Corso di Economia Politica

Un corso completo e facile di economia politica

Equilibrio del prezzo e mercato dei beni

MICROECONOMIA (lezione n. 2)

In questa lezione vedremo la raffigurazione delle curve di domanda (D) e offerta (S) e capiremo perché l’equilibrio del mercato si realizza sempre nel punto in cui esse si intersecano.

Faremo anche una classificazione dei beni economici e studieremo le cause microeconomiche dell’inflazione, cioè della crescita generale dei prezzi. Apprenderemo infine l’importante concetto di “elasticità”

 

La teoria del prezzo di mercato (domanda e offerta di un bene)

Abbiamo accennato nella lezione precedente che il metodo di studio che utilizzeremo in microeconomia è quello dell’equilibrio economico parziale, sviluppato dall’economista Alfred Marshall e detto della “scuola di Cambridge”. E’ opportuno ricordare che il presupposto di questo metodo è la costanza di tutti i parametri al di fuori di quelli del mercato studiato. In particolare, la teoria del prezzo di mercato determina il prezzo (P) e la quantità (Q) di equilibrio di un mercato, a parità di tutte le altre condizioni, cioè tenendo ferme tutte quelle grandezze economiche che non siano il prezzo e la quantità scambiata di quel mercato (quindi P e Q di altri mercati, ma anche i salari dello stesso mercato, il tasso di interesse, di disoccupazione, ecc…).

 

E’ questa una premessa che non va mai dimenticata.

La teoria del prezzo considera la domanda dei consumatori come una curva decrescente posta su un grafico i cui valori sono il prezzo (P) e la quantità (Q).

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Questo significa che la domanda di un determinato bene, qualunque esso sia, è una funzione inversa del prezzo alla quantità Q= f(P). In altre parole la condizione che è alla base del ragionamento è che la quantità domandata diminuisce all’aumentare del prezzo e aumenta al diminuire del prezzo. Questa relazione inversa è rappresentata graficamente da una curva decrescente e, da un punto di vista matematico, dal segno negativo di una delle 2 variabili Q= f(-P). Al crescere di una variabile l’altra diminuisce e viceversa.

Il ragionamento che porta ad una domanda inclinata negativamente è abbastanza intuitivo: è infatti verosimile ritenere che i consumatori riducano la quantità domandata di un certo bene se il suo prezzo aumenta, mentre sono portati a domandarne di più se il prezzo si riduce.

Purtroppo però, in economia il ragionamento che porta ad una determinata conclusione non può limitarsi ad essere intuitivo e quindi nella lezione successiva (la n. 3) vedremo qual è la teoria economica che “sta sotto” alla curva di domanda e ne giustifica l’andamento decrescente. Per adesso è sufficiente affermare che la curva di domanda esprime una relazione inversamente proporzionale tra P e Q.

Quanto abbiamo detto a proposito della domanda possiamo ripetere per l’offerta da parte delle imprese di un certo prodotto, qualunque esso sia.

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Qui però notiamo che l’andamento della curva di offerta è crescente, perché esprime una relazione diretta tra la quantità offerta dai produttori ed il prezzo del bene. Più aumenta il P e più i venditori sono incentivati ad aumentare la quantità offerta sul mercato e viceversa. Anche questo è un ragionamento abbastanza intuitivo, perché il produttore che vede salire il P del suo bene è stimolato ad offrirne di più sul mercato, per aumentare il suo guadagno e viceversa in caso di diminuzione del P. Pure in questo caso però l’andamento crescente della curva d’offerta è spiegato da una teoria economica, che vedremo nella lezione n. 4. Da un punto di vista strettamente matematico la relazione diretta tra P e Q nell’offerta di un bene è espressa dalla funzione Q= g(+P).

A questo punto per giungere alla situazione di equilibrio del mercato è sufficiente mettere insieme le 2 curve di domanda e offerta nello stesso grafico, ma prima definiamo il concetto di equilibrio di un mercato qualsiasi.

Secondo questa teoria della domanda e dell’offerta, un mercato è in equilibrio quando si determinano un P ed una Q scambiata che sono stabili, cioè destinati a perdurare nel tempo. Ogni altro valore, non di equilibrio, di queste 2 variabili (P e Q) comporta un’instabilità del sistema, perché le forze di mercato spingeranno sempre P e Q verso i valori di equilibrio.

Vediamo ora in concreto come si forma l’equilibrio di mercato.

Nella figura vediamo sia la funzione di domanda (decrescente), sia la funzione d’offerta (crescente).

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Ricordiamo che i punti sulla curva di domanda indicano le quantità domandate dai consumatori, in quel mercato, per ogni livello di prezzo del bene, mentre i punti sulla curva d’offerta individuano, per ogni prezzo, le quantità che i venditori sarebbero disposti ad offrire. Ebbene, si dimostra, che la situazione di equilibrio si realizza nell’unico punto del grafico (E) dove la quantità domandata dai consumatori è uguale alla quantità offerta dai venditori a parità di prezzo. Ovvero c’è equilibrio quando il P è tale per cui le 2 quantità domandate e offerte sono esattamente le stesse. Solamente quando le due grandezze prezzo e quantità assumono i valori P* e Q* il mercato è in equilibrio, cioè stabile, senza tendenze alla modificazione.

Il punto E è l’unico punto che uguaglia la Q domandata e la Q offerta, determinando il prezzo (P*) e la quantità scambiata (Q*) d’equilibrio. Dal punto di vista grafico questo punto E è quello d’intersezione delle due curve, mentre in ottica matematica è quello per il quale le due funzioni di domanda e offerta si uguagliano:

(Q= f(-P)) = (Q= g(P))

Ma perché l’equilibrio del mercato si forma proprio in quel punto ?

La risposta si può desumere dalla seguente figura.

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Se il prezzo fosse più alto di quello di equilibrio, per es. P1, ci sarebbe nel mercato un eccesso di offerta, pari alla differenza tra Q2’ e Q1’, corrispondente alla distanza tra B e A. In questa situazione si accumulerebbero le scorte di magazzino a causa della merce invenduta, costringendo i venditori ad ordinare (o produrre) minor quantità di quel bene, per mancanza di domanda da parte dei consumatori. La restrizione della quantità offerta, accompagnata dal minor prezzo a cui gli offerenti sarebbero disposti a vendere pur di eliminare le giacenze di magazzino, spingono il mercato verso un prezzo più basso e precisamente verso il prezzo di equilibrio P*.

Il discorso è analogo, ma speculare, nel caso in cui il mercato avesse un prezzo più basso di quello di equilibrio, per es. P2. Nel caso prospettato ci sarebbe un eccesso di domanda, pari alla distanza tra Q2 e Q1. Al prezzo P2 una parte dei consumatori non avrebbe la possibilità di acquistare il bene e vi dovrebbe rinunciare, per cui questi consumatori, pur di avere il bene che domandano, sono disposti a spendere un po’ di più. L’eccesso di domanda porta quindi a spinte al rialzo del prezzo, causate dalla mancata soddisfazione di alcuni consumatori. I venditori assecondano questi consumatori accompagnando l’aumento del prezzo con una maggiore offerta. Tutto ciò porta il mercato ad aumentare il prezzo, fino a raggiungere quello di equilibrio P*.

In ambedue i casi, le tendenze del mercato si arrestano quando si raggiunge il punto d’intersezione tra le due curve di domanda e offerta. Solo il prezzo d’equilibrio P*, determinato nel punto E, provoca la stabilità del mercato e fa venir meno le spinte al rialzo o al ribasso dei prezzi. L’equilibrio si realizza esclusivamente laddove la quantità domandata è uguale a quella offerta ed i conseguenti valori del prezzo (P*) e della quantità (Q*) sono gli unici che stabilizzano il mercato.

La microeconomia potrebbe finire qui, perché una volta spiegato il funzionamento di questi strumenti di domanda e offerta si ha la conoscenza necessaria per comprendere le forze che agiscono in un mercato qualsiasi. Tuttavia quello che non abbiamo approfondito è il ragionamento economico che c’è dietro le funzioni di domanda e offerta.

Nelle prossime lezioni di microeconomia andremo appunto ad analizzare le teorie che spiegano e giustificano la costruzione e l’andamento delle curve di domanda e offerta, sia per il mercato dei beni, sia per il mercato dei fattori produttivi.

Nella lezione n. 3 vedremo la domanda dei beni di consumo, mentre nelle lezioni n. 4 e 5 analizzeremo la corrispondente curva di offerta, rispettivamente nei mercati perfettamente concorrenziali ed in quelli con forme diverse dalla concorrenza perfetta (monopolio, oligopolio e concorrenza monopolistica).

Nella lezione 6 studieremo invece l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori nel mercato dei fattori produttivi, mentre nella lezione 7 vedremo la domanda di lavoro da parte delle imprese.

Nella lezione 8 introdurremo, nell’analisi dell’equilibrio sul mercato del lavoro, il ruolo e gli effetti dei sindacati dei lavoratori ed esamineremo pure i mercati degli altri fattori produttivi (terra e capitale).

Prima di chiudere questo paragrafo facciamo un accenno alla maggiore difficoltà che, in microeconomia, incontrano gli studenti. Essi spesso, studiando i grafici, confondono gli spostamenti del mercato “sulle curve”, con gli spostamenti “delle curve” di domanda e offerta. Il trucco per non cadere in questa confusione è il seguente:

  • quando le variazioni riguardano i valori degli assi, cioè, generalmente, prezzo (P) e quantità (Q), allora ci spostiamo “sulle curve” di domanda e offerta.
  • quando le variazioni riguardano altre grandezze economiche (il salario, il tasso di disoccupazione, il prezzo di altri mercati, le quantità domandate o offerte di altri mercati, il tasso d’inflazione, i gusti dei consumatori, ecc…), diverse dal P e dalla Q di quel mercato, allora c’é lo spostamento (traslazione) “delle curve” di domanda e offerta. In particolare, la domanda si sposta verso l’alto e a destra quando cresce (perché a parità di P la quantità domandata è maggiore) e verso il basso e a sinistra quando diminuisce. L’offerta si sposta verso il basso e a destra quando cresce (perché a parità di P la quantità offerta è maggiore) e verso l’alto e a sinistra quando diminuisce.

 

Applicazioni della teoria di domanda e offerta a tutti i mercati

Il bello della strumentazione, appena descritta, della domanda e offerta è quello di essere applicabile a qualsiasi mercato, cioè ovunque c’è chi vende e chi compra.

E’ applicabile sia nei mercati dei beni di consumo, sia nei mercati dei fattori o servizi produttivi.

Nel mercato del lavoro, il prezzo che si forma all’intersezione delle due curve è il salario d’equilibrio.

Nel mercato dei capitali, il prezzo d’equilibrio è il tasso d’interesse.

Nel mercato delle divise estere, il prezzo determinato dalle funzioni di domanda e offerta è il tasso di cambio tra le due valute (p. es. dollaro ed euro).

Nel mercato dei titoli di credito (p.es. in borsa), il prezzo formato dalle trattazioni fra venditori ed acquirenti è la quotazione del titolo.

Non solo, la teoria del prezzo vista nel paragrafo precedente serve anche a spiegare le distorsioni e l’allocazione inefficiente delle risorse tipiche delle economie dei paesi socialisti.

Infatti, questi paesi sono caratterizzati dal fatto che il potere centrale determina un prezzo (detto politico) o una quantità offerta (contingentamento della produzione), senza tener conto del valore di queste grandezze che si formerebbe da solo nel mercato, se le forze (di domanda e offerta) fossero lasciate libere di muoversi.

In particolare, se il prezzo politico (p.es. A* nel grafico), fissato dal governo centrale, fosse più alto di quello che si formerebbe liberamente nel mercato, ci sarebbe uno spreco di risorse per eccesso di offerta, rappresentato dalla distanza tra Q2 e Q1.

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Se il prezzo politico fosse, invece, più basso di quello che il mercato esprimerebbe da solo, ci sarebbe una scarsità di beni per eccesso di domanda, con la conseguenza di provocare code ai negozi e l’altro grave fenomeno del mercato nero. E’ questa la situazione che c’è stata anche in Italia, nel mercato degli affitti immobiliari, ai tempi della legge sull’equo canone.

Se, diversamente, il governo del paese ad economia socialista optasse per il contingentamento della produzione, il risultato sarebbe una ingessatura del mercato, in cui verrebbe offerta una quantità inferiore a quella voluta dai venditori e dai consumatori (p.es. Q nel grafico), ad un prezzo più alto di quello che si realizzerebbe in un mercato libero (P e non P*).

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In ogni caso, nei paesi socialisti c’è un’evidente distorsione dei meccanismi economici ed una non efficiente allocazione delle risorse, causate dal fatto che le forze di mercato non sono lasciate libere di agire e di raggiungere l’equilibrio.

 

Categorie di beni economici

Diamo ora alcune definizioni di beni economici che saranno molto importanti nelle lezioni successive.

Beni sostituti (o succedanei) e beni complementari.

Due beni sono tra loro sostituti (o succedanei), quando sono così simili da soddisfare in modo equivalente gli stessi bisogni. Per es. burro e margarina.

Due beni sono invece tra loro complementari, quando sono utilizzati congiuntamente per soddisfare determinati bisogni. Per es. caffè e zucchero.

Pertanto, secondo la relazione tra P e Q:

  • un bene è sostituto di un altro quando l’aumento del P del primo implica l’aumento della Q domandata (spostamento della curva di domanda in alto e a destra) del secondo e viceversa
  • un bene è, invece, complementare di un altro quando l’aumento del P del primo implica la riduzione della Q domandata (spostamento della curva di domanda in basso e a sinistra) del secondo e viceversa

 Beni normali e beni inferiori.

La distinzione verte sulla reazione della domanda dei beni alle variazioni del reddito dei consumatori (relazione tra Q e Reddito).

Un bene è normale se l’aumento del reddito comporta un aumento della sua domanda (spostamento in alto della curva) e viceversa in caso di diminuzione del reddito.

Un bene è inferiore se l’aumento del reddito comporta una diminuzione della sua domanda (spostamento in basso della curva) e viceversa in caso di diminuzione del reddito.

Nella realtà è difficilissimo incontrare beni inferiori, perché non c’è un motivo economico per il quale una persona, essendo più ricca, debba diminuire il consumo di un bene, anziché aumentarlo.

 

Inflazione in microeconomia

La teoria del prezzo, con i suoi strumenti, ci permette anche di spiegare il fenomeno dell’inflazione.

Premettiamo però che l’inflazione è oggetto di studio della macroeconomia, perché è una grandezza aggregata, cioè una grandezza che non si riferisce solo al singolo mercato, ma a tutti i mercati del sistema economico. Ma già adesso, con le curve di domanda e offerta, possiamo comprenderne meglio il significato e soprattutto le sue cause.

Definiamo innanzitutto l’inflazione come quel fenomeno generalizzato del sistema economico di tendenza al rialzo dei prezzi (di tutti i prezzi in tutti i mercati).

Un primo motivo microeconomico di inflazione è dato dalla possibilità che i mercati potrebbero non trovarsi in situazione di equilibrio. Sappiamo che in questa situazione le forze agiscono per spingere i mercati verso l’equilibrio, per cui se il prezzo attuale è più basso di quello d’equilibrio la tendenza sarebbe al rialzo dei prezzi. Ma non è certo questa la vera causa dell’inflazione, perché, anche ipotizzando che il prezzo di tutti i mercati si fosse provvisoriamente allontanato (verso il basso) da quello d’equilibrio, le tendenze all’aumento dei prezzi sarebbero solo momentanee, lunghe il tempo necessario al riequilibrio delle domande e delle offerte. Non è questo il caso dell’inflazione, che è un fenomeno di lungo periodo.

Esistono in microeconomia 2 tipi di inflazione:

1)      inflazione tirata dalla domanda, che si suddivide ulteriormente in

a) variazione del prezzo dei beni sostituti

b) aumento del reddito

c) variazione delle preferenze dei consumatori

d) aspettative d’aumento dei prezzi

2)      inflazione da costi (da offerta)

Vediamole in ordine.

Beni sostituti

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Una prima spiegazione microeconomica dell’inflazione è quella dovuta ad un aumento del P dei beni sostituti. Come abbiamo detto questi aumenti di P provocano una crescita della quantità domandata (dalla curva D a D’) dei beni correlati ai primi, con la conseguente variazione in aumento del prezzo (da P* a P1) anche di questi altri beni. Si genera cioè una spirale inflazionistica innescata dalla ricomposizione della spesa da parte dei consumatori (l’equilibrio passa infatti da E a E’, con una crescita della quantità, peraltro comune a tutti i casi di inflazione da domanda).

Aumento del reddito

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Anche l’aumento generalizzato del reddito comporta inflazione, perché sposta in alto la curva di domanda dei beni normali. Nel grafico sopra riportato (identico al precedente) la domanda si sposta da D a D’, con una variazione in aumento del prezzo da P* a P1 (pertanto il nuovo equilibrio è in E’).

E’ l’inflazione più frequente, perché si verifica nelle fasi di crescita dell’economia, quando aumenta il reddito pro-capite di tutti i cittadini.

Variazione delle preferenze dei consumatori

Altro motivo d’inflazione da domanda è il semplice modificarsi delle preferenze dei consumatori. Non è da sottovalutare la potenza dei gusti e delle mode della società. Spesso il prezzo eccessivo di alcuni beni non ha nessuna giustificazione economica, se non quella che quei beni sono “alla moda” o sono beni che rappresentano uno “status symbol”. Anche in questo caso si sposta in alto la domanda di mercato dei beni in oggetto (il grafico è lo stesso degli altri casi di inflazione da domanda).

Aspettative d’aumento dei prezzi

L’ultimo caso d’inflazione “tirata” dalla domanda è quello delle aspettative. L’economia insegna che quando si diffonde nella società l’attesa di un certo evento, questo evento alla fine si verifica. Tale concetto vale per es. in borsa, dove l’aspettativa generalizzata, da parte degli operatori, del crollo di un titolo porta inevitabilmente la quotazione di quel titolo alla caduta effettiva. Se tutti si aspettano un aumento dei prezzi, alla fine questo rialzo ci sarà, perché sarà proprio il comportamento degli operatori di mercato a provocarlo (il grafico è lo stesso degli altri casi di inflazione da domanda).

inflazione da offerta (o per aumento dei costi)

Nell’inflazione da costi non è la curva di domanda a spostarsi, bensì quella dell’offerta. La traslazione dell’offerta verso l’alto (cioè la riduzione della quantità offerta), con la conseguente inflazione, è dovuta all’aumento di prezzo dei fattori produttivi. Quest’ultimo obbliga i produttori a ridurre la quantità offerta per ogni livello dei prezzi, in modo da mantenere inalterato il margine di profitto (nel grafico successivo si passa dalla curva S a quella S’). Se nell’equazione [(Ricavi – Costi)=Profitto], i costi (C) aumentano, i venditori sono costretti ad aumentare i ricavi (R), cioè il prezzo del bene venduto, per mantenere costante il profitto (P). Nel grafico seguente si passa da E a E’, e quindi dal prezzo P* a P1, mentre si restringe la quantità (da Q* a Q1).

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I fattori produttivi, il cui aumento del prezzo genera inflazione, sono generalmente quelli legati alla manodopera, cioè al lavoro. Soprattutto negli anni ’80 l’elevato costo del lavoro, per le conquiste sindacali raggiunte, ha generato forti spinte inflazionistiche. Attualmente però, sono più i rialzi dei costi delle materie prime (per. es. della carta, del petrolio, ecc…), ad originare questa inflazione da offerta.

 

Elasticità della domanda e dell’offerta

Un importantissimo concetto, di cui non solo gli economisti, ma anche gli operatori di mercato (venditori e produttori), dovrebbero sempre tener conto, è quello di elasticità della curva di domanda o d’offerta.

Diciamo subito che quello che affermeremo sull’elasticità della domanda vale anche per l’elasticità dell’offerta, tuttavia la più importante in assoluto è sicuramente la prima, perché attraverso la considerazione dell’elasticità della domanda è possibile trarre, oltre a molte considerazioni di teoria economica, anche notevoli spunti per comprendere il comportamento dei venditori nelle loro politiche commerciali.

Cominciamo con la definizione.

L’elasticità della domanda rispetto al prezzo misura la reattività della quantità domandata ad una variazione percentuale del prezzo, cioè indica di quanto varia la quantità domandata di un bene se il suo prezzo aumenta o diminuisce di una certa percentuale.

In termini matematici l’elasticità è rappresentata dal coefficiente davanti alla variabile che si modifica (il prezzo). Per es. se questa è la funzione della domanda Q= a – bP, l’elasticità è data dal valore di b.

In termini grafici l’elasticità è la pendenza della curva di domanda. Se, per es., aumentando il prezzo di una unità si determina, sulla curva di domanda, una diminuzione della quantità di 3 unità, l’elasticità della domanda è 3.

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In figura sono rappresentate 2 curve di domande con 2 diverse elasticità (pendenze), come possiamo vedere dalla diversa reazione, in termini di diminuzione della Q domandata (da Q0 a Q1 oppure a Q1’), in risposta alla stessa variazione (aumento) di P (da P0 a P1).

La formula matematica dell’elasticità è questa:

elasticità della domanda = (variaz. % della Q domandata) / (variaz. % del P)

dove (variaz. % della Q domandata) = [(delta Q)/Q)] x 100

e (variaz. % del P) = [(delta P)/P)] x 100

L’elasticità della domanda rispetto al prezzo può assumere tantissimi valori (ai quali corrispondono curve di domanda più o meno inclinate).

Una classificazione dei diversi valori dell’elasticità è la seguente:

a)      Elasticità = 0

non c’è reattività della domanda. Qualsiasi variazione del P lascia indifferente la quantità domandata. Graficamente la domanda è una retta verticale. Si dice in questo caso che la domanda è rigida o anelastica.

b)      Elasticità = 1

la variazione % del P determina la stessa variazione % della Q domandata.

c)      Elasticità < 1

c’è poca reattività della Q alle variazioni di P. L’inclinazione della domanda è vicina a quella verticale. Si dice che la domanda è poco elastica.

d)      Elasticità > 1

c’è molta reattività della Q alle variazioni di P. La pendenza della domanda è vicina a quella orizzontale. Si dice che la domanda è molto elastica.

e)      Elasticità = infinito

la reattività è massima. Qualsiasi piccola variazione di P provoca una grossa risposta della Q domandata. La domanda è una retta orizzontale. La domanda in questo caso è perfettamente o infinitamente elastica.

Domande infinitamente elastiche non esistono (è un caso limite ipotetico). Esistono però domande rigide (con elasticità = 0 o quasi). Per esempio la dipendenza di alcuni paesi dall’importazione del petrolio fa considerare la loro domanda per quel combustibile come rigida. Questo spiega il motivo dell’alto prezzo del petrolio in certi periodi storici: esso era determinato unicamente dalla variazione dell’offerta (riduzione) da parte delle nazioni arabe produttrici (OPEC).

Un’ultima considerazione.

Quando l’elasticità della domanda di un bene rispetto al prezzo è inferiore a 1, allora è probabile che quel bene sia di prima necessità (p.es. il pane).

Quando invece l’elasticità di un bene è maggiore di 1, allora è probabile che quel bene sia di lusso (di cui si può fare a meno, p.es. un oggetto d’arte, una pelliccia pregiata, ma anche l’abbonamento alla TV tematica o satellitare, ecc…).

Autore: Steve Round

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13 Commenti

  1. DA UNA VISUALIZZATA VELOCE SEMBRA INVITANTE ALLO STUDIO

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  2. Non si può non lasciare un commento per un lavoro così sublime..!
    Alcuni concetti sono espressi meglio qui che su molti testi universitari

    Complimenti davvero, PERFETTO!

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  3. Sembra scritto da un extraterrestre per come è ben fatto.
    Complimenti!!!
    Di solito non lascio commenti…ma in questo caso faccio ben volentieri un’eccezione.
    Complimenti ancora!!!

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  4. A dir poco spettacolari, sono rimasta inebriata dai suoi appunti mozzafiato. Davvero notevole la sua intelligenza e mi ha colpito molto personalmente i suoi ragionamenti davvero fondati nel profondo dell’anima. D’ora in poi le starò col fiato sul collo, perlusterò tutti gli articoli a tappeto.
    Diventerò un suo grande fan a manetta.

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  5. I migliori appunti che una mente umana abbia mai potuto concepire. In poche parole, potrebbero semplicemente cambiarvi la vita! Marx avrebbe detto di questi autori: ‘se avessi avuto metà del loro talento, sarei diventato uno degli economisti piu importanti della storia’. Non ci riuscirà……mai.

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  6. Veramente chiaro ed esauriente. Nessun libro di testo universitario contiene una trattazione così ben fatta. Complimenti.

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  7. Queste sono le migliori spiegazioni di economia politica reperibili su Internet.

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  8. Una lezione davvero molto chiara e senza lungaggini inutili che nn permettono di capire. Ottimo.

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