Filosofia per principianti

La sintesi di Storia della Filosofia, per chi si avvicina la prima volta alla Filosofia

Romanticismo e Restaurazione (o “filosofia classica tedesca”)

Il periodo che abbiamo chiamato del Romanticismo e restaurazione (o filosofica classica tedesca) va dalla Rivoluzione francese alla metà dell’Ottocento (dal 1790 al 1850).sad-woman-1055083_1920

E’ un periodo relativamente corto, un sessantennio, che però si caratterizza per un filone filosofico particolare: quello dell’idealismo tedesco (per inciso: l’idealismo ritiene che la mente dell’uomo sia a fondamento di qualsiasi cosa e che il mondo fisico sia un’espressione di questa; il materialismo crede invece, al contrario, che alla base di tutto ci sia la realtà fisica).

Trattasi di una visione del mondo e soprattutto, come vedremo, del rapporto tra soggetto ed oggetto, che trova la sua giustificazione – ancora una volta – nel contesto storico e precisamente nel fatto che, mentre nel resto d’Europa la cultura faceva ormai i conti con il successo politico della classe borghese, in Germania – ove questo non accadde – i pensatori, non avendo un ceto medio cui fare riferimento, si chiusero in riflessioni molto più introspettive.

L’analisi filosofica dei pensatori tedeschi fu influenzata quindi, in un primo tempo, più che dalle vicende della borghesia, dalle libere speculazioni sui sentimenti dell’uomo (in linea con il movimento del Romanticismo), e poi, in un secondo momento, dalle vicende politiche della restaurazione, che segnarono di fatto la fine delle speranze democratiche sorte con la Rivoluzione francese.

 

Con i primi anni del Romanticismo notiamo che, sulla scia delle riflessioni di Kant, filosofi come Fichte, Schelling ed Hegel spostano decisamente l’attenzione sulle relazioni tra l’Io “soggetto” da una parte ed i suoi “oggetti” (che adesso vengono chiamati “Non-Io”) dall’altra. La speculazione di questi filosofi tedeschi punta dunque ad appurare i rapporti intercorrenti tra i due mondi: dell’Io e del Non-Io. Nascono le filosofie del rapporto soggetto-oggetto, che saranno molto differenti tra loro a causa delle diverse concezioni che di tale rapporto avevano i vari pensatori dell’epoca, i quali non saranno solo i rappresentanti tedeschi del Romanticismo, ma pure filosofi non romantici e non germanici (francesi e italiani).

Le ragioni di questo leitmotiv, del successo di questo argomento filosofico, sono facilmente comprensibili se si pensa alla circostanza che, nel sessantennio che va dal 1990 ai moti del 1848/1849, molti filosofi prendono parte attiva alle vicende socio-politiche ed economiche del loro Paese, a volte partecipando in prima linea (schierati da una parte o dall’altra) agli eventi che contraddistinguono il momento storico. Pertanto la loro consapevolezza di vivere e poter segnare un’epoca di cambiamenti, li induce per forza di cose a profonde riflessioni e speculazioni sulla relazione soggetto-oggetto, sul come cioè l’ “io” o individuo cosciente si colloca nei confronti del mondo e della vita sociale.

Di conseguenza, tutti questi filosofi cercano di comprendere qual è il concreto “essere” degli oggetti che costituiscono il Non-Io, stante l’ormai accertata e non contestata teoria secondo la quale gli oggetti sono conosciuti dall’Io solo in quanto quest’ultimo interagisce, si mette in relazione, con loro: la conoscibilità del Non-Io quindi dipende sempre dall’Io soggetto.

Ferma però la suddetta constatazione rimane da sviluppare una teoria “ontologica” del Non-Io, del mondo degli oggetti (relativa cioè ai connotati ed alle qualità comuni dell’ “essere”).

Un teoria che Fichte prova a costruire affidando all’Io soggetto addirittura il ruolo di “Io assoluto”, che in quanto tale è il creatore di tutte le cose, perciò non solo della realtà stessa del mondo, quindi del Non-Io, ma anche degli Io empirici. Fichte attribuisce pertanto all’Io assoluto una “potenza” più grande di quella del soggetto trascendentale di Kant ed inoltre c’è, nella sua teoria, un’unità pratica di soggetto-oggetto, o meglio una loro identità.

Il sistema filosofico di Fichte prende il nome di idealismo soggettivo.

Schelling trasforma la teoria dell’Io di Fichte in un’identità di “spirito” e “natura”, in cui introduce la nozione prettamente metafisica di “Assoluto”. E’ importante rimarcare che, nell’Assoluto di Schelling, coincidono ideale (soggetto o spirito) e reale (oggetto o natura). In questa coincidenza però l’uomo ha sulla natura un ruolo determinante, potendo incidere su di essa, anticipando così tematiche che saranno proprie della rivoluzione industriale.

Johann G. Fichte e Friedrich Schelling (leggi tutto …)

Fichte, riprendendo le tesi di Kant, sostiene che la speculazione filosofica si debba concentrare sul Soggetto, che egli chiama “Io”.

La filosofia di Fichte, anche se originata dalle riflessioni lasciate da Kant, fornisce una visione della conoscenza reale che quest’ultimo non avrebbe mai approvata. Infatti Fichte arriva ad affermare che la “cosa in sé” (locuzione famosa di Kant) non esiste e che la realtà è solamente un gigantesco Soggetto, ovvero un “Io assoluto”.

Schelling afferma l’identità di “Spirito” e “Natura”. Egli introduce anche il concetto metafisico di “Assoluto”, in cui appunto il soggetto ideale e l’oggetto reale coincidono.

Questo filosofo cerca anche di coniugare il criticismo di Kant con l’arte, la quale è per Schelling di straordinaria importanza.

Ma sicuramente il suo merito più grande è quello di rivalutare il ruolo attivo che l’uomo esercita nel dominare la natura, precorrendo così le filosofie post rivoluzione industriale.

Hegel è d’accordo con l’identità tra spirito e natura, ma esalta un aspetto trascurato nei sistemi filosofici dei suoi connazionali: le differenze tra spirito e natura.

Secondo Hegel infatti l’Assoluto ha una sua vita in forza proprio del continuo antagonismo (“dialettica”, per usare la terminologia del filosofo) tra spirito e natura, il quale è come un movimento perenne che dalle loro differenze rimanda alla loro identità e viceversa. Di più: in questa “dinamica della contraddizione”, nessuna categoria è autosufficiente, perché ciascun lato degli opposti, non solo rinvia continuamente all’altro, ma è definibile solo in relazione alla categoria opposta, essendo lacunoso preso singolarmente. Ciò è vero, ad esempio, nella logica, che è un argomento filosofico in cui per definizione le categorie interagiscono solo con se stesse.

Hegel ha dunque questa importante concezione del mondo nella quale le cose della natura ed il pensiero si sviluppano a seguito di reciproche opposizioni e del superamento di tali opposizioni, costituendo il loro continuo rimbalzo dialettico il processo costruttivo e strutturale della mente umana.

Si potrebbe pensare che nella filosofia di Hegel sia l’ “Io” a gestire la suddetta dialettica (cioè il continuo rimando tra Spirito e Natura e tra le loro differenza e la loro identità) , ma non è così. Per Hegel è un soggetto diverso, di natura metafisica: l “Idea”, intesa come Ragione Assoluta, la quale produce quindi sia le attività di pensiero dell’Io, sia le cose della natura (la realtà esterna), cioè – in poche – parole tutto il mondo, ivi compresa la vita umana, l’arte e la filosofia stessa.

Per quanto detto l’idealismo di Hegel prende il nome di idealismo assoluto.

Nel ragionamento di Hegel sopra descritto, è attribuita grandissima importanza al concetto di dialettica. Si tratta di uno dei tanti termini che Hegel non ha inventato, ma a cui ha sicuramente dato nuovo lustro e significato.

La “dialettica” di Hegel, che abbiamo visto è il processo di opposizione in forza del quale il pensiero e la natura si trasformano reciprocamente, assume da questo momento in poi, grazie appunto all’uso che di questa parola ne ha fatto il filosofo, il significato di “apertura di mente”, “modo di vedere non rigido”, in quanto espressione di una realtà formata da antagonismi, di molteplici punti di vista differenti. Sta al filosofo la “combinazione costruttiva” di queste diverse modalità e potenziali conflitti di pensiero.

In particolare la “dialettica” di Hegel non è “a due facce” (diadica) come quella di Platone, bensì triadica (di tre termini):

  1. il primo termine è chiamato tesi o, come diceva Hegel, “posizione”, perché esso è semplicemente posto nella discussione (e, se non riceve opposizioni, resta autonomo e non c’è dialettica)
  2. il secondo è l’antitesi o “negazione” (del primo concetto), che rappresenta l’opposto del concetto dichiarato con l’enunciazione della posizione
  3. il terzo è la sintesi dei primi due concetti o, per usare la terminologia hegeliana, la “negazione della negazione”, con cui si esprime la constatazione che i primi due concetti non possono vivere separati ma hanno bisogno di un concetto nuovo, che permetta il loro ritorno all’unità concettuale, senza opposizioni, la quale unità (sintesi) è “superiore e più ricca” dei primi due elementi

Un altro termine di cui Hegel ha “aggiornato” il significato è stato alienazione. Con esso si intende il processo per il quale l’Idea esce fuori di sé (si aliena appunto) per dare vita al mondo, alla natura ed a tutte le cose, acquisendo così un’esistenza autonoma rispetto allo Spirito che ha dato loro vita.

Stesso discorso per il termine estraneazione, a cui la filosofia classica tedesca attribuisce lo stesso significato di “alienazione”, con l’aggiunta negativa però che le cose alienate diventano – in seguito all’alienazione – ostili all’uomo o quanto meno non più da questi governabili.

I termini “alienazione” ed “estraneazione” assumeranno una grande importanza nella filosofia contemporanea successiva, a cominciare da Marx fino ad arrivare agli esistenzialisti, per i quali i due concetti acquisteranno l’ulteriore significato (integrativo di quello degli idealisti tedeschi) di senso di disorientamento dell’uomo nei confronti di un mondo percepito come ostile ed estraneo.

Georg W.F. Hegel (leggi tutto …)

Gli idealisti dell’Ottocento hanno tutti tentato di costruire sistemi filosofici in grado di spiegare il mondo, la natura e l’uomo. Tra di essi spicca sicuramente, più in alto degli altri, Hegel.

Il complesso sistema hegeliano ha infatti dominato quel grandioso periodo che abbiamo chiamato della “filosofia classica tedesca” e quindi ha costituito il modello di riferimento per tutti i filosofi della Germania, ma anche per gran parte dei pensatori europei. Il sistema filosofico di Hegel – uno dei più difficili da comprendere dell’intera storia della filosofia – ha esercitato il suo influsso pure sui filosofi degli anni successivi (lo stesso Marx risentì molto della produzione di idee dell’idealismo tedesco, soprattutto del suo metodo dialettico). In effetti dopo Hegel ci saranno filosofi che prenderanno il nome di Giovani Hegeliani, Post Hegeliani o Neo Hegeliani, Hegeliani di Sinistra e via dicendo, a seconda della corrente dottrinale, riferita ad Hegel, cui aderiranno.

Per iniziare diciamo che Hegel non era d’accordo con la teoria di Kant del noumeno e neanche con la sua tesi per la quale la “cosa in sé” è inconoscibile (perché – ricordiamo – secondo Kant non si può andare oltre il mondo fenomenico). Per Hegel quindi non ci sono limiti alla conoscenza e ciò è ben espresso dalla sua frase: “il Reale è Razionale ed il Razionale è Reale”. La quale non significa altro che tutto quello che esiste è conoscibile.

Hegel era un monista, perché credeva in un’unica totalità: lo Spirito Assoluto. Per i sostenitori del monismo esiste solo una sostanza o un mondo, e la realtà è una (si contrappone al dualismo, per cui esiste la divisione in due categorie o elementi).

Come abbiamo già accennato, il sistema di Hegel è molto complesso (forse il più complesso di tutti) e per semplificarlo il più possibile possiamo dire che Hegel ha elaborato un sistema composto di tre fasi:

  1. l’Idea nella Logica
  2. la filosofia della Natura
  3. la filosofia dello Spirito

Quello che unisce queste 3 realtà è la dialettica, la quale è un movimento continuo.

Prima di approfondire ciascuna delle 3 realtà del sistema hegeliano, è importante sottolinearne le basi e spendere qualche parola per la sua celebre dialettica, che ha avuto (ed ha tutt’ora) molta fortuna tra i filosofi.

Hegel concepisce un’unica “Realtà Ultima”, ovvero l’Idea Assoluta: non c’è posto dunque nel suo sistema per più parti, distinte, della realtà (come invece hanno teorizzato molti filosofi, ad es. quando hanno parlato di oggetti, di monadi, ecc…). Per Hegel niente è irrelato, nel senso che ciascuna cosa è correlata a tutte le altre ed insieme esse formano il processo dinamico che costituisce il mondo, il quale può quindi essere inteso come un unico macro-organismo. Per Hegel “il Vero è l’Intero”, cioè per lui c’è identità tra Verità e Sistema, e pertanto ciascuna cosa non ha alcun significato da sola: occorre inquadrarla nel disegno globale, che è appunto onnicomprensivo.

La dialettica di Hegel (che come vedremo rappresenta, nel suo costrutto, la spiegazione dell’intera storia umana, non solo quella del pensiero) è un processo di logica, composto da tre fasi, mediante il quale si parte dall’esperienza dell’uomo per dedurre le categorie con cui si arriva all’Assoluto.

La dialettica inizia con la tesi (oppure, nella terminologia di Hegel, la posizione), ovvero l’enunciato attraverso il quale si cerca di sostenere un’idea. Prosegue con l’antitesi (oppure, nella terminologia di Hegel, la negazione), ovvero un enunciato contrario che tende a far prevalere un’altra idea in contrapposizione alla prima (quella della tesi). Il processo si conclude – ma solo apparentemente – con un enunciato che nasce dall’opposizione di tesi ed antitesi, includendole entrambe, e che prende il nome di sintesi (oppure, nella terminologia di Hegel, la negazione della negazione).

Ma non finisce qui, perché la sintesi raggiunta non è ancora la verità definitiva e quindi essa diventa una nuova tesi, cui si contrapporrà una nuova antitesi, per arrivare ad una nuova sintesi e così via all’infinito. Alla fine del processo, raggiunta l’ultima sintesi, quella definitiva, questa potrà essere assunta come Idea Assoluta.

Hegel, con molta presunzione (in effetti il filosofo è famoso anche per la sua supponenza), riteneva che il metodo dialettico appena descritto era in grado di spiegare l’intera storia dell’uomo e della filosofia, la quale può essere vista dunque come un processo dialettico in cui si sviluppa la conoscenza e l’autocoscienza e che raggiunge l’apice, cioè la completa autorealizzazione, guarda caso con il sistema hegeliano e nello Stato prussiano (altra grande manifestazione della presunzione di Hegel).

Il processo storico dialettico è partito, secondo Hegel, in Cina, ove è stato pensato il “puro Essere indeterminato”, è proseguito nella Grecia e Roma antiche, ove per la prima volta hanno invalso forme di coscienza parziale ed è terminato appunto nella Prussia di Hegel, ove con il sistema hegeliano esso culmina nell’Idea Assoluta, cioè nel “Vero”, nel “pensiero che pensa sé stesso” (che è un po’ – se vogliamo – la definizione ultima, il significato della filosofia come tale). Trattasi di un modo di vedere la storia per il quale Hegel la concepiva come la marcia della Ragione nel mondo, a cui corrispondevano le istituzioni create dall’uomo in virtù del “divenire dialettico”.

Prima di analizzare le 3 realtà, sopra elencate, del complesso sistema hegeliano (Spirito Assoluto, Natura e Mente umana), sintetizziamo le conclusioni cui giunge Hegel con tale sistema:

  1. la realtà è costruita dalla mente
  2. la realtà è erroneamente ritenuta dalla mente un qualcosa di esterno, di indipendente
  3. la mente pertanto aliena da sé un suo prodotto finché esso, la realtà, non viene identificato come tale e riconosciuto quindi dalla mente come parte di se stessa
  4. a questo punto mente e realtà diventano Unità, una cosa sola

Questo significa, in altre parole, che per Hegel non esiste il mondo dei noumeni oltre la percezione che è all’origine della nostra esperienza, cioè secondo il filosofo “la mente stessa che dà forma alla realtà è la realtà” e non c’è nient’altro al di là di questa. La realtà tuttavia è in continuo movimento e tale movimento è un graduale avvicinamento alla meta finale: l’autocoscienza dello spirito attraverso il cammino della ragione (qui non può più rinviarsi la spiegazione circa il significato che ha il termine “spirito” per Hegel, visto anche che gli studiosi non sono tutti d’accordo sulla questione: lo spirito hegeliano è spesso tradotto con mente, ma forse è più plausibile ritenere che Hegel con l’uso della parola “spirito” intendesse la mente dell’intera umanità).

La storia è un costante movimento verso questo obiettivo finale dell’autocoscienza, con la quale si raggiunge la consapevolezza della struttura della realtà (oppure, in modo equivalente, lo spirito comprende se stesso per la prima volta). Una volta realizzata l’autocoscienza sono i filosofi a condurre il gioco, perché essi sono gli unici in grado di raggiungere un’autocoscienza particolare: la consapevolezza al tempo stesso sia della realtà, che della storia, poiché i filosofi riescono a vedere, mediante la comprensione della dialettica che conduce all’autocoscienza, il disegno complessivo che dà forma agli eventi.

Vediamo ora, una per una, le 3 realtà del sistema di Hegel.

  1. l’Idea nella Logica

Nella Logica di Hegel la tesi dialettica è rappresentata dall’ “essere”, mentre l’antitesi è data dal “nulla”. Dal processo contraddittorio di questi argomenti (tesi ed antitesi) si sviluppa la sintesi, che può riguardare sia la realtà storica, sia il pensiero, e che costituisce il passaggio allo “stadio superiore” della dialettica.

La sintesi dell’ “essere” e del “nulla” è il “divenire”, concetto che, in quanto sintesi, ingloba i primi due argomenti: l’ “essere” ed il “nulla”. Pertanto:

  1. tesi = Essere
  2. antitesi = Nulla
  3. sintesi = Divenire
  1. Filosofia della Natura

Partendo dal concetto di Hegel per il quale (come abbiamo accennato sopra) la Natura è “l’Idea fuori di sé”, abbiamo, in questo caso, il seguente processo dialettico:

  1. tesi = Idea come Logica (base razionale delle realtà)
  2. antitesi = Natura (realtà sotto l’aspetto non-razionale)
  3. sintesi = Spirito (unione di Idea e Natura)
  1. Filosofia dello Spirito

La dialettica dello Spirito è per Hegel il momento più alto della sua filosofia, perché descrive lo sviluppo dello Spirito nel corso di tutta la storia umana. Usando i termini dialettici ormai familiari:

  1. tesi = Spirito soggettivo o Ragione (l’attività delle mente umana)
  2. antitesi = Spirito oggettivo (l’esternazione, il “prendere corpo”, della mente nelle istituzioni, come quelle della famiglia e dello Stato)
  3. sintesi = Spirito Assoluto (nell’Arte, nella Religione e nella Filosofia)

Per Hegel quindi l’Assoluto è Spirito e questo Spirito Assoluto (o Idea Assoluta) – nelle sue versioni di soggetto, oggetto ed Assoluto – governa il mondo. Esso si manifesta nelle persone, nelle istituzioni sociali e politiche, nell’arte, nella religione e nella filosofia di ogni epoca, rappresentando pertanto lo “Spirito del tempo”.

Il sistema di Hegel è, di conseguenza, l’analisi del Tutto.

Dopo Hegel la filosofia classica tedesca prosegue con altri interessanti filosofi, tra cui – citando i più importanti – Kierkegaard, noto per il suo antirazionalismo, Schopenhauer, famoso per la sua teoria sul pessimismo antropologico dell’uomo, e Feuerbach, sostenitore di una ferrea critica alle religioni.

Arthur Schopenhauer (leggi tutto …)

Schopenhauer può essere definito un antihegeliano o meglio un hegeliano con “reazioni romantiche”, perché era contrario alla metafisica degli hegeliani, al loro pensiero sulla religione e, non da ultimo, al loro nazionalismo tedesco.

In generale a Schopenhauer non piacevano i grandi sistemi (tipici degli idealisti), preferendo una filosofia fatta di concetti isolati.

Per Schopenhauer la realtà si presenta sotto due aspetti: come rappresentazione e come “Volontà” (come vedremo, quest’ultimo concetto è collocato dal filosofo a fondamento di tutte le attività teoretiche e pratiche dell’uomo, quale elemento istintivo ed irrazionale).

Il “mondo come rappresentazione” è il mondo di cui l’uomo fa esperienza, è quindi la realtà costruita nella sua mente (analogamente al mondo fenomenico di Kant). La mente dell’uomo organizza le esperienze vissute come una rappresentazione della realtà, la quale dunque è il mondo in cui l’uomo vive.

Tuttavia Schopenhauer ritiene che oltre questo mondo delle apparenze (originato dall’esperienza) esista un’altra realtà, ovvero il “mondo come Volontà” (analogamente al mondo noumenico, la “cosa in sé” di Kant, anche se per questo filosofo tale mondo era inconoscibile, mentre per Schopenhauer la “cosa in sé” è appunto la “Volontà di vivere”). La Volontà è l’energia incorporata in qualsiasi cosa, la forza motrice della natura: è per mezzo delle operazioni della volontà che l’uomo conosce il mondo dei fenomeni.

La Volontà è però per Schopenhauer una forza priva di direzione, senza uno scopo (“cieca” diceva il filosofo), e quindi essa non è Dio, perché non c’è niente ad imprimerle una meta, un risultato. La Volontà è una grandissima energia presente in ogni cosa, in qualsiasi fenomeno naturale, e l’uomo la può solo intravedere, molto indirettamente, quando compie deliberatamente un’azione, quando vuole fortemente una certa cosa (è per tale motivo che il filosofo l’ha chiamata “volontà”), nonché quando l’uomo è profondamente appassionato di arte (in particolare, per Schopenhauer, di musica). Ciò perché l’arte è un’imitazione della Volontà e la sua fruizione è in grado di sospendere momentaneamente il circolo vizioso, insito nell’uomo, per il quale egli è continuamente in lotta per ottenere le cose che incessantemente desidera.

Infatti un corollario all’importante al concetto di “volontà” di Schopenhauer è il fatto che esso costringe gli uomini alle sofferenze ed alle frustrazioni della vita e, secondo il filosofo, non ci si può liberare di questi mali con il razionalismo, bensì con la privazione dai desideri e dalle ambizioni, cioè con uno stile di vita in cui gli uomini si ritirano dal mondo diventano asceti (ovvero vivendo in povertà e castità), così da raggiungere uno stato di assenza di volontà o nolontà.

Quest’ultimo concetto di Schopenhauer è definito di pessimismo antropologico ed esso avrà importanti influenze in futuro, in particolare, nel Novecento, sulla corrente filosofica dell’esistenzialismo.

Riassumendo quindi per Schopenhauer:

  1. la Volontà è la forza a base di tutto ed è presente in ogni cosa
  2. da essa derivano la ragione e le sensazioni
  3. questa Volontà, insita nell’uomo (volontà individuale) ma presente in tutte le cose del mondo (volontà universale), è cieca e malvagia, e pertanto essa è la causa di tutte le sofferenze
  4. solo dunque con l’assenza di volontà o nolontà, cioè con la negazione della volontà (quindi vivendo in povertà ed amando il prossimo), l’uomo raggiunge uno stato di virtuosità e di illuminazione (quest’ultimo punto rappresenta la grande visione etica del filosofo)

Se qualcuno nella filosofia di Schopenhauer ci vede il karma ed il misticismo orientale non si sbaglia, perché egli è stato uno dei pochi filosofi (occidentali) ad essere appassionato di filosofia orientale.

Comunque, le dottrine successive ad Hegel di questo periodo storico sono molto diverse fra di loro, soprattutto per quanto riguarda la definizione dell’Io concreto, dell’uomo che “nasce” dalla corrente idealistica di ciascun filosofo, pur avendo tutte in comune la rivalutazione di questo uomo, dell’Io singolo, nonché, di conseguenza, una vivace critica ad Hegel ed al suo “annientamento” dell’uomo ad opera dell’assolutismo dell’Idea.

Søren Kierkegaard e Ludwig Feuerbach (leggi tutto …)

Diciamo subito che il danese Kierkegaard è stato un fervente cristiano e mai nella sua breve vita ha avuto dubbi sulla fede cristiana che lo caratterizzava: tale spirito cristiano spiega molta della sua filosofia.

Egli criticò fortemente Hegel ed il suo sistema idealistico, considerato da Kierkegaard troppo “astratto” e reo di voler universalizzare tutta le realtà nella teoria della dialettica, lasciandone fuori l’elemento più importante: l’individuo. Per Kierkegaard invece la filosofia “inizia e finisce con l’individuo” e l’esistenza non è dunque un’idea universale, ma una categoria strettamente legata all’individuo.

Queste convinzioni di Kierkegaard ne fanno il padre dell’esistenzialismo del Novecento (come vedremo, egli fu apprezzato soprattutto da Sartre).

L’individuo ha la possibilità di agire liberamente e di scegliere la sua vita, la quale può “essere compresa solo guardando al passato anche se va vissuta guardando in avanti”. In particolare per Kierkegaard la scelta di vita è fra:

  1. una vita di piacere, edonistica, alla continua ricerca della bellezza e di emozioni sempre nuove; è la vita dell’uomo estetico, simboleggiata dal personaggio di Don Giovanni, grande donnaiolo ed amante del piacere sessuale
  2. una vita improntata alla moralità, al rispetto delle regole e delle responsabilità; è la vita dell’uomo etico, simboleggiata dal personaggio di Socrate, con il quale Kierkegaard aveva molti punti in comune, perché anche a lui piaceva andare in giro allo scopo di porre domande alle persone incontrate (così da stimolarle intellettualmente)

Alla fine della vita però, secondo Kierkegaard, l’uomo abbandona comunque la vita che ha scelto, sia essa quella di piacere o quella basata su regole morali, perché egli giunge alla conclusione che l’unica vita che vale la pena di vivere è quella incentrata sulla fede in Dio, con la quale si compie – in ogni caso – una scelta dolorosa, un salto nel buio. Infatti la fede implica sempre un rischio, in quanto con essa, essendo irrazionale e non basandosi sulla ragione, non si sa mai cosa ci si guadagnerà e se ci si guadagnerà qualcosa. Abbracciare la fede cristiana è quindi un “suicidio della ragione”.

Tra i giovani hegeliani ed in particolare tra gli hegeliani di sinistra si distingue Feuerbach, il quale critica Hegel perché ritiene che il suo idealismo porti alla negazione dell’uomo concreto, proprio come fa la religione. Infatti Feuerbach è noto anche per la sua straordinaria critica alla religione (non solo al cristianesimo, ma alla religione in generale), alla quale sostanzialmente rimprovera di essere una creazione dell’uomo che in seguito si modifica e diventa indipendente dal suo creatore, ribaltando così il rapporto tra le parti: adesso è l’Ente onnipotente che ha creato tutte le cose, uomo compreso.

Feuerbach considera l’uomo come un’entità non autonoma, ma dipendente dalla natura, intendendo con questo termine il mondo in cui l’uomo vive e dal quale appunto dipende. Tale dipendenza si manifesta nei bisogni che l’uomo esprime e, siccome non tutti i bisogni possono essere soddisfatti, nasce la necessità di credere in qualcosa di sovrannaturale cui rivolgersi affinché vengano esauditi tutti i desideri, ovvero Dio, che è buono, onnipotente e onnisciente.

La concezione dell’uomo di Feuerbach è molto materialistica (nel significato che sarà utilizzato poi dai filosofi materialisti, cioè che alla base di tutto c’è la realtà fisica, dalla quale l’individuo dipende), perché l’individuo è per il filosofo un ente sensibile, integralmente naturale e caratterizzato da bisogni, per il quale non ha più senso parlare di dualismo tra anima e corpo (o termini equivalenti). Inoltre, secondo Feuerbach, che abbraccia una visione completamente deterministica della vita, questo individuo non gode assolutamente del libero arbitrio (aprendo così la strada al pensiero filosofico di Marx).

Queste speculazioni filosofiche sono state determinanti nel dare il via alla grande e variegata stagione della filosofia contemporanea, la quale prende forza e forma dalla rivoluzione industriale, ormai alle porte della storia. Ma insieme ad essa, e per effetto di essa, sorge e impregna la maggior parte delle filosofie dell’Ottocento (prima fra tutte quella di Marx) una nuova ed imprevista argomentazione: la questione sociale, soprattutto con riguardo alle condizioni dei lavoratori.

Autore: Steve Round

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3 Commenti

  1. Verrà pubblicato anche la parte sulla filosofia del ‘900 e contemporanea?

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  2. Per me che non mi sono mai accostata alla filosofia è stata una spiegazione illuminante e chiarissima. Complimenti e grazie per aver salvato una neo-studentessa!

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