Filosofia per principianti

La sintesi di Storia della Filosofia, per chi si avvicina la prima volta alla Filosofia

Illuminismo (o “epoca della borghesia”)

Le caratteristiche principali di questo periodo filosofico durato quasi 150 anni, nei quali il pensiero dei vari filosofi è sostanzialmente unitario, sono riassumibili nelle seguenti:

  • Si tratta del momento storico di formazione delle grandi identità nazionali, cioè degli Stati.
    In questa fase cominciano a prendere vita gli Stati nazionali (così come li conosciamo ora), con le idee di emancipazione civile e politica e di organizzazione territoriale che ne derivano. I nuovi contesti socio-politici costituiscono gli elementi portanti del pensiero filosofico del periodo ed i filosofi stessi non rimangono estranei alle società politiche che si stanno delineando intorno a loro, anzi l’unione tra filosofia e partecipazione politica è ufficializzata e perseguita come un obiettivo dichiarato del sapere filosofico.thinking-663784_1280
    I grandi pensatori includono quindi nelle loro riflessioni gli aspetti meramente politici, ormai considerati essenziali e non più procrastinabili, e sono spesso addirittura in prima linea, nei loro Paesi, per il raggiungimento degli ideali politici (per es. l’indipendenza nazionale) considerati più meritevoli. E questo vale sia per i filosofi che vivono all’interno di Nazioni in via di costituzione, sia per quelli, probabilmente più sfortunati, che vivono in aree geografiche ancora prive di una loro identità nazionale (che arriverà più tardi, con ritardo), come ad esempio l’Italia e la Germania. Nelle idee filosofiche dei primi prevale infatti il sentimento nazionale e la ricerca di una convivenza civile e politica rispettosa della raggiunta autonomia politica, mentre le opere dei secondi sono caratterizzate dall’assenza dello Stato nazionale e quindi dalla presa d’atto di una situazione politica frammentaria e non definita, che si manifesta nella loro debolezza ad agire sulla realtà pratica.
    Le Nazioni che si vanno formando in questo periodo storico sono sostanzialmente monarchie assolute, con poteri politici fortemente centralizzati, ad eccezione della piccola repubblica d’Olanda, divenuta indipendente dopo essersi affrancata dal dominio spagnolo.
  • Conseguentemente è l’epoca delle rivoluzioni borghesi e dell’Illuminismo.
    Le idee filosofiche del periodo sono fondate sugli interessi della borghesia mercantile e manifatturiera, che sta nascendo in Inghilterra, in Francia ed in Olanda.
    Il riferimento è pure al famoso conflitto tra “terzo stato” ed antico regime, che in Francia culmina con la Rivoluzione del 1789.
    L’Illuminismo poi è la causa più importante dell’unitarietà del pensiero filosofico. Esso infatti è un movimento culturale e filosofico, caratteristico del Settecento, fondato sulla ragione dell’uomo, che può essere descritto efficacemente dalla nota definizione di Kant: “gli uomini devono avere il coraggio di servirsi della loro intelligenza”.
    Così come è preferibile parlare di “filosofie” al plurale (considerati i diversi contesti politici, ormai delineati), è altrettanto preferibile parlare, non di Illuminismo al singolare, ma di “Illuminismi” al plurale. Ciò in quanto anche tale movimento assume forme peculiari in ciascuna nazione.
  • Incidono inoltre sul pensiero del periodo le conseguenze della guerra dei Trent’anni, una guerra di religione (almeno all’inizio) tra cattolici e protestanti che si riverbera nelle riflessioni dei filosofi, quanto meno per tutto il Seicento
  • I filosofi del periodo si distinguono convenzionalmente in base alla loro preferenza per il “razionalismo” o per l’“empirismo”.
    I razionalisti sono: Cartesio, Spinoza e Leibniz. Gli empiristi sono: Locke e Hume.
    Si tratta appunto di una divisione convenzionale, perché in realtà i primi (i razionalisti) tengono comunque conto dell’esperienza empirica e dei risultati degli esperimenti scientifici, così come i secondi (gli empiristi) non tralasciano nelle loro analisi riflessioni sui processi della ragione.
    Un intreccio quindi tra gli uni e gli altri, che nel caso di Hobbes è particolarmente avvertito, tanto da non permettere di classificare univocamente questo filosofo nella corrente del razionalismo o dell’empirismo.
  • Sono infine sempre più importanti le colonizzazioni d’oltreoceano, che portano gli europei a diverse e più ampie aperture mentali, a nuovi interessi non solo economici e, in definitiva, al relativismo culturale.

In questo periodo si distinguono in Francia Diderot e D’Alembert, che scrivono e sviluppano (per la prima volta nella storia) il progetto dell’“Enciclopedia”, cioè di uno strumento finalizzato a diffondere il sapere in generale e quello dei “lumi”, ovvero della “ragione”, in particolare.

 

Sempre in Francia, con il Contratto sociale di Rousseau, iniziarono a diffondersi sentimenti di patria, di libertà e d’uguaglianza, i quali influenzeranno per lungo tempo i pensatori che scriveranno di concetti come “nazione” e “storia della nazione”.

Jean-Jacques Rousseau (leggi tutto …)

Nell’opera Il Contratto sociale, Rousseau espone la sua celebre teoria politica, che ebbe molta influenza sulla Rivoluzione francese.

Con Il Contratto sociale Rousseau auspica un accordo mediante il quale, in cambio della protezione fornita dalla società, i sudditi rinunciano ai loro diritti naturali a favore della “volontà generale” della collettività. Questa “volontà generale” è un’espressione astratta di ciò che è meglio per tutti, dell’interesse comune della società (la libertà e l’uguaglianza), alla quale ciascun individuo vi si assoggetta volontariamente, facendola così diventare l’unica fonte della sovranità (termine che per Rousseau corrisponde al potere di fare leggi, rappresentando quindi nient’altro che il bene comune).

Il concetto di “volontà generale” va tenuto separato, secondo Rousseau, da quello di “volontà di tutti”. Quest’ultimo rappresenta l’interesse egoistico dei singoli, mente il primo, più importante, è l’interesse della “collettività”, è il “bene comune” che la società deve perseguire in quanto collettività.

Rousseau predicava anche l’estensione della democrazia a tutti i cittadini, divulgando quindi una forma di democrazia diretta al posto della tradizionale aristocrazia elettiva (formata dai parlamentari eletti). Nella “democrazia diretta” le eventuali opinioni individuali in disaccordo si neutralizzano a vicenda, facendo emergere ancora una volta la “volontà generale” della società.

Un altro francese, Montesquieu, sviluppa una riflessione sulla politica le cui conclusioni non solo sono ancora oggi il punto di riferimento di qualsiasi Costituzione nazionale, ma nel breve termine rappresenteranno addirittura i pilastri della rivoluzione americana e di quella francese.

Montesquieu infatti, nella sua famosa opera Lo spirito delle leggi, propone per la prima volta quella separazione di poteri statali (legislativo, esecutivo e giudiziario) in conseguenza della quale ciascun potere costituisce un freno agli altri due, diventata ora il fondamento di tutte le Costituzioni dei moderni Paesi democratici (non dispotici, all’opposto dei governi totalitari dove i tre poteri sono riuniti nelle mani di un unico soggetto: il dittatore). Egli è anche l’ideatore della fiducia parlamentare all’esecutivo, altro pilastro sul quale sono basate le attuali democrazie. Inoltre Montesquieu studia le varie forme di governo, associando a ciascuna di esse un “principio animatore”: alla repubblica la Virtù, alla monarchia l’Onore ed al dispotismo la Paura.

Anche l’olandese Spinoza mette insieme, nel suo Trattato teologico-politico, le due anime della realtà del suo tempo, ovvero le indagini sulla religione da una parte e quelle sulla politica dall’altra.

Baruch Spinoza (leggi tutto …)

L’olandese Spinoza era, come Cartesio, un razionalista, il quale aspirava addirittura a conoscere qualsiasi aspetto del mondo reale attraverso il metodo della geometria.

Egli infatti cercò di costruire una geometria della filosofia, ovvero un sistema di assiomi e di definizioni con cui giungere a delle conclusioni (proposizioni) in grado di spiegare il funzionamento del mondo, presunto completamente “deterministico”.

In altre parole, partendo da definizioni ritenute “vere” perché frutto di idee “chiare e distinte”, Spinoza tentò di attribuire una coincidenza esatta tra “l’ordine e connessione delle idee” e “l’ordine e connessione delle cose”, con l’obiettivo finale di dimostrare – in modo prettamente matematico – come condurre una vita buona e virtuosa.

Spinoza sosteneva che esiste un’unica Sostanza: Dio cioè la natura. Secondo Spinoza infatti Dio e la natura sono la stessa cosa e quindi Dio è tutte le cose. Tale idea è detta panteismo e si differenzia molto dalle religioni tradizionali, perché queste sostengono che Dio ama gli uomini e cerca di esaudire le preghiere che essi gli rivolgono, quando invece il panteismo afferma che la suddetta visione di Dio è una forma, sbagliatissima, di antropomorfismo (con la quale cioè si proiettano in Dio caratteristiche umane, come ad es. la compassione), mentre Dio è per i panteisti un essere assolutamente impersonale, al quale non importa di nulla e di nessuno. Secondo Spinoza esso va amato senza aspettarsi di essere ricambiati.

Al panteismo hanno aderito personaggi illustri, come per es. il fisico e matematico Albert Einstein, il quale non credeva che esistesse un Dio personificato ma scrisse in una lettera che credeva nel Dio di Spinoza.

Pertanto Dio ed il Cosmo sono fatti della stessa cosa ed il nostro mondo è solamente uno dei tanti aspetti che può assumere la Sostanza, così come (per giustificarne la separazione in Cartesio) anche la mente ed il corpo sono “attributi” dell’unica Sostanza.

La “Sostanza” rappresenta quindi il concetto metafisico principale della filosofia di Spinoza. Questa Sostanza si può manifestare in due modi:

  1. come “natura naturante”, cioè principio di tutto l’universo
  2. come “natura naturata”, cioè universo stesso nella sua molteplicità

Pertanto, mentre per Cartesio vigeva la distinzione tra pensiero e corpi (o, meglio ancora, tra “cose estese” e “cose pensanti”), per Spinoza la Sostanza è unica, con la conseguenza che il pensiero ed i corpi cartesiani sono solo “attributi” e “modi” della Sostanza.

Più precisamente l’ “attributo” è tutto quello che appartiene alla sostanza stessa, quale principio e causa di tutte le cose, inclusi (in quanto la Sostanza è Dio o Natura) sia il pensiero sia l’estensione del pensiero. I “modi” sono invece le caratteristiche finite assunte dalla Sostanza, cioè i suoi effetti nella molteplicità dell’unverso.

Spinoza era un determinista convinto, perché credeva che qualsiasi azione umana fosse il prodotto di una causa e la spiegazione più facile per capire tale convinzione è quella dell’immagine del sasso lanciato in aria: se il sasso avesse una sua personalità, come quella degli uomini, penserebbe di muoversi nell’aria in ragione di una propria volontà, non capirebbe che in realtà non ha nessuna discrezionalità nel decidere come muoversi, perché a guidarlo senza possibilità di scelta sono la forza del lancio e poi, nella ricaduta, quella di gravità. Lo stesso vale, secondo Spinoza, per gli uomini, che credono di avere la libera scelta ed il controllo della propria vita, ma hanno solo l’illusione di tale controllo, perché in realtà le loro azioni e le loro decisioni sono il frutto di cause esterne.

Questa visione rigidamente deterministica del sistema di Spinoza portava però all’annientamento del libero arbitrio dell’uomo ed allora il filosofo concepì un adattamento della sua teoria. Secondo Spinoza infatti l’uomo ha un istinto di conservazione per il quale, di fronte alle ostilità, egli compie uno “sforzo”. Tale sforzo comporta lo sprigionarsi delle passioni dell’uomo, che servono appunto a reagire istintivamente davanti alle avversità della vita. Quando l’uomo agisce sotto l’effetto delle sue passioni, egli è “passivo” e come tale non possiede il libero arbitrio. Affinché l’uomo sia “attivo”, e quindi dotato del libero arbitrio, occorre che egli domini le sue passioni, comprendendo che la sue azioni fanno parte di un disegno più ampio: il sistema di cause ed effetti della natura. Solo con tale comprensione e sopraffazione delle proprie passioni l’uomo diventa libero e non più condizionato dalle emozioni. A questo punto, le passioni stesse, essendosi trasformate in idee chiare e distinte, trovano posto nel sistema geometrico formulato da Spinoza.

Quella descritta è, secondo Spinoza, la ricetta della felicità dell’uomo, il quale, in quanto libero, può esercitare pienamente la sua ragione, comprendere di conseguenza la realtà del mondo e, per tale via, avvicinarsi all’idea di Dio.

L’inglese Hobbes elabora – guarda caso in questo momento storico particolarmente “politico” – un’importante teoria dello Stato, conseguenza molto probabilmente delle guerre di religione che avevano spaventosamente insanguinato l’Europa.

Una teoria dello Stato orientata all’applicazione pratica delle idee, che tiene conto della realtà circostante, cioè, in altre parole, destinata a promuovere non valori metafisici assoluti – com’era stato finora per la speculazione filosofica –, ma comportamenti generali e pratici, per i quali c’è una condivisione, un accordo fra i partecipanti a un dato contesto sociale.

Thomas Hobbes (leggi tutto …)

Hobbes fu uno dei primi filosofi ad essere profondamente influenzato dalla scienza deterministica. Infatti Hobbes, che aveva conosciuto Galilei ed era rimasto impressionato dalle certezze della matematica, cercò di costruire, partendo dalla geometria euclidea, una teoria meccanicistica dell’universo, in cui tutto poteva essere spiegato dalla legge del “moto dei corpi” (cioè il mondo fisico era il risultato del movimento dei corpi, ovvero di un modello scientifico molto alla moda nel periodo di Hobbes).

Anche il corpo umano, secondo Hobbes, si poteva spiegare con il movimento, cioè con un sistema dinamico. Per esempio i ragionamenti della mente e le emozioni erano la conseguenza del flusso del sangue da e verso il cuore. E siccome la società civile non è altro che una somma di individui, essa è a sua volta spiegata meccanicisticamente dalle persone che la compongono, in quanto essi stessi meccanicisticamente determinati, e così via.

Tuttavia Hobbes è famoso soprattutto perché è stato l’iniziatore della filosofia politica moderna, una branca della filosofia che nella storia di questa è stata sempre presente, ma che non è stata mai approfondita con cura prima di Hobbes: infatti, mentre i classici greci si erano limitati a studiare l’uomo in quanto “soggetto politico” all’interno dello Stato ed i filosofi medievali avevano speculato unicamente sullo Stato all’interno del mondo cristiano, solo adesso si avvertiva l’esigenza di riflettere accuratamente sul rapporto fra l’individuo e lo Stato.

Hobbes elabora la sua filosofia politica nell’opera “Leviatano”, termine con il quale fa riferimento all’omonimo mostro marino biblico, metafora dello Stato tirannico. Il trattato di Hobbes è in definitiva utilizzato per sostenere una monarchia forte ed opporsi alla rivoluzione inglese.

Nel Leviatano egli concepisce la seguente sintesi filosofica:

  1. nello stato di natura l’uomo è “lupo all’uomo”, cioè l’uomo punta esclusivamente a sopravvivere, anche a costo della vita degli altri, in una sorta di guerra di “tutti contro tutti”, nella quale prevale il fondamentale egoismo dell’uomo; Hobbes afferma anche che, nello stato di natura, la vita è “solitaria, misera, brutta, bestiale e breve” ed i concetti di bene e male sono stabiliti discrezionalmente da ciascun uomo;
  2. tuttavia la innata razionalità dell’uomo lo porta, in un secondo momento, a cercare la propria sopravvivenza per altra via, ovvero mediante un “contratto sociale”, allo scopo di mettere in pratica la legge naturale del “cerca la pace e seguila”; l’uomo infatti si rende conto che la guerra di tutti contro tutti porta solo all’anarchia e quindi decide che è meglio rinunciare, con il “contratto sociale”, a qualcuno dei propri diritti piuttosto che continuare a rischiare la morte nella guerra contro tutti, tipica del primo stadio dello stato di natura;
  3. nasce in questo modo lo Stato inteso come “corpo comune”, quale somma di tutti gli individui che lo compongono; nello stato che nasce dal contratto sociale il governante ha poteri assoluti perché gli stessi individui glieli hanno attribuiti in cambio della pace interna, risultato della fissazione di regole e doveri che, a loro volta, hanno comportato la rinunzia da parte dei governati ad alcuni dei loro diritti; pertanto la conseguenza è che gli uomini non possono ribellarsi al governante ed ai suoi poteri assoluti, perché altrimenti, così facendo, romperebbero il contratto sociale che essi stessi hanno siglato con quest’ultimo e ciò sarebbe illogico visto il rapporto instaurato con il monarca.

Ricordando che Hobbes aveva una visione deterministica dell’universo, si capisce perché egli sostiene che non può esserci con il contratto sociale una legge ingiusta, ma eventualmente solo cattiva.

L’elaborazione di Hobbes si sostanzia quindi in una relatività di situazioni che coinvolge anche la scienza.

Tant’è che Locke, sempre nel Regno Unito, si avvicina molto alle scienze sperimentali con la suo nota teoria della “tabula rasa”, per la quale la mente umana non nasce con idee precostituite.

John Locke (leggi tutto …)

Locke è il più noto filosofo empirista del periodo ed è colui che meglio esprime lo spirito della rivoluzione borghese di stampo democratico del 1688.

Grande avversario del razionalismo cartesiano, Locke sostiene che “la mente prende le idee unicamente dall’esperienza” e rifiuta quindi l’esistenza di qualsiasi forma di idea innata.

Più precisamente la teoria di Locke (conosciuta come teoria della “tabula rasa”) afferma che la mente di un neonato è sostanzialmente una pagina bianca, che si riempie a mano a mano che viene scritta dall’esperienza. In particolare le idee vengono solo dall’esperienza e sono di 2 tipi:

  1. idee di sensazione (idee “semplici”) provengono dai sensi (come per es. il vedere o il toccare) e quindi non richiedono un lavoro della mente, che pertanto rimane “passiva”
  2. idee di riflessione (idee “complesse”) sono il risultato di operazioni compiute dalla mente (la quale è in questo caso “attiva”) con cui essa combina, associa, ordina ed articola le idee semplici, ma soprattutto le ricava dal procedimento d’astrazione.

Nella teoria di Locke gli oggetti hanno il ruolo di contribuire a far scaturire le idee nella mente dell’uomo, mediante le qualità che essi posseggono. Queste qualità sono distinte in:

  1. primarie, se sono concretamente possedute dall’oggetto (per es. dimensioni e forma degli oggetti materiali)
  2. secondarie, se non lo sono, ma producono idee nella mente umana (per es. il colore degli oggetti)

Tale distinzione di Locke delle qualità degli oggetti richiama la tradizionale contrapposizione filosofica tra “apparenza” e “realtà”.

Locke era un realista, riteneva cioè che il mondo reale esistesse concretamente, ma l’uomo lo può conoscere solo indirettamente, tramite le esperienze dei sensi, attraverso le quali egli ha un’ “immagine mentale”, n’ “idea”, delle cose esterne (degli oggetti). In particolare le immagini mentali delle qualità primarie degli oggetti “somigliano” agli oggetti reali, mentre le qualità secondarie non appartengono agli oggetti ma sono il prodotto dell’interazione tra le caratteristiche intrinseche degli oggetti e la fisiologia dell’apparato sensitivo dell’uomo (mediante il quale egli viene a contatto con gli oggetti stessi).

La teoria della conoscenza di Locke appena enunciata aveva però un difetto evidente: se l’uomo conosce il mondo solo indirettamente attraverso l’idea, ovvero l’immagine delle qualità primarie degli oggetti che lo circondano (e che “somigliano” agli oggetti veri), cosa si può dire esattamente di questo mondo e di come esso è fatto realmente? In altre parole, come dimostrare che le idee dell’uomo delle qualità primarie (ad es. forma e dimensione degli oggetti) rappresentino delle valide immagini della realtà del mondo? Questa dimostrazione Locke non era in grado di fornirla, dato che alla base della sua teoria stava appunto la circostanza che l’uomo conosce il mondo solo indirettamente, mediante i sensi. Vedremo come invece Berkeley riuscì a sanare tale difficoltà nella speculazione filosofica sull’argomento, ma al prezzo di una teoria della conoscenza al limite del buon senso.

Comunque Locke è (giustamente) famoso, oltre che come filosofo, anche come primo grande pensatore liberale, cioè ispiratore del movimento politico del Liberalismo.

Il “Liberalismo” è una dottrina che sostiene la limitazione dei poteri dello Stato a favore dei diritti naturali degli individui (c.d. diritti innati).

Si tratta di una particolare definizione che fa coincidere il liberalismo con il giusnaturalismo.

Il giusnaturalismo afferma l’esistenza di diritti soggettivi — inalienabili ed imprescrittibili — degli individui, prima ancora del sorgere della società e dello Stato. Lo Stato infatti sorge per volontà degli individui, mediante un accordo o contratto fra gli stessi (contrattualismo), e pertanto non può violare questi diritti preesistenti e fondamentali, che rappresentano quindi i limiti al suo agire (altrimenti diventa uno stato totalitario, dispotico).

Anzi, secondo il liberali, lo Stato deve proprio assicurare il rispetto e l’applicazione di tali diritti, e di conseguenza la sua funzione deve essere “minima”, in quanto limitata, in un’ottica negativa, a garantire i diritti naturali degli individui.

I diritti fondamentali in questione possono, in linea di massima, raggrupparsi in 2 grandi categorie:

  • diritti o libertà intellettuali e spirituali (libertà d’opinione, di pensiero, d’associazione, di stampa, d’espressione, di religione, etc…)
  • diritti o libertà economici (diritto di proprietà, libertà d’iniziativa economica, etc…)

Per Locke il passaggio dallo stato naturale alla società civile o politica è funzionalmente diretto a tutelare la proprietà privata. Infatti, già nello stato di natura (quindi prima dello stato formale e giuridico) c’è la proprietà privata, ma essa non ha un’origine convenzionale, bensì deriva dal lavoro degli uomini. Tutto quello che essi riescono ad ottenere con il lavoro diventa di loro proprietà, come premio del maggior valore attribuito alle cose lavorate.

L’unico motivo per cui gli individui si spogliano delle loro libertà e si vincolano nel patto sociale (nello stato di diritto), è quello di ricevere maggiori garanzie circa il sicuro possesso dei beni di proprietà e la punizione di chi li insidia.

Quindi, con il patto sociale gli uomini entrano in società conservando tutti i loro diritti, tranne quello di farsi giustizia da soli.

I governanti (che secondo Locke non hanno nessun diritto divino a governare, perché per Dio gli uomini sono tutti uguali) non sono i beneficiari del contratto, ma dei semplici contraenti dello stesso e come tali vi sono anche loro vincolati. Essi non possono pertanto andare contro i loro sudditi, tant’è che i cittadini hanno pieno diritto di opporsi al potere legislativo o esecutivo, anche con la forza (diritto di resistenza), quando esso diventa illegittimo.

I diritti inalienabili di cui gli uomini possono godere grazie alla società civile sono per Locke i seguenti:

  1. il diritto alla vita
  2. il diritto alla libertà
  3. il diritto alla proprietà
  4. il diritto di ribellarsi (o di resistenza) contro i governanti ingiusti e contro leggi ingiuste, come abbiamo detto sopra

Altri pilastri del pensiero di Locke sono:

  • il principio di legalità, per cui le leggi devono essere regolarmente promulgate (non arbitrarie) ed i giudici debitamente autorizzati
  • la regola della maggioranza nelle decisioni di governo, per l’impossibilità di applicare l’unanimità
  • la subordinazione del potere esecutivo (del re) a quello legislativo (del parlamento, civile o politico, che egli chiama “supremo”)

Si tratta di una teoria politica, quella di Locke, fatta di controlli e di equilibri all’interno dello Stato, per la quale deve esserci una separazione dei poteri, con il potere supremo che deve coincidere con quello legislativo. Il parlamento può essere rimosso dal popolo, mentre l’esecutivo (il re, ma anche eventualmente il presidente repubblicano) se non esegue il volere del parlamento deve essere rimosso con la forza (cioè mediante una rivoluzione, come quella americana, sulla cui Costituzione le idee di Locke hanno avuto una grandissima influenza).

La teoria politica di Locke è stata ripresa poi da Montesquieu, che vi ha aggiunto il potere giudiziario ed ha esaltato il principio lockiano della separazione e bilanciamento dei poteri.

Come è facile immaginare, queste idee liberali sono state lo spunto per molte tensioni e lotte in un’Europa caratterizzata ancora dalla prevalenza delle sue monarchie assolutistiche.

Così pure fanno altri due filosofi diametralmente opposti: l’inglese Hume, teorico del laicismo morale, che tenta addirittura di applicare il metodo sperimentale alle scienze morali, perché, secondo lui, l’azione umana è regolata dalle stesse leggi naturali che spiegano i fenomeni fisici; e l’anglo-irlandese Berkeley, vescovo anglicano, che utilizza invece il collegamento tra teoria ed applicazioni pratiche per difendere l’ortodossia cristiana, soprattutto dalla nuova interpretazione scientifica del mondo.

David Hume e George Berkeley (leggi tutto …)

Un altro noto empirista è David Hume. Il retaggio principale lasciato da Hume è stato il tentativo di fondare una nuova scienza dell’uomo, con la quale introdurre anche nel campo morale il metodo sperimentale – come d’uso in qualsiasi altra scienza – con riferimento al modo di ragionare degli individui.

Inoltre Hume cercò di definire con quali “oggetti” il pensiero umano è in grado di interagire e quali di essi sono invece al di fuori della sua portata.

In particolare Hume studiò le relazioni tra causa ed effetto, considerandole una delle tante “regole della natura”, e con riguardo a tali relazioni, mettendo in dubbio la sicurezza che ad una certa causa segua sempre un certo effetto (dubitando cioè delle connessioni necessarie), arrivò alla conclusione che qualsiasi relazione tra causa ed effetto è “falsa e fantasiosa”, perché la concatenazione di eventi – separati e che avvengono in tempi separati – è solo un’abitudine della mente.

Un’importante relazione di causa ed effetto che Hume rifiutò è quella della prova teleologica. La prova teleologica è quella per la quale si dimostra l’esistenza di Dio partendo dalla constatazione che l’uomo, la natura e tutto l’universo costituiscono meraviglie tali che deve esserci per forza un loro architetto, un creatore di queste meraviglie, e questo creatore è necessariamente Dio. In altre parole la prova teleologica dell’esistenza di Dio si basa sul fatto, apparentemente evidente, che il mondo appare come il prodotto di un progetto: il progetto di Dio. Secondo Hume però questa prova non dimostra affatto l’esistenza di Dio, perché il meraviglioso meccanismo del mondo non necessariamente è il prodotto di un progetto, né l’artefice di tale progetto deve essere per forza Dio.

Con queste sue speculazioni Hume contribuì, involontariamente, alla distruzione dell’empirismo di cui pur era seguace, nonché all’annientamento di quella scienza effettivamente empirica della natura umana che invece intendeva delineare.

Il vescovo anglicano Berkeley utilizzava la sua filosofia come estrema difesa dell’ortodossia cristiana. Egli era un grande detrattore di Locke e delle sue conclusioni secondo le quali la conoscenza umana deriva tutta dalle sensazioni o dalle riflessioni, mentre gli oggetti agiscono sulla mente in qualità di “produttori di idee”.

Più precisamente la critica di Berkeley a Locke era imperniata sulla duplice constatazione che quest’ultimo basava la sua intera costruzione filosofica esclusivamente sulle idee e che degli oggetti in realtà non possiamo dire niente. A differenza di Locke, Berkeley riteneva che l’uomo percepisse direttamente il mondo, il quale è fatto solo di idee e, in quanto tale, esiste solo nella mente delle persone. In altre parole un oggetto non è altro che l’insieme di idee che l’uomo ha di esso: non esiste nessun altro tipo di realtà .

Berkeley affermava – in modo idealistico – che “l’essere è l’essere percepito”, cioè che gli “oggetti” esistono solo in quanto l’uomo li percepisce. All’obiezione che un oggetto cesserebbe di esistere se non venisse percepito dall’uomo (ad esempio perché non presente nella stanza in cui l’oggetto si trova), Berkeley rispondeva che questo oggetto continua ad esistere perché è comunque percepito da Dio, il quale percepisce tutte le cose, comprese le nostre menti percipienti, garantendone così l’esistenza stessa.

Inoltre all’altra critica che gli si poteva rivolgere, riguardante il fatto che, se tutte le cose esistenti sono idee e non esiste un mondo al di fuori di esse, non sarebbe possibile distinguere tra illusioni ed oggetti reali, Berkeley rispondeva: la differenza tra l’esperienza dell’illusione e l’esperienza della realtà sta nel fatto che nel caso di quest’ultima le idee dell’uomo non si contraddicono reciprocamente.

Per quanto sopra, oltre ad essere un idealista, Berkeley era un immaterialista. Idealista perché credeva che tutte le cose esistenti fossero idee; immaterialista perché negava l’esistenza degli oggetti fisici, concreti.

Leibniz dal canto suo propone un cristianesimo nuovo, di tipo filosofico e non confessionale, per dare un contributo al tentativo di pace nell’accesa disputa tra cattolici e protestanti. Anche questo filosofo quindi non rimane estraneo, ma anzi si cala nella realtà del suo tempo (la Germania, divisa in tante corti e ancora lontana dalla sua unificazione), cercando di conciliare tensioni e conflitti che sentiva propri.

Egli risente comunque inevitabilmente della mancanza di un proprio stato nazionale (la Germania) e quindi le sue “visioni” cosmopolitiche ed europeiste si scontrano con la tristezza e la limitatezza di una realtà politica frammentata e culturalmente ristretta.

Il merito principale di Leibniz è in ogni caso quello di aver definito due tipi di verità, con una distinzione ed un orientamento alla prassi che risultano notevoli per un filosofo razionalista:

  • le verità di ragione
  • le verità di fatto

Gottfried Wilhelm Leibniz (leggi tutto …)

Il tedesco Leibniz formulò una teoria della conoscenza che, partendo dalle evidenze “chiare e distinte” di Cartesio, distingueva le conoscenze in diversi gradi, i quali andavano dalle conoscenze “oscure”, relative ai sensi dell’uomo, a quelle “chiare, relative alla ragione.

Riferendosi invece all’empirismo di Locke e in contrapposizione a questi, Leibniz postulò il principio per cui “niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, ad eccezione dell’intelletto stesso”. Trattasi della conclusione di un ragionamento filosofico che trova fondamento nella complessa concezione metafisica dell’universo di Leibniz, la quale è incardinata sulla nozione di monadi.

Le “monadi” sono un’infinità di sostanze “semplici” (in contrasto quindi con l’unica Sostanza di Spinoza), infinitesimali ed immateriali, che fungono da elementi costitutivi dell’universo. Ciascuna “monade” è diversa dalle altre, rispecchia in sé l’intero universo ed ha un’anima. Attraverso le loro anime le “monadi” costituiscono gli innumerevoli centri di forza dell’universo, strutturati in una gerarchia ordinata a seconda di quanto ogni “monade” rispecchi in sé l’universo che rappresenta.

Le “monadi” non possono interagire tra di loro e quando lo fanno è perché godono di un’armonia prestabilita, il cui autore è Dio, che così facendo ha creato il migliore dei mondi possibili. E’ il miglior mondo possibile perché se Dio è perfetto non può aver creato un mondo perfetto, altrimenti il mondo sarebbe Dio, allora Egli ha creato il migliore di tutti i mondi possibili, quello in cui c’è il minor male (il “minimo male necessario”) per raggiungere il bene. Un ottimismo ontologico quello di Leibniz molto criticato, anche da Voltaire che ironizzò sul filosofo in una delle sue opere.

L’obiettivo finale del razionalista Leibniz era quello di compiere una sintesi del cristianesimo, attribuendo ad esso una veste più moderna in grado di salvaguardare i suoi dogmi tradizionali. Ciò nell’ambizioso tentativo di conciliare i cattolici da una parte ed i protestanti dall’altra, ma anche di ricomporre le idee filosofiche dopo il loro declino ad opera della guerra dei Trent’anni.

L’italiano Vico, professore di storia, risente anch’egli della mancanza di uno stato nazionale e, forse proprio per questo, non si interessa delle idee scientifiche e razionalistiche che stavano riscuotendo successo nel resto dell’Europa. Vico, invece, approfondisce i rapporti tra la storia e la conoscenza, delineando la sua teoria del Verum factum, secondo la quale la Verità sta nella cosa fatta, cioè nella storia, perché gli uomini possono conoscere come vero (certo) solo quello che essi stessi hanno fatto.

Con il tedesco Kant la filosofia non sarà più la stessa. Kant è infatti considerato un tutt’uno con la sua famosa teoria del “criticismo”, intesa non nel senso di criticare tutto per il gusto di distruggere le speculazioni ed i concetti filosofici fino ad allora acquisiti, ma nel senso di riflettere bene su questi per trovare difetti ed bug logici sui quali costruire nuove e più corrette elaborazioni filosofiche. Il criticismo è quindi per Kant uno atteggiamento costruttivo, definibile come “indagine critica della ragione sui propri limiti e sulle proprie possibilità ad operare”.

Kant è spesso associato – come precursore – all’idealismo tedesco che verrà dopo (nel periodo che va dalla Rivoluzione francese al 1850), con i filosofi esponenti appunto di questa corrente (della filosofica “classica tedesca”): niente di più sbagliato, perché lo stesso Kant ci tenne a precisare che la sua teoria non va confusa con nessun tipo di idealismo ed inoltre il suo pensiero ha come sfondo la situazione del Settecento, non quella della prima metà dell’Ottocento – completamente diversa – che costituisce il contesto culturale dei successivi idealisti tedeschi.

Kant è considerato un filosofo difficile da studiare e ciò è dovuto, molto probabilmente, al fatto che egli ha inventato un propria e nuova terminologia. Per esempio con la parola “trascendentale” egli intende definire ciò che appartiene agli elementi a priori della conoscenza umana collegati all’esperienza, in contrapposizione a “trascendente”. Con riferimento a Kant nascono quindi correnti del “trascendentalismo”, le quali affermano che gli uomini sono potenzialmente dotati di capacità universali a priori attivabili solo con l’esperienza.

Altra parola nuova di Kant è “noumeno” (che in greco significa cosa pensata), la quale, in contrapposizione a “fenomeno”, esprime la cosa come essa è pensabile in sé, diversamente cioè da come essa invece appare come fenomeno, perché le possibilità conoscitive degli uomini si limitano ai fenomeni, ovvero all’aspetto con cui le cose appaiono.
Conseguenza del suddetto ragionamento è la distinzione tra il modo in cui una cosa è conosciuta dall’uomo (ratio cognoscendi, in base alle sensazioni) ed il modo in cui la cosa è (ratio essendi, in base all’esperienza). Pertanto la cosa esiste anche prima che venga conosciuta dai soggetti con l’esperienza: la cosa esiste come cosa “in sé”. Trattasi di concetti che contraddicono l’idealismo soggettivo e che danno un nuovo significato alla nozione di “dialettica”, la quale è dunque per Kant il complesso di contraddizioni della mente umana quando si ragiona su cose che non si possono conoscere, perché sono al di fuori del campo dell’esperienza.

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Kant è considerato, giustamente, “il più grande dei filosofi moderni”.

Egli ha infatti inaugurato un nuovo modo di fare filosofia, ma soprattutto ha reinventato la filosofia in un momento storico in cui questa sembrava avesse fallito in tutti i campi, visto che i razionalisti non riuscivano a dimostrare l’esistenza delle cose e gli empiristi non riuscivano a dimostrare come l’esperienza porti alla conoscenza.

Insomma era un momento, quello in cui Kant ha iniziato a filosofeggiare, durante il quale le speculazioni filosofiche apparivano come sterili discussioni accademiche, prive di solide fondamenta concettuali che facessero da base all’intera filosofia.

Kant invece mirava proprio a fornire la filosofia di queste solide basi e pertanto, vuoi per il contesto storico in cui ha vissuto, vuoi per le sue indubbie capacità, la “rifondazione” filosofica cui egli ha dato vita, insieme alla sintesi tra le diverse interpretazioni filosofiche allora imperanti, hanno di fatto segnato il passaggio tra un modo “vecchio” di guardare alla filosofia ed uno “nuovo”, facendo prendere di conseguenza una nuovissima direzione al pensiero dominante.

Da Kant in poi, quindi, la filosofia non sarà più la stessa.

L’obiettivo di Kant può dunque riassumersi nel tentativo di dare una “spiegazione totale” della metafisica, intendendo con tale ultimo termine ciò che va oltre la fisica e la scienza (e le loro isolate espressioni), per arrivare ad una comprensione “globale” del mondo, del Tutto che ci circonda.

Come metodo d’indagine per raggiungere il suddetto obiettivo Kant affermava che occorre applicare alla filosofia il metodo scientifico, ovvero partire dai dati disponibili, elaborarli concettualmente e giungere in questo modo ad un “giudizio”.

Nasce così, da questo retroterra intellettuale di Kant, la sua maggiore opera “la Critica della ragione pura”, in cui il filosofo cerca di scoprire le reali capacità del pensiero (o teoretiche), cui seguiranno “La Critica della ragione pratica”, che cercherà di spiegare la morale o etica, e “La Critica del giudizio”, dedicata all’estetica delle cose.

La Critica della ragione pura

Nella Critica della ragione pura Kant fa una straordinaria sintesi del Razionalismo e dell’Empirismo (le due correnti filosofiche in voga al tempo), concependo quindi una teoria riassuntiva della conoscenza i cui step sono, semplificando al massimo, i seguenti:

  1. nell’Empirismo le “proposizioni” sono sintetiche (cioè vanno oltre la semplice definizione di un termine, arrivando a spiegare la relazione di causa ed effetto della cosa; la conoscenza sintetica fornisce nuove informazioni attraverso l’esperienza o l’osservazione) e la “conoscenza” è a posteriori (cioè essa deriva dall’esperienza)
  2. nel Razionalismo le “proposizioni” sono analitiche (cioè si limitano ad illustrare un termine, senza preoccuparsi di altro; i giudizi analitici sono, in definitiva, pure definizioni) e la “conoscenza” è a priori (cioè essa deriva esclusivamente dal ragionamento ed è dunque una conoscenza pura, che prescinde dall’esperienza)
  3. la combinazione di Empirismo e Razionalismo porta all’identificazione di enunciati sintetici a priori (nel senso visto sopra), che secondo Kant sono possibili e permettono di conoscere, solo con la ragione, le cose e le loro conseguenze, senza la necessità di utilizzare i sensi (l’esperienza); in altre parole secondo Kant la conoscenza è frutto di una sintesi tra esperienza e concetti (ragione), perché con l’esperienza l’uomo interagisce con gli oggetti e con l’intelletto si forma dei concetti sul quegli stessi oggetti
  4. il processo di conoscenza sopra descritto è unitario e coinvolge i sensi, l’intelletto e l’immaginazione, che si intrecciano reciprocamente; Kant descrive dettagliatamente il funzionamento di tale processo che, secondo lui, parte dallo spazio e dal tempo, elementi che ciascun uomo possiede come intuizioni a priori pure, le quali precedono le esperienze dei sensi e sono rispetto a queste ultime indipendenti; poi, dopo lo spazio ed il tempo, sovvengono le categorie di pensiero, che consentono alla mente umana di dare un significato al mondo, di coglierne la realtà, perché rappresentano l’impianto concettuale di base dell’intelletto
  5. una volta dimostrato quindi come si passa dai sensi alla conoscenza e come dalla ragione si dimostri l’esistenza (“è sufficiente la consapevolezza della mia esistenza per dimostrare l’esistenza di oggetti fuori di me”, diceva Kant), aspetti che costituivano le grandi “pecche” delle due correnti dell’empirismo e del razionalismo, Kant ammetteva però che esistono dei limiti alla conoscenza
  6. i limiti alla conoscenza derivano dalla distinzione tra apparenza, legata al mondo dei fenomeni (ciò che appare, che si manifesta), e realtà, legata al mondo del noumeno (ciò che può essere solo pensato); secondo Kant la sostanza degli oggetti (che chiamava la cosa in sé) è di fatto inconoscibile, perché non si può andare oltre il mondo fenomenico, cioè non si possono usare i concetti oltre i loro limiti di applicazione empirica, altrimenti si incorre sicuramente nell’errore o nella contraddizione
  7. quanto sopra comporta, secondo Kant, che argomenti della metafisica, quali ad es. Dio e l’immortalità dell’anima, non sono conoscibili dalla ragione, di essi non si può dire niente, perché la ragione può essere lecitamente usata solo entro i limiti dell’esperienza, all’interno dei quali avviene la conoscenza del mondo

La Critica della ragione pratica

Dopo l’elaborazione nella sua prima Critica della teoria della conoscenza, Kant propone, nella Critica della ragione pratica, una sistemazione della ragione nella morale, ovvero nell’etica.

Secondo Kant infatti anche nei giudizi morali sussiste un elemento razionale puro, cioè pure la moralità proviene dalla ragione, perché il comportamento morale è frutto del rigore del pensiero.

In altre parole questo significa che nel caso, ad es., aiutassimo una persona bisognosa perché questi ci fa compassione, la nostra condotta non sarebbe, per Kant, un comportamento morale, perché essa è guidata dai sentimenti (dalla compassione appunto). Per tenere un comportamento rigorosamente morale, guidato cioè dalla ragione, l’aiuto dato alla persona povera deve essere sentito in coscienza come un dovere: solo così si rispetta la legge della moralità, tenendo lontani i sentimenti ed usando esclusivamente la razionalità.

Nell’ambito di questa speculazione filosofica sull’etica Kant sostiene che, per decidere cosa è giusto e cosa non lo è, bisogna fare affidamento su un principio universale, che dovrebbe essere rispettato da tutti gli uomini in quanto assurge a legge razionale della moralità. Tale assioma, che egli chiama Imperativo Categorico, recita pressappoco così: “agisci sulla base di una regola che secondo te possa diventare una legge universale”.

Per Kant l’Imperativo Categorico dovrebbe costituire una legge vincolante, un dovere per tutti gli uomini, perché nessuna azione umana compiuta per egoismo pone in essere un comportamento virtuoso: la virtù è solo di chi rispetta l’Imperativo Categorico, il quale deve sempre presiedere l’agire dell’uomo.

Tradotto in azioni concrete l’Imperativo Categorico è identificato per es. nel rispetto della legittimità del potere costituito, nell’obbedienza all’autorità, nel riconoscimento della necessità di un ordinamento sovranazionale che eviti le guerre e via dicendo.

La Critica del giudizio

Nella Critica del giudizio Kant prende invece in esame la ragione nel campo dell’estetica (quindi: nell’arte, natura, bellezza, …), cercando quindi – anche qui – una base oggettiva per i giudizi estetici.

Tuttavia, se nell’etica Kant era convinto che la ragione produce idee oggettive valide, nel campo dell’estetica egli ammette una certa elasticità a favore della soggettività del pensiero. Afferma infatti Kant che i giudizi estetici non sono oggettivamente validi, ma vale la pena di pensarli come se lo fossero, aprendo così una terza via tra le due ragioni (pura e pratica) nella quale possono insinuarsi l’immaginazione ed il sentimento (si intravede il periodo storico del “Romanticismo”).

Secondo Kant i giudizi estetici debbono essere visti alla luce di un disegno più grande. In altre parole la complessiva finalità (“senza fine” la definisce Kant) per es. dell’arte o della natura permette l’accesso ad una razionalità più ampia ed articolata.

Una visione riassuntiva ed anche integrativa delle 3 critiche di Kant è data dalla seguente tabella, in cui ciascuna critica risponde alla domanda filosofica indicata:

critica della ragione pura (o teoretica)

critica della ragione pratica (o etica/morale)

critica del giudizio (o estetica)

cosa posso sapere?

cosa devo fare?

cosa posso sperare?

la conoscenza inizia con le sensazioni (ratio cognoscendi)

poi viene

l’esperienza (ratio essendi)

ma già con le sensazioni le cose appaiono come fenomeni grazie agli strumenti dei giudizi sintetici a priori

questi ci fanno conoscere il mondo reale all’interno del nostro io, con le sensazioni (sono trascendentali, perché trascendono le cose reali)

conoscenza = esperienza + giudizi sintetici a priori

dialettica trascendentale = contraddizione della mente umana quando discute di cose sulle quali non ha esperienza

laddove le idee sono ragione pura perché manca l’esperienza, esse sono non fenomeni, ma noumeni, cioè puri enti di pensiero: è il caso della metafisica =

  • anima
  • cosmo
  • Dio

di questi non sappiamo assolutamente niente

il condizionamento dell’io nella ragione pura non c’è, invece, nella ragione pratica (la morale), dove esso (io) gode di ampia libertà di movimento, nel rispetto dei soli imperativi categorici

tra di essi:

  • la legittimità del potere costituito
  • l’obbedienza all’autorità
  • la necessità di un ordinamento sovranazionale per evitare le guerre

tra le 2 ragioni (pura e pratica) c’è una terza via che consiste nella capacità della mente umana d’immaginare (senza esperienze conoscitive) finalità metafisiche:

  • il bello
  • la natura
  • l’arte

ciò è possibile non con l’intelletto, ma con il sentimento (romanticismo)

Visto che abbiamo parlato spesso dello stretto collegamento di questo periodo tra i nuovi contesti politici e la filosofia, è opportuno citare anche i contributi di Kant al pensiero etico-politico: dall’innovativo concetto di “Stato di diritto” a quello di “imperativi categorici” (cioè gli unici limiti alla libertà individuale, come per es. la legittimità del potere costituito), passando per l’attualissima definizione di “federalismo di Stati repubblicani”, istituzione utile ad evitare le guerre.

Autore: Steve Round

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3 Commenti

  1. Verrà pubblicato anche la parte sulla filosofia del ‘900 e contemporanea?

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  2. Per me che non mi sono mai accostata alla filosofia è stata una spiegazione illuminante e chiarissima. Complimenti e grazie per aver salvato una neo-studentessa!

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