L’etica di Spinoza

La visione etica di Spinoza in un’approfondita dispensa

Dio

Riflessioni sulla sostanza, Attributi e Modi, panteismo e anti-finalismo

Ancora una volta ci troviamo ad affrontare l’annoso problema della Sostanza. Dalla tradizione scolastica che riprese, in linee generali, la definizione aristotelica di sostanza quale forma, essenza necessaria di ogni cosa e sinolo, ovvero individuo concreto in cui essa è incarnata, si manifestò un’idea di sostanza come molteplicità ordinabile. Duns Scoto favorì una nuova riflessione sul concetto di moltitudine e arrivò a definire la sostanza come entità indefinibile che assume forme particolari e strutture concettuali astratte, rendendole così moltitudine e concetto unico cose complementari. Plotino e il neo-platonismo, molti secoli prima, ne teorizzarono una forma unica riconducibile all’Uno, e così via, tra la mistica e il pensiero di Giordano Bruno.

La riflessione, però, da cui parte Spinoza è innanzitutto di tipo critico. La sua attenzione è rivolta al pensiero di uno dei massimi filosofi e matematici della storia, Cartesio. Della definizione che Cartesio da di sostanza, Spinoza intuisce un vulnus, un difetto, un’evidente contraddizione. Il filosofo francese, infatti, considera la sostanza, causa sui, ontologicamente indipendente, ma altresì come composto formato da due distinte sostanze, res extensa e res cogitans, che porteranno alla classificazione del pensiero di Cartesio come di tipo dualistico.

 

Spinoza parte dalla definizione cartesiana di sostanza, ma a differenza del filosofo francese, porta la definizione di sostanza alle estreme conseguenze, negando, di fatto, la possibilità che esistano sostanze prime e seconde.

Questo è il punto di partenza della riflessione di Spinoza. Una lunga riflessione, considerate che l’Etica venne concepita e scritta nel corso di lunghi quindici anni, strutturata, sì, su una critica profonda della dilagante filosofia cartesiana, ma sicuramente unica come idea complessiva della natura, dell’uomo, dei pensieri e del cosmo.

Il primo capitolo dell’Etica, Dio, inizia perciò con otto lunghe definizioni, dati, che servono a stabilire i termini con i quali circoscrivere i rapporti di giudizio. Da tali definizioni poi, si presentano gli Assiomi e così i ragionamenti (teoremi), le dimostrazioni per convincere l’interlocutore della bontà della propria riflessione. Ripeto, la forma euclidea della narrazione filosofica è, sì, dovuta alla fede nel linguaggio logico ma soprattutto nasce da un’idea di fondo del cosmo basata sulla certezza che l’universo stesso sia ordinato geometricamente. Quindi non dobbiamo pensare che la forma sia dogmatica, ma, meravigliosamente, si tratta di uno dei pochi casi in cui la visione del mondo che si ha, si manifesta in una così vasta e complessa forma tale da piegare lo stesso linguaggio. Pensate a Wittegenstein ci sono interessanti spunti.

Inizio, citando le definizioni principali (Ethica, pag. 1):

I. Per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistente.

II. Si dice finita nel suo genere quella cosa che può essere limitata da un’altra cosa della sua natura…

III. Per sostanza intendo ciò che è in sé ed è concepito per sé: ovvero ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa, dal quale debba essere formato.

Allora, andiamo passo passo. La prima definizione in assoluto riguarda il concetto di causa sui cui accennavo anche prima. Chiaramente leggendo la definizione tre, sulla sostanza, si capisce che la sostanza è causa sui nel senso che si concepisce da sé, ovvero esiste necessariamente. La sostanza essendo causa di sé stessa, esiste per forza e senza bisogno di essere creata. Viene solitamente definita, questa, la prova a priori dell’esistenza di Dio.

Nella seconda definizione, poi, notiamo che l’attenzione si sposta sul concetto di finito e anche qui la logica segue una linea precisa. Per finito si intende ciò che limita ed è limitabile. Ma precisa subito Spinoza che la limitazione si rende possibile solo tra cose della medesima natura, mai può il pensiero limitare un corpo o viceversa. Quindi si usa il concetto di finito per aprire all’interpretazione infinita della sostanza. Il finito è sinonimo di negazione, l’infinito ha senso positivo. Tralascio per ora le definizioni quattro e cinque.

Chiarimento necessario: Per comprendere bene questo punto, voglio subito fare alcune precisazioni. Innazitutto bisogna riprendere il nocciolo della filosofia cartesiana, ovvero il discorso sul dubbio metodico. Secondo Cartesio, la condizione esistenziale umana è semplicemente caratterizzata da un insieme di incertezze che conferiscono all’uomo la costituzione di essere dubitante, la natura dubbiosa dell’uomo implica l’imperfezione. Dal dubbio l’uomo trae la sua prima certezza, il pensiero, se dubito, penso. Se penso, esisto.

Cogito ergo Sum. Ma cosa c’entra la causa sui? Spinoza inizia il suo immenso trattato proprio dalla definizione di causa sui, ciò la cui essenza implica…, ma perché? Dal cogito cartesiano vanno assunte due certezze, l’esistenza del dubitante e soprattutto la sua imperfezione data dal fatto che dubita. Ma l’uomo pensando accede ed usa il linguaggio delle idee, dalle idee trae le definizioni, dalle idee concepisce la sua condizione di imperfetto essere ma Cartesio, giustamente, si domanda: le idee che sono in me pensante, sono anche fuori? Qui siamo al bivio, o si prende il pensiero cartesiano al volo o ci si perde nell’incomprensione perpetua. Se ho in me l’idea del dubbio, dell’imperfezione, ciò significa che deve necessariamente esistere un’idea della perfezione. Esiste solo in me o anche fuori dal mio io? Qui il critico, lo scettico, potrebbe tranquillamente asserire che tale dicotomia esiste solo nella forma del pensiero e che non è necessario trovi corrispondenti fuori dalla mente. Bè, obietterebbe Cartesio, allora io imperfetto posso concepire cose che hanno attributi che non mi appartengono? No ciò e impossibile, la causa di un’idea deve sempre avere tanta perfezione quanta è quella che l’idea stessa rappresenta. La causa dell’idea di una sostanza infinita non posso essere io che sono finito.(Abbagnano).

Questa è la ragione principale per cui anche Spinoza parte dal concetto di sostanza come causa di sé. Questo termine è individuato dall’intelletto ma ad esso non può che essere stato consegnato,“il suggello impresso dall’artefice sulla propria opera” (Meditazioni, Cartesio) poiché il finito non può concepire l’infinito. Diviene quindi necessario per costruire un modello di pensiero universale partire dall’inequivocabile. La certezza assoluta è che la sostanza è causa di sé, quindi esistente e concepibile solo da sé medesima. Dalla sostanza che è l’unica ad essere causa di sé non può che dirsi come causa di tutte le cose. Attenzione! Se la sostanza è unica, vuol dire che comunque tutto è in essa o è manifestazione di essa, nulla è fuori. La sostanza del tutto, quindi, è l’unica cosa che non presuppone ma che al massimo può essere presupposta.

Nella definizione sei, dice Spinoza:

VI. Per Dio intendo l’ente assolutamente infinito.

Assolutamente infinito è ciò che non implica alcuna negazione. Nello Scolio I, Spinoza chiarisce questo punto su cui mi sto soffermando. La sostanza è causa di sé stessa, esiste dunque a prescindere da qualunque altra cosa. La sostanza non può essere finita perché, come afferma nella proposizione VII, alla sostanza appartiene l’esistere, poiché è causa di sé, la sua essenza implica necessariamente l’esistenza. Ma se fosse finita sarebbe limitata dalla morte o da altre sostanze con i medesimi attributi è ciò è un assurdo.

Proposizione VIII, Ogni sostanza è necessariamente infinita.

Congiungendo la VI def. e la prop.VIII, Dio è la sostanza.

Le proprietà della sostanza sono le seguenti:

  • La sostanza è increata, causa sui
  • La sostanza è eterna, implica l’esistenza
  • La sostanza è infinita dunque unica

Non credo ci possano essere problemi di comprensione, se dico che la natura prima del cosmo è la sostanza, ovvero ciò che esiste a prescindere da tutto il resto, che questa sia causa sui e che essa è necessariamente infinita, dico semplicemente che la sostanza, per essere concreti, è unica e infinita, ovvero positiva, illimitata e illimitabile. Inseità ontologica e perseità gnoseologica, ovvero indipendenza ontologica e autonomia concettuale.

Vedete, in questo modo cadono le ipotesi cartesiane sulla natura del pensiero e delle cose, come sostanze secondarie, queste per Spinoza assumono connotati diversi, che analizzerò tra poco, l’importante è che si sia compresa la natura della sostanza per il filosofo olandese e soprattutto che si sia intuita la radicalizzazione del concetto di autonomia ontologica della sostanza.

Causa sui dunque, medesima riflessione di partenza di Cartesio, ma le conseguenze danno ragione come rigore logico a Spinoza, se la sostanza è causa di sé, esiste, se esiste non può essere finita, se non è finita è infinita, se è infinita è unica e indivisibile, illimitata ed illimitabile. Non sono possibili due sostanze eterogenee.

Le cose finite possono limitarsi tra loro, presuppongono la limitazione, ma l’infinito è uno. Come si può limitare l’infinito? Pensate allo stesso ragionamento della dottrina religiosa, un Dio infinito fonda un mondo finito, c’è una contraddizione eccessiva, perché se l’infinito fondasse la finitudine si annullebbe da solo. Ma queste sono mie sole brevi considerazioni.

-MODI E ATTRIBUTI-

Riprendiamo ora il discorso seguendo il testo di Spinoza, torniamo alle definizioni di pag. 1.

IV. Per attributo intendo ciò che l’intelletto percepisce di una sostanza come costituente la sua essenza.

V. Per modo intendo le affezioni di una sostanza, ossia ciò che è in altro, per mezzo del quale anche è concepito.

La sostanza è Dio, Dio consta di infiniti attributi, parte II delle def. VI, badate bene che le proprietà che prima dicevo circa la natura della sostanza sono altro rispetto ai famosi attributi. La definizione sopra, la IV, dice, infatti, che attributi sono ciò che l’intelletto percepisce della sostanza, ovvero le sue qualità essenziali, ma essendo la sostanza infinita anch’essi lo sono. Lo sono nel senso che rappresentano le infinite facce della sostanza stessa e tali attributi sono conoscibili all’uomo solo in parte, anzi all’intelletto umano è possibile conoscere solo due attributi della sostanza, l’estensione e il pensiero.

Res extensa e res cogitans, cioè quelle cose che Cartesio considerava sostanze secondarie, Spinoza le declassa semplicemente ad attributi di un’unica sostanza. Quindi dall’infinito, l’uomo coglie solo la dimensione corporale delle cose e il pensiero. Cioè ha percezione solo di quello che percepiamo. Non dimentichiamo che ogni modello, ogni idea ha i suoi limiti, ovviamente già da queste intuizioni si cominciano a notare, comunque andiamo avanti.

I modi sono tutt’altro. La loro consistenza si allontana di molto da quella della sostanza, sono, infatti, inconcepibili da sé, necessitano di altro per essere concepiti. Inoltre, dice, che sono affezioni della sostanza. I modi sono le cose particolari, le cose finite. L’uomo è modo della sostanza, ovvero una sua specificazione.

Il modo è nella sostanza e da essa necessariamente discende. Attenzione però, non cadiamo subito in un’interpretazione emanazionistica. I modi sono affezioni, sì, della sostanza, da essa e solo da essa discendono, ma badate, non c’è un flusso plotiniano di eterna generazione, o meglio non va confuso in tal modo, poi ricordate che in Plotino tra la sostanza infinita e il finito c’è una differenza qualitativa che pone la sostanza al di sopra del finito, in Spinoza invece resta un immobile universo infinito, da esso come increspature di un’onda emergono e si dissolvono i modi finiti, vedi Abbagnano.

I modi possono dunque essere di tipo finito e di tipo infinito. Sono finiti i modi intesi come i singoli corpi e le singole idee, sono infiniti invece quelli intesi come qualità degli attributi. Da questa complessa idea del tutto, manifestata nelle pagine inziali dell’Ethica, si intuisce un evidente richiamo all’idea panteisticae panenteistica dell’Universo, tutto è Dio, tutto è Sostanza e tutto è concepibile in seno ad essa.

Il problema più complesso da risolvere nella filosofia spinoziana rimane sempre e comunque quello del perché l’universo tendi alla finitizzazione. Sempre il finito, la morte, rimangono il punto di castrazione delle idee, perché dovrebbero esserci i modi? Ricordiamoci che a differenza dell’idealismo, la sostanza esiste comunque, non ha bisogno del finito per concretizzarsi, essa è. L’idea dell’affezione come di un breva scheggiatura sull’opaca cornice immobile dell’infinito rimane romanticamente una triste interpretazione; Spinoza non chiarisce il perché debba esserci il finito; da quale necessità si genererebbe.

Panteismo dunque, assoluto, non creazionismo né emanazionismo, Deus sive Natura. Dio non è causa transitiva delle cose, ovvero attività produttrice del finito, ma causa immanente del tutto, ovvero produttrice di un prodotto che esiste in essa stessa.

Definizione VII. Si dice libera quella cosa che esiste in virtù della sola necessità della sua natura e che è determinata ad agire soltanto da se stessa. Si dice, invece, necessaria o piuttosto coatta, quella cosa che è determinata da altro a esistere e a operare secondo una certa determinata ragione.

Tra i numerosi attributi, o meglio, proprietà che abbiamo ritenuto riferibili, per definizione, alla sostanza, il concetto di libertà ci è sfuggito, finora. Eppure è quello che più ha segnato la polemica anti-spinoziana e che rappresenta un ulteriore balzo verso una concezione (anche politica) che ha fatto si che Spinoza venga tuttora riconosciuto come il filosofo della Libertà di Pensiero. Atteniamoci, per ora, solo alla dimensione ontologica, quindi all’essenza della sostanza.

La res libera esiste solo nelle nature che seguono la loro unica determinazione. Si è liberi, in pratica, solo in una dimensione mono-necessitaria, ovvero, la libertà trova sua completa manifestazione nella realizzazione della natura unica di sé stessa. Accostare il termine libertà con quello di necessità può, erroneamente, sembrare un azzardo, ma fidatevi non lo è affatto, anzi rappresenta un’illuminante sintesi del dilemma intorno al libero arbitrio. Ma rinunciamo ancora ad un’oggettivizzazione pratica, torniamo ai concetti generali.

La libertà si concretizza solo nelle cose che agiscono in virtù della sola necessità della loro natura e che sono determinate solo da essa. Cosa vuol dire? Leggiamo la proposizione XI:

Dio, ossia, la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime un’essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente.

Ecco! Ci siamo! Chiarisce nello Scolio successivo che con questa proposizione, intende riferirsi alla perfezione della sostanza, ovvero ad un’idea che presuppone che qualunque cosa esista in virtù della sua sola natura, è perfetta. La sostanza esiste a prescindere da tutto, si da come causa di se stessa, quindi è perfetta e da questa sua condizione di perfezione che ritroviamo la sua indiscussa libertà. La sua esistenza è necessaria poichè è data ma è libera perchè la sua natura è data da sé stessa e non da altre cause.

Proposizione XVII, Dio agisce per le sole leggi della sua natura, e senza esserne costretto da nessuno.

Nello scolio appena successivo, finalmente, Spinoza chiarisce e con lucidità ci fornisce un’interpretazione della libertà che verrà da lì in poi definita di tipo anti-finalistico.

“…mostrerò che alla natura di Dio non appartengono né l’intelletto, né la volontà.[…] dalla somma potenza di Dio, ossia dalla sua infinita natura sono fluite necessariamente… tutte le cose.”

Dio non ha volontà particolari, non sono possibili, quindi, interpretazioni tendenziose ed antropocentriche che vedono un Dio dal volto umano, tessere i destini e i fini del tutto. L’infinita libertà di Dio sta semplicemente nella sua perfetta conformità alle sole leggi della natura, all’Ordine Geometrico dell’Universo. L’appendice al primo capitolo dipana le ultime nebbie, ancora, probabilmente presenti, segue una parte corposa dell’Appendice:

“… che esiste necessariamente; che è unico, che è ed agisce per la sola necessità della sua natura; che è causa libera di tutte le cose e in qual modo; che tutte le cose sono in Dio e dipendono da lui in modo tale che senza di lui non possono né essere, né essere concepite; e infine, che tutte le cose sono state predeterminate da Dio, non secondo la libertà della sua volontà, ossia per suo assoluto beneplacito, ma secondo la sua assoluta natura, ossia infinita potenza…”.

L’atteggiamento finalistico, da sempre tenuto dall’uomo, nasce da un grave pregiudizio che è quello di ritenere che le cose tendano ad avere la funzione di mezzo per la soddisfazione dei nostri bisogni, cito testualmente: “… gli occhi per vedere, i denti per masticare, le erbe e gli animali per nutrirsi, il sole per illuminare, il mare per nutrire i pesci, è accaduto che considerano tutte le cose naturali come mezzi per raggiungere il proprio utile; e poiché sanno di aver trovato quei mezzi[…] hanno avuto modo di credere che sia stato un altro a predisporre queimezzi per loro…”. Appendice

Sì, c’è anche un’idea contemporanea e romantica del rapporto paritetico tra l’uomo e la natura, in cui essa cessa di essere un mezzo per bisogni umani e diviene una medesima creatura del cosmo. Il panteismo è anche questo, un giudizio che profondamente rinuncia ad ambizioni discutibili e feroci circa un principio antropico.

Per quanto riguarda la natura, vorrei tornare alla proposizione sulle leggi cui Dio obbedisce. Queste sono leggi immutabili, eterne.

Il Dio di Spinoza non è il Dio biblico, né quello cartesiano, non è un Dio antropocentrico, nemmeno un Dio della Ragione, bensì è un’entità (sostanza) impersonale. Tutto proviene da Dio con la medesima necessità con cui la conclusione di un teorema matematico deriva dalle premesse. La sua libertà coincide con la necessità, se per libero si intende ciò che è determinato non da altro, ma solo dalla necessità della propria natura.

Fin qui ho tentato di chiarire la complessa forma e sostanza della riflessione spinoziana intorno a Dio, ovviamente sussistono delle lucune e molte cose sono state omesse, ma l’importante è che si sia compresa la natura del concetto di sostanza, quella di attributo e quella di modo. Ripeto e lo faccio ancora, che la filosofia cosmologica di Spinoza è una vera e propria novità, in essa sono contenute riflessioni ed analisi che di certo hanno segnato un profondo salto in avanti nella qualità della speculazione e soprattutto nella forza di manifestare idee ed opinioni differenti dallo status quo. Ricordate la scomunica e la maledizione?

Ricordate che il panteismo è in fondo l’unico modo per giustificare l’esistenza di Dio incorrendo nel minor numero possibile di intoppi logici e formali. Lo sforzo di creare una struttura complessiva del mondo per Spinoza rappresentava una priorità rispetto al metodo, che ad ogni modo va teorizzato solo in merito ad una cosa di cui si conosce già la forma e l’essenza. Attribuire un ordine necessario, immutabile ed eterno al cosmo è libertà suprema, lo è perché spiega tutto, lo è perché confina la contingenza nei gorghi dell’ignoranza.

Autore: Leuco

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