Desublimazione repressiva: Marcuse, Pasolini e Pound

Un interessante confronto tra le filosofie di Marcuse, Pasolini e Pound

Desublimazione repressiva dell’alta cultura: Pound

Indice

3. Desublimazione repressiva dell’alta cultura: Pound 

L’arte ha sempre rappresentato il margine formale e sostanziale che poteva tenere l’argine dell’ingiustizia sociale, politica ed economica attraverso la critica distruttiva e talvolta propositiva.

L’arte ha sempre conservato in sé una potenza espressiva costruita sull’autenticità. Autenticità dell’opera e dell’autore. L’arte ha rappresentato l’otre delle infinite abilità e del mito, l’otre che conteneva “un’altra dimensione della realtà”.

Marcuse intelligentemente coglie in essa e nella sua condizione moderna la cartina al tornasole per verificare la reale dimensione del mondo moderno.

Vorrei chiarire però che l’accusa non è rivolta all’arte, ma alla sua impossibilità, in quest’epoca, di raccogliere la tensione autentica. Si potrebbe considerare il dilemma del ruolo dell’intellettuale come una stagione infinita di dibattiti, ma è lì che si comprende la potenza che il mondo tecnologico va ad assumere.

Oggi che ruolo potrebbe avere l’intellettuale? O piuttosto al tempo di Marcuse? L’arte che rapporto aveva ed ha con la sua contemporaneità?

Scrive Marcuse:

L’alta cultura, certo, è sempre stata in contaddizione con la realtà sociale, e soltanto una minoranza privilegiata ha goduto dei suoi benefici e rappresentato i suoi ideali. Le due sfere antagonistiche della società sono sempre coesistite fianco a fianco; l’alta cultura si è sempre mostrata accomodante, mentre la realtà è stata turbata di rado dagli ideali e dalla verità di quella.

Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei di opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto dei valori culturali, bensì mediante il loro inserimento in massa nell’ordine stabilito.

Pag. 69-70

Qui sta la tesi marcusiana fondamentale, ovvero: l’arte inabissata nella riproduzione ed esposizione su scala massiccia perde la sua naturalezza, la sua essenza contraddittoria.

Al di là della correttezza di questa visione ontologica dell’arte come universo trascendente la realtà, non si può negare che la massificazione, ormai strutturata da un secolo, esista. L’arte inoltre ha, seguendo un semplice ragionamento, una propria natura estranea alla normalità.

In ogni epoca storica essa si è caricata di immagini e di miti e di verità storiche che la rendono inconciliabile con la meccanicità. Il fenomeno artistico si è sempre consumato al di là della sfera produttiva immediata. La sua genesi si sempre confrontata con una necessità di riconoscimento superiore a quella che può dare l’etica del lavoro.

Le ragioni eroiche o narcisistiche o puramente speculative hanno circondato la dimensione operativa dell’arte di un’aureola inconfondibile di criticità, o meglio di inaccettabilità dello status quo.

L’irrequietezza di Michelangelo che scappa dal Papa e si nasconde nelle cave di marmo sulle colline di Carrara, lo stoicismo suicida di Seneca, la sregolatezza polemica di Baudelaire, l’incisività poetica nelle forme del romanzo di Proust o ancora la sottigliezza dei miniaturisti cristiani, l’ardore virtuoso di Socrate; sono tutti esempi di incapacità ad una regolare attività di vita lavorativa, sono tutti esempi di rifiuto della realtà sociale, rifiuto portato molto spesso ai limiti della sostenibilità esistenziale.

L’arte per Marcuse, invece, oggi serve come strumento di coesione sociale.

Infatti, scrive:

Il fatto che essi contraddicano la società che li spaccia, non conta… Mescolando armoniosamente, e spesso in modo inavvertibile, arte, politica, religione e filosofia con annunci pubblicitari, le comunicazioni di massa riducono questi regni della cultura al loro denominatore comune- la forma di merce-… quello che conta è il valore di scambio, non il valore di verità.

Sul primo punto si è tutti d’accordo, non mi soffermo dunque. Ma è la seconda parte che più di altre è illuminante. Pare quasi che Marcuse confessi una nostaglia profonda nei confronti dell’anelito artistico. Insiste, infatti:

L’alta cultura diventa parte della cultura materiale, e perde, nel corso della trasformazione, la maggior parte della sua verità.

Pag. 71

Ancora la verità. Cosa vuole intendere il filosofo? Quale verità?

Se lentamente ci riallacciamo al discorso precedente, notiamo che la forza espressiva dell’arte, sta nel preservare e cantare un’immagine dell’uomo idealizzata.

La verità sta dunque nella conservazione autentica di tale prospettiva culturale. Idealizzando un modello si compiva il gesto supremo dell’accusa all’ordine sociale.

La donna fatale, l’eroe nazionale, il beatnik, la casalinga nevrotica, il gangster, la stella del cinema, il capo d’industria carismatico, svolgono una funzione assai differente da quella dei loro predecessori culturali, ed anzi contraria. Essi non sono più immagini di un altro modo di vita, ma sono piuttosto ibridi o tipi uscita dalla solita vita, che servono ad affermare piuttosto che negare l’ordine costituito.

Pag. 72

La cultura diviene e con essa l’arte, propositiva.

Diciamo meglio neo-positivista. Marcuse in fondo non fa che notare come lentamente usciti dal decadentismo e dall’uomo decadente, ci si sia immessi in una spirale culturale unidimensionale nella quale in fondo il modello della realtà è l’unico ed il migliore possibile, ma lo è implicitamente, lo è nelle costruzioni di personaggi integrati, che, anche se critici feroci restano tali, restano tali anche davanti alla morte o alla sconfitta.

Restano impotenti davanti all’infelicità, perchè dotati di un linguaggio e di una conoscenza univoca. Il rischio più grande sta nel credere che le soggettività critiche possano esperire ad una mancanza di libertà, quando in realtà ciò è una profonda menzogna. Il flusso di opere critiche e talvolta sovversive serve come distensore culturale di un fermento anti-sistema che anima molto spesso i più integrati.

Come un triste gioco al massacro ed alla menzogna; assistiamo al dilagare di impotenza e rassegnazione in un momento in cui le quantità di opere critiche o almeno chiamate tali è la più alta nella storia.

La ragione è spiegata chiaramente da Marcuse e sta nell’inautenticità completa dell’alienazione artistica, ovvero nell’insensatezza di un fenomeno di critica integrata. Oggi, infatti, lo scivolare delle opere critiche verso le forze del mercato causa la perdita e l’eliminazione della loro forza sovversiva, della loro verità.

Benjamin in riferimento alla forza e all’essenza dell’opera d’arte, arrivò persino a considerare che l’opera stessa sorga e po’ essere fruita in un contesto specifico, esclusivo, irripetibile, elitario, l’auraticità dell’opera d’arte.

Le opere alienate e alienanti della cultura intellettuale diventano beni e servizi a tutti familiari… il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza.

Pag 74

Diviene chiaro così che tutto lo stile critico e polemico si snatura ed annega nell’indifferenza complessiva, se riconsideriamo poi l’annullamento totale degli spiriti ribelli dovuto alla desublimazione repressiva degli istinti, ciò pare configurare una realtà fenomenica e sostanziale poco rassicurante.

Le opere nate dalla condizione alienata sono incorporate in questa società e circolano come parte integrante dell’attrezzatura che adorna lo stato di cose prevalente e ne illustra la psicologia. Esse diventano in tal modo strumenti pubblici- servono a vendere, a confortare o ad eccitare.

Pag77

L’arte e la cultura potevano in un mondo pre-tecnologico consentire una fuga verso una dimensione estranea, o potevano rappresentare una costituente polemica e sovversiva forte.

Gli sforzi per ridar vita al gran rifuto nel linguaggio letterario sono condannati ad essere assorbiti da ciò che intendono confutare.

Pag 83

Pare ora che ciò non sia possibile.

Pensate che non lo è nemmeno l’estraniazione personale, individuale. Non vi sono margini di solitudine.

Questo è un ulteriore punto interessante.

Considerando un movimento espansivo di vitalità e dominio dell’ordine stabilito, Marcuse fa notare come gli stessi sacri spazi della privacy vengano per forza di cose frantumati dall’invasività del tutto.

La sfera privata, il luogo in cui si da significato alla libertà ed all’indipendenza del pensiero... è diventata da lungo tempo la più dispendiosa delle merci. Pag 247

La dimensione del privato è annullata, il suo misticismo sbriciolato dalle onde della necessità, dell’apparire, la sua capacità poetica distrutta ed annichilita.

Diceva Persio:

…qui me ne sto al sicuro dalle chiacchiere della gente, senza preoccuparmi di quel che prepari l’Austro funesto ai greggi, e del tutto tranquillo anche se il terreno del mio vicino è più ferace del mio, che se proprio tutti coloro che son di origine più modesta arricchiscono, io non invecchierei certo per questo incurvandomi anzi tempo, né mi ridurrei a cenare di magro e a sfiorare col naso il sigillo d’una bottiglia inacidita..

Satura VI il desiderio di solitudine, trad. Borelli

La solitudine, il silenzio. Non si tratta solo di momenti estranei, di giornate lontane, su montagne, su laghi, su canali artificiali, su barchette o sulle vie che risalgono le cime nebbiose.

Non parlo di immagini comuni, mitiche. Parlo dell’inutile.

Parlo di quei giorni morti, che passano, passano e passano. Vengono e ritornano.

Parlo di tutti quei momenti che non hanno ragione, motivo, fine, parole, certificazioni.

L’inutile non è solo il significato immediato che da, è, soprattutto, un momento di raccoglimento vacuo, inefficace, improduttivo.

La vittoria della vita per come si manifesta oltre il tempo, il dovere, l’impegno, la vittoria della vita oltre la necessità, il ritorno nei luoghi dell’infanzia.

La solitudine raramente è utile a qualcosa.

[…]  

Ezra Pound scriveva:

Usura contagia cancrena all’azzurro, al cremisi nega fiorami

non trova smeraldo il suo Memling

usura uccide il nascituro nel ventre

costringe l’amore del giovane in ceppi

induce paralisi ai talami, si giace

tra giovane sposa e il suo sposo

contra naturam.

Canto XLV vv.39-45 trad. C.Izzo

Anonimo

Autore: Leuco

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