Testamento fiduciario
La storia del testamento fiduciario dal periodo romano fino ai giorni nostri

da | 30 Gen 2007 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 2 commenti

Disposizioni Fiduciarie

TIPOLOGIA

  1. simulazione assoluta, ipotesi impropria di testamento fiduciario, che non riguarda il fenomeno dell’interposizione fittizia del successore. La simulazione sussiste quando la disposizione di volontà manca del tutto non avendo avuto il testatore in animo di ordinarla. L’atto è da ritenersi inesistente.
  2. Fiducia ex Lex Teopompus e Lex Quem Heredi (dichiarazione di volontà segreta rimessa alla testimonianza del terzo o dell’erede o del legatario). Lecita.
  3. Fedecommesso restitutorio con forma confidenziale dell’investitura fiduciaria, con cui il testatore grava oralmente l’erede di restituire tutti o solo alcuni beni ereditari ad una o più persone, capaci di ricevere; e quindi il fedecommesso è lecito.
  4. Fedecommesso fiduciario universale o particolare in frode alla legge o a diritti di terzi. Il testatore, per eludere le leggi sull’incapacità a ricevere o per eludere pretese creditorie, grava confidenzialmente l’erede di restituire i beni alla persona desiderata. Illecito.

Il fedecommesso fiduciario segreto, lecito e fraudolento (tipologia 3 e 4), si differenzia dalla simulazione perché in questa manca la sostanza stessa della disposizione (manca la volontà), mentre nel fedecommesso la sostanza c’è e la simulazione riguarda solo la persona dell’istituito.

Nel suo trattato sull’istituzione e sostituzione di erede Carlo Antonio De Luca (1613-1700) accumula i risultati di secoli di riflessione sulla successione fiduciaria, senza però apportarvi alcuna originalità.

L’erede fiduciario è costituito gratia alterius e per questo è escluso da qualsiasi beneficio economico, quarta, frutti e beni caduchi.

Egli è teste e come tale deve giurare, potrà farlo anche in forma volontaria o stragiudiziale.

La testimonianza dovrà essere fornita di verosimiglianza e prudentemente apprezzata dal giudice, onde evitare frodi o fraintendimenti circa la volontà del testatore.

Il controllo della veridicità deve essere mirato ad escludere il suo arbitrio.

La sua nomina corrisponde ad una simulazione sulla persona dell’erede, così se muore prima della restituzione i suoi eredi non avranno diritto a nulla.

Il regime probatorio consente la testimonianza di testi singolari, secondo l’orientamento della Rota romana, ma solo quando le parole del testamento sono dubbie e allusive. Diversamente, per provare una disposizione differente dalle parole certe, che equivale a nuova disposizione, saranno necessari sette o cinque testi contesi.

In caso di verba dubbi è sufficiente la testimonianza di soli due testimoni.

Se è rinvenibile un contratto fra testatore ed erede fittizio è inutile la ricerca della volontà nel testamento attraverso l’analisi dei verba.

Alcuni casi riportati nel trattato

Testamento di Giovanni Battista Pacichelli.

Pacichelli aveva un notevole patrimonio. Per i beni di Roma aveva nominato erede la sorella. Per quelli di Pistoia aveva nominato eredi i nipoti, figli dei fratelli. Per quelli di Napoli aveva nominato erede universale e particolare l’amico Cesare Coscia con l’attribuzione di pesi e di legati da adempiere. Specificati i legati in denaro, vitalizi in favore di tre sorelle, il testamento concludeva: voglio e dispongo che, dopo soddisfatti tutti i legati, egli sia tenuto a dare, pagare e assegnare ai miei nipoti maschi quanto avanzerà della mia eredità qui a Napoli, mentre ho inteso istituire il predetto Coscia erede fiduciario solamente e non altrimenti e a lui lascio cento ducati in segno di gratitudine. Sorta controversia fra il Coscia e i nipoti di Pistoia, che volevano tutti e subito i beni di Napoli, il De Luca osserva che dalle parole del testamento non si può sostenere che il testatore abbia ritenuto il Coscia un mero esecutore obbligato a restituire tutto e subito, ma che egli avrebbe dovuto restituire quanto restava dell’eredità napoletana solo alla morte delle tre sorelle. Non si trattava quindi secondo De Luca di un fiduciario ma di vero erede con l’obbligo di restituire solo una volta verificatasi la morte delle sorelle (termine incerto) e quindi avente diritto alla quarta e ai frutti.

Testamento di Geronima Centurioni.

La testatrice aveva nominato erede universale il marito, aveva disposto alcuni legati per alcuni figli, mentre per altri Luciano e Adamo aveva stabilito che avrebbero ricevuto dal padre, essendo “naturalmente eredi”. Per una figlia aveva però usato parole che implicavano una disposizione fiduciaria segreta con il marito. E per Adamo aveva stabilito un legato. Morta la testatrice, il marito aveva dato disposizione per i legati. L’unico figlio privo di legati era Luciano. Il marito era a sua volta morto lasciando come unico erede il figlio Cristoforo. A Luciano sarebbe spettata la sola quota legittima paterna e non anche il patrimonio materno. Luciano sostiene che la madre aveva attuato una disposizione fiduciaria anche nei confronti suoi e di Adamo. Per cui il padre non avrebbe potuto disporre dei beni come aveva invece fatto, ma doveva restituire il tutto compresi i frutti. Quanto alla prova, venivano in soccorso le congetture e le presunzioni. I figli all’epoca erano minori, per di più uno era bandito e condannato a pagare diverse sanzioni. Ricorrevano tutti gli aspetti tipici del fedecommesso fiduciario: l’oggetto era tutta l’eredità, i fedecommissari erano i figli, il fiduciario era amicus, la disposizione era a vantaggio dei figli. Di conseguenza la testatrice con le parole “naturalmente eredi” non aveva voluto riferirsi alla sola quota legittima, la quale sarebbe comunque pervenuta ai figli per disposizione di legge e non per testamento.

Il De Luca sosteneva invece che la disposizione fiduciaria poteva arguirsi solo per la figlia, perché dalle altre parole si desumeva che l’unico erede fosse il marito mentre la testatrice aveva escluso i figli dai legati prevedendo che sarebbe stati eredi del padre e aveva in realtà ordinato al marito di restituire alla sua morte la sola quota legittima dell’eredità materna.

Il piemontese Tommaso Richieri (1733-1797) nel suo trattato di giurisprudenza avverte di non confondere il fedecommesso con la fiducia. Nel primo l’erede gravato è erede di nome e di fatto. Prima della restituzione amministra i beni (tranne ipotecare e alienare) e ne fa propri i frutti. Nella fiducia l’erede è solo di nome, mentre vero erede è colui al quale l’eredità deve pervenire. E la fiducia è sempre segreta. Le ragioni sono varie: possibili tutori inidonei, erede dissipatore o incapace. Tale fiducia va provata e non può essere presunta se non in forza di congetture tratte dai verba del testamento e dalla causa disponendi. Sono sufficienti prove non solenni, presunzioni e indizi che il giudice dovrà prudentemente apprezzare. Anche la deposizione di testi e il giuramento del fiduciario.

In questo periodo storico (1700) ha perso valore la distinzione tra substantia e declaratio della volontà del defunto, che fino ad allora i giuristi avevano differenziato per stabilire quale tipologia di prova ammettere. Per la substantia sette o cinque testi, per la declaratio anche due testi.

Ora il termine “fiducia” indica l’ultima volontà segreta che il testatore ha riposto nel confidente erede o intermediario nell’interesse patrimoniale di un terzo.

Tutte le prove sono ammissibili.

Con il codice del 1942 il legislatore si è orientato in modo da privilegiare il trasferimento del patrimonio ai familiari, chiamati legittimari. La conseguenza è l’introduzione di limiti di legge alla volontà del de cuius, che non può a suo piacimento diseredare o trasferire a terzi l’intero suo patrimonio. Fondamento delle norme sulle successioni legittime è l’esigenza di tutelare la famiglia come entità riconosciuta socialmente, prima ancora che giuridicamente, e l’esigenza di tutelare il patrimonio, al fine di evitare la dispersione dei beni di una persona dopo la sua morte.

L’eredità si trasmette quindi o per testamento, con i limiti previsti e le riserve per i legittimari, o secondo le norme di legge appositamente previste in caso di sua mancanza.

Sono espressamente vietati i c.d. patti successori art. 458, cioè qualsiasi accordo (contratto) che abbia ad oggetto disposizioni sulla propria successione, anche nel senso di rinunzia a diritti sulla successione. Quindi tutte le disquisizioni giuridiche sulla validità di accordi extratestamentari e sulle azioni esperibili in caso di non ottemperanza, oggi non hanno più ragion d’essere. Con l’eccezione del nuovo “patto di famiglia” di recente introdotto che evita, limitatamente ai casi di trasferimento d’azienda o di pacchetti azionari, l’obbligo di applicazione della disciplina successoria. Il patto, pur essendo inter vivos, produce i suoi effetti dopo la morte del disponente. Fino a quel momento può essere sostituito da un nuovo patto con la presenza di tutti i precedenti soggetti. È possibile il recesso solo se espressamente previsto.

La successione legittima interviene solo in mancanza di un testamento. In questo caso è la legge che stabilisce le persone a cui va l’eredità, individuandole tra i congiunti più stretti del de cuius secondo un preciso ordine di precedenza, determinato dall’intensità del vincolo di parentela.

Subentrano nel patrimonio ereditario quindi:

  • il coniuge
  • i figli. In mancanza del coniuge ai figli spetta l’intera eredità che è divisa in quote uguali
  • gli ascendenti. In mancanza del coniuge, di figli del defunto, l’intera eredità va agli ascendenti (genitori). In concorso con fratelli e sorelle, gli ascendenti hanno diritto alla metà del patrimonio ereditario e l’altra metà verrà divisa tra i fratelli e le sorelle
  • i fratelli e le sorelle, ai quali spetta l’intera eredità solo quando il defunto muore senza lasciare nè coniuge, nè figli, nè ascendenti
  • i parenti in linea collaterale dal terzo al sesto grado (es. zii, cugini, figli di cugini) quando mancano le categorie sopra elencate. L’eredità si divide in parti uguali tra i parenti del grado più vicino con esclusione dei parenti di grado ulteriore.Lo Stato interviene in mancanza di parenti entro il sesto grado ed è “erede necessario” in quanto non può rinunciare all’eredità. Risponde dei debiti ereditari nel limite del valore dei beni acquisiti. Sono esclusi dalla successione legittima gli affini (cognati).Se gli eredi legittimi sono premorti, ossia già deceduti al momento di ereditare, interviene l’istituto della rappresentazione: essi sono cioè sostituiti dai loro discendenti diretti.

La successione legittima può applicarsi anche in presenza di un testamento, quando questo non abbia disposto per tutti i beni del de cuius. Di conseguenza la successione relativa ai beni rimasti fuori dal testamento sarà regolata secondo le norme della successione legittima.

Quando invece il de cuius desidera effettuare una disposizione più articolata dei propri beni in relazione sia alla quantità degli stessi sia alla qualità delle persone che li avranno, allora utilizza il testamento.

Caratteristiche del testamento sono: la revocabilità, nel senso che il testatore può revocare o modificare l’atto in qualsiasi momento. La personalità, nel senso che non si può delegare nessuno alla scrittura dell’atto, che deve quindi essere espressione solo della volontà del testatore. La tipicità, nel senso che il testamento è valido solo se redatto secondo le forme appositamente statuite dal legislatore. Ad esempio il testamento deve essere obbligatoriamente scritto. Non è valido il c.d. testamento nuncupativo o orale, ammesso dal diritto canonico.

Il testamento può avere le seguenti forme: olografo (scritto di pugno dal testatore, datato e firmato), pubblico (redatto da un notaio e sottoscritto dal testatore in presenza di due testimoni) o segreto (redatto dal testatore e consegnato al notaio davanti a due testimoni).

All’apertura del testamento il problema principale, in caso di mancanza di chiarezza circa le disposizioni, è quello della sua interpretazione. Interpretazione necessaria anche quando vi siano azioni giudiziarie contro il testamento.

Si rende quindi necessaria la ricerca della volontà del defunto. Alcuni ritengono che la norma base circa questa interpretazione della volontà sia individuabile nell’art. 625, nel termine “o altrimenti”, secondo cui sia sempre possibile andare a ricercare la volontà anche al di fuori del testamento. Ma questo non è vero, perché tale criterio è limitato al caso di errore sulla persona dell’erede o del legatario, oppure in caso di errore sull’oggetto della disposizione. Non è utilizzabile in ogni caso di dubbio. L’errore va comunque dimostrato, al di là di qualsiasi equivoco.

2 Commenti

  1. Moderatore

    Se mi scrivi una mail (info@studiamo.it) ti mando l’indirizzo dell’autore, previo suo consenso. Ciao

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  2. Francesca Giurleo

    Vorrei mettermi in contatto con Barbara dell’articolo 30.1.2007, per sapere di Ottavio Cesi ed Alessandro Ludovisio. Sto realizzando una ricerca approfondita sulla Famiglia Cesi e su Ottavio, figlio naturale di Federico senior. Potete aiutarmi???? Grazie Francesca

    Rispondi

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