L’evasione fiscale resta una delle piaghe strutturali dell’economia italiana.
Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2025, elaborata dalla Commissione istituita presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il tax gap complessivo, cioè la differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare e quanto effettivamente incassa, si è attestato nel 2022 tra i 98 e i 102,5 miliardi di euro, tornando così sopra la soglia psicologica dei 100 miliardi dopo il minimo toccato nel 2021.
È una cifra che non scende stabilmente sotto questa soglia dal 2015, nonostante il 2025 abbia fatto registrare un recupero record di 36,2 miliardi di euro grazie a fatturazione elettronica, split payment e nuovi strumenti di incrocio dei dati.
Il fenomeno non è omogeneo sul territorio.
Le regioni del Mezzogiorno mostrano una propensione all’evasione nettamente più alta (con la Calabria sopra il 20%), mentre le aree del Nord, pur evadendo meno in proporzione, sottraggono all’Erario le cifre assolute più consistenti, semplicemente perché vi si concentra una quota maggiore di base imponibile.
Tra le componenti del tax gap, una voce che merita un approfondimento a parte è quella legata alla fiscalità immobiliare e in particolare all’IMU.
L’evasione di questa imposta, infatti, non nasce solo dalla scelta individuale di non versare quanto dovuto, ma da un difetto strutturale del sistema con cui il tributo viene calcolato.
Il catasto e quella base imponibile che il tempo ha reso obsoleta
L’IMU si calcola applicando un’aliquota alla rendita catastale rivalutata dell’immobile.
Il problema è che questa rendita, nella grande maggioranza dei casi, non rappresenta più il reale valore di mercato del bene.
I criteri di classamento risalgono infatti a decenni fa e non hanno mai subito un aggiornamento organico.
Secondo le stime del MEF riprese dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, il valore di mercato degli immobili residenziali è mediamente il doppio di quello catastale, con differenze enormi da zona a zona.
Aree che decenni fa erano periferiche e oggi sono diventate centrali o pregiate pagano proporzionalmente meno di quanto dovrebbero, mentre può accadere il contrario per zone che nel frattempo hanno perso valore.
Ne risulta uno squilibrio sia “orizzontale” (tra immobili simili in comuni diversi) sia “verticale” (tra categorie catastali diverse), che di fatto è esso stesso una forma di iniquità strutturale, ancora prima che di evasione in senso proprio.
Il punto è che questa distorsione è nota da tempo, eppure il tentativo di correggerla attraverso una riforma organica del catasto si è arenato più volte.
Il primo vero tentativo risale alla delega fiscale del 2014 del Governo Renzi, approvata quasi all’unanimità in Parlamento ma i cui decreti attuativi non furono mai emanati, facendo decadere i termini della delega.
Il Governo Draghi ci riprovò nel 2021 con una nuova delega che prevedeva l’attribuzione, a ogni immobile, di un valore patrimoniale aggiornato ai prezzi di mercato. Per rendere la riforma politicamente digeribile, si scelse però una soluzione di compromesso, per la quale i nuovi valori sarebbero stati calcolati e resi pubblici, ma “non utilizzati” ai fini del calcolo delle imposte.
Una scelta che segnala bene la natura del problema, ovvero che la riforma del catasto in Italia non è tecnicamente impossibile, ma è politicamente troppo costosa.
Toccare i valori catastali significa, prima o poi, far emergere quanto poco pagano oggi i proprietari di immobili nelle zone di maggior pregio rispetto a chi vive in periferia, ed è una platea di contribuenti (e di elettori) che nessuna maggioranza di governo ha finora voluto scontentare apertamente.
Il risultato è che, come nota l’Osservatorio CPI, da oltre trent’anni in Italia non viene attuata alcuna revisione organica dei valori catastali, mentre altri paesi europei, pur partendo da sistemi altrettanto datati, hanno introdotto meccanismi di aggiornamento periodico legati all’inflazione o ai prezzi di mercato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è un secondo fattore, meno discusso ma altrettanto rilevante di iniquità, ovvero gli interventi edilizi abusivi o non dichiarati. Ampliamenti, verande, cambi di destinazione d’uso o interi fabbricati mai denunciati aumentano il valore reale e la fruibilità di un immobile, ma restano invisibili al catasto finché non vengono regolarizzati.
Si stima che le cosiddette “case fantasma”, cioè immobili sconosciuti al Fisco o censiti con caratteristiche diverse da quelle reali, sottraggano allo Stato circa 5 miliardi di euro l’anno di IMU non versata, con punte del 5,9% del patrimonio edilizio a Napoli.
In una parte consistente di questi casi l’irregolarità catastale si accompagna a un abuso urbanistico vero e proprio, che rende ancora più complicata la regolarizzazione.
Un immobile del tutto abusivo, in linea di principio, non può nemmeno essere accatastato finché non viene sanato con un condono o una sanatoria edilizia.
Il paradosso è quindi doppio: da un lato il valore reale di questi immobili resta fuori da qualunque base imponibile aggiornata; dall’altro la stessa irregolarità urbanistica che ne ha permesso la costruzione o l’ampliamento diventa un ostacolo a un loro corretto censimento fiscale.
La scarsa collaborazione fra Stato e Comuni
Se il catasto rappresenta il problema “a monte”, ovvero una base imponibile inadeguata, il secondo grande limite riguarda “a valle” la capacità di riscuotere quanto già dovuto.
L’IMU è un tributo comunale e da oltre dieci anni la normativa prevede che i Comuni possano trattenere una quota pari al 50% delle maggiori somme recuperate attraverso le proprie attività di accertamento sui tributi erariali condivisi con lo Stato.
Sulla carta è un meccanismo pensato per incentivare gli enti locali a intensificare i controlli. Nei fatti, i numeri raccontano un fallimento quasi totale. Secondo un’analisi della UIL basata su dati del Ministero dell’Interno, nel 2025 i Comuni italiani hanno incassato complessivamente appena 2,5 milioni di euro attraverso questo canale, a fronte di un potenziale recuperabile stimato in 12,5 miliardi di euro, cioè lo 0,02% di quanto teoricamente disponibile.
“In molti casi l’importo recuperato da singoli Comuni è pari a zero o a poche decine di euro: a Roma il totale si è fermato a poco più di 10 mila euro, mentre l’intera Lombardia non ha superato il milione.” (UIL, Servizio Stato sociale, politiche fiscali e previdenziali)
Le cause di questo scollamento sono note e ricorrenti: carenza cronica di personale negli uffici tributi comunali, soprattutto nei centri piccoli e medi, procedure di accertamento complesse e poco standardizzate, e banche dati che solo in tempi recenti hanno iniziato a dialogare tra Agenzia delle Entrate, Comuni e Anagrafe tributaria.
Alcuni Comuni più strutturati, come dimostra il caso di Parma, riescono a ottenere risultati concreti, con oltre 6,5 milioni di euro recuperati di sola IMU nel primo semestre 2026, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Ma questi casi restano l’eccezione più che la regola.
La distanza tra le realtà organizzativamente più solide e la maggioranza degli enti locali italiani è essa stessa una delle cause profonde dell’evasione. Un tributo che dipende dalla capacità amministrativa del singolo Comune produce, inevitabilmente, un’applicazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale.
Una proposta concreta: inseriamo l’IMU da pagare nella precompilata
Se una parte del problema nasce da una base imponibile disallineata ed un’altra dalla difficoltà dei Comuni di riscuotere quanto dovuto, una misura più semplice e trasversale potrebbe intervenire almeno sul fronte della compliance spontanea.
Oggi il contribuente calcola e versa l’IMU in autonomia (o tramite il proprio commercialista), sulla base delle aliquote comunali, senza che questo passaggio sia in alcun modo incrociato con la dichiarazione dei redditi.
Perché non prevedere, allo stesso modo di quanto avviene per l’IRPEF, l’indicazione nella dichiarazione dei redditi precompilata anche del valore dell’IMU dovuta per ciascun immobile posseduto, sulla base dei dati già in possesso dell’Anagrafe tributaria?
Un meccanismo di questo tipo avrebbe più di un vantaggio.
Renderebbe immediatamente visibile, per ogni contribuente e per l’Amministrazione finanziaria, l’eventuale scostamento tra quanto dichiarato e quanto effettivamente versato ai Comuni, semplificando enormemente il lavoro di controllo incrociato che oggi resta in capo ai soli uffici tributi locali, spesso privi delle risorse per svolgerlo.
Contribuirebbe a superare la frammentazione informativa che oggi lascia i piccoli Comuni sostanzialmente privi di strumenti di verifica automatizzati.
Ed infine restituirebbe centralità, anche solo dichiarativa, al principio per cui il possesso di un immobile è un fatto fiscalmente rilevante allo stesso titolo degli altri redditi.
Un allineamento procedurale che, da solo, non risolverebbe i nodi strutturali del catasto o della capacità di riscossione dei Comuni, ma che rappresenterebbe un primo passo concreto verso un sistema in cui l’evasione dell’IMU smetta di essere, com’è oggi, un rischio quasi senza conseguenze.


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