Il tramonto delle Organizzazioni sovranazionali
Perché le organizzazioni sovranazionali (ONU e UE in primis) arrancano e cosa le sostituirà

da | 27 Ago 2026 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 0 commenti

C’è un libro uscito nel 2026 (che ho appena letto), Pane e cannoni di Federico Rampini, in cui l’autore prende atto di come la sicurezza e la prosperità, che per trent’anni abbiamo trattato come questioni separate, adesso, nel dis(ordine) mondiale, siano tornate a essere la stessa cosa.

È un buon punto di partenza per una domanda più ampia, che riguarda direttamente chi studia economia e diritto pubblico: le istituzioni internazionali costruite nel Novecento — l’ONU e a modo suo anche l’Unione Europea — sono ancora attrezzate per governare un mondo tornato conflittuale?

O stiamo assistendo a qualcosa di più strutturale, che va oltre la contingenza di questa fase storica?

Per rispondere non basta guardare alla cronaca del 2026.

Serve fare un passo indietro e guardare a come funzionano, da sempre, le istituzioni che mettono insieme molti Stati con interessi diversi ed a perché, con una regolarità che la storia conferma da due secoli, queste tendano a bloccarsi proprio nel momento in cui servirebbero di più.

Il problema non è nuovo, perché la teoria dell’azione collettiva ce lo spiega bene

Nel 1965 l’economista Mancur Olson pubblicò The Logic of Collective Action, un libro che non parlava di diplomazia ma di sindacati ed associazioni di categoria, ma che contiene la chiave per capire perché il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con 193 Stati membri dell’Assemblea Generale alle spalle, fatica cronicamente a decidere qualcosa di rilevante ed in tempi rapidi.

Olson dimostrò che, più un gruppo è numeroso ed eterogeneo, più diventa difficile ottenere un’azione collettiva efficace.

Infatti, ogni membro ha interesse a beneficiare del risultato (la pace, la sicurezza, la stabilità economica) senza sostenerne pienamente i costi (il classico problema del “free rider”) e più aumentano i partecipanti, più aumentano i punti di veto, espliciti o impliciti, che qualunque decisione deve attraversare.

Questa non è un’osservazione ideologica, bensì una proprietà quasi meccanica dei grandi gruppi. Un’organizzazione che deve tenere insieme 193 (o anche solo 27, nel caso dell’Unione Europea) interessi nazionali diversi è strutturalmente più lenta di un piccolo gruppo di attori che condividono già lo stesso obiettivo.

Non perché le organizzazioni sovranazionali siano mal progettate, ma perché il costo di coordinamento cresce più che proporzionalmente al numero dei partecipanti coinvolti.

È lo stesso motivo per cui, dentro qualunque azienda, un comitato di venti persone decide più lentamente di una squadra di tre, a parità di competenza e buona volontà di ciascuno.

Un ciclo che si è già visto, dalla Società delle Nazioni ad oggi

Se si guarda alla storia diplomatica moderna, si nota un pattern che si ripete con una certa costanza.

La Società delle Nazioni, fondata il 28 giugno 1919 con la firma del trattato di Versailles ed estinta il 19 aprile 1946 a seguito del fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale, è stata la prima vera organizzazione universale con pretese di governare la pace globale attraverso regole scritte, valide per tutti, come una sorta di “coalizione dei volenterosi” ante litteram.

Si rivelò incapace di fermare le aggressioni degli anni Trenta proprio perché, priva di un vero meccanismo di enforcement e legata al principio dell’unanimità, la sua stessa universalità la rendeva paralizzabile da chiunque avesse interesse a bloccarla (non vi ricorda qualcosa?).

Le Nazioni Unite, nel 1945, provarono a correggere quel difetto introducendo il Consiglio di Sicurezza, con potere esecutivo concentrato in poche mani (le cinque potenze vincitrici della guerra, con diritto di veto, ovvero USA, URSS, Regno Unito, Francia ed anche la Cina).

Ma proprio quella concentrazione di potere, pensata per garantire efficacia, è oggi il meccanismo che più spesso produce la paralisi che osserviamo. Quando le grandi potenze sono in disaccordo tra loro (come accade sistematicamente oggi tra Stati Uniti, Russia e Cina), il veto smette di essere una garanzia di stabilità e diventa un freno a mano tirato in modo permanente.

Non è la prova che il multilateralismo sia inutile. È la prova che nessuna architettura istituzionale rimane efficace per sempre, perché il mondo che si vuole governare continua a cambiare più in fretta delle regole scritte per governarlo.

Chi decide in un giorno contro chi decide in un anno (l’asimmetria decisionale)

C’è però un elemento che la sola teoria dell’azione collettiva non rende abbastanza esplicito ed è probabilmente la ragione per cui oggi il problema della lentezza multilaterale è più urgente che in altre fasi storiche relativamente stabili.

Il colonnello dell’aeronautica americana John Boyd, studiando perché alcuni piloti da caccia vincessero sistematicamente i duelli aerei anche con aerei tecnicamente inferiori, elaborò negli anni Settanta il concetto di ciclo OODA (Observe, Orient, Decide, Act): osservare la situazione, orientarsi rispetto ad essa, decidere una linea d’azione, agire.

La sua intuizione, diventata da allora un cardine della teoria strategica, è che il vantaggio decisivo in qualunque confronto – militare, ma anche economico o diplomatico – non appartiene a chi ha più risorse, bensì a chi completa questo ciclo più rapidamente dell’avversario, costringendolo a rincorrere eventi già accaduti invece di anticiparli.

Applicato alla politica internazionale di oggi, il concetto spiega con precisione chirurgica l’asimmetria decisionale che il 2026 rende visibile ogni settimana.

Uno Stato autoritario – che sia la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping o gli Stati Uniti dell’ultima stagione – quando sceglie di agire senza passare dal Palazzo di Vetro, come nel caso delle operazioni verso il Venezuela e l’Iran, ha un ciclo decisionale concentrato in una sola testa o in una cerchia ristrettissima di persone che risponde a quella testa.

Osservare, orientarsi, decidere e agire può richiedere ore, non mesi.

Uno Stato membro di un’organizzazione sovranazionale, di fronte alla stessa provocazione, deve invece completare il proprio ciclo decisionale non una volta, ma moltiplicato per ogni livello dell’architettura istituzionale che lo vincola. Prima deve costruire una posizione nazionale, poi cercare un accordo con gli alleati più vicini, poi affrontare il negoziato collettivo, che sia il voto del Consiglio di Sicurezza, esposto al veto di uno solo dei cinque membri permanenti, o la politica estera dell’Unione Europea, che l’articolo 31 del Trattato sull’Unione Europea vincola ancora, salvo eccezioni marginali, alla regola dell’unanimità tra ventisette governi.

Il risultato pratico è che, quando l’aggressore ha già completato il proprio ciclo OODA e creato un fatto compiuto sul terreno – l’annessione di un territorio, l’occupazione di un’isola contesa, un attacco informatico, l’imposizione improvvisa di dazi o restrizioni su materie prime strategiche – l’organizzazione sovranazionale sta ancora, spesso, discutendo la bozza di un comunicato.

Non è un’esagerazione retorica, è la logica stessa della “tattica del salame” (salami slicing), un’espressione che gli analisti di relazioni internazionali usano proprio per descrivere come Russia e Cina abbiano imparato a scomporre le proprie iniziative in passi singolarmente troppo piccoli (e troppo ambigui) per consentire agli altri Paesi di attivare in tempo utile una risposta collettiva formale, ricomponendo però, fetta dopo fetta, un risultato strategico integrale che nessuna risposta tardiva può più riuscire ad invertire.

E quando a muoversi per primo, bypassando le procedure condivise, è uno degli alleati storici dell’Occidente più che un suo avversario dichiarato, il problema smette di essere solo “loro contro noi”, ma diventa la prova che la rapidità decisionale è ormai percepita come un vantaggio troppo prezioso per essere sacrificato sull’altare della procedura condivisa, quale che sia la natura del regime che la esercita.

Questa asimmetria decisionale non è un difetto correggibile con un po’ di buona volontà diplomatica, ma è incorporata nella stessa architettura istituzionale che dà legittimità alle organizzazioni sovranazionali.

Il veto e l’unanimità non sono bug del sistema, sono la caratteristica che permette a un’organizzazione universale di rappresentare interessi radicalmente diversi senza spaccarsi, ma quella stessa caratteristica, nel momento in cui serve una risposta rapida a chi il ciclo decisionale l’ha già completato, si trasforma da garanzia di rappresentanza democratica in vantaggio regalato a chi, tra i grandi attori globali, non deve rendere conto a nessuno prima di agire.

La logica economica dei “club”, ovvero perché i gruppi piccoli tornano sempre di moda

C’è un secondo filone teorico utile qui, quello della teoria dei beni club, sviluppata dall’economista James Buchanan negli anni Sessanta.

Buchanan distingueva i beni pubblici puri (di cui beneficiano tutti indistintamente, come la difesa nazionale) dai beni “di club”, cioè beni che restano condivisi, ma solo tra un gruppo ristretto di membri che accettano regole comuni e ne traggono un beneficio superiore rispetto a chi resta fuori.

Una coalizione di Stati che condividono lo stesso interesse strategico, ad es. la recente cooperazione tra un gruppo di paesi europei per lo sviluppo di sistemi di difesa antimissile comuni o il coordinamento sulle sanzioni economiche verso un aggressore, funziona esattamente come un bene di club: chi entra nel gruppo si impegna e ne trae un beneficio concreto e immediato, chi resta fuori (per scelta o per veto altrui) semplicemente non partecipa al risultato, ma nemmeno lo ostacola.

Questa è probabilmente la ragione più solida, dal punto di vista economico, per cui le coalizioni ad hoc (ora si usa dire “dei volenterosi”) tendono a essere più efficaci delle organizzazioni universali quando serve agire in fretta. Esse non devono convincere l’interlocutore riluttante, perché l’interlocutore riluttante semplicemente non fa parte del club.

Il costo è che, per definizione, un bene di club esclude qualcuno e chi resta fuori dalla stanza in cui si decide ha tutto l’interesse a contestarne la legittimità.

È quello che sta avvenendo nell’UE, pur non in modo dichiarato ma velatamente, che si sta trasformando, nei comportamenti più che nelle regole, in un’Unione a 2 velocità (come la chiamò l’ex Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker), in cui le decisioni da prendere in fretta sono adottate da “gruppi di volenterosi”, ovvero da Paesi membri che condividono interessi e obiettivi specifici e non intendono aspettare i tempi lunghi delle Istituzioni UE.

C’è però un rischio sistemico in questi comportamenti: se gli Stati più potenti si abituano a bypassare le regole comuni ogni volta che risultano scomode, indipendentemente dal fatto che si dichiarino democrazie o regimi autoritari, l’intero impianto del diritto internazionale perde valore normativo per tutti, non solo per chi lo aggira in un caso specifico.

È un classico problema di “tragedia dei beni comuni” applicato alle norme, non alle risorse naturali, perché ogni singola violazione sembra razionale e a basso costo per chi la compie, ma la somma di tante violazioni individuali erode un bene collettivo — la credibilità delle regole condivise, il diritto internazionale — di cui tutti, compresi i violatori, finiscono per avere bisogno prima o poi.

Non esiste una vera conclusione sulla questione

Chi scrive non crede che si possa rispondere in modo netto alla domanda se le organizzazioni sovranazionali abbiano “ancora un futuro”.

La storia istituzionale internazionale non funziona per sostituzioni nette, ma per stratificazioni progressive. Infatti, la Società delle Nazioni non ha eliminato le alleanze militari, l’ONU non ha eliminato la NATO (nata, essa stessa, come coalizione ristretta di Stati con interessi comuni, poi progressivamente istituzionalizzata).

È plausibile che il sistema verso cui ci stiamo muovendo sarà analogo. Avremo forse un nucleo di regole e istituzioni universali, sempre più svuotato della capacità di decidere rapidamente su questioni di sicurezza urgente, affiancato da crescenti costellazioni di coalizioni settoriali e temporanee, capaci di agire dove il principio dell’unanimità fallisce, ma prive della legittimità e della stabilità di lungo periodo che solo un consenso più ampio può offrire.

Se così sarà, la domanda più utile da porsi non è se le organizzazioni sovranazionali sopravviveranno, ma quale equilibrio si stabilirà tra questi due livelli decisionali (Organizzazioni formali universali e Gruppi ristretti di volenterosi) e chi, in questo equilibrio, scriverà le regole del gioco prima degli altri.

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