Filosofia per principianti

La sintesi di Storia della Filosofia, per chi si avvicina la prima volta alla Filosofia

Filosofia classica greca

Il connotato che distingue la filosofia presocratica (prima di Socrate) dalla successiva (di Socrate, Platone e Aristotele) è soprattutto il diverso atteggiamento con il quale i filosofi analizzano il mondo. girl-476977_1280

Mentre i primi filosofi osservavano gli “oggetti” intorno a loro, li interpretavano e cercavano di spiegarli, di dar loro un significato, così da capire il mondo, i pensatori della filosofia classica greca, oltre a fare le stesse identiche cose, cercano di cambiarlo, il mondo.

Le conclusioni concettuali dei filosofi classici aspirano, nelle intenzioni dei loro autori, a divenire norme oggettive, regole da rispettare, affinché si riesca non solo a dominare la natura, ma anche a gestire la realtà sociale e politica del tempo, in primis la sfera pubblica della convivenza tra gli uomini.

Abbiamo detto che l’attitudine allo speculare filosofico, soprattutto con riguardo alla società civile, nasce dalla necessità di dare certezze in un mondo che non ne aveva. Se nei secoli passati ci si accontentava di comprendere le “leggi” che regolano la realtà sociale e politica, così da non rimanere disorientati dai suoi continui cambiamenti, ora, nella Grecia dei grandi pensatori classici, questi compiono un passo ulteriore: cercano di trasformare il contesto sociale ed il governo politico con l’intento di renderli migliori. Ed infatti è proprio questo l’obiettivo cui aspirano i “sistemi” di Platone e Aristotele.

 

Il sistema di Platone è prettamente politico. Egli mette tre classi nella sua società ideale e giusta: i sovrani, i soldati e la gente comune (come vedremo queste tre classi sociali corrispondono alla sua visione dell’anima immortale, che è appunto divisa in tre parti). Secondo Platone ciascuna classe deve attenersi alla propria sfera di competenze, mentre il sovrano deve affidarsi alla filosofia, cioè, in altre parole, deve essere lui stesso un filosofo di professione, per assicurare un governo equo e giusto alla comunità.

Leucippo e Democrito, ovvero gli ‘atomisti’ (leggi tutto …)

In quasi tutti i libri di filosofia i “pensatori dell’atomo” sono posti tra i presocratici: niente di più sbagliato. Questi pensatori infatti sono stati contemporanei di Socrate e addirittura Democrito è morto circa cinquant’anni dopo Socrate. L’errore di classificazione compiuto dagli storici della filosofia ha comportato la non lieve conseguenza che l’idealismo di Platone è sempre stato considerato su un livello culturalmente superiore al materialismo di Leucippo e Democrito, quando invece nella Grecia classica molto probabilmente idealismo e materialismo stavano sullo stesso piano (e si davano battaglia).

Comunque sia, Leucippo è a ragione il padre della “filosofia atomista”, in funzione della quale egli affermava che “nulla avviene per caso, ma tutto secondo ragione e necessità”. Con ciò volendo dire, forse, che esiste sempre un nesso di causalità nell’universo, i cui cambiamenti non avvengono quindi in modo caotico, ma secondo leggi e regole ben precise.

La filosofia atomista di Leucippo è stata poi implementata dal suo allievo Democrito, che asseriva esattamente il contrario di Parmenide: non è vero che il Non-Essere non è, non esiste, esso esiste eccome, e coincide con il vuoto dell’universo, senza di cui non ci sarebbe il movimento.

In più l’Essere di Democrito non è un tutto, bensì un oggetto composto di corpi solidi e indivisibili chiamati atomi. L’a-tomo è una parola greca che significa appunto in-divisibile. Gli atomi sono così piccoli da essere invisibili all’occhio umano e con il loro movimento nel vuoto si aggregano continuamente formando tutti gli oggetti esistenti.

Diverso è il progetto di Aristotele, discepolo di Platone. Questo riguarda la scienza, perché nel sistema di Aristotele è la conoscenza degli strumenti del sapere scientifico a permettere di gestire la realtà sociale e politica. Aristotele, e successivamente la sua scuola, cercano quindi di definire, nel miglior modo possibile, i contenuti e le strutture concettuali del sapere scientifico.

Per quanto sopra, alcuni studiosi dividono questo periodo della filosofia classica in due sotto-periodi di natura tecnica (anche se, invero, la distinzione non è così netta):

  1. la fase antropologica, che arriva fino alla morte di Socrate (399 a.C.) ed in cui la filosofia studia l’uomo, le sue facoltà ed il suo posto nella natura
  2. la fase sistemica, con i due grandi sistemi di Platone e Aristotele sopra accennati

Originale è il concetto di “idea” di una cosa, costruzione mentale che viene prima della cosa materiale. Di quest’ultima possiamo avere conoscenza solo attraverso i nostri sensi, la nostra esperienza empirica, e quindi la cosa sensibile esprime il “molteplice”, mentre l’ “idea” della cosa rappresenta l’ “uno”.

Socrate (leggi tutto …)

Socrate non ha lasciato niente di scritto e pertanto tutto quello che sappiamo di lui è frutto delle narrazioni di coloro che lo hanno conosciuto e ne hanno descritto il pensiero: Senofonte e, soprattutto, Platone. Quest’ultimo ha utilizzato il suo maestro Socrate inserendolo come personaggio (protagonista) in molti dei suoi dialoghi, nei quali Socrate parla e descrive la sua filosofia. Ma siamo sicuri che le cose che dice il personaggio Socrate nei dialoghi di Platone corrispondono esattamente al pensiero del filosofo-uomo Socrate? O invece i dialoghi ci informano sul pensiero dell’autore, Platone, che fa dire a Socrate quelle che sono le sue personali speculazioni? Una risposta certa a tali interrogativi non l’avremo mai e quindi prendiamo per buone le affermazioni del personaggio Socrate, riportate nei dialoghi di Platone, come se fossero esattamente quelle dell’uomo Socrate. Tuttavia teniamo sempre presente che non conosceremo mai il confine tra il Socrate “socratico” ed il Socrate “platonico”.

La caratteristica di Socrate è stata quella di condurre le sue indagini filosofiche mediante la dialettica ed il dialogo, cioè la conversazione tra due persone, fino ad arrivare all’ironia. E ciò soprattutto sulle questioni morali. Socrate infatti fa continuamente domande agli altri e sono domande solo all’apparenza facili, perché in realtà sono molto scomode, quasi fastidiose per chi aveva la sventura di riceverle e di dover rispondere: cos’è la bellezza? … e che cos’è la giustizia? … e la bontà? … e l’amore?

E così via, finché Socrate non riusciva a mettere in difficoltà i suoi interlocutori, dimostrando l’inconsistenza delle loro risposte, la loro mancanza di solidità. Questo perché Socrate cercava, nel dialogo con gli altri, l’essenza dei concetti, ovvero quell’idea che accomuna tutte le cose (oggetto delle sue domande) e rende le cose stesse ciò che esse in effetti sono: per es. alla domanda “cos’è l’amore?” è facile rispondere “amo Maria o Giovanna, ed ella quindi è un esempio di bellezza”, ma ad una risposta del genere Socrate avrebbe ribattuto “sì, ma io ti ho chiesto cos’è l’amore, non quali sono le persone che ami”.

Quello che cercava Socrate era l’idea dell’amore (per rimanere nell’esempio di cui sopra, ma la ricerca di questa sua idea generale valeva per qualsiasi altra cosa o virtù morale), della quale le persone da lui interrogate non ne sapevano niente, e ciò le metteva, il più delle volte, in imbarazzo.

Per Socrate quindi non è possibile dire “amo questa o quella persona” se prima non si conosce il concetto o l’idea di amore, altrimenti non si ha un criterio metodologico per definire amore quello che si prova verso una certa persona.

Tuttavia tale criterio metodologico non può stare nelle cose, nel variabile molteplice, esso va cercato sicuramente dentro l’uomo e più precisamente nella sua anima.

Secondo Socrate dunque la “verità” è nell’anima umana e questa ricerca delle verità dell’anima deve essere sempre portata avanti, perché permette di condurre una vita virtuosa: l’unica che l’uomo dovrebbe cercare di vivere.

La verità è nell’anima dice Socrate, anche se egli non sa in che modo l’anima sia il luogo della verità, così come egli, pur credendo nell’esistenza dell’anima, non sa se l’anima è immortale e se quindi essa sopravvive dopo la morte del corpo (come ritenevano molti altri filosofi). Queste “non conoscenze di Socrate”, ovvero mancate prese di posizioni su alcune questioni filosofiche, ci dicono anche che Socrate era più bravo a fare domande che a rispondere, cioè a giungere alle conclusioni sulle argomentazioni che egli stesso poneva.

Per inciso questa convinzione di Socrate che la verità non solo esiste, ma è dentro di noi, nell’anima (o psychè, parola greca da cui deriva “psicologia”), costituisce la grande differenza tra Scorate ed i sofisti (cui egli è stato spesso, erroneamente, accostato), i quali avrebbero risposto alle domande di Socrate – per es. sull’amore – che non esiste il concetto di amore ma solo modelli, sempre molto relativi, di persone amate. E “la verità è nell’anima” è pure un’affermazione che fa discostare Socrate dai filosofi precedenti, i quali erano convinti che la verità fosse nella natura (phisis), non nell’anima.

La dissociazione tra anima e corpo prodotta dal pensiero di Socrate non solo spiega cosa intendevano i filosofi quando affermavano che bisogna “conoscere se stessi”, ovvero comprendere la verità sita dentro l’anima di ciascuno, ma crea anche un’importante opposizione tra spirito-anima da una parte e materia-corpo dall’altra, la quale avrà una forte ripercussione nelle epoche successive, in quanto l’anima sarà identificata come principio del bene, mentre il corpo-materia sarà visto come peccato.

Perché Socrate procede nella sua indagine mediante continue domande fatte alle persone che incontra (molto spesso senza fornire egli stesso, come abbiamo detto, risposte concludenti)?

La risposta ce la fornisce proprio Socrate, che di se stesso dice di “sapere di non sapere”. Infatti in pieno relativismo del pensiero, cioè in un mondo in cui i sofisti diffondono la convinzione che si può sostenere tutto ed il contrario di tutto e che quindi non ci sono certezze, Socrate crede invece nella verità, in una certezza oggettiva, e la cerca nell’animo umano, comportandosi di conseguenza, ovvero in modo virtuoso (ad es. dicendo la verità). Pertanto facendo domande a chiunque Socrate cerca la verità, cerca ciò che non sa.

Il comportamento di Socrate è una forma di ricerca della verità che porta alla conoscenza, nella consapevolezza che nell’uomo il peccato deriva dalla mancanza di conoscenza (ed è per questo che Socrate cerca di smascherare le false pretese di verità altrui, promuovendo così, in se stesso e negli altri, la conoscenza dell’essenza vera dell’uomo). La causa del male è infatti l’ignoranza, la quale a sua volta corrisponde a quelle menzogne che sono nell’anima dell’uomo e che gli impediscono di conoscere la natura del bene: secondo Socrate chi conosce il bene non può che perseguirlo.

Perciò, in conclusione, la conoscenza equivale alla virtù.

Questo metodo di fare ripetute domande è quindi per Socrate un modo di educare (e-ducere significa “portar fuori”), inteso nel senso di togliere dall’anima i falsi ragionamenti, i “fantasmi della verità”, per consentire alla verità oggettiva di venir fuori, attraverso una modalità di educazione che prende il nome di maeiutica: portar fuori la verità che è già nell’uomo ma che egli non riconosce. La maieutica è l’arte del filosofo di gettare una luce nella mente dell’allievo, attraverso le domande e la parola, su nozioni che egli già possiede senza saperlo. Maieutica è una parola relativa alla figura dell’ostetrica (cioè di colei che “tira fuori” il neonato dal corpo) e Socrate, figlio di un’ostetrica, si considerava egli stesso un “ostetrico della verità”, perché cercava di ricavare la verità dai suoi interlocutori.

Socrate fu il primo a pensare che i termini linguistici con cui sono definite le cose identificano le specie oggettive o “idee” delle cose stesse, le quali non sono semplici costruzioni mentali o nomi astratti, ma veri e propri enti reali, addirittura più reali delle cose sensibili, perché queste ultime sono “particolari”, mentre le idee generali delle cose sono “universali”.

Una tesi che sarà ampliata da Platone, che coniò per essa la dottrina dell’idealismo oggettivo, secondo cui le idee, essendo universali, sono sostanze reali, anche se non appartenenti alla fisica, bensì alla “metafisica” (termine inventato dopo Platone per indicare tutto ciò che viene dopo la fisica): nasce su queste basi il cosiddetto platonismo.

Platone (leggi tutto …)

Platone ha lasciato molti scritti, i quali non sono semplici saggi ma “dialoghi” tra personaggi, anche molto vivaci. Uno dei personaggi più ricorrenti (potremmo dire il protagonista dei dialoghi) è Socrate ed infatti conosciamo il pensiero di quest’ultimo filosofo proprio per quello che Platone afferma nei dialoghi, facendo però sorgere il sospetto che il pensiero del personaggio Socrate non sia farina del suo sacco, bensì piuttosto quella di Platone, autore dei dialoghi.

La teoria delle idee di Platone è sicuramente la riflessione più nota e tramandata dell’intero “sistema” platonico. Secondo questa teoria, per qualsiasi oggetto che noi conosciamo attraverso i sensi, esiste da qualche parte fuori dallo spazio e dal tempo il corrispondente oggetto ideale, fatto di una sostanza non-fisica o, meglio, metafisica. L’idea dell’oggetto è la realtà, mentre l’oggetto particolare che conosciamo e tocchiamo è solo l’apparenza del medesimo. Per capire meglio si pensi al cerchio perfetto, quello in cui tutti i punti della circonferenza sono posto alla stessa distanza dal centro. Il cerchio perfetto non lo troviamo mai nella realtà (perché essi in un modo o nell’altro non soddisfano il requisito descritto, cioè sono tutti imperfetti), tuttavia abbiamo chiara l’ “idea” di cerchio perfetto, ne comprendiamo il concetto astratto, anche se poi ci imbattiamo, attraverso l’esperienza sensoriale, solo in cerchi imperfetti (ne consegue pure che i filosofi pensano più in modo astratto, mentre gli uomini comuni tendono a farsi fuorviare da quello che percepiscono tramite i sensi: ecco quindi la differenza tra realtà ed apparenza).

Come si può vedere trattasi di una riproposizione del concetto socratico, sostituito però dall’idea di una qualsiasi cosa, che esiste ed è reale, indipendentemente dalla cosa materiale in sé.

E lo stesso dicasi per le categorie etiche del tipo “Giustizia” e “Bellezza”, che, secondo Platone, esistono di per sé (come idee) e quindi non coincidono con le “cose giuste” e le “cose belle” (e prescindono dal comportamento dell’uomo), anche se l’idea di bellezza può essere “avvertita” pure dai sensi.

Per Platone esiste pertanto un mondo empirico, fatto delle cose percepibili dai nostri sensi e caratterizzato dal continuo mutamento, ed un mondo ideale, che esiste in senso metafisico, abitato dalle Idee.

Per far capire bene la teoria delle idee Platone utilizza il famoso racconto del “mito della caverna”, nel quale degli uomini vivono, dalla nascita, incatenati dentro una caverna e non vedono che le ombre degli esseri umani che passano fuori dalla caverna. Questi uomini della caverna scambiano le ombre che vedono per la realtà delle cose e, quando uno di essi si libera ed esce dalla caverna scoprendo il mondo reale al di fuori della grotta, gli altri non gli credono, prendendolo per pazzo, perché nella loro vita hanno conosciuto solo “il mondo delle ombre”.

Con il mito della caverna Platone vuole dire che il prigioniero è l’anima e la caverna è il corpo: l’anima è quindi imprigionata nel corpo, il quale è in balia di tutte le percezioni (che possono essere sbagliate, come insegnano le “ombre”) e queste variano continuamente, non permettendo così di poter contare su un punto fermo. La conoscenza è possibile solo liberando l’anima dalla prigione del corpo, così da vedere le forme pure delle idee, perché le idee abitano l’anima, mentre le sensazioni mutevoli sono nel corpo.

Da ciò consegue che la conoscenza delle verità (in quanto Idea perfetta) è possibile solo liberando l’anima, ovvero mediante l’applicazione del precetto socratico “conosci te stesso”, che con Platone diventa “cura te stesso”, cioè l’anima.

Per Platone la filosofia è dunque un processo di incessante ricerca della verità, con il quale si tenta di raggiungere l’Idea perfetta (la verità appunto) attraverso la rottura che l’uomo dovrebbe operare verso il mondo esterno (verso le sensazioni del mondo esterno), oppure, in altre parole, “portando la mente fuori dal corpo”.

Tuttavia, è appena il caso di notare, tale ritorno alla condizione originaria dell’uomo (di conoscenza dell’idea che è nell’anima) è raggiungibile solo dopo che i sensi hanno avuto la loro propria conoscenza del mondo esterno e pertanto il significato che è sempre stato dato all’”amore platonico” (amore per l’anima e non per il corpo) non è, sotto questo punto di vista, del tutto corretto: bisogna infatti prima passare per l’amore fisico, se si vuole conoscere l’Amore che è nell’anima in quanto idea.

Platone innova anche la teoria della conoscenza. Abbiamo detto infatti che la ricerca della verità posta nell’anima porta l’uomo ad abbandonare il suo corpo (reo di dargli sensazioni mutevoli ed errate) ed a ritornare alla sua condizione originaria, quella in cui egli, non distorto dai propri sensi, conosceva la verità. Ma perché l’uomo ha dimenticato la verità dell’anima? Perché questa è caduta verso il basso e si è unita alla materia, facendo dimenticare all’uomo le idee di cui è composta: quindi l’uomo ha dimenticato la verità e l’unico modo di riconquistarla è la conoscenza.

La conoscenza dell’uomo è dunque un ricordare ciò che si è dimenticato di possedere (qui rivive in parte la filosofia sulla conoscenza di Socrate) e, di conseguenza, la conoscenza per Platone è l’attività del ricordare, cioè l’anamnesi. L’anima dell’uomo è infatti immortale per Platone (a differenza di Socrate che non si pronunciava sull’immortalità dell’anima) ed essa – o se vogliamo la mente dell’uomo – ha conosciuto così tanti cicli di vita precedenti che necessita di essere ridestata, di ritrovare la sua importanza, attraverso la sua reminiscenza: nei dialoghi di Platone appare quindi Socrate che, nel ruolo suo proprio di maieuta (che significa, lo ricordiamo, colui che “tira fuori”), compie questa operazione sull’anima. E’ infatti compito specifico del filosofo, secondo Platone, “curare l’anima altrui”.

La conoscenza dunque per Platone non è quella sensoriale, perché affidarsi alle parvenze dei sensi porta all’errore, ma neanche solo quella mentale (dell’anima per intenderci), perché così facendo sarebbe impossibile commettere errore e si cadrebbe quindi nella contraddizione filosofica. La conoscenza per Platone è una sorta di interazione tra le due, tra “il percipiente ed il percepito”, che avviene sotto la supervisione strategica dell’anima o della mente.

Platone fu pure il primo a formalizzare la teoria della deduzione, che parte da un’ipotesi (cioè da una base, da una assioma o postulato di per sé evidente) per arrivare alla conclusione. Platone utilizzava infatti le ipotesi per spiegare i fatti, ovvero i fenomeni (ciò che riscontrano i sensi). Per lui le ipotesi dovevano “salvare i fenomeni” e pertanto quando un fenomeno o fatto non reggeva all’ipotesi formulata, bisognava considerare un’ipotesi nuova, nella speranza che questa fosse compatibile con il fenomeno e gli desse una spiegazione. Paltone cercava sempre ipotesi migliori, nel senso che, se l’ipotesi A spiegava solo i fatti “a”, “b” e “c”, mentre l’ipotesi B spiegava solo il fatto “d”, era più opportuno cercare un’ipotesi C che spiegasse tutti i fenomeni (“a”, “b”, “c” e “d”), perché quest’ultima era più esauriente, più generale.

L’obiettivo finale di tale ricerca dell’ipotesi migliore era la ricerca dell’ Ipotesi assoluta, in grado di spiegare quello che è il “Bene”.

Ma sono soprattutto le riflessioni di Platone sulla politica ad aver suscitato più discussioni e polemiche tra i filosofi successivi. Se infatti qualcuno ha sostenuto, in positivo, che “tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone” (Alfred North Whitehead), altri hanno invece affermato, in negativo, che lo stato ideale del filosofo greco, concepito nel dialogo “La Repubblica”, è il prototipo del moderno stato autoritario (Karl Popper).

In questo dialogo infatti Platone sembra prediligere, come forma di governo ideale, quella oligarchica (governo di pochi) a discapito della democrazia (governo del popolo).

Ma vediamo nel dettaglio la visione politica di Platone.

La sua città-stato ideale è la madre di tutte le utopie. In essa sono previste tre classi sociali, ciascuna delle quali associata ad una parte precisa dell’anima.

Classe sociale Parte dell’anima
Governanti (i filosofi) Ragione
Guerrieri (i militari) Volontà
Popolo (la massa) Istinto (o appetiti)

Secondo Platone i governanti saggi devono essere i filosofi, i guerrieri armati di volontà sono i militari ed infine gli appetiti appartengono al popolo (la massa).

Platone inoltre distingue tre forme di governo:

  1. Monarchia – UNO SOLO
  2. Oligarchia – POCHI
  3. Democrazia – TUTTI

Come detto, di queste tre strutture, Platone sembra preferire come governo della sua città utopica quella in cui il potere è gestito da UNO SOLO e da TUTTI, quindi una forma mista tra Monarchia e Democrazia.

Platone usa la dialettica per definire esattamente le cose e, in base alla definizione della cosa, la scuola di Platone decide ciò che essa “è” e ciò che essa “non è”, tenendo presente che tale classificazione è possibile perché qualsiasi “oggetto” empirico è distinguibile secondo due universali, che sono più universali di tutte le altre idee: i generi supremi dell’essere, ovvero “tutto ciò che è”, e del non-essere, ovvero “tutto ciò che non è”. Questi generi supremi vengono, come qualsiasi altro universale, prima delle cose.

Considerato che il “non essere” è la molteplicità del mondo dell’esperienza, lo sviluppo successivo della dottrina delle idee porterà al neoplatonismo, con cui si chiederà all’uomo di abbandonare la ragione delle cose materiali, il molteplice, espressione del finito umano, per abbracciare la fede nell’ “Uno”, ovvero nell’infinito divino.

Viceversa l’aristotelismo porterà ad un atteggiamento di pensiero alternativo al platonismo, perché i seguaci di Aristotele punteranno in direzione opposta: non la sintesi verso l’ “Uno” di Platone, bensì l’analisi verso il “molteplice materiale”, individuale e concreto.

Aristotele (leggi tutto …)

Aristotele era un allievo di Platone, ma ben presto il discepolo elaborò teorie proprie, per molti versi opposte a quelle del maestro Platone. Aristotele infatti ebbe a dire che, seppur egli era fedele a Platone, era più fedele alla “verità”.

Aristotele è famoso anche per essere stato il precettore/mentore di Alessandro Magno.

Le opere di Aristotele sono molto meno scorrevoli e leggibili di quelle di Platone, ma sicuramente più accurate ed argomentate. Per questo motivo Aristotele è considerato un filosofo di livello superiore a Platone, tant’è che Aristotele è stato di fatto successivamente “beatificato” dai filosofi cristiani medievali, i quali hanno (forzatamente) coniugato le sue riflessioni alla fede cristiana, ovvero le hanno usate nel tentativo di spiegare, mediante il razionalismo greco (di cui appunto Aristotele è stato uno dei massimi esponenti), il pensiero cristiano, spesso di natura dogmatica.

Inoltre Aristotele fece studi importanti sulla biologia, ed il metodo scientifico da lui utilizzato per affrontare questa materia lo ritroviamo in tutte le sue opere filosofiche, ivi compresa quella con cui si è sforzato di catalogare l’intera conoscenza umana, utilizzando allo scopo numerose classificazioni e sotto-classificazioni dei diversi campi di indagine.

I trattati di Aristotele a loro volta furono messi in ordine per materia, successivamente ad Aristotele, da Andronico da Rodi, che, non sapendo come classificare alcuni scritti di Aristotele relativi a problemi particolari di fisica, li mise – per così dire – nella cartellina da lui battezzata della “metafisica”, cioè “oltre la fisica”, dando così avvio, inconsapevolmente, ad una nuova branca della filosofia che avrà molto successo tra i filosofi dei secoli a venire.

Aristotele ideò un vero e proprio sistema filosofico, composto dalle diverse teorie originate dalle sue straordinarie riflessioni.

Egli non si occupò molto di politica e quindi non formulò mai una seria teoria della politica, a differenza del maestro Platone. Si limitò ad affermare che per una duratura stabilità politica è necessaria una forte classe media, in grado di mettere in equilibrio il potere tra tirannide e democrazia.

Riguardo la logica (disciplina che con Aristotele prese decisamente avvio, per poi essere ripresa e sviluppata da molti filosofi e linguisti nell’arco di due millenni di storia), Aristotele ideò il sillogismo che, secondo lui, è l’elemento di ogni discorso. Il sillogismo è un’espressione testuale formata da 3 parti (soggetto, parte media e predicato), di cui note le prime due (premesse) se ne deduce la terza (conclusione).

Il sillogismo di Aristotele più noto è questo, riferito a Socrate:

Tutti gli uomini sono mortali Premesse
Socrate è un uomo
Socrate è mortale Conclusione

Soggetto (S)Termine Medio (M)Predicato (P)

Abbiamo detto che Aristotele tentò una complicata classificazione della conoscenza in tutti i campi, analogamente alla sua classificazione delle specie viventi in biologia, ma egli propose anche 10 “categorie” di struttura del linguaggio nei suoi studi di logica.

Ecco le categorie sviluppate da Aristotele, con un esempio moderno del loro utilizzo (anticipano di 2000 anni le 5 W dei giornalisti):

Categorie Esempio
Sostanza Una banda di malviventi
Quantità composta da quattro uomini
Relazione di cui due fratelli ed un cugino
Qualità con molti precedenti penali alle spalle
Azione ha tentato una rapina
Tempo ieri verso mezzogiorno
Luogo al locale ufficio postale
Posizione entrando a mano armato dalla porta secondaria
Stato per rubare gli stipendi in pagamento presso gli sportelli
Passione allo scopo di continuare a condurre la loro costosa vita di lusso

Queste 10 “categorie” sono diversi modi generali del discorso, ovvero i predicati più generali, quelli che si possono attribuire alle cose.

Aristotele, distinguendo le “categorie” in funzione del loro significato semantico (della parola in sé) e del loro significato in quanto parola inserita nella frase, ha di fatto creato la linguistica.

Riguardo l’etica la visione di Aristotele era più unitaria di quella di Platone. Aristotele sosteneva che nel campo dell’etica non è possibile fare dimostrazioni.

Egli individuò nella ragione attiva l’elemento corrispondente all’anima di Platone, immortale ma separato dal corpo, il quale è alla continua ricerca del Bene inteso come virtù suprema, a cui tendono tutte le cose.

Aristotele è noto anche per la sua ricerca della felicità e della definizione di un modo di vivere che rende massima la probabilità di essere felici, ma non la felicità come la conosciamo noi – basata su brevi attimi di gioia, piccole soddisfazione e quindi l’accumulo di esperienze e sensazioni piacevoli –, bensì una felicità diversa, molto più ampia, da lui chiamata eudaimonia, che significa “serenità” più che felicità. Essa è legata, secondo Aristotele, alla natura umana, cioè al fatto che l’uomo ha una funzione che peraltro lo distingue dagli animali: egli è infatti in grado di pensare e quindi di decidere come comportarsi, pertanto la miglior vita che l’uomo può condurre – alla ricerca della felicità (eudaimonia) – è quella in cui egli “usa al meglio la ragione”. L’uomo deve con la ragione “realizzare la sua essenza”, provare al momento giusto le emozioni giuste, comportarsi nel modo migliore. Solo così raggiungerà l’eudaimonia e, siccome l’uomo per Aristotele non è un individuo isolato dal resto del mondo, bensì un animale politico, egli sarà sereno solo con la vita di relazione, all’interno della società, interagendo con gli altri in uno stato governato secondo giustizia.

La ricerca del Bene comporta delle scelte e secondo Aristotele la migliore scelta in ogni occasione è quella del “giusto mezzo”, cioè della soluzione di compromesso (o, se vogliamo, della “via di mezzo”, anche se tale decisione implica dei problemi nel caso la virtù cercata sia l’onestà, perché per essa non è mai auspicabile una soluzione di compromesso).

Nel campo della metafisica, infine, Aristotele stravolge la teoria delle forme ideali del suo maestro Platone. Anche Aristotele infatti è contrario al relativismo dei sofisti, ma per lui le forme non danno luogo al cambiamento e non forniscono indicazioni su ciò che è reale e ciò che non lo è. Aristotele si limita ad affermare che le cose (la Sostanza) nascono dalla fusione tra la Materia grezza e la Forma (l’idea della cosa).

Sostanza = Materia + Forma

Invece i cambiamenti sono il frutto di due eventi applicabili alle cose: l’ “atto” e la “potenza”. La sostanza di per sé possiede solo qualità potenziali: per mutare la sostanza ha bisogno di un atto in grado di modificarla, di trasformare cioè in attuali le qualità potenziali insite in essa. La porta ha la “potenza” di poter essere aperta (o chiusa) per le esigenze alle quali è destinata, ma solo con la mano che l’aziona (l’ “atto”) essa assolve alla sua funzione.

Nel sistema di Aristotele c’è posto pure per la teoria della Causalità, sulla base della quale gli eventi che si verificano hanno 4 cause, perché per Aristotele “la natura non agisce mai senza un fine”. Ecco per esempio le cause della caduta di un sasso:

Causa Esempio di Aristotele
1) Materiale il sasso
2) Formale la condizione in cui si trova
3) Efficiente la spinta che gli viene data
4) Finale il risultato che si ottiene con la forza impressa (la caduta del sasso)

E’ appena il caso di notare che, mentre l’odierna ricerca scientifica sperimentale (risalente addirittura a Galileo) prende in considerazione solo la causa efficiente, nell’antichità di Aristotele la causa che ebbe più successo fu quella finale. Ciò forse perché Aristotele affermava che la causa finale di tutte le cose (ovvero il vecchio “principio primo” di sapore presocratico) era un motore immobile, e questa sua asserzione si prestava bene alla riscoperta del suo pensiero (detto aristotelico) da parte dei filosofi della Scolastica medievale, i quali ovviamente collocarono facilmente Dio al posto del “motore immobile”.

La dottrina della causa finale è stata dunque, per la sua caratteristica di considerare Dio causa ultima di tutte le cose (come il motore immobile aristotelico), un punto di riferimento filosofico almeno fino al Rinascimento.

Un discorso a parte meritano i sofisti, filosofi che sono stati per secoli considerati dagli studiosi alla stregua di mercenari, uomini che predicavano la filosofia solo per denaro, soprattutto nella veste di tutori dei giovani di buona famiglia.

I sofisti si caratterizzano per l’utilizzo dell’oratoria e della retorica (l’arte di cercare consensi), allo scopo di sostenere tutto ed il contrario di tutto, cioè per l’uso delle proprietà del discorso logico, al fine di patrocinare qualsiasi causa faccia loro comodo, sfruttando le ambiguità insite nel linguaggio (ed anche quegli opposti della dialettica di cui abbiamo già trattato, che secondo i presocratici davano vita, con la loro conflittualità, a tutte le cose del mondo).

Come detto, per le condizioni sopra descritte, i sofisti sono sempre stati considerati la “feccia” dei filosofi, degli ingannatori di professione capaci di sfruttare la filosofia a loro vantaggio, concentrandosi sull’apparenza delle cose in modo di “far parere vero il falso”.

Recentemente però i sofisti sono stati rivalutati, perché con le loro speculazioni sono andati spesso contro il potere costituito, tanto da essere considerati i primi illuministi della storia (c.d. illuminismo sofistico).

Gorgia e Protagora, ovvero i ‘Sofisti’ (leggi tutto …)

I sofisti erano considerati fino a non molto tempo fa dei filosofi di serie “B”. Ciò perché di essi si rimarcavano soprattutto:

  • il fatto che insegnavano la filosofia a pagamento
  • l’uso spregiudicato (ma erudito) della dialettica e della retorica, con le quali riuscivano a sostenere quello che faceva loro comodo, ovvero tutto ed il contrario di tutto. Erano infatti bravissimi ad avvalersi di “sofismi”, ovvero di espedienti, argomentazioni e ragionamenti che, secondo i loro detrattori, essi utilizzavano per “far valer come vero il falso”

Per le suddette abilità i Sofisti hanno avuto un momento fortunatissimo nella Grecia antica, perché i loro servizi erano socialmente molto richiesti, sia dai politici per parlare nell’assemblea dell’agorà, sia dai magistrati e dagli accusati per le oratorie nei tribunali, ove essi peroravano le cause degli uni e degli altri mediante la pronuncia di bei discorsi.

I sofisti sono stati però recentemente riconsiderati, perché la circostanza che si facevano pagare come insegnanti di filosofia era giustificata dal fatto che per essi la docenza era un mezzo di sostentamento (non tutti i filosofi erano ricchi, come i più noti di essi). Ma soprattutto i sofisti sono stati rivalutati perché con la loro ineguagliabile oratoria sono andati spesso – ed a ragione – contro l’ordine sociale e la religione, nel tentativo di scalfire un sistema antiquato e difettoso, col fine ultimo di cambiare il modo di pensare ed ampliare il campo della conoscenza.

I sofisti hanno modificato radicalmente l’oggetto della filosofia: prima era la natura, adesso era l’uomo.

Gorgia è stato sicuramente il filosofo sofista più radicale. Secondo lui nell’universo non esiste nulla, se anche esistesse qualcosa non si potrebbe comprendere e se anche qualche intelligentone la comprendesse non riuscirebbe a comunicarla.

Quello che Gorgia intendeva dire è che non esiste una verità “oggettiva”, tutto è relativo, perché dipende dalle sensazioni individuali e dalle opinioni delle persone, che cambiamo da individuo a individuo.

Sulla stessa linea si pone anche Protagora, la cui affermazione più famosa è la seguente: “L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono, in quanto sono, e di quelle che non sono, in quanto non sono”.

Non c’è quindi per Protagora una verità assoluta, ma solo tante verità relative, soggettive, una per ogni essere umano. Uno scetticismo questo che esprime tutto il relativismo del filosofo, nonché il suo grande agnosticismo (dottrina filosofica che afferma l’incapacità della mente umana a conoscere l’assoluto, in quanto estraneo alla scienza positiva). Scettico è un termine greco con cui si definisce l’atteggiamento di chi osserva e riflette, ma anche di chi ritiene – come Protagora – che l’uomo non può conoscere la verità delle cose, perché questa varia da persona a persona e pure in base al contesto nel quale essa è espressa.

Autore: Steve Round

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3 Commenti

  1. Verrà pubblicato anche la parte sulla filosofia del ‘900 e contemporanea?

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  2. Per me che non mi sono mai accostata alla filosofia è stata una spiegazione illuminante e chiarissima. Complimenti e grazie per aver salvato una neo-studentessa!

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