La situazione bellica nel Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran e la risposta missilistica iraniana verso Israele, basi statunitensi e Paesi del Golfo è estremamente grave e in rapido sviluppo.
Le fonti internazionali parlano di uno scontro militare aperto e potenzialmente duraturo, con sanzioni diplomatiche, mobilitazioni militari e rischio di escalation più ampia.
Quali possono essere gli scenari possibili futuri di questo ulteriore conflitto?
Proviamo a farne una sintesi, con i rischi e le dinamiche che potrebbero definirli, senza pretese di esaustività o di perfetta previsione.
1) Escalation militare regionale prolungata
Se i raid e le risposte continuano, potremmo vedere un conflitto a livello regionale oltre quello tra Iran, USA e Israele:
- l’Iran potrebbe continuare a lanciare missili e droni contro basi statunitensi e obiettivi israeliani nel Golfo e nel Medio Oriente, estendendo gli attacchi a Paesi che ospitano forze USA
- gli Stati del Golfo non direttamente alleati con Teheran (come Arabia Saudita, UAE, Kuwait, Bahrain, Qatar) potrebbero entrare più direttamente nel conflitto, come ha già espresso Riyadh, condannando l’attacco iraniano e dichiarandosi pronta ad a usare tutte le capacità difensive contro Teheran
- un conflitto di lunga durata potrebbe coinvolgere forze alleate, milizie proxy e stati satelliti come Hezbollah in Libano o milizie sciite in Iraq e Siria, ampliando l’area di combattimento urbano e transfrontaliero
Questo è uno scenario considerato possibile da analisti militari.
In un orizzonte di breve termine (3–12 mesi), la guerra regionale prolungata ha una probabilità stimata del 35%.
Le condizioni che la rendono plausibile sono:
- il coinvolgimento diretto di attori come Arabia Saudita.
- gli attacchi continuativi a basi USA nel Golfo.
- le interruzioni nel traffico energetico nello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, è anche vero che tutti gli attori sanno che una guerra regionale devastante danneggerebbe gravemente le loro economie e che i Paesi del Golfo hanno forti incentivi a non farsi trascinare.
2) Guerra di attrito e pressione statica
In questo scenario:
- il conflitto non sfocia in una guerra totale “di terra”, ma si cristallizza in una guerra di missili, droni, attacchi navali e cyber-attacchi
- entrambe le parti cercano di logorarsi a vicenda con attacchi limitati ma continui, usando droni, sistemi missilistici e operazioni clandestine, senza occupazioni territoriali
- gli Stati Uniti, pur avendo la superiorità convenzionale, potrebbero impiegare vaste risorse difensive e offensive, cercando tuttavia di evitare un conflitto aperto prolungato che ne diluisca la capacità operativa in altre aree del mondo (ad es. Asia)
Questo è lo scenario considerato più probabile dagli analisti strategici (sempre in un orizzonte breve).
La guerra di attrito controllata (con missili, droni, cyber, proxy) ha una probabilità stimata del 40%.
È lo scenario più probabile perché consente a Teheran di “rispondere” senza suicidio strategico, permette a Washington e Tel Aviv di evitare invasione terrestre ed è coerente con precedenti dinamiche regionali (attacchi indiretti, proxy, sabotaggi).
Storicamente, quando Iran e USA si scontrano, tendono a fermarsi (fortunatamente) prima del punto di non ritorno.
3) Intervento diplomatico e cessate il fuoco negoziato
Una possibile, ma fragile, via d’uscita potrebbe essere la conseguenza:
- delle pressioni internazionali da parte dell’ONU, UE e Paesi non coinvolti direttamente (tutti hanno chiesto de-escalation e rispetto del diritto internazionale), le quali (con eventuali sanzioni supplementari o incentivi economici) potrebbero favorire un ripristino dei canali diplomatici, con la richiesta di concessioni da entrambe le parti, specialmente sui programmi nucleari e di sicurezza regionale
- della mediazione di Paesi neutrali come l’Oman (già coinvolto nei negoziati precedenti), che potrebbe portare ad un cessate il fuoco temporaneo ed a negoziati di pace locali per prevenire un’escalation incontrollata
Il cessate il fuoco negoziato entro pochi mesi ha una probabilità stimata del 20%.
Questo scenario è possibile se si verificherà la pressione forte di Nazioni Unite e Unione Europea, oppure la mediazione significativa di attori regionali. Anche segnali di grave shock petrolifero globale, potrebbero orientare le decisioni verso lo scenario in questione.
4) Conflitto internazionale più ampio
Non è lo scenario più probabile, ma uno dei più pericolosi. Infatti:
- se la guerra dovesse coinvolgere più attori globali (es. Russia o Cina a sostegno di Teheran, o maggior supporto europeo a USA/Israele), il conflitto potrebbe assumere dimensioni super-regionali
- l’aumento delle tensioni tra blocchi globali, potrebbe causare ricadute su altri fronti, come l’Ucraina o il Mar Cinese Meridionale (vedasi il conflitto, considerato “imminente”, fra Cina e Taiwan)
L’allargamento globale del conflitto (coinvolgimento diretto di grandi potenze) ha una probabilità stimata del 5%.
Richiederebbe il supporto militare attivo di Russia o Cina a Teheran e lo scontro diretto tra grandi potenze.
Al momento è lo scenario meno probabile, perché Mosca e Pechino non hanno interesse ad aprire un fronte diretto con Washington per l’Iran.
Impatti indiretti ma reali
Anche se il conflitto resta limitato dal punto di vista geografico, gli effetti indiretti sono significativi.
- mercati energetici globali: conseguenze sul passaggio del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, con aumenti dei prezzi di greggio e instabilità per le economie dipendenti dall’energia
- Sicurezza internazionale e terrorismo: aumento dell’attività di gruppi estremisti, sfruttamento della destabilizzazione, possibile spill-over in Africa o Asia
- Diritti umani: vittime civili, sfollamenti e danni alle infrastrutture saranno purtroppo un tema centrale finché dura il conflitto
Obiettivo “trasversale” del cambio di regime (“regime change”) in Iran e cessazione definitiva dell’ ”Impero del male”
Nel contesto attuale, l’obiettivo di un cambio di regime in Iran — ovvero la rimozione del governo teocratico e la fine duratura del suo potere — è un elemento trasversale che influisce su più scenari, e ha implicazioni precise sulla loro probabilità.
Dichiarazioni ufficiali del presidente Donald Trump e di funzionari statunitensi parlano apertamente di eliminare la minaccia del regime iraniano e di creare condizioni per la sua fine, invitando gli iraniani a «prendere il controllo» del proprio Paese e presentandolo come un’occasione per il popolo iraniano di liberarsi del regime.
Analisti e commentatori sottolineano che uno degli obbiettivi strategici degli attacchi congiunti Stati Uniti–Israele è proprio indebolire drasticamente, colpire la leadership e favorire un cambiamento politico all’interno dell’Iran.
Tuttavia, osservatori indipendenti evidenziano anche che non esiste un piano chiaro e realistico per un “regime change” completo, e che storicamente questo tipo di interventi non porta di per sé al risultato politico voluto (vedasi il caso del Venezuela).
Nel conflitto di attrito controllato (probabilità 40%) il regime change rappresenta un fine strategico dichiarato, da perseguire attraverso colpi mirati alla leadership, degradazione delle capacità militari e messaggi di incoraggiamento all’opposizione interna.
In questo scenario non si raggiunge necessariamente la caduta completa del regime, ma si cerca di indebolirlo politicamente spingendo l’Iran verso trattative in condizione di forte pressione.
In molte analisi questo è l’esito più “realistico”: obiettivi di regime change come mezzo di pressione e non come risultato automatico.
Nella guerra regionale estesa (probablità 35%) l’obiettivo di cambio di regime può servire, oltre che da giustificazione interna per gli Stati Uniti, da punto di unione per gli alleati e leva strategica nella competizione con gli altri grandi attori.
Tuttavia, nelle dinamiche reali il regime change totale richiederebbe un impegno molto più profondo e prolungato, rendendo lo scenario molto più rischioso, politico e costoso.
Quindi, il cambio di regime può essere un obiettivo strategico, ma non necessariamente ottenuto in questo quadro.
Nell’ipotesi di cessazione del fuoco negoziato (probabilità 20%), il raggiungimento dell’obiettivo potrebbe includere condizioni politiche — pressioni, riforme, forse transizioni controllate della leadership — ma non una caduta forzata del governo né un cambio totalmente imposto dall’esterno.
Infine, nello scenario di allargamento globale (probabilità 5%), il regime change è meno probabile. La storia recente dimostra infatti che gli interventi militari degli Stati Uniti mirati a sostituire un regime difficilmente portano a stabilità duratura.
Inoltre, quando si tenta un cambiamento “dall’esterno”, i risultati sono spesso controversi o fallimentari.
In conclusione, non esiste un unico “esito certo”.
La situazione è ovviamente molto fluida e gli scenari vanno da una guerra regionale prolungata e frammentata a un possibile tavolo diplomatico di emergenza per il cessate il fuoco.
La realtà più probabile nel breve termine sembra essere quella di un conflitto di attrito e pressione con picchi di escalation, costituito sostanzialmente da episodi di attacchi e contrattacchi, vaste mobilitazioni e numerosi attori regionali coinvolti, ma senza una guerra totale. Questo perché nessuno dei tre attori principali ha un vero interesse a una guerra totale (anche se tutti hanno interesse a non apparire deboli).


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