di devolvere i beni ricevuti, nella fattispecie le rendite, per cause pie e che quindi, assolte le cause pie, trattiene per sé il rimanente, ma gli eredi, nella fattispecie degli Ospedali, pretendono che quanto rimane vada a loro e non resti nelle mani del legatario, perché questo si configura come semplice esecutore, nudus minister, e non come successore particolare. Tale aspetto, sostengono, emerge dal contesto e dalle parole contenute nel testamento, ancorché la testatrice lo abbia chiamato legatario.

Quando la sostanza della disposizione contrasta con la denominazione utilizzata dal testatore, è la sostanza a prevalere.

FIDUCIE TESTAMENTARIE NEL 17° E 18° SECOLO

Per quanto riguarda le prove della fiducia, in questo periodo vengono meno i requisiti tipici in precedenza considerati necessari.

Ora la prova si basa essenzialmente sulle parole utilizzate dal testatore e, soprattutto, sulla causa della disposizione testamentaria, che ne devono far emergere la sua volontà.

Anche il peso delle testimonianze viene meno. In precedenza erano necessari

  • sette testi contesti per provare la substantia del testamento
  • due testi anche non contesti per provare la sola dichiarazione di volontà,
  • due testi contesti se bisognava provare il contratto fiduciario.

Ora la soluzione delle controversie ereditarie viene fatta dipendere sostanzialmente dalle congetture (parole e causa inclusi) favorevoli o contrarie alla sussistenza della fiducia.

Un tentativo di ricondurre a sistema i vari orientamenti è effettuato dal giurista Giovanni Torre (1637-1711) con un trattato sui patti successori.

Secondo Giovanni, sono necessarie le più rigorose formalità in caso di fiducia totalmente segreta, quando il testatore abbia istituito erede un proprio amico e non abbia fatto menzione o accenno alla restituzione dell’eredità. In questo caso sono necessari sette o cinque (per i codicilli) testimoni.

Se invece la fiducia è semi segreta deducibile dalla forma e dal contenuto della disposizione,, allora saranno sufficienti due soli testi singolari.

I casi dubbi si devono risolvere necessariamente con le congetture. Ad esempio quando la disposizione non contenga alcuna parola allusiva, o quando l’erede gravato si comporta da vero erede o quando il lascito è soggetto a condizione o temine incerto.

Giovanni Battista De Luca (1614-1683) riporta un caso in cui l’erede era stato gravato di un legato fiduciario.

Il duca Francesco Cesi era morto senza eredi diretti ed aveva fatto testamento a favore della sorella Porzia. Aveva inoltre disposto che la stessa utilizzasse una rendita vitalizia di non oltre 1500 scudi annui da devolvere a una o più persone scelte a suo arbitrio e in vita solamente. Porzia in uno scritto privato aveva espresso la volontà del testatore che la rendita andasse per 500 scudi ad una donna Anna Bianchini dalla quale il fratello aveva avuto un figlio e che a questo figlio andassero gli altri 1000 scudi. Aveva quindi consegnato lo scritto nelle mani di un notaio con il divieto di aprirla prima della sua morte e di averla indietro a sua richiesta.

Anna, venuta a conoscenza della scrittura, aveva chiesto ed ottenuto dal giudice che questa fosse aperta e che fosse data esecuzione alla disposizione testamentaria.

La causa decisa dalla Rota era andata a favore di Anna sulla base delle testimonianze del sacerdote-confessore e del notaio.

Il primo era stato incaricato dal testatore di fare da tramite fra lui e la sorella circa la volontà di destinare segretamente parte delle proprie sostanze al figlio naturale e alla di lui madre e lo stesso aveva raccolto l’accettazione di eseguire detta volontà da parte della sorella.

Per motivi di pudore il testatore aveva mascherato il legato fiduciario con la disposizione rimessa all’arbitrio dell’erede.

E sulla scorta di questa testimonianza gli attori avevano dimostrato che in realtà si trattava di legato fiduciario (di alimenti, che era lecito per i figli illegittimi) e non di legato rimesso all’arbitrio dell’erede (che sarebbe stato nullo).

Perciò la dichiarazione di Porzia contenuta nello scritto che aveva consegnato al notaio non era una disposizione dell’erede, da eseguirsi dopo la sua morte, ma del testatore, per cui Porzia doveva essere considerata come teste approvato dal testatore, esattamente come il Polliano della Lex Theopompus.

Soccorrevano inoltre le due testimonianze come circostanze per la prova della dichiarazione di ultima volontà, così come richiesto dalla Lex Quem Heredi (la volontà del testatore rimessa dal testatore stesso alla dichiarazione dell’erede o del beneficiario).

La Rota infatti non aveva richiesto i cinque testi, non trattandosi di nuova disposizione. Per il De Luca, invece, sarebbero stati necessari i cinque testimoni, la prova solenne, poiché la disposizione era incerta e perché rimessa all’arbitrio dell’erede, e la mancanza dei cinque testimoni rendeva la disposizione nulla.

In un’altra sentenza la Rota aveva disposto diversamente per un caso simile. Aveva cioè negato che la nomina rimessa all’arbitrio del terzo mascherasse una disposizione fiduciaria.

Queste statuizioni offrono lo spunto a De Luca per identificare e differenziare la disposizione rimessa all’altrui arbitrio dalla disposizione fiduciaria.

  • La prima è sostanzialmente nulla, con l’eccezione delle disposizioni per cause pie.
  • È valida la disposizione arbitrium boni viri, ove il testatore abbia disposto in favore di un determinato gruppo di persone.
  • È valida la disposizione del testatore che attribuisce al fiduciario la possibilità di fornire interpretazioni su punti ambigui della propria volontà.
  • È valida la disposizione non espressa rimessa nel testamento alla testimonianza del fiduciario. Qui infatti il fiduciario non deve esprimere una propria volontà ma quella del defunto. In questo caso la dichiarazione deve essere giurata e quantomeno dotata di verità e verosimiglianza e per questo al fiduciario non è consentito di variare o revocare la sua dichiarazione, a meno che non ci si trovi di fronte a violenza o costrizione.

Un esempio di volontà falsata dal fiduciario stesso è quello del 1737 di Giovanni Scotti, che aveva nominato erede fiduciario il fratello sacerdote Cristoforo in favore dei suoi tre figli.

Dopo alcuni anni dalla morte di Giovanni, Cristoforo aveva fatto testamento e dichiarato davanti ad un notaio la volontà fiduciaria del fratello di ripartire equamente l’eredità fra i tre figli. Successivamente aveva però reso una dichiarazione differente escludendo dall’eredità uno dei nipoti. Morto Cristoforo, erano state rinvenute le dichiarazioni notarili e i fratelli avevano portato la questione davanti alla Rota. Il tribunale aveva concluso per la validità della prima dichiarazione che era irretrattabile perché giurata e proveniente non da un testimone ma dall’erede fiduciario stesso, semplice ministro, esecutore e custode e che quindi non poteva sostituire la propria volontà a quella del defunto.

PROVA SOLENNE, NATURALE, CONFESSIONALE

Un ruolo decisivo nell’individuazione della volontà fiduciaria (rimessa alla dichiarazione o all’arbitrio del terzo o del successore) ce l’hanno i verba testamenti. Come si desume dalla Lex Theopompus e dalla Lex Quem Heredi.

In entrambi i casi è il testamento ad effettuare il collegamento della dichiarazione (del terzo o del successore) con la volontà segreta del disponente.

In conclusione,

  • se dal testamento non risulta nessuna allusione, allora per la prova saranno necessarie quelle solenni (7 o 5 testi). In pratica, per far valere il contrario di quanto espresso nel testamento si dovranno portare prove solenni
  • quando dalle parole del testamento risulta una qualche parvenza di volontà fiduciaria segreta, per la sua prova non saranno necessari sette o cinque testi, ma sarà sufficiente la c.d. “prova naturale” cioè indizi e verosimiglianze.
  • Invece la confessione giurata del fiduciario, in quanto teste qualificato, fa eccezione alla prova solenne se dotata di verosimiglianza (come aveva ipotizzato Bartolo).

Un caso vede due sorelle contro la moglie di un loro parente. Questo parente era stato nominato dalla madre delle sorelle come legatario della maggior parte del patrimonio, mentre a loro era stata riservata la legittima. Morto questo parente senza che avesse restituito i beni alle sorelle, di questi se ne impossessa la moglie.

Le due sorelle sostengono che il legato era fiduciario e producono due lettere del parente, nelle quali egli riconosce il mandato segreto ricevuto dalla loro madre, e dei testimoni qualificati che confermano l’intenzione della testatrice di mascherare con il legato un fedecommesso restitutorio post mortem. Il problema giuridico era quale valore probatorio riconoscere alle due lettere, visto che nel testamento la madre non alludeva ad esse. Secondo De Luca, quando il testamento non contiene parole allusive alla fiducia e si vuole quindi cambiare la disposizione espressa, sono necessari sette o cinque testi, la prova solenne; quando invece esistono nel testamento delle parole allusive, non sarà necessaria la prova solenne ed è valida la confessione del fiduciario. Ma in questo caso la confessione era stragiudiziale e l’autore era assente perché morto. Quindi non poteva fare piena prova.

2 Commenti

  1. Moderatore

    Se mi scrivi una mail (info@studiamo.it) ti mando l’indirizzo dell’autore, previo suo consenso. Ciao

    Rispondi
  2. Francesca Giurleo

    Vorrei mettermi in contatto con Barbara dell’articolo 30.1.2007, per sapere di Ottavio Cesi ed Alessandro Ludovisio. Sto realizzando una ricerca approfondita sulla Famiglia Cesi e su Ottavio, figlio naturale di Federico senior. Potete aiutarmi???? Grazie Francesca

    Rispondi

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