Corso di Economia Politica

Un corso completo e facile di economia politica

Disoccupazione e inflazione

MACROECONOMIA (lezione n. 15)

In questa lezione vedremo 2 variabili economiche (disoccupazione e inflazione) che nei sistemi moderni si presentano ormai contemporaneamente e rappresentano pertanto un male di difficile soluzione per i governi.

Vedremo pure come la curva di Phillips sintetizzi efficacemente il loro trade-off

 

La disoccupazione

Abbiamo parlato spesso in questo corso di disoccupazione. E’ arrivato il momento di dare una definizione precisa di questo fenomeno economico e di inquadrarlo nell’ambito dell’attuale contesto sociale.

La prima importante distinzione, che spesso si utilizza anche nel linguaggio politico, è quella fra:

  • Disoccupazione permanente, nella quale i disoccupati sono tali per lunghi periodi di tempo
  • Disoccupazione transitoria o ciclica, nella quale i senza lavoro rimangono tali solo per brevi periodi

La suddetta distinzione non è una novità dei nostri politici, già nei tempi passati veniva spesso usata per differenziare la disoccupazione in due tronconi molto diversi tra loro. Anzi, era proprio questa differente visione del fenomeno della disoccupazione a caratterizzare le due filosofie economiche che per anni si sono fronteggiate: i keynesiani ed i neoclassici. Infatti, mentre nella teoria keynesiana la disoccupazione era sempre permanente (e involontaria) e frutto di una domanda insufficiente (da curare con l’aumento della spesa pubblica), per i classicisti la disoccupazione era sempre un male transitorio, perché essa scaturiva dal momentaneo adattamento del sistema economico verso l’equilibrio.

Per dare una definizione precisa della disoccupazione, occorre prima definire il concetto di popolazione attiva o forza lavoro: è quella parte di popolazione che, per ragioni di età e status sociale (non invalidi, ecc…), è in condizione di lavorare.

Il tasso di attività di un paese è quindi il rapporto:

forza lavoro/popolazione residente

I disoccupati sono dunque quei componenti della forza lavoro che non lavorano e sono alla ricerca di un’occupazione.

Il tasso di disoccupazione è perciò dato dal rapporto:

lavoratori in cerca d’occupazione/forza lavoro

Abbiamo visto nelle lezioni del nostro corso che, qualunque sia la teoria macroeconomica utilizzata, esiste sempre una relazione fra l’andamento dell’attività economica e la disoccupazione. C’è chi ha cercato di trasformare in una formula matematica questa relazione, arrivando a definire una regola pratica, nota come legge di Okun, dal nome del suo ideatore.

La legge di Okun afferma che c’è una relazione fra crescita del PIL e tasso di disoccupazione, in particolare la legge stabilisce che è necessaria una crescita del PIL del 2.7%, affinché il tasso di disoccupazione rimanga stabile (invariato). Invece, per ridurre il tasso di disoccupazione dell’1%, occorre aumentare ulteriormente del 2% il tasso di crescita del PIL. E’ quest’ultima la famosa regola del 2 a 1, per la quale il miglioramento del reddito economico contribuisce a ridurre la disoccupazione solo nei limiti del 2 sta a 1.

Nella spiegazione delle varie politiche economiche che, secondo le diverse correnti di pensiero, sono da utilizzare per curare la disoccupazione e gli altri mali economici, abbiamo sempre detto che l’obiettivo da raggiungere è un tasso nullo (uguale a zero) di disoccupazione. Ciò equivale ad affermare che il target di qualsiasi PE è una situazione in cui non esistono disoccupati.

Quest’ultima è una condizione utopistica e, quindi, irraggiungibile e di questo si resero ben presto conto i governanti, già ai tempi di Keynes.

Di conseguenza, la suddetta disoccupazione nulla fu subito corretta, nel senso che l’obiettivo di tutte le nazioni non è stato più il raggiungimento di un numero di disoccupati uguale a zero, bensì il raggiungimento di un tasso naturale di disoccupazione.

Il tasso naturale di disoccupazione, di invenzione monetarista, è il tasso corrispondente al livello potenziale massimo di produzione e rappresenta per ciò stesso quella componente della disoccupazione ineliminabile.

Esiste, quindi, una percentuale di disoccupazione permanente, che è strutturalmente presente in qualsiasi sistema economico e che non è possibile ridurre in alcun modo.

I governi centrali possono solo cercare di mantenere il sistema il più vicino possibile a quello che è il tasso naturale di disoccupazione, perché comunque esso è insopprimibile, sempre che, chiaramente, la PE statale miri anche al contenimento dell’inflazione.

Il tasso naturale di disoccupazione è quantificato tra il 5% ed il 6%.

Finora abbiamo parlato della disoccupazione come se fosse un elemento unico e generalizzato, ma in realtà al suo interno ci sono varie componenti, che devono essere singolarmente e attentamente valutate per definire manovre politiche focalizzate, tendenti cioè alla riduzione della percentuale di disoccupazione all’interno di ciascuna componente.

Si pensi, p.es., alla parte di disoccupati rappresentata dai giovani in cerca di prima occupazione. E’ chiaro che questa componente del fenomeno disoccupazionale richieda strumenti diversi e più incisivi, rispetto alle altre parti che compongono l’universo dei disoccupati.

 

L’inflazione

Dell’inflazione, costituita dall’aumento generalizzato dei prezzi, si è già detto, così come si è già parlato delle manovre politiche necessarie per contenere il fenomeno inflazionistico e dell’alternatività (trade-off) dell’inflazione rispetto all’altro grande male economico della disoccupazione.

In questa sede si vuole discutere dei costi dell’inflazione per la collettività.

I costi derivanti dall’inflazione si distinguono in 2 tipi, a seconda se l’inflazione è stata correttamente prevista dagli operatori economici (imprese, finanziatori, consumatori, ecc…), oppure se essa è giunta inattesa nel sistema economico.

Inflazione correttamente prevista dagli operatori del sistema economico

Questo significa che i redditi monetari sono tutti indicizzati (per es. i tassi d’interesse sono agganciati all’inflazione), che le imposte sono immediatamente modificate per evitare il fenomeno del fiscal-drag e che i tassi d’interesse nominali sono la somma dei tassi d’interesse reali più la % d’inflazione.

In queste condizioni i costi dell’inflazione sono i seguenti:

  • costi di gestione della liquidità, altrimenti detti costi “delle suole delle scarpe”. Essi sono costituiti dai maggiori costi derivanti da una più frequente compravendita di titoli finanziari, dovuta al fatto che il costo opportunità di detenere moneta è il tasso nominale d’interesse, il quale in periodo d’inflazione varia notevolmente;
  • costi delle modifiche dei prezzi, altrimenti detti costi “di ristampa dei listini”. Essi sono i costi derivanti dalle risorse impiegate per comunicare ai consumatori ed agli altri utenti i frequenti cambiamenti di prezzo, tipici di un periodo di inflazione

Se poi, in questa situazione di inflazione correttamente prevista, le istituzioni non sono rapide ad adeguarsi alle variazioni dei prezzi, avremo altri 2 costi:

  • costi dell’innovazione finanziaria. Sono i costi generati dal fatto che il tentativo di economizzare moneta porta alla creazione di nuovi strumenti finanziari c.d. atipici.
  • costi del fiscal-drag. In un periodo di elevata inflazione cresce il reddito nominale dei contribuenti, ciò comporta, in un sistema progressivo di tassazione, il salto allo scaglione di reddito successivo, caratterizzato da una maggiore aliquota di prelievo fiscale. Quindi, il contribuente paga con una maggiore quota di reddito reale, l’aumento del reddito fittizio dovuto esclusivamente alla crescita dei prezzi

Inflazione non prevista dagli operatori del sistema economico e, dunque, inattesa

In queste condizioni, ai costi precedenti si aggiungono anche i costi di redistribuzione del reddito, ed in particolare:

  • costi di redistribuzione dai creditori a favore dei debitori. I prestiti sono generalmente fissati in valore nominale, per cui la perdita di potere d’acquisto della moneta favorisce i debitori a scapito dei creditori
  • costi di redistribuzione dagli anziani a favore dei giovani. Gli anziani hanno i loro risparmi e le loro pensioni espresse in termini nominali e quindi risentono della perdita di potere d’acquisto della moneta. Viceversa, i giovani sono quelli che contraggono prestiti e mutui, per cui il minor valore reale della moneta li avvantaggia

 

La curva di Phillips

Si è spesso osservato, durante i nostri studi, come un miglioramento dell’inflazione è pagato da un peggioramento della disoccupazione e, viceversa, una diminuzione del tasso di disoccupazione è possibile solo provocando spinte sui prezzi.

Quanto sopra è causato dal fatto che l’attuazione di una PE espansiva, provoca una crescita della produzione e dell’occupazione, ma inevitabilmente comporta anche una certa pressione sui prezzi. D’altro canto una PE restrittiva riduce l’inflazione, ma inevitabilmente provoca un aumento della disoccupazione.

In definitiva possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che esiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione, di cui i governi centrali devono sempre tener conto nell’attuazione delle loro politiche economiche.

A. W. Phillips ha studiato empiricamente questo trade-off, giungendo ad elaborarne una rappresentazione grafica nota come curva di Phillips.

 lez15-1 

La curva di Phillips non è altro che l’espressione della scelta fra una minore inflazione o una minore disoccupazione, per un sistema economico.

Nell’esempio, passando dal punto E al punto E’, cresce l’occupazione e, quindi, migliora il PIL della collettività, ma il prezzo da pagare è una ben più alta inflazione.

La curva elaborata da Phillips ha avuto un grande seguito per l’importanza pratica che assume. Infatti, essa è stata utilizzata dai pubblici poteri di tutto il mondo per fissare degli obiettivi di PE che riducessero una delle due grandezze, compatibilmente con un certo accettabile peggioramento dell’altra. In pratica, i governi dei paesi che utilizzano la curva di Phillips hanno impostato la propria PE cercando di raggiungere degli obiettivi, in termini di combinazione inflazione-disoccupazione, che rappresentino il male minore per la collettività.

In realtà, quello che i pubblici poteri dovrebbero cercare di ottenere non è il raggiungimento di un certo punto sulla curva che sia accettabile dal paese, ma lo spostamento della curva stessa verso l’interno (verso l’origine del grafico), in modo da migliorare entrambe le grandezze economiche: inflazione e disoccupazione.

Ciò è possibile mettendo in campo un mix di politiche monetarie e fiscali, nonché di politiche legate all’offerta (sussidi e incentivi), in grado di indirizzare l’economia verso risultati fattibili e certi, che siano migliorativi di tutte le grandezze economiche in gioco.

Autore: Steve Round

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13 Commenti

  1. DA UNA VISUALIZZATA VELOCE SEMBRA INVITANTE ALLO STUDIO

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  2. Non si può non lasciare un commento per un lavoro così sublime..!
    Alcuni concetti sono espressi meglio qui che su molti testi universitari

    Complimenti davvero, PERFETTO!

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  3. Sembra scritto da un extraterrestre per come è ben fatto.
    Complimenti!!!
    Di solito non lascio commenti…ma in questo caso faccio ben volentieri un’eccezione.
    Complimenti ancora!!!

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  4. A dir poco spettacolari, sono rimasta inebriata dai suoi appunti mozzafiato. Davvero notevole la sua intelligenza e mi ha colpito molto personalmente i suoi ragionamenti davvero fondati nel profondo dell’anima. D’ora in poi le starò col fiato sul collo, perlusterò tutti gli articoli a tappeto.
    Diventerò un suo grande fan a manetta.

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  5. I migliori appunti che una mente umana abbia mai potuto concepire. In poche parole, potrebbero semplicemente cambiarvi la vita! Marx avrebbe detto di questi autori: ‘se avessi avuto metà del loro talento, sarei diventato uno degli economisti piu importanti della storia’. Non ci riuscirà……mai.

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  6. Veramente chiaro ed esauriente. Nessun libro di testo universitario contiene una trattazione così ben fatta. Complimenti.

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  7. Queste sono le migliori spiegazioni di economia politica reperibili su Internet.

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  8. Una lezione davvero molto chiara e senza lungaggini inutili che nn permettono di capire. Ottimo.

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