Epistemologia del XX secolo
Un interessante studio sull'epistemologia

da | 1 Ott 2008 | Filosofia | 1 commento

Post-positivisti, la logica della rivoluzione scientifica

La cosiddetta “epistemologia post-positivistica”, si sviluppò prevalentemente negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale fino a tutti gli anni settanta; ed ha come sua caratteristica fondamentale, la radicale critica al neo-positivismo e al razionalismo critico di Popper.

Le figure di spicco del movimento post-positivista sono essenzialmente due: Thomas Kuhn e Paul K. Feyerabend.

Le caratteristiche fondamentali del movimento, riguardano si, una estremizzazione di considerazioni già presenti nella filosofia di Popper , ma anche, l’ individuazione come spunto di riflessione nell’analisi del problema scientifico di temi come l’anti-fattualismo, l’impossibilità di individuare un criterio fisso di demarcazione e l’attenzione per una corretta configurazione storica del sapere scientifico.

È nel post-positivismo che si possono individuare spunti per una ulteriore critica a tutto quello che era stato ritenuto, un sapere certo (episteme).

Thomas Kuhn

(Cincinnati, Ohio 1922- Cambridge Massachusetts,1996).

La filosofia di questo epistemologo statunitense è certamente illuminante e propone una tesi alternativa a quella di Popper sullo sviluppo della scienza e sulla natura delle teorie scientifiche.

Due sono le parti essenziali di tutto il sistema filosofico kuhniano.

Innanzitutto Kuhn come in seguito Feyerabend, si fa paladino della necessità di ripercorrere il processo di sviluppo scientifico alla luce dello sviluppo storico.

Scrive infatti nel suo libro fondamentale, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, la seguente affermazione:

La storia, se fosse considerata come qualcosa in più che un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza dalla quale siamo dominati.” (la struttura delle rivoluzioni scientifiche, cap.1 pag. 1)

Secondo il filosofo, i testi scientifici del passato non devono essere letti dal punto di vista della scienza del presente, ma bisogna sforzarsi di recuperare dal passato, l’insieme di presupposti e scopi, diversi dai nostri,che danno poi senso agli errori dello scienziato del passato.

Questa tesi che sembra banale conserva in se due aspetti di uno stesso problema. Uno è già esplicitato nella tesi, l’altro è intuibile.

Se Kuhn propone di analizzare i contesti storici del passato per comprendere le teorie degli anni addietro, vuole anche affermare che una teoria scientifiche è anche il prodotto di un determinato ambito storico-culturale e filosofico, proprio come altri campi del pensiero, dall’arte alla letteratura, annullando quel senso di matematicità ed universalità della scienza.

Però la parte più conosciuta del pensiero del filosofo americano è quella circa la struttura delle rivoluzioni scientifiche. La forza d’urto prodotta dalle conseguenze apportate alla scienza e ad ogni altro piano del pensiero, dalla seconda rivoluzione scientifica, portarono Popper, a proporre l’idea che le teorie non fossero altro che ipotesi confutabili dall’esperienza. Il filosofo austriaco eliminava la dogmatica idea della presenza di teorie assolute e certe. Kuhn propose invece un’idea alternativa.

Secondo il filosofo, le rivoluzioni scientifiche, non devono essere pensate, come propose Popper, confutazioni di singole ipotesi, ma come cambiamenti complessivi dei cosiddetti “impegni teorici” di una comunità scientifica, compreso il linguaggio e il metodo.

L’insieme degli impegni teorici,viene chiamato da Kuhn paradigma, quindi le rivoluzioni scientifiche sono cambiamenti di paradigma.

Ma innanzitutto, col termine paradigma, Kuhn vuole riferirsi a una soluzione esemplare di un problema, che viene appresa da chi entra a far parte di una determinata comunità scientifica e che diventa il modello cui si deve conformare la pratica scientifica.

Nel momento in cui un paradigma diventa dominante e accettato da buona parte di una comunità scientifica, prende il via una fase che Kuhn definisce di scienza normale. Durante questa fase, gli scienziati si dedicano alla soluzione di puzzles, cioè di problemi che possono essere formulati in relazione ai concetti ed agli strumenti propri del paradigma prevalente.

Ma può accadere che la ricerca scientifica guidata da un paradigma può imbattersi in anomalie. Il castello di carte, basato su un determinato paradigma quindi comincia a barcollare. Nel momento in cui gli scienziati riconoscono l’anomalia, la scienza entra in crisi, ma non è ancora rivoluzione. Nel tentativo di adattare l’anomalia al paradigma vigente, vengono apportate al paradigma stesso modifiche.

Ma altre possono presentarsi, allora in questa situazione le crepe nel castello di carte si fanno troppo evidenti e profonde e il castello con tutta la sua struttura cade. Dal momento di scienza normale si passa al momento rivoluzionario.

È il momento più importante della speculazione scientifica, perché afferma Kuhn quando cambiano i paradigmi cambia il mondo stesso, la rivoluzione scientifica ne era un esempio.

“…il fatto ancor più importante è che durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse… anche guardando nella stessa direzione in cui avevano guardato prima.”

Thomas Kuhn

Il progresso…

Kuhn, inoltre ci tenne a precisare un aspetto fondamentale del suo filosofare.

Il filosofo si sforzò di dimostrare l’incommensurabilità sostanziale dei paradigmi. Questa tesi che fa anch’essa parte della riabilitazione dell’analisi storica degli eventi scientifici, si lega ad una sorta di giustificazionismo dei paradigmi del passato ed è fondamentale per comprendere l’idea stessa di progresso presente in Kuhn.

Popper credeva che la sostituzione di teorie con altre, non faceva altro che far approssimare la conoscenza scientifica ad una utopica verità. Kuhn invece sosteneva che non vi era un progresso verso la vita, ma semplicemente un allontanamento da stadi più primitivi di ricerca. Nella scienza non c’era quindi un progresso verso qualcosa, ma bensì a partire da qualcosa.

Paul K. Feyerabend

(Vienna 1924-Genolier 1994)

Feyerabend è sicuramente l’epistemologo simbolo del crollo del dogmatismo scientifico e metodologico.

Tutto il suo pensiero si concentro in una forsennata critica al metodo. La sua opera fondamentale, pubblicata nel 1975 Contro il metodo racchiude in sé un ottica epistemologica che viene comunemente definita “anarchica”.

Il Pensiero…

Feyerabend, nel suo libro si preoccupò di dimostrare come i procedimenti della scienza non fossero legati ad alcun schema preciso, e razionale e che l’idea che un metodo guidi il progresso scientifico non era altra che una menzogna.

Secondo il filosofo è più che altro nella trasgressione delle regole metodologiche vigenti che in molti casi nella storia si è avuto un progresso.

L’epistemologia cosiddetta “dadaista” del pensatore austriaco, rappresentava secondo il filosofo stesso, la presa di coscienza che non vi è nessuna regola a guidare l’intuito molto spesso irrazionale di quegli uomini che hanno stravolto la scienza.

Nessun metodo poteva quindi essere assunto come modello della prassi scientifica.

Non è secondo il filosofo la razionalità a guidare lo scienziato, bensì l’opportunità.

Tutte queste affermazioni che possono sembrare anche quasi paradossali, si configurano in una idea di fondo molto interessante e da me condivisa, circa la libertà nella speculazione scientifica.

Uccidere il metodo è il punto iniziale, non dell’annullamento in ambito scientifico della necessità di un metodo, bensì della creazioni di condizioni di pluralità e di libertà nella riformulazione di una metodologia che abbia come caratteristica peculiare la memoria di essere un prodotto umano. Solo nella rivalutazione dell’umana possibilità di errore risiede la possibilità di una scienza libera.

Scienza libera che ha in sé i connotati del fallibilismo, che la fa scendere dal trono dell’universalità e dell’anarchismo metodologico.

Molti sono gli aspetti di un tutto il filosofare dadaista di Feyerabend, ma qui semplicemente utile è comprendere come il percorso dell’epistemologia sia giunto lentamente ad una sintesi nella quale non sono soltanto il concetto di episteme e di metodologia ad essere uccisi, ma anche la possibilità kuhniana o popperiana circa il progresso. Nella filosofia quasi sofista e dadaista di Feyerabend si scorge non la possibilità che il sapere sia fallibile ed infinito ma piuttosto il soffocante senso di incertezza e decadenza che ha il potere di far crollare l’intera speculazione scientifica e filosofica in un buco nero.

1 commento

  1. Pier Giorgio

    A volte un percorso ritenuto dall’autore “banale”serve ai non addetti ai lavori per ripercorrere una strada intrapresa al liceo e poi abbandonata, ma a distanza di tempo il paesaggio di quella strada ci appare bello e illuminante

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