Guerra in Medio Oriente e conseguenze sull’economia
Il conflitto in Medio Oriente può rallentare la crescita ed accelerare l’inflazione (Stagflazione)

da | 6 Mar 2026 | Economia politica | 0 commenti

I conflitti geopolitici non producono effetti solo sul piano militare o diplomatico.

Spesso hanno conseguenze economiche molto rilevanti, soprattutto quando coinvolgono aree strategiche per la produzione e il transito dell’energia.

La guerra che vede contrapposti Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra rischia infatti di produrre un effetto economico ben noto agli economisti: la stagflazione, cioè una situazione caratterizzata contemporaneamente da inflazione elevata e crescita economica debole o negativa.

Il meccanismo economico che può generare questo fenomeno è illustrato nel grafico seguente.

Nel grafico – che ha sull’asse orizzontale il Pil e su quello verticale la media dei prezzi – sono rappresentate due curve fondamentali:

  • la domanda aggregata di beni e servizi (linea verde), decrescente rispetto al livello dei prezzi;
  • l’offerta aggregata di beni e servizi da parte delle imprese (linee rosse), crescente rispetto ai prezzi.

Il punto E₀ rappresenta la situazione iniziale di equilibrio dell’economia.
In questa posizione si determinano:

  • un livello generale dei prezzi pari a P₀ (che tecnicamente è il prezzo medio del paniere Istat)
  • un livello di produzione, cioè di PIL, pari a Q₀ (la produzione del paese in un anno)

In altre parole, l’economia si trova in una situazione relativamente stabile: imprese e consumatori si incontrano su un determinato livello di produzione e prezzi.

Un conflitto in Medio Oriente può incidere profondamente sul mercato dell’energia. L’area del Golfo Persico è infatti uno dei principali poli mondiali di produzione ed esportazione di petrolio e gas.

In particolare, lo Stretto di Hormuz è il canale attraverso cui transita una quota significativa del commercio mondiale di petrolio.

Poiché l’energia è un input produttivo fondamentale, l’aumento del suo prezzo si traduce in un aumento dei costi di produzione per le imprese.

Questo è il passaggio cruciale: quando i costi aumentano, le imprese sono meno disposte a produrre la stessa quantità di beni ai prezzi precedenti.

Nel grafico questo fenomeno è rappresentato dallo spostamento verso l’alto della curva di offerta aggregata (in altre parole, le imprese possono offrire sul mercato le stesse quantità dei loro prodotti a prezzi più alti): dalla curva di offerta pre-guerra si passa curva di offerta post-guerra

In termini economici si tratta di uno shock negativo di offerta.

A parità di domanda, l’economia si sposta dal punto E₀ al nuovo punto di equilibrio E₁.

Le conseguenze sono due e avvengono contemporaneamente.

  1. Aumento dei prezzi

Il livello generale dei prezzi passa da P₀ a P₁.

Le imprese, per compensare l’aumento dei costi energetici, devono aumentare i prezzi dei beni e dei servizi.

Questo fenomeno si traduce in inflazione.

  1. Riduzione della produzione

Allo stesso tempo, la produzione dell’economia diminuisce.

Il PIL passa infatti da Q₀ a Q₁.

Le imprese producono meno perché:

      • i costi sono più alti,
      • alcune produzioni diventano meno convenienti,
      • la redditività diminuisce.

Il risultato della guerra è dunque la stagflazione, che si verifica quando inflazione e rallentamento della crescita si manifestano insieme.

Si tratta di una delle situazioni più difficili da gestire per la politica economica perché:

  • le banche centrali, per combattere l’inflazione, tendono ad aumentare i tassi di interesse;
  • ma tassi più alti rallentano ulteriormente la crescita economica;
  • mentre la politica fiscale di spesa pubblica del governo non può essere esercitata – se non entro limitati margini – a causa dell’elevato debito pubblico e del rispetto dei vincoli di bilancio europei.

Ne consegue un’economia che cresce poco o addirittura entra in recessione, mentre il livello dei prezzi continua ad aumentare. Le aree che già crescevano poco potrebbero così finire in negativo. Il riferimento è ovviamente all’Italia, in cui la crescita è da anni ferma allo “zerovirgola”.

Inoltre, considerato il ritardo con cui le retribuzioni sono rinegoziate, l’aumento dei prezzi dei beni di consumo potrebbe comportare una non auspicabile riduzione delle retribuzioni reali, che ancora oggi non hanno recuperato i livelli del 2021.

Qualsiasi tensione o interruzione in Medio Oriente provoca quindi forti oscillazioni nei prezzi energetici globali, con effetti immediati sui costi di produzione delle imprese in tutto il mondo.

Si tratta peraltro di una lezione già vista nella storia: ne sono un esempio – tra le altre – le crisi petrolifere degli anni Settanta.

Una lezione che, ancora una volta, impone l’esigenza di rivedere completamente la politica energetica italiana: è necessario ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi, puntando su energie alternative.

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