Atlante geopolitico

Europa

Il concetto di Europa

Il concetto di Europa, affermatosi come entità distinta ma non omogenea (unità nella diversità), risale al periodo del Medioevo, e prima ancora nel mondo greco.

L’origine mitologica di Europa (figlia del re di Fenicia, che fu amata da Giove in sembianze di toro bianco che si tuffò in mare e la portò a Creta dove in seguito alla loro unione nacquero tre figli) evidenzia l’elemento del mare e la componente orientale.

L’Europa perciò è la propaggine del continente eurasiatico ed è circondata dal mare con cui detiene un rapporto molto stretto che la distingue dall’Africa, Asia e America.

Durante il Medioevo l’orizzonte orientale ha avuto un ruolo determinante per l’Europa, la quale oggi, invece, ha una connotazione occidentale, anche se continua a definirsi per opposizione all’altro, come nel periodo della Guerra Fredda, in riferimento al mondo sovietico. Ma è anche negli stessi anni che si afferma l’idea di centralità dell’Europa: culturalmente ad ovest, geograficamente al centro, politicamente ad est. Al momento il confronto sembra spostarsi verso gli USA.

Inoltre, se nel Medioevo era la cristianità a stabilire i confini dell’Europa (“europeità”), fra ‘800 e ‘900 era la cultura occidentale rispetto a quella slava a costituire l’elemento di distinzione, e oggi, invece, sono i criteri politici (democrazia, economia di mercato, rispetto dei diritti umani) a delineare la nuova europeità.

La progressiva istituzionalizzazione dello scenario europeo (UE, Nato, OCSE), ha portato l’Europa all’identificazione con le organizzazioni presenti e a considerare europei gli Stati che ne sono membri; in particolare l’UE detiene il primato dell’europeità, date le crescenti funzioni da essa svolte. Attraverso ciò si capisce anche la competizione dei Paesi ex comunisti a farne parte.

Ecco che oggi, il riferimento all’Europa, non è tanto per indicare un’entità geografica, ma piuttosto la costruzione di un’identità politica, di un progetto comune (come dimostra la volontà di volere una costituzione europea).

Il mosaico etnico e religioso

Il continente europeo è caratterizzato dalla prevalente diffusione della cristianità e può essere diviso in sei categorie:

  1. Area cattolica dei Paesi latini (Italia, Spagna, Portogallo e Francia), insieme, più a nord e a est, a Irlanda, Belgio, Lussemburgo; Austria Polonia e Lituania;
  2. Area a nord dominata dal protestantesimo nella sua variante luterana, formata soprattutto dai Paesi scandinavi (Svezia, Norvegia; Danimarca, Finlandia, Islanda);
  3. Area mista, dove coesistono cattolici e protestanti, in proporzioni variabili, che comprende Paesi a maggioranza protestante (Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Svizzera) e dell’Europa Centrale a maggioranza cattolica (Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia);
  4. Area costituita da Paesi ortodossi o a forte maggioranza ortodossa (Russia, Bielorussia, Romania, Bulgaria, Grecia e Cipro, per la parte greca dell’isola);
  5. Un’area mista ove si mescolano protestanti, ortodossi, cattolici e talvolta musulmani (Estonia, Lettonia ed ex Iugoslavia);
  6. Abitanti dell’Albania e della Bosnia-Erzegovina, in prevalenza di fede musulmana.

Perciò è nella regione mediana dell’Europa che si situa la frontiera fra cristianità greco-ortodossa e quella latina, cattolica o protestante. Questa profonda frattura culturale prima che religiosa, ha origini remote ed è una frontiera stabile, perché per nessun popolo europeo si sono avute conversioni di massa, da una confessione all’altra. Quindi la frattura che separa i popoli cristianizzati da Roma da quelli evangelizzati da Bisanzio, seguendo le frontiere politiche oltre che religiose, si è perpetuata fino ai giorni nostri.

Inoltre, la rottura fra la cristianità latina e greca ha impedito a quest’ultima di partecipare alla comunità di fede e di cultura profilatasi in Europa a partire da XII secolo, limitando perciò la formazione di un’identità europea, al posto della quale i popoli della cristianità greca hanno sviluppato un sentimento di identità ortodossa cementato proprio dalla contrapposizione ai latini.

Il problema dell’identità etnica, linguistica e religiosa in Europa centro-orientale

Il problema delle minoranze linguistiche, etniche o religiose, è di importanza prioritaria in Europa Centrale e Orientale, dove la ridefinizione dei confini e i trasferimenti di popolazioni dopo le guerre Mondiali hanno determinato profondi mutamenti nella geografia umana. Tale fenomeno è stato quasi dimenticato nel periodo comunista, per poi riemergere durante la Guerra Fredda, imponendosi agli occhi dell’opinione pubblica europea, soprattutto in conseguenza dei conflitti successivi alla frammentazione degli Stati multietnici dell’Europa Orientale (nell’ex Iugoslavia ed in Unione Sovietica), originati dallo scontro di gruppi appartenenti a diverse comunità etno-nazionali.

Il concetto di minoranza viene qui inteso come qualunque collettività che si rappreseti o venga rappresentata da altri come distinta da quella maggioritaria entro cui vive, o almeno da quella che controlla l’apparato centrale dello Stato. Il gruppo minoritario parla lingua differente, appartiene ad una cultura diversa rispetto a quella della maggioranza e i suoi membri si identificano come minoritari, se non hanno scelto la via dell’integrazione nella cultura dominante. Quindi essi dispongono di una cultura specifica e sono al tempo stesso cittadini dello Stato in cui risiedono, e non a caso il rispetto dei diritti delle minoranze è considerato uno dei prerequisiti essenziali per l’integrazione nell’UE dei Paesi candidati dell’Europa Centro-orientale. Così, gli Stati della regione hanno compiuto progressi significativi nell’introduzione della legislazione per la protezione delle minoranze che, in alcuni casi, godono di un’ampia influenza sulla vita politica. Particolare attenzione è

riservata alla questione dei rom, e in tutti i Paesi dove tale comunità è consistente sono stati adottati programmi contro la discriminazione e in favore del miglioramento delle condizioni di vita.

Inoltre, la preoccupazione di dotarsi di strumenti di tutela dell’identità nazionale, data la cospicua presenza di minoranze, ha indotto gli Stati dell’Europa Centro-orientale a introdurre, dal 1989, una legislazione sulla lingua ufficiale. Tutta la regione ha subito in varia misura l’influenza russa in epoca comunista: nei Paesi baltici la lingua russa è dominante, a tal punto che si è temuto per la sopravvivenza stessa degli idiomi locali. Così tutti gli Stati di questa regione dell’Europa hanno deciso di elaborare politiche linguistiche tanto per l’idioma ufficiale che per quelli minoritari.

Il futuro del corso delle relazioni fra gruppi maggioritari e minoritari nell’Est Europeo sarà molto influenzato dal processo di integrazione europea e dalla capacità dei governi della regione di superare le difficoltà economiche che la transizione al libero mercato comporta. In tempi di crisi economica, le èlite al governo sono poco inclini a fare concessioni alle minoranze ed in questi casi la demagogia dei nuovi partiti ultranazionalisti trova un terreno fertile dove attecchire. Tuttavia, la possibilità di partecipare ad un unico sistema economico e di sicurezza europeo, trova il favore della maggior parte dei cittadini dell’Europa Centro-orientale, incoraggiando le forze europeiste a discapito di quelle nazionaliste più oltranziste, mentre un eventuale ritardo sull’ingresso in Europa potrebbe rinfocolare il nazionalismo della regione.

Reddito e risorse: disparità fra le regioni europee

Negli ultimi 20 anni, l’UE ha sperimentato una significativa convergenza tra Paesi e regioni in termini di grado di sviluppo e livello del reddito pro capite (ad esempio l’Irlanda, tra i Paesi più arretrati alcuni anni fa, supera oggi i livelli del reddito medio pro capite UE). Comunque tra i Paesi europei e ancor più tra le regioni, permangono sostanziali disparità nel reddito. A livello regionale le differenze risultano ancora più accentuate: le regioni a reddito maggiore (aree urbane di Londra e Bruxelles) presentano un reddito pro capite oltre 4 volte superiore rispetto alle aree più povere (alcune zone della Grecia). Inoltre, le regioni con reddito pro capite più basso sono anche quelle che vivono una situazione di arretratezza anche per quanto riguarda la dotazione di infrastrutture, la ripartizione settoriale delle risorse, la produttività dei lavoratori. Non bisogna dimenticare che differenze regionali, sussistono anche all’interno di uno stesso Paese. Mentre alcuni membri de

ll’UE hanno una distribuzione del reddito tra le proprie regioni relativamente omogenea, in almeno la metà dei Paesi dell’Unione la regione più ricca ha reddito più che doppio rispetto alla regione povera dello stesso Stato.

Comunque le disparità regionali non sono collegate al reddito medio del Paese (ad esempio Italia e Svezia, che pur avendo un reddito nazionale pro capite molto vicino alla media UE presentano una distribuzione del reddito assai differente). In Europa attualmente le regioni più ricche si concentrano nel Sud della Germania, nell’Italia del Nord e intorno alle capitali degli Stati membri. L’elevato reddito pro capite rilevato nelle grandi aree urbane è anche dovuto alla forte concentrazione di lavoratori pendolari nei grandi centri, che con la loro partecipazione all’attività produttiva, contribuiscono ad aumentare il valore della produzione regionale.

Le regioni più arretrate sono invece situate in Grecia, nel Sud della Spagna e Portogallo, e in parte del Mezzogiorno d’Italia.

Il prossimo allargamento della UE ad alcuni Paesi dell’Europa Centro-orientale (ed eventualmente Cipro e Malta), comporterà un aumento delle disparità tra i Paesi membri dell’Unione a 25 o più Paesi. Tale disparità è dovuta sia alla distanza che separa i membri attuali dai nuovi entranti, sia all’eterogeneità tra i futuri membri.

L’UE allargata può essere divisa in tre diversi gruppi di Paesi:

  1. gli attuali membri (ad eccezione di Spagna, Portogallo e Grecia), con un reddito superiore alla media;
  2. gruppo intermedio composto da Spagna, Portogallo e Grecia, insieme ai nuovi membri con redditi più elevati (Slovenia e Repubblica Ceca), il cui reddito pro capite medio si colloca intorno all’80% del reddito medio dell’Unione allargata;
  3. gruppo di coda, costituito dai restanti Paesi candidati all’ingresso, con reddito pro capite pari a circa il 40% della media UE e con una popolazione paria a circa il 16% del totale.

Comunque, a livello regionale, le distanze appaiono più accentuate che a livello nazionale e, dopo l’allargamento, le disparità tra le regioni ricche e quelle povere risulterebbero anche maggiori: infatti, tra le regioni dei nuovi membri entranti vi sono solo poche aree con redditi vicini alla media dei 15 (Slovenia, aree intorno a Budapest, Praga e Bratislava), mentre nelle regioni più arretrate, concentrate nelle aree Sud-orientali dell’UE allargata, il reddito pro capite della popolazione arriva invece poco al di sopra del 30% della media.

Bisogna però dire che anche tra i futuri membri è in atto un processo di convergenza, e ciò soprattutto nelle regioni più avanzate dei Paesi dell’Europa Centro-orientale, che in pochi anni hanno ridotto la distanza con i Paesi dell’Europa Occidentale, mentre meno rapido è tale processo nelle regioni periferiche dei Paesi della stessa area. Comunque questo processo di convergenza in atto non sarà né rapido e né automatico.

Ai fini della crescita e della convergenza dei Paesi candidati, le politiche di spesa comunitarie assumono un’importanza cruciale, sia sottoforma di investimenti (maggiormente infrastrutturali) che di spesa sociale; non a caso, l’obiettivo della coesione economica e sociale, sancito nell’Atto Unico Europeo (1987), è fondamentale per l’UE. Già in precedenza l’esperienza di Grecia, Portogallo e Spagna ha dimostrato che economie sottoposte a un processo di ristrutturazione possono registrare tassi di crescita abbastanza elevati, se sostenute da adeguate politiche economiche e da un ambiente internazionale favorevole. Ecco l’importanza del contributo a tale sviluppo fornito dallo strumento dei Fondi Strutturali e di Coesione, che possono aiutare fortemente tale processo di convergenza.

Il ruolo dell’Unione Europea nella protezione ambientale

La protezione ambientale è uno dei temi cruciali legati al prossimo allargamento dell’UE. Infatti, i Paesi candidati all’ingresso nell’UE dovranno adottare la legislazione comunitaria in materia ambientale, per adeguarsi agli standard stabiliti. L’obiettivo primario è il miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, che poi porterà effetti positivi anche sulla salute pubblica dei Paesi candidati e degli attuali Stati membri.

L’UE ha, inoltre, avviato il 6° Programma d’azione per l’ambiente (“Ambiente 2010”) che concentra le proprie attività in 4 aree di intervento di importanza primaria:

  1. contrastare il cambiamento climatico;
  2. proteggere la natura, la flora e la fauna;
  3. affrontare legami tra natura e ambiente;
  4. preservare le risorse naturali e migliorare la gestione dei rifiuti.

Ciò anche in linea con i limiti imposti dal Protocollo di Kyoto del 1997.

Il Programma evidenzia la necessità di modifiche strutturali, particolarmente nel settore dei trasporti e dell’energia, nell’efficienza del risparmio energetico, nell’istituzione di un regime di scambi delle emissioni a livello europeo, nelle ricerche e sviluppi tecnologici e nelle campagne di sensibilizzazione dei cittadini.

Perciò “Ambiente 2010” è un’iniziativa di ampio respiro, che coinvolge sia gli Stati membri che i nuovi candidati dell’UE, in quanto si riferisce al periodo in cui è previsto l’allargamento: dai nuovi Stati membri si esige la completa attuazione della legislazione ambientale vigente nell’UE. Inoltre, bisognerà rafforzare il dialogo tra gli amministratori locali, le organizzazioni ambientaliste e le comunità imprenditoriali per fornire un adeguato sostegno alla protezione ambientale. Infine, importante è anche il rafforzamento del ruolo dell’UE nel processo politico internazionale in campo ambientale.

Strategie Europee di cooperazione politica e di sicurezza

I flussi migratori e la nuova frontiera europea

Nell’agenda politica ed economica europea la questione delle migrazioni internazionali ha acquistato un’importanza prioritaria per il notevole incremento dei flussi di popolazione verificatosi alla fine del XX secolo: l’UE diventa, infatti, il secondo polo di attrazione mondiale dopo il Nordamerica. Nel continente europeo le migrazioni seguono il trend mondiale, e i flussi sono diretti prevalentemente da sud verso nord e da est verso ovest. Inoltre tale sistema migratorio europeo tende a diventare sempre più omogeneo, dato il processo di integrazione europea e il passaggio relativamente recente del Sud dell’Europa, in particolare Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, da Paesi di emigrazione a Paesi di immigrazione.

Gli accordi presi tra gli Stati membri dell’UE sul tema della libera circolazione delle persone, ha condotto alla creazione di uno spazio senza frontiere (“spazio Schengen”, nome della città lussemburghese dove è stato firmato l’atto nel 1985), delimitato da un’unica frontiera esterna e caratterizzato da procedure uniformi di controllo. Questo “spazio” mentre tutela le preoccupazioni di sicurezza e libertà di circolazione dei cittadini degli Stati membri, alimenta il sentimento di insicurezza ed esclusione della periferia dell’Unione, soprattutto quando la caduta dei regimi comunisti ha provocato ondate migratorie intense dall’Europa Orientale, in particolare verso la Germania. È proprio il tema dei flussi migratori provenenti dai Paesi dell’Europa Orientale verso le regioni occidentali che rappresenta uno dei nodi cruciali dei negoziati per la prossima espansione a est dell’UE. Infatti, il timore più diffuso fra i cittadini dei Paesi membri è che il divario fra i loro salari medi e

quelli dei Paesi candidati provochi un’emigrazione di massa di lavoratori a basso costo dall’Est all’Ovest dell’Europa. Ma bisogna tener conto dell’esistenza nei 15 Stati membri dell’UE, della soglia dei salari minimi che deve essere rispettata. Il rischio proviene, invece, dall’immigrazione clandestina e dal lavoro sommerso, già ampiamente diffusi in Europa.

La NATO e la nuova sicurezza europea

La fine della Guerra Fredda ha generato una trasformazione del sistema di sicurezza internazionale, avvenuta in modo pacifico, anche se diversi conflitti sono esplosi in varie regioni del mondo, particolarmente come conseguenza della transizione dai regimi autoritari alla democrazia.

Inoltre, alle tradizionali minacce alla sicurezza connesse con l’uso della forza militare se ne sono aggiunte altre: flussi migratori incontrollati, proliferazione delle armi di distruzione di massa, terrorismo, traffico di droga e di armi, crimine organizzato. L’esistenza di tali nuovi rischi, che toccano la sicurezza dei membri dell’Alleanza, particolarmente nel continente europeo, ha portato ad un ripensamento della NATO.

Il primo banco di prova delle ragioni stesse della sua sopravvivenza come alleanza politica e militare, fu la guerra nell’ex Iugoslavia (1991-1995). La Paralisi dell’Alleanza dinnanzi al conflitto nei Balcani, dovuta la fatto che la guerra avesse luogo fuori da suo raggio di azione e del suo scopo originario, ossia difesa dei territori degli Stati membri, rivelò la crisi dell’Alleanza stessa e la necessità di rivederne la ragion d’essere e la struttura per adattarla al nuovo sistema. Verso la fine della guerra riuscì a superare l’impasse politica militare che l’aveva caratterizzata nei primi anni ’90 per intervenire efficacemente a Sarajevo, per mettere fine all’assedio delle milizie serbe e poi inviando propri uomini in Bosnia-Erzegovina. Da allora e dopo la recente guerra contro la Iugoslavia (1999) e l’occupazione militare del Kosovo, la NATO ha assunto un ruolo di garante della pace nei Balcani. Quindi il nuovo orientamento strategico della NATO ha sancito l’adattamento al nuovo

contesto internazionale, introducendo le operazioni di risposta alle crisi e di mantenimento della pace e sicurezza internazionale, e in concetto di “identità europea di sicurezza e difesa”. Quest’ultimo concetto risponde all’eventualità di un graduale disimpegno americano in alcune regioni di particolare interesse per gli Europei (come i Balcani), dovuto all’emergere di interessi di sicurezza diversi tra USA e Europa. Così il Consiglio europeo di Colonia del 1999 ha confermato la volontà di dotarsi di propri strumenti di risposta alle crisi internazionali lasciando impregiudicate le responsabilità della Nato; ecco che Solana viene nominato il primo rappresentante europeo per la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC). Comunque ancora oggi, malgrado la proposta della costituzione entro il 2003 di una forza di reazione rapida costituita da 50-60000 uomini, gli Europei restano divisi sul concetto stesso di identità europea di difesa, ponendo ulteriori ostacoli alla revisione cost

ituzionale dell’Alleanza.

Le trasformazioni geopolitiche determinate dalla caduta dei regimi comunisti nell’Est Europeo e dalla riunificazione della Germania, hanno rimesso in discussione i confini dell’Alleanza. Così l’allargamento ad Est della comunità di sicurezza euroatlantica è diventata una priorità da un punto di vista politico strategico, dato che con la dissoluzione del Patto di Varsavia, i Paesi usciti dal blocco sovietico rischiavano di creare un’area instabile al confine con il territorio degli Stati membri dell’Alleanza. Inoltre, dal punto di vista dei Paesi dell’Europa Orientale, l’integrazione nel sistema di sicurezza euroatlantico rappresentava una garanzia di stabilità e di protezione dalla vicina Russia e una fonte di legittimazione e simbolo della ritrovata democrazia.

Così nel 1994 la Nato ha istituito la partnership for peace, estesa a tutti i Paesi del Patto di Varsavia e dell’ex URSS, Russia compresa, come premessa di relazioni più strette. Da allora vari Paesi dell’Europa Centro-orientale sono entrati e si accingono ad entrare a far parte dell’Alleanza.

In questo processo di allargamento ad Est dell’Alleanza, nella nuova apertura di sicurezza europea, importante è il coinvolgimento della Russia, e sotto questo profilo determinante può risultare il Consiglio paritetico Nato-Russia, istituito nel 2002 con la firma della Dichiarazione di Roma.

Integrazione e sviluppo dell’Unione Europea

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al crollo dei regimi comunisti, l’Europa è stata artificialmente divisa, e nella parte occidentale si sono sviluppate forme di cooperazione trans-nazionale e di integrazione sovra-nazionale. Tale processo di integrazione avviatosi in un mondo bipolare è diventato quindi un progetto di unificazione continentale per la creazione di una nuova società europea.

L’UE rappresenta un esperimento originale nel panorama mondiale, in quanto per la propria composizione, competenze e compiti svolti, non può essere assimilata né ad un super-Stato né ad un’organizzazione internazionale di tipo tradizionale. È piuttosto un’entità di natura indefinita, risultato della progressiva integrazione di un numero crescente di Paesi che hanno accettato di delegare parte della loro sovranità a istituzioni comuni, promuovendo “l’interesse europeo”. L’UE costituisce l’organizzazione più avanzata di integrazione multi-settoriale esistente, con capacità di azione in campo economico, sociale, politico, dei diritti dei cittadini e delle relazioni esterne dei 15 Paesi membri. Le sue competenze e funzioni operative si sono molto estese dalla sua creazione, e la decisione di adottare una moneta unica è il segno tangibile di tale evoluzione.

Oggi l’UE conta quasi 370 milioni di abitanti e rappresenta la maggiore potenza commerciale del mondo.

Le fondamenta costituzionali e la fonte di legittimità dell’UE sono: il Trattato di Parigi nel 1951 (istituì la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio); il Trattato di Roma nel 1957 (istituì la Comunità Economica Europea-CEE e la Comunità Europea per l’Energia Atomica-EURATOM) modificato nel 1986 dall’Atto unico europeo; Trattato di Maastricht nel 1992; Trattato di Amsterdam nel 1997; Trattato di Nizza nel 2000.

Questi Trattati creano fra gli Stati membri vincoli giuridici che vanno molto oltre le normali relazioni contrattuali esistenti. In particolare con il Trattato di Maastricht si segna il passaggio da una comunità puramente economica a un’unione più propriamente politica, con l’inserimento di due nuovi pilastri: la politica estera e di sicurezza comune e la cooperazione in materia di giustizia e di affari interni.

L’UE è anche un’entità autonoma dotata di diritti sovrani e di un ordinamento giuridico indipendente dagli ordinamenti giuridici nazionali, che non solo crea il diritto comunitario, ma questo è anche vincolante per gli Stati membri e i loro cittadini.

Per quanto riguarda il sistema istituzionale della UE, questo è composto da una parte dal Consiglio europeo, organo di alto indirizzo politico, e dall’altro dalle istituzioni di cui fanno parte il Parlamento europeo, il Consiglio dei ministri, la Commissione europea, la Corte di giustizia e la Corte dei conti. La Banca centrale europea, la Banca europea per gli investimenti, il Comitato economico e sociale e il Comitato delle regioni sono invece degli organi ausiliari.

Con l’avanzare del processo di integrazione tutte le istituzioni hanno esteso la propria area di interessi, diventando gradualmente più flessibili e meno autonome, data la maggiore condivisione del potere, nell’ambito dell’UE.

Ad esempio il Consiglio dei ministri (che rappresenta tutti i governi nazionali) svolge in parte alcune funzioni propositive che in principio spettavano alla Commissione (che difende gli interessi comunitari) ed è sempre più attivo nella definizione dell’agenda politica dell’Unione. La Corte attraverso le proprie sentenze, contribuisce allo sviluppo dell’integrazione, mentre il Parlamento europeo ha accresciuto la propria influenza sull’iter legislativo. L’aumento del peso del Parlamento è dovuto anche al fatto che dal 1979 i suoi membri sono eletti a suffragio universale diretto dai cittadini degli Stati membri e non più nominati tra i membri parlamentari nazionali.

L’efficienza dell’Unione è stata incentivata anche con la riduzione del ricorso all’unanimità, sostituita con il voto a maggioranza qualificata per un numero crescente di materie.

L’Unione Europea apre ad est

Con il termine “allargamento” si intende che un sistema o una struttura già esistente e operante sia esteso a nuove unità. Si sostiene che la portata del prossimo ampliamento potrebbe essere tale da indebolire l’insieme delle strutture istituzionali e delle politiche dell’Unione con il rischio di un’implosione dell’intera costruzione. Perciò l’UE ha optato per un’inclusione graduale dei candidati che tenga conto del ritmo di progresso e modernizzazione di ciascuno, sulla base dei criteri di adesione stabiliti nel 1993 dal Consiglio europeo di Copenaghen:

  1. criterio politico: stabilità delle istituzioni democratiche, dello Stato di diritto, dei diritti umani e rispetto e protezione delle minoranze;
  2. criterio economico: esistenza di un’economia di mercato funzionante e capacità di resistere alla pressione competitiva del mercato europeo;
  3. disponibilità ad accogliere e rispettare le regole e le norme dell’Unione.

Una volta che tutti i Paesi saranno diventati membri effettivi, l’Unione sarà composta da 27 Stati.

Considerando le dimensioni dell’operazione e le profonde asimmetrie tra le economie e gli assetti politico-sociali dei Paesi dell’Unione e dei candidati, l’impatto di questa nuova fase di ampliamento sarà molto forte sia nel caso di successo che di fallimento. Inoltre, il processo di estensione potrebbe continuare fino ad includere la Turchia (Paese candidato), gli Stati dell’area balcanica, alcune Repubbliche ex sovietiche e persino la Russia.

Sono queste scelte che riapriranno la questione dell’identità europea, dei confini dell’Europa e dei parametri che definiscono l’”europeità” (religione, cultura, geografia, modello politico-economico).

La Russia e la comunità degli stati indipendenti

La nuova federazione russa e le relazioni fra Russia e CSI

La Russia di oggi nasce dal processo di disgregazione dell’URSS, culminato nel dicembre del 1991 con la nascita di 15 Stati indipendenti, già Repubbliche federate dell’Unione Sovietica. Tra le Repubbliche ex sovietiche, la Federazione Russa è la più estesa territorialmente e occupa gran parte dell’Europa Orientale e dell’Asia Settentrionale, mantenendo gli stessi confini della vecchia Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia.

Al suo interno è a sua volta costituita da 87 soggetti federali (più le città federali Mosca e San Pietroburgo) e i confini di queste ricalcano i vecchi confini delle province e dei territori che componevano la Russia sovietica.

Nonostante la popolazione russa si compone per oltre l’80% da russi, numerose sono le minoranze etniche presenti sul suo territorio, perciò la Russia si trova ad affrontare numerosi problemi legati sia alla molteplicità etnica al suo interno sia ai rapporti con i nuovi Paesi dell’estero vicino. Emblematico a tal proposito è la mobilitazione etnica in Cecenia, anche se nell’ultimo decennio molti dei soggetti federati russi hanno esercitato forte pressioni su Mosca per veder crescere la propria autonomia, e ciò anche in soggetti non definiti su base etnica, in cui il conflitto centro-periferia è volto unicamente al controllo delle ricchezze naturali o di risorse economiche in genere.

La Federazione Russa è membro della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), organizzazione internazionale nata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e che oggi raggruppa tutti gli Stati nati dalla dissoluzione dell’URSS, eccetto le tre Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania).

I Paesi componenti la CSI si sono impegnati alla collaborazione economica e a costituire uno spazio economico e monetario comune, anche se molti degli accordi siglati sono rimasti lettera morta. A ciò si aggiungono le difficoltà nel coordinamento delle politiche estere e di difesa dei Paesi membri, difficoltà legate al controllo delle testate nucleari strategiche rimaste esclusivamente alla Russia. Di fatto, molte delle Repubbliche ex sovietiche si sono mostrate restie a tornare sotto la protezione russa (nel CSI la Bielorussia è il Paese che ha ricercato una maggiore integrazione on la Russia).

La connessione energetica Russia-Europa

La Russia è il primo produttore al mondo di gas naturale. Parte notevole della produzione russa di idrocarburi è destinata al consumo interno, dati i livelli di efficienza energetica molto bassi, conseguenza della pianificazione economica sovietica che ha favorito lo sviluppo di un’industria pesante ad alto consumo energetico e, fino al crollo dell’URSS, ha sempre mantenuto i prezzi di combustibili e di altre fonti energetiche artificialmente bassi. Ciononostante, le ricchezze naturali della Russia consentono di giocare un ruolo importante anche sul mercato internazionale degli idrocarburi: è il primo esportatore mondiale di gas naturale, e il secondo di petrolio dopo l’Arabia Saudita.

I più grandi giacimenti di gas naturale e petrolio sono situati in Siberia Nord-occidentale, ma lo sfruttamento di tali risorse è condizionato sia dalle difficili condizioni ambientali e climatiche (nelle regioni artiche) sia a problemi di efficienza della stessa industria estrattiva russa, con tecnologie obsolete e infrastrutture inadeguate.

Comunque il settore energetico resta centrale nell’economia russa e le principali industrie estrattive coprono più della metà delle entrate fiscali federali (il colosso Gazprom, controllato dallo Stato, detiene, di fatto, il monopolio dell’estrazione del gas naturale e poche grandi industrie dominano il settore del petrolio, integrate verticalmente, ossia controllano tutte le diverse fasi del processo produttivo). Inoltre, le compagnie petrolifere russe dispongono di importanti giacimenti di gas non ancora sfruttati (per limiti imposti dal monopolio di Gazprom), che rappresentato un importante potenziale per l’incremento dell’esportazione del gas russo.

Gran parte di gas russo viene ancora esportato nelle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, anche grazie al fatto che i vecchi gasdotti sovietici collegano ancora oggi il territorio dell’ex URSS, tuttavia i prezzi al ribasso e i problemi di insolvenza hanno reso questo mercato meno redditizio.

Il baricentro dell’esportazioni del gas russo si è oggi spostato verso i Paesi dell’UE ed è in continua crescita. I principali Paesi importatori di gas russo sono Francia, Germania e Italia. Un altro importante mercato per il gas russo è quello della Turchia e la Cina potrebbe rappresentare il futuro sbocco per l’esportazione di gas siberiano.

Mentre i maggiori Paesi importatori di petrolio russo sono Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna.

L’Europa centro-orientale: transizione e tradizione

I flussi commerciali con l’Unione Europea

I Paesi dell’Europa Centro-orientale, negli ultimi anni candidati ad entrare nell’UE hanno rappresentato nell’insieme il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli USA. Dall’altro lato l’UE rappresenta il partner commerciale più importante, sia in termini di importazioni che di esportazioni di questi Paesi. Quindi si è verificato un vero e proprio capovolgimento di fronte in questi Paesi, che fino alla fine degli anni ’90, avevano il principale mercato di sbocco dei propri prodotti nella Russia e nell’area dell’ex Unione Sovietica. Poi, con il profondo processo di rinnovamento e la riforma dell’organizzazione economica e produttiva, iniziati nei primi anni ’90, questi Paesi hanno iniziato a cercare nuovi mercati di sbocco e di approvvigionamento, per sostituire il ruolo dell’URSS e poter accedere a tecnologie avanzate e a potenziali clienti con elevati redditi e potere di acquisto; così si è aperto il nuovo canale con gli Stati membri dell’UE. Questa relazione bilaterale tra UE e i

Paesi dell’Europa Centro-orientale si è ancor più rafforzata da quando sono stati firmati gli Accordi Europei (1993-1998), liberalizzando gli scambi commerciali tra le due aree, e iniziando i negoziati per l’ingresso nell’Unione. La maggior parte degli scambi, tra i Paesi candidati, sono coperti insieme dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria, mentre la Germania, tra gli attuali Stati membri, rappresenta il partner più importante per i Paesi dell’Est, seguita da Italia e Francia.

Gli investimenti diretti dell’Unione Europea

L’UE è un importante investitore diretto nei Paesi dell’Europa Centro-orientale, che sono in progressivo aumento. Tali investimenti in questi Paesi hanno contribuito al processo di privatizzazione, al passaggio all’economia di mercato, allo sviluppo industriale e alle riforme (strutturali, amministrative e istituzionali).

Gli investimenti si dirigono maggiormente nell’industria manifatturiera, nel commercio, nell’intermediazione finanziaria e nel comparto bancario. La maggior parte degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) nei Paesi dell’Europa Centro-orientale si concentrano in Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.

Il ruolo dell’agricoltura

Nei Paesi dell’Europa Centro-orientale il settore agricolo, in termini di partecipazione alla formazione del PIL e di impiego di manodopera, è relativamente più importante che nei Paesi membri dell’UE, e ciò soprattutto nei Paesi più arretrati (come Romania e Bulgaria). Anche se nei Paesi dell’Europa Centro-orientale sia in corso un generale ridimensionamento del settore agricolo, in alcuni Paesi in transizione l’occupazione in questo comparto è cresciuta negli ultimi anni, avendo avuto spesso il ruolo di “cuscinetto” nei momenti in cui la situazione economica era in deterioramento. Comunque, bisogna sempre considerare la notevole disparità di situazione tra i diversi Stati dell’Europa Centro-orientale e che spesso la geografia ha un ruolo importante nel determinare il successo di un Paese, in quanto sono maggiormente avvantaggiate le regioni più vicine ai confini occidentali a scapito di quelle più lontane.

Ma a dispetto della sua rilevanza occupazionale, il settore agricolo in questi Paesi, rispetto alla situazione dell’UE, appare piuttosto arretrato, mostrando un gap maggiore di quello osservato in altri fattori produttivi. Alcuni problemi che presenta l’agricoltura di queste regioni potrebbero essere la natura frammentata e su piccola scala delle aziende agricole private (poche sono le aziende competitive ed organizzate), la sottocapitalizzazione che non permette nemmeno di soddisfare la domanda interna (costringendo il Paese all’importazione). Quindi il settore agricolo nei Paesi dell’Europa Centro-orientale necessita di una notevole riorganizzazione e modernizzazione in vista dell’ingresso di questi Paesi nell’UE, ricordando che il processo di transizione non è comunque un momento facile e indolore.

L’Europa Danubiana-Balcanica: integrazione, cooperazione, conflitti

La pace precaria del sud-est europeo

I Balcani, dalla fine della Guerra Fredda e a partire dal processo di frammentazione dell’ex Iugoslavia che ne è scaturito (1991), sono stati attraversati da numerosi conflitti.

Il primo in Slovenia, invasa dall’armata federale iugoslava a seguito della dichiarazione di indipendenza, conflitto estesosi poi in Croazia dichiaratasi indipendente nello stesso giorno. Il conflitto si concluse in Croazia con il “cessate il fuoco” nel 1992, per riesplodere nello stesso anno in Bosnia-Erzegovina, appena proclamatasi indipendente, dove gli scontri ebbero maggiore durata (1992-1995). Il conflitto terminò nel 1995 con l’accordo di pace firmato dal presidente serbo, quello croato e quello bosniaco a Dayton, con la collaborazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Iugoslavia (istituito dal Consiglio di Sicurezza ONU nel 1993) e la formazione di due entità distinte in Bosnia-Erzegovina: la Repubblica Serba (RS) e la Federazione Croato-Musulmana. Con tale accordo comunque non vennero risolte molte questioni, minacce alla stabilità dei Balcani.

L’intervanto della comunità internazionale per arginare ulteriori processi disgregativi, dopo il crollo della Iugoslavia, si scontrò con la difficoltà di conciliare la difesa dello status quo delle frontiere e il mantenimento degli Stati multietnici con la realtà della convivenza fra i diversi gruppi residenti sullo stesso territorio, dopo i conflitti e la “purificazione etnica”. Così, dopo l’Accordo di Dayton la situazione nel Paese rimase precaria, in quanto l’equilibrio inter-etnico precedente il conflitto non è mai stato ricreato e le comunità serbe e croate, che aspiravano a ottenere attraverso la guerra la redifinizione delle frontiere e la formazione di Stati etnicamente puri, non hanno accettato l’idea di Bosnia-Erzegovina multietnica, come dimostra la persistenza al potere di partiti nazionalisti. Ecco il fallimento degli obiettivi di pacificazione, democratizzazione e ritorno dei rifugiati sanciti nell’Accordo. Tali nodi irrisolti riemersero pochi anni dopo, con il riaccend

ersi dello scontro tra Albanesi e Serbi in Kosovo, che ha portato all’intervento della Nato contro la Serbia (1999). Questo intervento occidentale ha messo fine al regime oppressivo imposto agli Albanesi da Milosevic, ma non ha influito positivamente sulla convivenza delle comunità albanese e serba in territorio kosovaro. Il conflitto si è esteso agli inizi del 2001 anche in Macedonia, con scontri tra la guerriglia albanese dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese (UCK) e le forze di sicurezza macedoni, scontri terminati nello stesso anno con la firma degli Accodi di Ohrid, grazie all’intervento della comunità internazionale che ha aperto anche la strada al dispiegamento di una missione Nato per la raccolta delle armi dei guerriglieri albanesi. La rivendicazione degli Albanesi si fonda sulla convinzione di rappresentare circa 1/3 della popolazione dello Stato multinazionale macedone, costituendo perciò non una minoranza ma uno dei popoli fondatori della Macedonia, e quindi la

pretesa di ottenere il riconoscimento di tale status e la garanzia dei diritti civili e politici che ne derivano. Gli Slavo-macedoni, nel tentativo di definire chiaramente lo Stato nazionale del popolo macedone, temono invece che dietro queste richieste si nasconda il progetto di creare una Grande Albania estesa sino al Kosovo, inglobando porzioni di Serbia, Montenegro e Macedonia.

Per i Serbi il Kosovo è il cuore del regno della Serbia medievale, culla della chiesa ortodossa serba e campo di battaglia contro gli Ottomani (contro i quali i Serbi uscirono conflitti), episodio carico di simbolismo eroico. Per gli Albanesi, prevalentemente musulmani, tale regione è il luogo dove ha avuto luogo il risveglio nazionale albanese con la Lega di Prizren (1878).

La Costituzione iugoslava del 1974 riconosceva al Kosovo lo status di provincia all’interno della Repubblica Serba, con un’autonomia amministrativa; ma con l’emigrazione serbo-montenegrina e la crescita demografica della popolazione albanese (1971-1981), mutarono le proporzioni fra le due etnie. Inoltre, l’arretratezza del Kosovo, pur ricca di risorse naturali, esasperò il clima di tensione inter-etnica, che esplose nel 1981, conducendo ad una crisi che si protrasse per tutti gli anni ’80.

Con l’arrivo di Milosevic al potere (1987) le razioni fra Albanesi e Serbi del Kosovo si deteriorarono ulteriormente, e nel 1989 il Parlamento del Kosovo costretto dall’esercito serbo abolì lo statuto di autonomia della provincia, alla quale la nuova costituzione serba attribuiva il carattere di semplice distretto (in violazione di un articolo della costituzione federale).

Tale politica autoritaria di Belgrado portò alla formazione di un movimento di resistenza non violento con lo scopo di dar vita ad uno Stato parallelo in Kosovo; nel 1991 la Repubblica del Kosovo si dichiarò Stato sovrano indipendente, dotato di propri organi istituzionali, e l’Albani fu la sola a riconoscerlo come tale.

La politica serba in Kosovo si sviluppò sottoforma di una specie di appatheid etnico, politico, sociale, culturale ed economico. La reazione della comunità internazionale di fronte alla crisi apertasi in Kosovo prese la forma della diplomazia preventiva prima (1992-1996), della mediazione poi (1998-1999) e, infine, della soluzione militare sotto egida della Nato (1999). Durante tutto il periodo di protettorato internazionale esercitato dal UNMIK e dalla KFOR, la questione fondamentale è rimasta quella dello status del Kosovo di fronte alla quale Albanesi e Serbi sono rimasti sulle loro posizioni massimaliste. Dal 2001, sotto l’egida della missione ONU, è stato firmato il quadro costituzionale che sancisce il passaggio dal protettorato all’autorità politica autoamministrata. Dopo le elezioni generali dello stesso anno, il Kosovo si è dotato delle istituzioni di una democrazia parlamentare, anche se una parte dei poteri continua a essere esercitata dal capo dell’UNMIK che ha diritto di sciogliere l’Assemblea e di indire nuove elezioni, in caso di violazione della Risoluzione ONU 1244. Gli Albanesi credono che questo sia il primo passo per l’indipendenza del Kosovo, mentre la posizione occidentale è che i tempi non sono ancora maturi per risolvere la questione.

Tuttavia, nell’area (sotto amministrazione ONU) continuano a scontrarsi la visione serba, in favore del mantenimento dell’unità della Federazione e quella albanese, in favore dell’indipendenza.

Questo decennio di conflitti ha inciso pesantemente sul paesaggio politico, economico e sociale della regione balcanica: economie devastate, infrastrutture gravemente danneggiate, danni ambientali irreparabili dovuto all’uso di proiettili all’uranio impoverito, distruzione di impianti industriali, di centrali elettriche e di raffinerie di petrolio. Inoltre l’esistenza di territori di incerta sovranità e la deriva politica ed economica di Belgrado, hanno provocato una destabilizzazione permanente. Tutto ciò crea un vuoto di sicurezza che rischia di essere colmato dalle mafie e dai traffici illeciti. Comunque nuovi aspetti rassicuranti di discontinuità con tale situazione sembrano profilarsi in base agli ultimi accadimenti: il processo a Milosevic da parte del Tribunale penale internazionale per l’accusa di genocidio, il reinserimento della Serbia nella strategia di ricostruzione della regione balcanica e, soprattutto, il ruolo degli attori esterni (in particolare dell’UE) nella creazione di una nuova rete di cooperazione inter-balcanica.

L’integrazione regionale

Il processo di disintegrazione dell’ex Iugoslavia se da un lato ha diviso i Balcani al loro interno, facendo venire meno la stessa idea di regione balcanica e il riaffiorare di identità residuali, dall’altro ha incoraggiato nuovi processi aggregativi tra gli Stati della penisola e le regioni circostanti, cosicché i Balcani recuperano il ruolo di crocevia tra Europa e Asia e di collegamento dell’Europa al Medio Oriente, al Caucaso e all’Asia Centrale, mentre l’UE si fa promotrice della pace e della stabilità dell’intera area.

Il processo di costruzione della regione balcanica nel Sud-Est Europeo ha due aspetti:

1. ricostituzione dei rapporti economici e diplomatici bilaterali e multilaterali, attraverso la creazione di numerose organizzazioni regionali e sub-regionali;

2. integrazione della regione nel suo complesso con le istituzioni europee e con la NATO.

Il programma di aiuto dei Balcani elaborato dall’UE ha il suo cardine nel Patto di stabilità del Sud-est Europeo (Colonia, 1999); tale Patto contiene una pluralità di obiettivi, ispirati da una logica liberale e liberista, convergendo nel fine ultimo di costruire un nuovo ambiente di sicurezza europeo, coinvolgendo il maggior numero di attori regionali e creando democrazie stabili ed economie prospere.

La strategia dei corridoi

Una delle priorità promosse dal Patto è quella della costruzione di “corridoi pan-europei”, ossia progetti multimodali per la realizzazione o ristrutturazione di porti, gasdotti e oleodotti, elettrodotti e infrastrutture di sostegno che attraversano o toccano in parte la regione balcanica. Questo è uno dei modi per promuovere l’integrazione fra i Paesi dell’area e fra questi e il resto dell’Europa, allo scopo di ridurre il divario economico e sociale fra le varie regioni e in prospettiva di un futuro allargamento dell’UE che includa la penisola balcanica.

Il disegno di tali assi di comunicazione, ha portato a delle trasformazioni geopolitiche nei Balcani. Infatti, durante i conflitti nella ex Iugoslavia e la conseguente marginalizzazione di Belgrado, avevano portato al collasso della tradizionale direttrice nord-sud, ma con il reinserimento della Serbia (dopo la caduta del regime Milosevic) ha ridimensionato l’importanza dei collegamenti per aggirare la Serbia.

La regione si sta dotando di un sistema infrastrutturale basato:

  • per la parte trans-adriatica, su trasporti e reti elettriche;
  • per quella balcanica e del sottosistema Mar Nero-Mar Caspio, soprattutto su gasdotti e oleodotti, che connetteranno l’Europa Sud-orientale a quella Centrale.

Per quanto riguarda le risorse, la regione del Sud-est Europeo dispone di scarsi giacimenti d’idrocarburi e di molta energia idroelettrica, anche se una carenza d’infrastrutture e l’uso non razionale delle risorse hanno provocato una dipendenza dei Paesi dell’area balcanica dall’esterno. Comunque, lo sviluppo delle infrastrutture di comunicazione e il rafforzamento della cooperazione regionale dovrebbero ridurre tale dipendenza, al pari degli squilibri interni.

Autore: Elche

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