Corso di Economia Politica

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Nuova macroeconomia classica

MACROECONOMIA (lezione n. 13)

In questa lezione parleremo delle teorie economiche neoclassiche che sono state elaborate dopo Keynes per sopperire alle sue carenze.

In particolare studieremo le visioni economiche dei monetaristi e dei teorici delle aspettative razionali

 

Introduzione storica

Per oltre 30 anni la teoria di Keynes e dei suoi seguaci, i post-keynesiani, ha rappresentato la spiegazione economica più convincente dell’andamento delle forze di mercato e delle regole di funzionamento dei sistemi economici. Essa è stata anche un validissimo strumento di ausilio per le scelte di politica economica. Scelte che i governi dei paesi con economia di mercato hanno dovuto prendere, al fine di fronteggiare i cicli e le congiunture economiche.

Il crollo di questa teoria, e dell’opportunità di utilizzarla come strumento di supporto alla PE centrale, si è avuto negli anni ’70. In quegli anni si è verificato, per la prima volta nei sistemi di mercato, un nuovo ed imprevedibile fenomeno economico: la stagflazione.

 

La stagflazione consiste nella contemporanea presenza, nel mercato, dei due grandi mali delle economie occidentali: stagnazione (o recessione, e quindi disoccupazione dei lavoratori) ed inflazione.

I motivi della stagflazione degli anni ’70 sono riconducibili alla fortissima crescita del prezzo del petrolio, che, in varie ondate (dette shocks petroliferi), portò ad un’impennata dei prezzi dei principali beni di consumo (dando luogo al periodo c.d. di austerity). E ciò in un momento in cui già era in atto una rilevante recessione dell’economia.

Nella visione di Keynes la disoccupazione è causata da un insufficiente livello della domanda aggregata. Viceversa, l’inflazione (cioè la crescita dei prezzi dei prodotti) è giustificata nella teoria keynesiana solamente quando il mercato raggiunge il pieno impiego. Solo allora l’eccesso della domanda aggregata rispetto all’offerta (che ha raggiunto il massimo livello, in termini reali), non potendo riversarsi sulla quantità reale (già al massimo), si riversa sui prezzi, determinandone un incremento. Aumenta quindi il PIL nominale (i prezzi, non le quantità).

Pertanto, la teoria keynesiana non era più in grado di spiegare il nuovo fenomeno della stagflazione, perché essa non ammette la presenza contemporanea di disoccupazione ed inflazione. Per Keynes, infatti, una situazione di disoccupazione è incompatibile con prezzi in aumento. Anzi, al contrario, la sottoccupazione è la ragion d’essere di prezzi in diminuzione, per effetto appunto della recessione (cioè dell’insufficiente domanda di beni).

Questo spiega anche il motivo delle politiche economiche completamente sbagliate, e oltretutto destabilizzanti, praticate in quegli anni. Infatti, sulla scia di Keynes, in un primo tempo furono adottate politiche economiche (monetarie e fiscali) fortemente espansive. Ma gli effetti sui prezzi dei beni, di queste scelte politiche, furono particolarmente devastanti, perché aggravarono ulteriormente la tendenza al rialzo dei prezzi già in atto all’interno dei sistemi economici, senza peraltro grossi rientri della disoccupazione, come invece speravano i governi.

La verità è che la filosofia keynesiana non è stata più in grado di spiegare l’economia in presenza di fenomeni, come la stagflazione, tipici dei paesi occidentali moderni. E quest’amara constatazione fu presto alla portata di tutti.

In tale situazione economica molti economisti abbandonarono l’idea keynesiana, anche se essa era riuscita, fino ad allora, a spiegare e giustificare validamente i fenomeni economici di mercato.

Si formarono, di conseguenza, diverse correnti di pensiero, sostenitrici delle più svariate teorie economiche, ma in genere ci fu un grande ritorno alle convinzioni “classiche” del pensiero economico.

 

Nuovi macroeconomisti classici

In un mercato in cui le politiche economiche adottate dai governi, anziché risanare i mali, aggravavano le situazioni patologiche già in atto (inflazione e disoccupazione), è facile capire come il pensiero classico dell’economia abbia avuto un grande “revival”.

I c.d. nuovi macroeconomisti classici degli anni ’70 e ’80 ripresero le convinzioni degli economisti del secolo precedente e, sia pur con varie differenze concettuali al loro interno, iniziarono a predicarle al mondo intero, dopo averle adattate ai nuovi contesti economici formatisi nel corso di più di 100 anni.

I caposaldi dei nuovi macroeconomisti classici, anche se con varie sfumature, erano e sono i seguenti:

  • Il sistema economico è in grado da solo di ritornare alla piena occupazione, senza gravi conseguenze in termini di inflazione
  • Il governo e la Banca centrale devono astenersi dal compiere qualsiasi operazione di politica economica (rispettivamente fiscale e monetaria)
  • Gli interventi di PE da parte della PA (Pubblica Amm.zione) sono generatori di destabilizzazione, provocando essi stessi le fluttuazioni del ciclo economico (recessione e ripresa)
  • In particolare, è da evitare la politica monetaria (PM), perché una quantità eccessiva di offerta di moneta provoca inflazione
  • È da evitare pure la politica fiscale, perché i suoi effetti sul sistema economico sono efficaci nel breve periodo, in quanto aumentano i consumi, ma sostanzialmente neutri ed anzi destabilizzanti nel lungo periodo, in quanto provocano il fenomeno dello spiazzamento, cioè la diminuzione del consumo privato di beni destinati alla produzione
  • Bisogna lasciare che le forze di mercato, della domanda e dell’offerta, agiscano liberamente, in modo che il mercato vada da solo verso il suo equilibrio
  • Alcuni macroeconomisti neoclassici, adattando vecchie teorie classiche, affermano che l’equilibrio raggiunto da solo dal mercato potrebbe non coincidere con la piena occupazione delle risorse, ma questa disoccupazione “organica” sarebbe fisiologica, cioè ineliminabile dal sistema, e, quindi, da accettare così com’è

Le teorie neoclassiche, caratterizzate da varie correnti, esistono ancora (così come ancora ci sono economisti che ripropongono Keynes in versione aggiornata), ma l’influenza delle loro opinioni, sulle scelte politiche, è stata evidente soprattutto alla fine degli anni ’70 ed inizio anni ’80, quando i governi occidentali ridussero sensibilmente il ruolo e l’intervento pubblico nell’economia di mercato.

 

I monetaristi

Una trattazione speciale meritano i monetaristi, per l’originalità della loro visione economica, ma soprattutto per l’influenza e le conseguenze che hanno determinato nelle scelte politiche di alcuni paesi.

Punto fondamentale della loro teoria è la centralità della moneta nel funzionamento di ogni sistema economico. Per i monetaristi, la moneta (e la sua offerta da parte della BC) ha un’importanza fondamentale e da essa non si può prescindere, se si vuole capire e spiegare i fenomeni economici.

Il ragionamento dei monetaristi prende avvio dalla seguente uguaglianza, nota come equazione quantitativa degli scambi:

(M * V) = (P * Q)

dove M è la quantità di moneta, V è la sua velocità di circolazione (cioè il numero di volte che la moneta è utilizzata come tale), P è il prezzo dei beni e Q la quantità degli stessi.

Spieghiamo come si legge l’equazione di cui sopra.

La moltiplicazione di (P x Q), cioè del prezzo per la quantità, rappresenta il PIL nazionale, dato appunto dal prodotto della quantità di beni reali per il loro prezzo. Ma, per effetto dell’uguaglianza, anche il prodotto (M x V) rappresenta il PIL nazionale. Ciò è evidente se si pensa che il PIL di un anno in un paese è misurato sia dalla produzione nominale (cioè a prezzi correnti) di beni e servizi nel periodo considerato, sia dal volume degli scambi di questi beni e servizi nello stesso periodo. Il volume degli scambi è appunto (M x V), perché il totale degli scambi non è altro che la quantità di moneta moltiplicata per il numero delle volte che essa è utilizzata nei pagamenti. Per cui possiamo dire che il PIL è rappresentabile sia in termini di beni e servizi prodotti (P x Q), sia in termini di beni e servizi scambiati (M x V).

I monetaristi ragionano in questo modo. E’ presumibile che la velocità di circolazione della moneta (V) rimanga costante nel tempo (in realtà non è così, infatti nel tempo essa aumenta: si pensi alle carte di credito che hanno sicuramente accelerato l’utilizzo di moneta in questi ultimi anni), per cui essa può ritenersi, nell’equazione, una costante. In conseguenza di ciò, la formula precedente si semplifica così:

M = P * Q

in cui gli aumenti di M avrebbero conseguenze decisive sul PIL ed in particolare sul PIL monetario (i prezzi), data la non variabilità nel breve periodo di Q. Ecco dimostrato come l’offerta di moneta da parte della BC ha un’influenza diretta ed immediata sulla determinazione del PIL nazionale (sui prezzi).

Da questa costruzione si traggono le seguenti conclusioni monetariste:

  • La moneta e la sua offerta da parte della BC sono importantissime nella determinazione del reddito nazionale
  • C’è una relazione diretta e strettissima fra gli aumenti di moneta M e la crescita del PIL
  • La PM della BC è decisiva per l’equilibrio macroeconomico
  • La PM si deve limitare a seguire una regola semplice (così la chiamano i monetaristi), cioè a fissare a priori il tasso di crescita che si vuole dare alla moneta e questo tasso di crescita deve essere molto contenuto (p.es. 1,5% annuo)
  • Se la moneta in circolazione cresce ad un tasso di crescita maggiore di quello prefissato (PM espansiva), i riflessi si avranno, anziché sulle quantità Q, sui prezzi P, con la conseguente impennata dell’inflazione
  • E’ necessario strozzare l’economia fissando un’offerta di M, da parte della BC, che non cresca troppo nei vari anni e che, quindi, rispetti i tassi di crescita prefissati dalla stessa autorità monetaria. Solo così si può avere un’economia senza inflazione
  • La politica fiscale, viceversa, non è in grado di correggere le fluttuazioni economiche, perché anche laddove non le provochi essa stessa (quando è utilizzata in modo sbagliato), è comunque completamente inefficace e può provocare effetti benefici solo per un breve periodo

 

Le aspettative razionali

Altra corrente di pensiero economico è quella dei teoretici delle aspettative razionali.

Secondo questa teoria, che indubbiamente ha dei meriti, gli operatori economici (consumatori, imprese, investitori, finanziatori, ecc…) si formano delle aspettative, o previsioni razionali, su quello che sarà il futuro scenario economico.

I sostenitori della teoria delle A.R. affermano che l’attesa di questi eventi futuri, da parte degli operatori razionali, comporta inevitabilmente il verificarsi proprio degli stessi eventi che si attendono. Cioè sono proprio gli operatori a provocare, attraverso il loro comportamento conseguente ad una certa aspettativa per un evento futuro, il verificarsi dell’evento economico che si aspettano.

La conclusione è questa: l’economia si indirizza verso quei risultati che la maggior parte dei membri del sistema economico ritiene razionalmente che vengano raggiunti.

Tutto ciò è vero, sempre secondo i teoretici delle A.R., se gli operatori formano le loro aspettative in modo razionale. Le aspettative sono razionali quando:

  • gli operatori utilizzano al meglio tutte le informazioni disponibili sul mercato
  • gli operatori conoscono perfettamente il funzionamento del sistema economico in cui operano

Autore: Steve Round

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12 Commenti

  1. Non si può non lasciare un commento per un lavoro così sublime..!
    Alcuni concetti sono espressi meglio qui che su molti testi universitari

    Complimenti davvero, PERFETTO!

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  2. Sembra scritto da un extraterrestre per come è ben fatto.
    Complimenti!!!
    Di solito non lascio commenti…ma in questo caso faccio ben volentieri un’eccezione.
    Complimenti ancora!!!

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  3. A dir poco spettacolari, sono rimasta inebriata dai suoi appunti mozzafiato. Davvero notevole la sua intelligenza e mi ha colpito molto personalmente i suoi ragionamenti davvero fondati nel profondo dell’anima. D’ora in poi le starò col fiato sul collo, perlusterò tutti gli articoli a tappeto.
    Diventerò un suo grande fan a manetta.

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  4. I migliori appunti che una mente umana abbia mai potuto concepire. In poche parole, potrebbero semplicemente cambiarvi la vita! Marx avrebbe detto di questi autori: ‘se avessi avuto metà del loro talento, sarei diventato uno degli economisti piu importanti della storia’. Non ci riuscirà……mai.

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  5. Veramente chiaro ed esauriente. Nessun libro di testo universitario contiene una trattazione così ben fatta. Complimenti.

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  6. Queste sono le migliori spiegazioni di economia politica reperibili su Internet.

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  7. Una lezione davvero molto chiara e senza lungaggini inutili che nn permettono di capire. Ottimo.

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